E’ possibile recuperare una conflittualità sindacale che riparta da contenuti non solo salariali ? E’ da pazzi o peggio ancora da ingenui pensare di potere coinvolgere i lavoratori in un programma di riconversione industriale, costringendo gli imprenditori a confrontarsi su un terreno di scelte di investimento ? E’ utopistico pensare che un sindacato come la CGIL possa mobilitare le diverse categorie su progetti trasversali alle categorie stesse ma fondamentali per la sopravvivenza economica di tutti ? Sto pensando a coinvolgere il sindacato dei bancari perché intervengano con tutti i mezzi a disposizione sui programmi di credito delle singole banche, coinvolgere il sindacato dei metalmeccanici su un processo di riconversione della produzione: meno auto più autobus, metropolitane, treni ecc. Confesso, temo di sentire gli insulti di chi legge. Eppure io non riesco a pensare a nulla d’altro. Non sono una sindacalista, ma ho una visione conflittuale della Storia. Credo che la conflittualità gestita sia l’unica garanzia della così detta Democrazia. Credo nella Sintesi delle conflittualità, poco nel compromesso, niente nel buonismo e nella tolleranza. Questa piccola precisazione forse aiuterà a comprendere meglio il mio pensiero. Maurizio Scarpa ha delineato un quadro veritiero e purtroppo catastrofico per i lavoratori. Si può lottare a muso duro per vendere cara la pelle, ma temo che la pelle comunque verrà svenduta se non si ricostituisce una alleanza fra mondo del lavoro in azienda e il suo territorio. In uno dei miei precedenti articoli avevo sottolineato come una delle protocause dell’attuale crisi fosse lo sradicamento delle fabbriche dal territorio e l’eccessiva razionalizzazione del processo produttivo alla ricerca di una efficienza di cultura neoclassica che tratta il lavoro alla stregua delle macchine. Allora perché non riportare la conflittualità sul tema fabbrica/territorio. Per me questo significa parlare di lavoro nella sua complessità: come si lavora, come si raggiungono i posti di lavoro, che aria si respira in fabbrica e fuori, quale acqua si usa dentro e si beve fuori, che senso ha quello che si produce, chi procura il cibo per le mense, chi pulisce i servizi dentro, sono solo esempi. Portare la lotta sul piano delle rivendicazioni politiche, non solo con dichiarazioni di principio, ma orchestrando le lotte su specifici temi, comprensibili, mirati, che coinvolgono i lavoratori delle singole aziende ma anche chi abita, chi gestisce i servizi in una orchestrazione in cui le singole capacità e eccellenze confluiscano su più piani (aziendale, territoriale, temporale) e diano vita a una performance che possa incidere sull’omertà dell’informazione coinvolgendo le persone direttamente e sui propri bisogni. Fondamentale recuperare il senso del lavoro. Lo avevamo fatto in tempi che sembrano oramai lontani. Ma allora era diverso, avevamo fiducia in noi, eravamo in un contesto positivo, tutto sembrava possibile e, forse, non siamo riusciti a centrare l’obiettivo per eccesso di sicurezza. Ma l’obiettivo era giusto. Le 150 ore, tanto per fare un esempio, la lotta contro la monetarizzazione del rischio, ecc. Erano lotte che perseguivano un riscatto della dignità del lavoratore, la sua consapevolezza. Poi piano, piano tutto è imploso. L’adesione acritica alle categorie economiche proprie della scuola neoclassica(*) , come se anziché essere una scuola di pensiero esprimesse il Verbo. I partiti prima, i sindacati poi come topolini catturati dal pifferaio hanno cominciato a ragionare con le stesse parole di chi avrebbero dovuto contrastare in nome di quella conflittualità che nasce dalla divergenza degli interessi rappresentati. Se si abdica alla conflittualità (lo dice anche Keynes) si crea un disequilibrio che prima o poi porta alla catastrofe. Per inciso il Keynesismo è una altra scuola di pensiero economico, con altrettanta dignità di quella Neoclassica, ma che è stata totalmente dimenticata fino all’attuale crisi. Rientrando sull’argomento principale (che mi ha spinto a scrivere questi pensieri forse un po’ troppo acerbi nella loro esposizione) credo che a causa della mancanza di forza all’interno delle singole realtà lavorative e per la forte presenza di precari e ex precari, ora disoccupati la conflittualità potrebbe essere esternata coinvolgendo il territorio, come teatro capace di accomunare gli obiettivi del lavoro dentro e fuori la fabbrica. Se si pensa a una città come Milano, dove i bambini sono soggetti a croniche bronchiti e a serie allergie; dove si vive statisticamente qualche anno in meno per via dell’inquinamento e nessuno riesce a incanalarne il disagio, la disperazione. Se si riuscisse a trasformare il disagio esterno in una motivazione forte di convergenza di interessi con il mondo del lavoro… La CGIL ha elaborato importanti documenti (uno dei quali ho conosciuto grazie a “nessunoescluso” pubblicato nella pagina dedicata all’ambiente) che potrebbero essere la piattaforma per interventi di politica economica. Le idee non mancano, forse occorre più determinazione nella concretizzazione delle proposte, perché non trasformarle appunto in contenuti di lotta a difesa del posto di lavoro ? L’idea non è quella di portare la conflittualità sul territorio, ma di coinvolgere il territorio nella conflittualità del mondo del lavoro. Cercare alleanza direttamente con quella parte della popolazione disorientata dall’assenza di valori per i quali potrebbe valere di essere diversi. Certo sarebbe una fase transitoria, il sindacato non è un partito, ma il fatto è che stiamo tatraversando un fiume che, nel contempo, ci sta trascinando verso una foce ancora inesplorata e dove niente sarà come prima.Marina Scarpa
PORTARE IL TERRITORIO VERSO LA CONFLITTUALITA’ ?
E’ possibile recuperare una conflittualità sindacale che riparta da contenuti non solo salariali ? E’ da pazzi o peggio ancora da ingenui pensare di potere coinvolgere i lavoratori in un programma di riconversione industriale, costringendo gli imprenditori a confrontarsi su un terreno di scelte di investimento ? E’ utopistico pensare che un sindacato come la CGIL possa mobilitare le diverse categorie su progetti trasversali alle categorie stesse ma fondamentali per la sopravvivenza economica di tutti ? Sto pensando a coinvolgere il sindacato dei bancari perché intervengano con tutti i mezzi a disposizione sui programmi di credito delle singole banche, coinvolgere il sindacato dei metalmeccanici su un processo di riconversione della produzione: meno auto più autobus, metropolitane, treni ecc. Confesso, temo di sentire gli insulti di chi legge. Eppure io non riesco a pensare a nulla d’altro. Non sono una sindacalista, ma ho una visione conflittuale della Storia. Credo che la conflittualità gestita sia l’unica garanzia della così detta Democrazia. Credo nella Sintesi delle conflittualità, poco nel compromesso, niente nel buonismo e nella tolleranza. Questa piccola precisazione forse aiuterà a comprendere meglio il mio pensiero. Maurizio Scarpa ha delineato un quadro veritiero e purtroppo catastrofico per i lavoratori. Si può lottare a muso duro per vendere cara la pelle, ma temo che la pelle comunque verrà svenduta se non si ricostituisce una alleanza fra mondo del lavoro in azienda e il suo territorio. In uno dei miei precedenti articoli avevo sottolineato come una delle protocause dell’attuale crisi fosse lo sradicamento delle fabbriche dal territorio e l’eccessiva razionalizzazione del processo produttivo alla ricerca di una efficienza di cultura neoclassica che tratta il lavoro alla stregua delle macchine. Allora perché non riportare la conflittualità sul tema fabbrica/territorio. Per me questo significa parlare di lavoro nella sua complessità: come si lavora, come si raggiungono i posti di lavoro, che aria si respira in fabbrica e fuori, quale acqua si usa dentro e si beve fuori, che senso ha quello che si produce, chi procura il cibo per le mense, chi pulisce i servizi dentro, sono solo esempi. Portare la lotta sul piano delle rivendicazioni politiche, non solo con dichiarazioni di principio, ma orchestrando le lotte su specifici temi, comprensibili, mirati, che coinvolgono i lavoratori delle singole aziende ma anche chi abita, chi gestisce i servizi in una orchestrazione in cui le singole capacità e eccellenze confluiscano su più piani (aziendale, territoriale, temporale) e diano vita a una performance che possa incidere sull’omertà dell’informazione coinvolgendo le persone direttamente e sui propri bisogni. Fondamentale recuperare il senso del lavoro. Lo avevamo fatto in tempi che sembrano oramai lontani. Ma allora era diverso, avevamo fiducia in noi, eravamo in un contesto positivo, tutto sembrava possibile e, forse, non siamo riusciti a centrare l’obiettivo per eccesso di sicurezza. Ma l’obiettivo era giusto. Le 150 ore, tanto per fare un esempio, la lotta contro la monetarizzazione del rischio, ecc. Erano lotte che perseguivano un riscatto della dignità del lavoratore, la sua consapevolezza. Poi piano, piano tutto è imploso. L’adesione acritica alle categorie economiche proprie della scuola neoclassica(*) , come se anziché essere una scuola di pensiero esprimesse il Verbo. I partiti prima, i sindacati poi come topolini catturati dal pifferaio hanno cominciato a ragionare con le stesse parole di chi avrebbero dovuto contrastare in nome di quella conflittualità che nasce dalla divergenza degli interessi rappresentati. Se si abdica alla conflittualità (lo dice anche Keynes) si crea un disequilibrio che prima o poi porta alla catastrofe. Per inciso il Keynesismo è una altra scuola di pensiero economico, con altrettanta dignità di quella Neoclassica, ma che è stata totalmente dimenticata fino all’attuale crisi. Rientrando sull’argomento principale (che mi ha spinto a scrivere questi pensieri forse un po’ troppo acerbi nella loro esposizione) credo che a causa della mancanza di forza all’interno delle singole realtà lavorative e per la forte presenza di precari e ex precari, ora disoccupati la conflittualità potrebbe essere esternata coinvolgendo il territorio, come teatro capace di accomunare gli obiettivi del lavoro dentro e fuori la fabbrica. Se si pensa a una città come Milano, dove i bambini sono soggetti a croniche bronchiti e a serie allergie; dove si vive statisticamente qualche anno in meno per via dell’inquinamento e nessuno riesce a incanalarne il disagio, la disperazione. Se si riuscisse a trasformare il disagio esterno in una motivazione forte di convergenza di interessi con il mondo del lavoro… La CGIL ha elaborato importanti documenti (uno dei quali ho conosciuto grazie a “nessunoescluso” pubblicato nella pagina dedicata all’ambiente) che potrebbero essere la piattaforma per interventi di politica economica. Le idee non mancano, forse occorre più determinazione nella concretizzazione delle proposte, perché non trasformarle appunto in contenuti di lotta a difesa del posto di lavoro ? L’idea non è quella di portare la conflittualità sul territorio, ma di coinvolgere il territorio nella conflittualità del mondo del lavoro. Cercare alleanza direttamente con quella parte della popolazione disorientata dall’assenza di valori per i quali potrebbe valere di essere diversi. Certo sarebbe una fase transitoria, il sindacato non è un partito, ma il fatto è che stiamo tatraversando un fiume che, nel contempo, ci sta trascinando verso una foce ancora inesplorata e dove niente sarà come prima.Marina Scarpa