“put people first” “Noi la crisi non la paghiamo” “put people first – mettere le persone al primo posto” sono gli slogan più “gettonati” delle manifestazioni in corso in questi primi mesi dell’anno.Una moltitudine di lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, pensionati e pensionate, studenti che non accetta una uscita dalla crisi ancora a danno di questa parte della società, quella produttiva, quella che ha pagato finora ristrutturazioni, riduzione di orari, di stipendi, di diritti.Ma come far sì che l’insoddisfazione, la precarietà, la paura non si traduca in rivolta, in “atti estremi”, ma venga incanalata in giuste rivendicazioni collettive?Occorre forse ritornare ancora una volta alle origini del movimento operaio, alle lotte dei braccianti, ripercorrere contenuti, valori, progettualità delle leghe contadine ed operaie, ricostruire quel tessuto culturale, solidale e collettivo che ha dato origine al movimento sindacale europeo, ma in particolare a quello italiano.Oggi lo scontro in atto nel paese, con gli accordi separati sul modello contrattuale, con l’attacco al diritto di sciopero, con la negazione dello straordinario risultato democratico del referendum voluto dalla CGIL nei luoghi di lavoro e nelle piazze, mira esattamente a questo: a far sentire ognuno un po’ più solo, più precario, più indifeso.Ma questo clima di incertezza, precarietà e paura può generare risposte non controllabili, comportamenti disperati (quanti sono i suicidi di lavoratori mobbizzati, licenziati, precari? Nessuno si interroga, ma varrebbe la pena scavare nei numeri).Ed è proprio questo il cuore anche della manifestazione della CGIL del 4 aprile: tradurre il bisogno e l’incertezza individuale in rivendicazione collettiva, svolgere un ruolo di conflitto sociale – sì non bisogna avere paura di usare questa parola –, di rappresentanza dei bisogni di una parte fondamentale e bistrattata nel paese. Ridare fiducia e speranza, chiedere e rivendicare giustizia sociale. CISL e UIL dovrebbero riflettere…. Non è dalle calde sedi degli enti bilaterali che si potranno rappresentare gli interessi ed i bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici di questo paese. E la sinistra (quella che si reputa tale), per favore, batta un colpo, cominci a ritornare fra la gente, a discutere con loro. Occorre mettere in campo una proposta alternativa, nella quale si possano riconoscere le migliaia di lavoratori e lavoratrici che oggi hanno la CGIL come unico soggetto di rappresentanza.Ma anche la grande CGIL non può fare tutto da sola.
“put people first”
“put people first” “Noi la crisi non la paghiamo” “put people first – mettere le persone al primo posto” sono gli slogan più “gettonati” delle manifestazioni in corso in questi primi mesi dell’anno.Una moltitudine di lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, pensionati e pensionate, studenti che non accetta una uscita dalla crisi ancora a danno di questa parte della società, quella produttiva, quella che ha pagato finora ristrutturazioni, riduzione di orari, di stipendi, di diritti.Ma come far sì che l’insoddisfazione, la precarietà, la paura non si traduca in rivolta, in “atti estremi”, ma venga incanalata in giuste rivendicazioni collettive?Occorre forse ritornare ancora una volta alle origini del movimento operaio, alle lotte dei braccianti, ripercorrere contenuti, valori, progettualità delle leghe contadine ed operaie, ricostruire quel tessuto culturale, solidale e collettivo che ha dato origine al movimento sindacale europeo, ma in particolare a quello italiano.Oggi lo scontro in atto nel paese, con gli accordi separati sul modello contrattuale, con l’attacco al diritto di sciopero, con la negazione dello straordinario risultato democratico del referendum voluto dalla CGIL nei luoghi di lavoro e nelle piazze, mira esattamente a questo: a far sentire ognuno un po’ più solo, più precario, più indifeso.Ma questo clima di incertezza, precarietà e paura può generare risposte non controllabili, comportamenti disperati (quanti sono i suicidi di lavoratori mobbizzati, licenziati, precari? Nessuno si interroga, ma varrebbe la pena scavare nei numeri).Ed è proprio questo il cuore anche della manifestazione della CGIL del 4 aprile: tradurre il bisogno e l’incertezza individuale in rivendicazione collettiva, svolgere un ruolo di conflitto sociale – sì non bisogna avere paura di usare questa parola –, di rappresentanza dei bisogni di una parte fondamentale e bistrattata nel paese. Ridare fiducia e speranza, chiedere e rivendicare giustizia sociale. CISL e UIL dovrebbero riflettere…. Non è dalle calde sedi degli enti bilaterali che si potranno rappresentare gli interessi ed i bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici di questo paese. E la sinistra (quella che si reputa tale), per favore, batta un colpo, cominci a ritornare fra la gente, a discutere con loro. Occorre mettere in campo una proposta alternativa, nella quale si possano riconoscere le migliaia di lavoratori e lavoratrici che oggi hanno la CGIL come unico soggetto di rappresentanza.Ma anche la grande CGIL non può fare tutto da sola.