Quindi la Fiat è arrivata al dunque. Non vuole più il contratto nazionale di lavoro e, per questo, esce dalla Federmeccanica, l’organizzazione degli industriali che l’ha firmato. I lavoratori dell’azienda torinese, quelli che rimarranno dopo le annunciate delocalizzazioni, avranno uno statuto a parte. Lavoreranno con contratti e regole diverse da quelle di altri lavoratori della stessa categoria del loro paese. La decisione è stata presa, e senza retorica e senza paura di esagerare, la si può definire epocale. Essa chiude un ciclo e rovescia radicalmente quel che in quel ciclo era dato per certo e consolidato.Cioè un rapporto fra lavoratori e aziende fondato sulla diversità di interessi e sulla conflittualità. La congiunzione di questi in una trattativa nazionale e di categoria e, infine, l’accordo su regole che datori di lavoro e lavoratori dovevano rispettare. Un ruolo del sindacato di unificazione dei punti alti e dei punti deboli. Da oggi questo processo è cancellato, ogni fabbrica fa per sé, e, in questo quadro, l’esortazione del ministro Maurizio Sacconi a non fare scelte unilaterali appare rituale e inutile. Il dado è tratto.Vediamo dunque che cosa finisce davvero con la decisione di Marchionne di uscire dal quadro della nazione (perché di questo si tratta e non solo di peggiorare, magari anche gravemente, le condizioni di lavoro) per affermare l’extraterritorialità della Fiat, la sua decisione ad agire nel mondo globale, senza regole nazionali e senza radicamenti storici. Perché le scelte annunciate in sequenza dalla Fiat sul dove produrre, sul come e con quali contratti si tengono tutte e in modo organico.Intanto mi pare che si cancelli la stessa idea di conflittualità sociale, così come era emersa e si era affermata dalla nascita della civiltà industriale. Essa non è più fra due soggetti sociali: lavoratori o dipendenti e imprenditori o padroni all’interno di un mercato coincidente con lo spazio nazionale. E non è neppure - sia chiaro - la conflittualità, anch’essa regolata, fra diverse aziende di diversi paesi, denominata competizione. Oggi diventa quella fra lavoratori di un paese e quelli di un altro. Pomigliano contro la fabbrica polacca di Tichy, Mirafiori contro la Zastava serba. Quella conflittualità della globalizzazione che negli ultimi venti anni ha visto i lavoratori cinesi, grazie ai bassi salari e alle pessime condizioni di lavoro, prevalere sulle aziende italiane e spesso costringerle alla chiusura (mirabilmente descritta da Edoardo Nesi in Storia della mia gente) è stata portata alla luce, adottata e fatta propria dalla più grande azienda nazionale. Vince chi riduce di più il proprio salario e peggiora le proprie condizioni di lavoro. È questa la conflittualità della globalizzazione.Ma Marchionne cancella duramente, nei fatti e non con le esagerate, roboanti, ma spesso evidentemente propagandistiche, parole dei leghisti la stessa idea di nazione. È davvero ben strano ma nell’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia essa si frantuma non sul modo di celebrarla, sulle richieste di secessione, sull’inno di Mameli ma in modo ben più concreto e devastante sulle condizioni di chi lavora. Ci saranno dei lavoratori in questo paese che si troveranno a non far più parte della nazione, ma solo di un’azienda globalizzata e quindi fuori dal controllo delle regole di quel paese, fuori (in meglio o in peggio) dal rapporto di forze che imprese e sindacati esercitano nel contesto nazionale. Se si cancella il contratto nazionale chi lavora alla Fiat sarà meno italiano di altri lavoratori, diventerà non solo sfruttato ma un cittadino di serie b o -se si preferisce - smetterà di appartenere al suo paese nel momento in cui varcherà i cancelli dell’ azienda. Questo desta qualche preoccupazione ai tanti che hanno sollecitato la celebrazione dell’unità nazionale?C’è una terza dimensione che il manager della Fiat sfida e travalica ed è quella della politica. È evidente che quest’ultima è da molto tempo assente nel dibattito sulle scelte industriali e nel rapporto con l’azienda del Lingotto. Quanto è avvenuto con Termini Imerese prima e con Pomigliano dopo sta lì a dimostrarlo. Ma oggi essa appare davvero con drammatica evidenza. Il governo di un paese incapace di intervenire e di prevenire scelte industriali, come quelle della Fiat, di contrapporre fabbrica a fabbrica ha davvero rinunciato ad esercitare potere e responsabilità. Una opposizione (alla quale Marchionne era apparso come l’uomo del mercato dal volto umano) che di fronte alle decisioni del Lingotto non sa intromettersi anche pesantemente per pretendere un’immediata risposta dell’esecutivo mentre continua a concentrarsi su intercettazioni, cricche e associazioni segrete, non merita neppure di essere considerata opposizione. I sindacati incapaci da tempo di una politica unitaria e con Cisl e Uil, apprendisti stregoni del ridimensionamento del contratto nazionale, come degli accordi separati, sono spiazzati e con una strategia da ripensare. Se la Fiat, come è probabile, riuscirà nei suo intento sarà davvero difficile spiegare sia per le forze di maggioranza sia per quelle di opposizione chi e cosa vogliono rappresentare.Tutto questo, per quanto drammatico, ha un aspetto surreale. Siamo negli anni in cui la globalizzazione ha mostrato i suoi punti deboli e il mercato, dopo la crisi finanziaria del 2008 dalla quale le economie nazionale devono ancora riprendersi, si è presentato con tutti i suoi limiti. Ad esso che si era sviluppato negli anni dell’illusione liberista senza lacci e laccioli, molti stati nazionali hanno cercato di porre alcuni limiti e condizioni, non entrando necessariamente in conflitto con le strategie aziendali, ma cercando di indirizzarle e contenerle. Tanto più che tutte le strategie di uscita dalla crisi sono passate attraverso sostanziosi programmi di sostegno pubblici. L’Italia pare non aver capito nulla della lezione di questi anni. Pure il principale attore della politica economica nazionale Giulio Tremonti aveva tuonato contro il mercatismo e il fascino da esso esercitato su tanta parte dell’opinione pubblica. Anche quelle critiche si sono fermate ai cancelli di Lingotto?