Flavio Scutellà

conf.2


Conferenza stampa associazione “I nostri angeli”: basta con i casi di malasanità calabresedomenica 01 giugno 201420:49
di Angela Panzera – Dal dolore all’impegno. Il dolore di aver perso i propri figli, l’impegno costante per avere una sanità calabrese che ti cura e non ti uccide. È un urlo di disperazione quello di Alfonso e Maria Scutellà, Pino Ruscio e Felice Cabulliese, genitori rispettivamente di Flavio, Eva e Demetrio, tre presunti casi di malasanità calabrese, ma è anche un segnale di speranza. La speranza di avere giustizia e contemporaneamente di scuotere la coscienza sociale. Oggi infatti, si è tenuta la conferenza stampa dell’associazione nazionale “I nostri angeli onlus” composta da tutti i familiari di vittime della sanità. La conferenza è stata indetta sia per informare in merito alle proposte dell’associazione che per comunicare l’esito della sentenza emessa due giorni fa dalla Corte d’Appello reggina relativa alla vicenda di Flavio Scutellà, il ragazzo originario di Scido deceduto all’ospedale di Reggio Calabria, il 29 ottobre 2007, dopo tre giorni di coma. I giudici hanno condannato per il reato di omicidio colposo Antonio Leali e Pietro Tripodi alla pena di 1 anno e 8 mesi di reclusione, Giovanni Plateroti a 1 anno e 6 mesi di carcere e Francesca Leotta ad 1 anno di reclusione. Tutti i condannati sono i medici che prestavano servizio presso l’ospedale di Polistena. La Corte d’Appello reggina ha inoltre, confermato la condanna ad 1 anno e 8 mesi di reclusione per Antonio Leale mentre il neurochirurgo reggino Saverio Cipri è stato condannato alla pena di 1 anno e 6 mesi di carcere. Cipri fu assolto in primo grado insieme al collega Francesco Turiano, Giovanni Triolo e Carmelo Alampi, infermieri del 118 di Reggio Calabria, Francesco Morosini, medico di Cosenza e Giuseppe Mauro, di Catanzaro. Queste ultime assoluzioni sono state confermata dai giudici d’Appello. “ Per me questa è stata una sentenza soddisfacente – ha affermato Alfonso Scutellà- perché il Collegio giudicante ha valutato tutti gli atti processuali riuscendo a ribaltare il verdetto di primo grado dove invece, alcuni degli attori principali che hanno causato la morte di mio figlio erano riusciti ad uscire dalla maglia della giustizia. Il mio non è un accanimento nei confronti di nessuno, è solo senso di giustizia. Noi non siamo qua per accusare i medici, ma chiediamo che venga fatta «pulizia», come prevede la legge. Chi ha sbagliato deve pagare, non solo di fronte alle legge, ma anche di fronte ai cittadini. Chi operando ha ucciso deve essere allontanato dalle strutture pubbliche. I medici diligenti vanno tutelati, ma le mele marce devono andare via. È ora di dare una svolta; chi con il proprio comportamento privo di responsabilità ha causato la morte di persone innocenti non solo ha distrutto le nostre vite, ma ha anche affossato la nostra regione. In seguito alla morte di mio figlio Flavio è stata istituita nel 2007 una commissione d’inchiesta denominata Serra-Riccio, composta da medici del Ministero della Salute, da ispettori ministeriali, da magistrati, uomini delle forze dell’ordine e dall’Avvocatura dello Stato. Questa commissione ha sancito che i direttori generali, a fronte di casi accertati, devono prendere dei provvedimenti disciplinari così come previsto dall’articolo 36 dal contratto collettivo ovvero la sospensione cautelativa oppure il licenziamento del medico senza aspettare l’esito della magistratura. Noi ci siamo ritrovati più volte come associazione ad avere gli stessi sanitari imputati in diversi casi; questo perché non sono stati sollevati dall’incarico e hanno quindi continuato a lavorare.” Su questo aspetto ha preso successivamente la parola Pino Ruscio, padre di Eva la 16enne di Polia, deceduta il 5 dicembre del 2007 nel corso di un intervento di tracheotomia effettuato all’ospedale “Jazzolino” di Vibo Valentia per le complicazioni sorte in seguito ad un ascesso peritonsillare destro. Per la morte di Eva Ruscio recentemente sono stati condannati dalla Corte d’Appello di Vibo, in due diversi processi, l’anestesista Francesco Costa ad 1 anno e 4 mesi di reclusione e il primario del reparto di Otorinolaringoiatria Domenico Sorrentino ad un 1 anno di carcere insieme ai medici Francesco Morano e Giuseppe Suraci a 10 mesi di reclusione. I giudici d’Appello inoltre, hanno condannatol’otorino Gianluca Bava e l’anestesista Francesco Miceli, assolti invece in primo grado, pronunciando nei loro confronti una condanna a 10 mesi. Anche per loro l’accusa era omicidio colposo. “ Noi siamo qua oggi – ha affermato Pino Ruscio- per raccontare quello che ci è successo. Nonostante le condanne inflitte per il caso di mia figlia, i medici ritenuti colpevoli dai giudici stanno continuando a lavorare; c’è chi è andato a lavorare al Nord Italia e c’è chi nonostante la condanna ha ottenuto un avanzamento di carriera diventando addirittura vice primario all’ospedale di Lamezia Terme. Le condanne evidentemente non bastano; chi dirige le strutture sanitarie deve prendere provvedimenti”. Di proposte ha parlato invece, Maria Scutellà, madre di Flavio. “ Quello che è successo a noi potrebbe accadere a chiunque un domani. La nostra associazione vuole intraprendere un nuovo percorso istituendo un osservatorio permanente con le famiglie che sono state vittime della malasanità, ma anche offrendo un servizio per tutti i cittadini come ad esempio la digitalizzazione delle cartelle cliniche, evitando così che vengano manomesse o vadano perse, oppure la creazione di una banca dati consultabile da tutti dove vengono inserite le notizie professionale relative ai medici e a tutti gli operatori sanitari che prestano servizio nelle strutture pubbliche”. In chiusura ha preso la parola Felice Cabulliese, padre del giovane Demetrio di 29 anni deceduto all’ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo il 9 ottobre del 2007. La storia di Demetrio è diversa da tutte le altre perché nonostante le numerose denunce effettuate dalla famiglia, la Procura della Repubblica reggina ha richiesto e ottenuto l’archiviazione del caso. “Sono anni che chiedo alla Procura reggina di sentire il mio dolore; nessuno mi ha mai voluto ricevere. Mio figlio – ha dichiarato in conferenza stampa Felice Cabulliese- è stato ucciso neanche fosse stato un animale. L’ ho cresciuto per 29 anni con tutto l’amore che un padre può donare ad un figlio, ma a nessuno interessa. Ho fatto denunce su denunce, ma nulla; il caso è stato archiviato. Sono qui oggi per dire che anch’io voglio giustizia, giustizia per mio figlio che è entrato vivo in ospedale ed è uscito morto. Anche Demetrio è stato vittima della malasanità calabrese, anche Demetrio merita giustizia. Attraverso perizie, consulenze legali e mediche, più volte ho informato la magistratura, ma nulla. Nessuno ha pagato per quello che ha fatto”. Questo è quello che chiede Felice Cabulliese, una verità senza ombre che sia trasparente e non suscettibile di dubbi od omissioni. Perché dopo due autopsie e 7 anni di calvario giudiziario, lui è convinto che non si sia arrivati ad alcuna certezza inattaccabile. Lo stesso giudice per le indagini preliminari che la seconda volta respinse la richiesta di archiviazione presentata dal pm, rilevò che nessuno di medici che hanno avuto in cura Demetrio “ha dato seguito alle precise prescrizioni del primario per un monitoraggio degli organi e dell’attività cardiaca del paziente” e soprattutto che “i medici che hanno redatto la cartella clinica hanno dato luogo a gravissime omissioni”. Per questo i giudice ordinò al pm di indagare; fu individuato un nuovo perito e dopo vari rinvii, per l’ennesima volta, il caso però è stato definitivamente archiviato.