Mir Pace Mir....

Post N° 1549


AVVENTO 1) Avvento: il tempo liturgico che prepara il Natale e ci invita ad accogliere il Signore che nasce.Tempo di penitenza o tempo di gioia? La Chiesa ci chiama alla penitenza e i segni della liturgia lo sottolineano (il colore viola nei paramenti liturgici, le letture dell'Avvento, l'omissione della recita del Gloria): ma non potrebbe essere insieme anche un tempo di gioia? La gioia di chi attende la visita del Signore e il dono della comunione con lui?Le due dimensioni sono inscindibili: non si può ricevere con gioia se non il dono lun­gamente atteso, il dono che hai scoperto essere essenziale, insostituibile, unico.Questa presa di coscienza è il senso più vero della penitenza dell'Avvento.2) L'uomo che si è scoperto povero, debole, oppresso, malato, fragile, è l'uomo pronto a ricevere il dono: e il bambino che nasce a Betlem è il compimento di questa attesa.Ma, ad una riflessione più matura, allora la verità dell'Avvento è l'opposto di ciò che generalmente si pensa: non siamo noi ad attendere il Signore, è lui che attende noi. Il vero atteso dell'Avvento non è il Signore, ma piuttosto sono io con la mia storia, con la mia vita, con il mio carico di dolore e pena, con la mia speranza e la mia gioia. 3) Di qui il vero senso del Natale:è la gioia dell'incontro con Dio che viene,con un Dio che ci ha amati da sempre,che ci ha cercati da sempre,che si è messo in gioco al punto da entrarenel tempo e nella storia,uomo tra gli uomini.Ora, come duemila anni fa,giungerà ancora senza essere atteso,busserà ancora senza essere accolto,ci starà davanti senza essere riconosciuto,avrà fame, sete e freddo, e non troverà ristoro,nascerà ancora in una grotta…nascerà ancora fuori di casa…fuori della mia casa?    IL TEMPO DELL’ATTESA Il tempo dell'attesa è un tempo assai importante per l'uomo; sempre l'uomo attende qualcosa, sempre tende a superare la sua condizione presente, c'è sempre un domani pensato e sperato come risarcimento delle angustie dell'oggi. Si aspetta l'amore. Si aspetta la ricchezza, o almeno il benessere. Si aspetta un figlio. Si aspetta un lavoro. Si aspetta di poter lasciare la baracca, e avere una casa. Il malato aspetta di guarire. L'emigrante, l'esule, il soldato, di tornare, il carcerato di uscire. La prostituta aspetta di poter smettere il suo mestiere; lo schiavo, lo sfruttato, l'oppresso di essere liberato.Quando ogni attesa è delusa, quando non c'è più niente da aspettarsi dalla vita, è la fine. Quando non ci si può più aspettare un dono, un sollievo, una liberazione, un soccorso, un futuro, è la morte. [...]Così la desolazione maggiore è quella che viene dall'uomo, quella che viene quando ci si accorge che non ci si può aspettare più nulla dall'uomo.Ora la novità dell'Avvento consiste, per i cristiani, nel fatto che agli uomini è data un'attesa; ed è restituita anche a quelli che l'hanno perduta. Anzi, proprio gli uomini che non si aspettavano più nulla, sono i primi chiamati ad attendere un avvenimento nuovo. Se così non fosse, non si capirebbe perché la Bibbia proclami beata — in una società natalista come era quella ebraica di allora — la sterile che non partorisce; non si capirebbe perché proclami beati i senza speranza, i poveri e gli ultimi, perché sia stato promesso il paradiso al ladro che sulla croce non aspettava ormai che la morte.Questo avvenimento atteso, è Dio stesso che viene. Non il Dio fatto a immagine dei filosofi, che interessa sempre meno, non solo il “Dio che è”, dell'Antico Testamento, ma, come lo chiama l'Apocalisse di Giovanni, “Colui che era, che è e che viene” (Ap. 1,8).Per i cristiani il Dio che viene è Gesù; per questo l'Avvento si celebra in attesa del Natale.(R. La Valle, Dalla parte di Abele, Vicenza 1971, 273-274).   "SEI TU COLUI CHE VIENE O DOBBIAMO ASPETTARE UN ALTRO?"(Lc 7,20) Il Battista, in carcere per aver detto ad Erode la verità scomoda, manda i suoi discepoli da Gesù perché gli rivolgano una domanda fondamentale: "Sei tu 'colui che viene' o dobbiamo aspettare un altro?" Si tratta di una domanda problematica, o, perlomeno, sconcertante. "Colui che viene" è il titolo con cui si designava il Messia: e Giovanni, sulle rive del Giordano, al momento del battesimo, aveva presentato Gesù come il Messia, e lo aveva riconosciuto tale. E allora: perché questa domanda? Perché questo dub­bio?Il contesto del Vangelo è su questo punto abbastanza chiaro. L'immagine del Messia che il Bat­tista aveva predicato è profondamente diversa da quella che Gesù realizzava. Il Battista aveva annunziato un giudice che sarebbe venuto a mettere le cose a posto, a separare la pula dal grano, a deporre il grano nel granaio e a buttare la pula nel fuoco. Ora Gesù non fa niente di tutto ciò! Non compie azioni strepi­tose che lasciano tutti sconvolti; gli stessi suoi miracoli sono discreti e silenziosi, sono gesti di misericor­dia e di indulgenza, che esprimono il cuore di Dio nei confronti delle conseguenze del peccato e della debolezza umana.Ecco dunque il problema: fino a che Gesù non si presenta in pubblico, non vive in mezzo alla gente, e non dà l'avvio alla sua missione rivelando con crescente chiarezza la sua identità di Messia, sem­bra pacifico che la figura del Messia salvatore si identifichi con quella del Messia giudice: del re che ha il compito di giudicare e di fare giustizia, mettendo in salvo chi è stato davvero fedele e punendo dura­mente chi si è comportato male. Di qui lo sconcerto del Battista che identificava la prima venuta del Cristo con quella ultima che sarebbe avvenuta alla fine del mondo, nella parusia.Il Battista aveva capito la missione di Gesù come poteva comprenderla un uomo santo e illumi­nato, ma pur sempre un uomo con il carico di dubbi e di incertezze di ogni essere umano. La missione di Gesù è diversa: egli è il Messia della misericordia di Dio per ogni uomo povero, cieco, zoppo, lebbroso, sordo, bisognoso di verità e di salvezza. "Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziato il Vangelo. E beato è chiunque non sarà scandalizzato da me" (Lc 7,22-23; cf. Is 26,19). Ecco la novità che Gesù rivela al Battista: Il Messia non è il giudice che vince le battaglie o il Messia della logica umana, ma colui che viene per liberare l'uomo dal peccato e dall'impotenza che lo attanaglia. E' un Messia umile, sconfitto, imprigionato, messo a morte come uno schiavo. La sua vittoria passa, per quanto paradossale possa sembrare, attraverso il fallimento e la sconfitta. E solo così diviene vita, misericordia e risurrezione per tutti "coloro che non si saranno scandalizzati di lui".