Forza Paris

La vernaccia


Le origini del vitigno vernaccia coltivato nell’oristanese sono incerte: è certo però che un vino bianco liquoroso era esportato dalla Sardegna in Spagna già nel 1390. Le ipotesi sull’origine del nome sono diverse: la più attendibile la fa derivare da vernaculus, cioè "originario del luogo", autoctono. Anche perché que­sto vitigno non ha nulla in comune con le altre vernacce coltivate in Italia. L’area di produzione tradizionale riguarda la bassa valle del Tirso, su fertili terreni al­luvionali conosciuti come benaxi, dove i vignaioli locali ritengono si produca la Vernaccia migliore, ma si è poi estesa an­che in zone più elevate, su terreni argillosi e silicei, più asciutti, chiamati "gregori". Con l’allevamento ad alberello, ancora diffuso, le rese per ettaro raramente supe­rano i 50 quintali, mentre nei nuovi impian­ti si arriva anche a 80-90. Se il terreno, là zona e il clima sono fattori importanti per ogni vino, per là Vernaccia di Oristano bisogna aggiungere le fasi di lavorazione, affinamento e invecchiamen­to, che poco hanno a che fare con le co­muni pratiche enologiche. Dopo la pigia­tura il mosto fermenta in vasca o in grandi botti; fatti i primi travasi, passa in piccole botti di castagno dalle doghe sottili, un tempo costruite dai bottai di Santu Lussur­giu, sulle colline del Montiferru. Le botti sono tenute scolme per circa 1/10, che col tempo si riduce a 1/5 per la lenta eva­porazione dell’acqua contenuta nel vino (che diventa così molto più alcolico). Le cantine non sono, come di solito, locali seminterrati e freschi, ma costruzioni bas­se, ricoperte di cannicciato e tegole, con temperature estive abbastanza alte. In tali ambienti si creano le
condizioni per lo svi­luppo di un lievito (fior) che forma un velo sulla superficie del vino, favorendo i pro­cessi ossidativi che ne contraddistinguo­no la tipicità. Il processo produttivo assimila per certi versi la Vernaccia allo Jerez, cui lo acco­munano l’invecchiamento in botti scolme e la presenza della flor, anche se diverse sono storie, tradizioni e tecniche di vinifi­cazione. In comune c’è la particolarità di un patrimonio di cultura materiale che po­trebbe collocare la Vernaccia di Oristano nell’Olimpo dell’enologia mondiale. Della stessa ti­pologia sono il Nuragus di Cagliari e il Vermentino di Sardegna. Tra i vini da ta­vola c’è da segnalare il Sinis vivace da uve vernaccia e il Gregorius, uvaggio di nuragus, trebbiano e altre varietà locali, proposto anche nelle versioni spumante brut e rosato, quest’ultimo con piccole ag­giunte di monica, pascale di Cagliari e gregu nieddu. Prodotto anche con la de­nominazione Terralba, ha colore rubino carico, profumo vinoso, sapore asciutto, sapido e caldo e ben si abbina a carni al­la griglia, brasati e formaggi stagionati. In annate particolari regge bene un modera­to invecchìamento, ma è di solito da con­sumarsi entro i due anni. Infine il Niedde­ra, ottenuto dall’omonimo vitigno, anche questo autoctono e quasi abbandonato. Coltivato con il sistema tradizionale ad al­berello, le sue uve sono spesso utilizzate in uvaggio con varietà bianche per ottene­re freschi vini rosati.