Giovani e politica

Orvieto: il partito dei disperati


Quasi tutti sono scettici sulla nascita di un futuro Partito democratico formato dagli eredi del Pci e da quelli della sinistra Dc. Il seminario di Orvieto in cui ieri e venerdì si sono buttate le basi per questa impresa, viene visto con molto disincanto. Personalmente, sono convinto, invece, che si tenterà l'operazione. Certo, non vi saranno grandi e luminose visioni del futuro: la molla sarà la disperazione. I residui di grandi storie passate non sanno proprio più come sostituire il presente di pasticci e schifezze messo in campo di questi tempi da Romano Prodi.Presto si arriverà a una resa dei conti, e in quel momento gli esponenti della parte "responsabile" del centrosinistra dovranno fare qualcosa per evitare di rimanere sotto i calcinacci di una crisi che si annuncia di lungo periodo. La disperazione non è il miglio viatico per una nuova formazione ma in mancanza di meglio ci si arrangia. Il problema è bloccare la tendenza alla disgregazione di ogni formazione organizzata del centrosinistra: rutelliani contro mariniani, prodiani contro entrambi, dalemiani e fassiniani che si scambiano colpi bassi. E così via. Proseguire questo clima di rissa in una formazione più ampia avrà almeno un po' più di dignità: come succedeva con le diverse correnti della Dc.Sono interessanti i movimenti nei due partiti che si apprestano a "sposarsi". Nella Margherita, si riorganizza la corrente dei popolari per togliere spazio a Francesco Rutelli. Nei Ds si mettono in movimento i dalemiani (senza l'autorizzazione del capo, dicono ipocritamente: ma politici come Gianni Cuperlo o Giuseppe Calderola non fanno mosse senza consultarsi con il leader) per mettere ai margini Piero Fassino. Quest'ultimo è arrivato al punto più basso del suo prestigio. Qualche settimana fa, prima che una demenziale crisi della federazione milanese dei Ds esplodesse sui giornali, Fassino ha avuto un incontro con il presidente della Provincia milanese Filippo Penati e il segretario della Federazione, Franco Mirabelli. Questi due hanno violentemente litigato davanti a lui. Che ha concluso l'incontro invitandoli a cercare un punto d'accordo. Alla faccia del ruolo di direzione che spetterebbe a un leader nazionale. Ma ormai dappertutto le cose vanno così. Fassino aveva garantito a Prodi una certa comprensione dagli enti locali per la Finanziaria, poi però il dalemiano Leonardo Domenici, sindaco di Firenze e presidente dell'associazione nazionale dei comuni, ha incendiato le polveri. E uno dopo l'altro da Walter Veltroni a Sergio Cofferati si sono fatti un baffo delle garanzie fassiniane.Il nuovo Partito democratico sarà una brodaglia, ma almeno non è lo stato delle cose presenti, quel caos senza senso che avanza nella sinistra. Prodi mette a gran voce il suo cappello sull'operazione. Farebbe bene a fare attenzione a quel che si muove. I protagonisti delle ultime mosse, Franco Marini e Massimo D'Alema, non ritengono che l'attuale premier possa godere ancora a lungo di un grande ruolo politico. Ciriaco De Mita, ormai fuori dai giochi, dice ad alta voce quello che quasi tutti pensano nel centrosinistra: quella dei prodiani non è solo una setta, appare ormai un vero e proprio clan. Per un politico abituato a un uso filologico delle parole, la definizione ha un solo senso: quello dell'affarismo e del potere poco trasparente.Prodi con i suoi Rovati, Tononi, Costamagna e affini ormai ha assunto nella testa della maggioranza di Ds e margheritici questa immagine. E' un'esperienza da superare rapidamente persino ingoiandosi un Partito democratico. E poi, magari, un governo di transizione istituzionale.