Nell'ambito di un seminario Carlo Pelanda ha definito incompetente ed irresponsabile la politica economica del governo. Un economista governativo lo ha sfidato ad esplicitare cosa avrebbe fatto lui nelle, secondo costui, spaventose condizioni ereditate. Ci prendiamo il lusso di accettare anche noi questo invito perché chi critica deve dire esattamente cosa farebbe di diverso. Nel luglio del 2006 avremmo messo in priorità il cercare di evitare il declassamento del debito. Anche perché se questo si fosse combinato con la tendenza all'aumento dei tassi, annunciato dalla Bce, la sostenibilità del costo degli interessi sarebbe diventata difficile. Per riuscirci avremmo rilanciato un programma urgente di vendite o cartolarizzazioni del patrimonio pubblico per segnalare che c'era l'assoluta volontà di invertire la tendenza alla crescita del debito, abbattendone una pur piccola quantità. Non sarebbe bastato. Bisognava anche convincere il mercato che l'Italia sarebbe diventata capace di fare più Pil contenendo la spesa e quindi di destinare più "avanzo primario" annuo alla riduzione della montagna debitoria.In base alla priorità detta avremmo indicato nel Dpef che le tasse ed altri pesi depressivi non sarebbero aumentati nella successiva stesura della legge finanziaria. Saremmo stati abbastanza tranquilli nel fare così perché, in estate, stavano arrivando i dati che confermavano una crescita robusta e, soprattutto, un sorprendente aumento del gettito fiscale. Da questi dati, con un'appropriata simulazione, si poteva già inferire che la quantità di entrate complessive in più del previsto sarebbe stata, alla fine dell'anno, attorno ai 30 miliardi. Ora è stimata in circa 38. Avremmo comunicato questa anomalia positiva e calibrato la finanziaria in attesa della sua conferma. Con la ciccia in più, calcolabile già ad ottobre, avremmo affrontato con serenità la mazzata dovuta alla sentenza della Corte di giustizia europea in merito al regime Iva sulle auto aziendali, il problema di copertura della cassa urgente e quello di contenere il deficit sotto il 3%.In sintesi, sosteniamo che tale politica ci avrebbe forse salvato dal declassamento del debito, tenuto i conti quadrati, evitato tasse e reso lo sviluppo più credibile. In particolare, avremmo fatto di tutto per caricare di fiducia il ceto produttivo dandogli il motivo per investire di più nel futuro e consumare oggi. Classisti borghesi? No, avremmo applicato la teoria che "il mercato dà ricchezza e lo Stato garanzie", non viceversa, e che Pil e gettito crescenti sono le condizioni necessarie per servire gli interessi di tutti. Non avremmo certamente punito i contribuenti più attivi trattandoli come criminali e aumentando i loro carichi proprio nel momento in cui ci davano 2 punti e mezzo di Pil di gettito inaspettato. Avremmo ringraziato Tremonti per aver lasciato il giusto avvio di un buon contratto fiscale, minima disoccupazione, conti sostanzialmente in ordine e, anche se un governo la influenza poco, l'economia in crescita. Con ancora molto da fare, ma anche con molto già fatto pur negli anni sfortunati 2001-2004.Il governo Prodi, invece, ha inventato un buco che non c'era, ha alzato le tasse senza motivo se non quello di ingrassare sindacati e parassiti, ha varato misure depressive e repressive che minano la fiducia del mercato, altre inutilmente confusionarie come il trasferimento del Tfr, troppe contro un ceto e a favore di un altro. In particolare, non ha messo in priorità il debito e si è beccato il declassamento con grave danno per la credibilità ed i conti dell'Italia. Rispetterà almeno gli europarametri nel 2007? La Bce ha dichiarato che ce la farà, ma leggendo bene la valutazione si nota un forte dubbio. Inoltre, c'è una rampogna pesante, appunto, per la poca attenzione al debito. Proprio nell'anno in cui cresciamo del 2% ed il gettito è fantasmagorico l'Italia resta in condizioni marginali e dissestate, i protagonisti dello sviluppo vessati, i bisognosi sfiduciati. Dire incompetente e irresponsabile al governo non è un insulto, ma un fatto e speriamo di averlo argomentato.
Economia fischiata: fatti, non insulti
Nell'ambito di un seminario Carlo Pelanda ha definito incompetente ed irresponsabile la politica economica del governo. Un economista governativo lo ha sfidato ad esplicitare cosa avrebbe fatto lui nelle, secondo costui, spaventose condizioni ereditate. Ci prendiamo il lusso di accettare anche noi questo invito perché chi critica deve dire esattamente cosa farebbe di diverso. Nel luglio del 2006 avremmo messo in priorità il cercare di evitare il declassamento del debito. Anche perché se questo si fosse combinato con la tendenza all'aumento dei tassi, annunciato dalla Bce, la sostenibilità del costo degli interessi sarebbe diventata difficile. Per riuscirci avremmo rilanciato un programma urgente di vendite o cartolarizzazioni del patrimonio pubblico per segnalare che c'era l'assoluta volontà di invertire la tendenza alla crescita del debito, abbattendone una pur piccola quantità. Non sarebbe bastato. Bisognava anche convincere il mercato che l'Italia sarebbe diventata capace di fare più Pil contenendo la spesa e quindi di destinare più "avanzo primario" annuo alla riduzione della montagna debitoria.In base alla priorità detta avremmo indicato nel Dpef che le tasse ed altri pesi depressivi non sarebbero aumentati nella successiva stesura della legge finanziaria. Saremmo stati abbastanza tranquilli nel fare così perché, in estate, stavano arrivando i dati che confermavano una crescita robusta e, soprattutto, un sorprendente aumento del gettito fiscale. Da questi dati, con un'appropriata simulazione, si poteva già inferire che la quantità di entrate complessive in più del previsto sarebbe stata, alla fine dell'anno, attorno ai 30 miliardi. Ora è stimata in circa 38. Avremmo comunicato questa anomalia positiva e calibrato la finanziaria in attesa della sua conferma. Con la ciccia in più, calcolabile già ad ottobre, avremmo affrontato con serenità la mazzata dovuta alla sentenza della Corte di giustizia europea in merito al regime Iva sulle auto aziendali, il problema di copertura della cassa urgente e quello di contenere il deficit sotto il 3%.In sintesi, sosteniamo che tale politica ci avrebbe forse salvato dal declassamento del debito, tenuto i conti quadrati, evitato tasse e reso lo sviluppo più credibile. In particolare, avremmo fatto di tutto per caricare di fiducia il ceto produttivo dandogli il motivo per investire di più nel futuro e consumare oggi. Classisti borghesi? No, avremmo applicato la teoria che "il mercato dà ricchezza e lo Stato garanzie", non viceversa, e che Pil e gettito crescenti sono le condizioni necessarie per servire gli interessi di tutti. Non avremmo certamente punito i contribuenti più attivi trattandoli come criminali e aumentando i loro carichi proprio nel momento in cui ci davano 2 punti e mezzo di Pil di gettito inaspettato. Avremmo ringraziato Tremonti per aver lasciato il giusto avvio di un buon contratto fiscale, minima disoccupazione, conti sostanzialmente in ordine e, anche se un governo la influenza poco, l'economia in crescita. Con ancora molto da fare, ma anche con molto già fatto pur negli anni sfortunati 2001-2004.Il governo Prodi, invece, ha inventato un buco che non c'era, ha alzato le tasse senza motivo se non quello di ingrassare sindacati e parassiti, ha varato misure depressive e repressive che minano la fiducia del mercato, altre inutilmente confusionarie come il trasferimento del Tfr, troppe contro un ceto e a favore di un altro. In particolare, non ha messo in priorità il debito e si è beccato il declassamento con grave danno per la credibilità ed i conti dell'Italia. Rispetterà almeno gli europarametri nel 2007? La Bce ha dichiarato che ce la farà, ma leggendo bene la valutazione si nota un forte dubbio. Inoltre, c'è una rampogna pesante, appunto, per la poca attenzione al debito. Proprio nell'anno in cui cresciamo del 2% ed il gettito è fantasmagorico l'Italia resta in condizioni marginali e dissestate, i protagonisti dello sviluppo vessati, i bisognosi sfiduciati. Dire incompetente e irresponsabile al governo non è un insulto, ma un fatto e speriamo di averlo argomentato.