Creato da moog58m il 26/09/2007
FINIAMOLA DI MAGNIFICARE E GLORIFICARE NAPOLI

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« A che punto è giunta NapoliQualche parola su di me. »

Mi spiego.

Post n°2 pubblicato il 01 Ottobre 2007 da moog58m
 

Visto che molti sembrano non capire di cosa io stia parlando in concreto, mi spiego meglio.

Quì NON STO PARLANDO AFFATTO dei soliti stereotipi su Napoli o dei noti difetti tipici dei napoletani (tipo la pigrizia, l'indisciplinatezza, la leggerezza, l'incorreggibilità,  la delinquenza, ecc.). Quì  STO PARLANDO DI TUTT'ALTRE COSE.

Parlo, forse per primo, di fatti di cui non si parla mai e che non sono ancora entrati nell'immagine pubblicamente accreditata della città perchè ancora non si sanno.

Mi riferisco ad un costume molto recente, che è figlio di quel costume vecchio e vi si è aggiunto (non sostituito); è figlio anche della crisi di valori che sta attraversando tutto il mondo occidentale, e di quella cattiveria feroce (e mancanza di valori, ancora) mostrata e resa come naturale in certi videogiochi e nei thrillers americani delle ultime generazioni, quelli a base di parolacce, sesso, effetti speciali e violenza raccapricciante; è diffuso in maniera capillare nella città, ed è fatto di vigliaccheria bella e buona, di cattiveria marcia, intenzionale e pompata al massimo, di meschinità fin nelle piccole cose, di mancanza di rispetto intenzionale ed onnipresente, di mancanza di cervello, di affidabilità e di coscienza, e di insaziabile voglia di provocare, di ferire e di irritare il prossimo senza motivo. E questo assolutamente non con spirito goliardico, come invece vorrebbero mistificare alcuni.

Degli esempii concreti? Uno cammina per strada o sta entrando in un luogo pubblico, e passa davanti ad, o incrocia, un gruppo di persone, di solito giovani e di solito sconosciuti, uno (o più) dei quali, sempre senza un motivo logico:

urla improvvisamente in direzione del passante, di solito mentre quello si allontana, e quindi alle sue spalle, delle bestialità tipo: "lota" (l'espressione più diffusa), "'sta chiavica", "l'azzeccato", "immondizia", "bastardo", "uomo di merda", "tieni le corna", "muori!", "io ti levo la testa, hai capito?", ecc.;

oppure, parlando con uno dei suoi amici, introduce nel discorso una delle suddette espressioni, riferita però non all'amico con cui parla, ma all'"interessato" che sta passando lì vicino, facendo in modo (con la divertita complicità del degno amico) che quello la senta e ci faccia caso dopo qualche secondo, senza però poter mai dimostrare che fosse riferita a lui;

oppure, dice o grida in direzione dell'"interessato" qualcuna ancora delle suddette espressioni, mentre questi o lui stesso sta entrando in un ingresso o sta svoltando un angolo; oppure lo fa stando dietro una porta o dietro un angolo; oppure (spesso) lo fa stando dall'altro lato della strada;

oppure, un tizio su di un motorino o una moto, di solito con un passeggero, urla ad un passante qualcuna sempre di quelle espressioni, sfrecciando via.

Tutto lo scopo di ciò: "intossicare" quanto più possibile un malcapitato, possibilmente anche scuotendogli i nervi o terrorizzandolo con un improvviso urlo bestiale.
E perchè? Perchè si tratta di individui deboli che hanno bisogno di far sentire gli altri peggio di come sono loro, per potersi sentire bravi e per veder così  la loro debolezza e la loro piccineria più che compensate.

Adesso a Napoli questo è esattamente il modo di rapportarsi agli altri.
E ormai non basta più, in questi casi, ignorare nobilmente il meschino e tirare dritto come si fa con gli scemi, per il semplice motivo che tanto è così dappertutto, sia per strada che nei luoghi pubblici, e questi episodii avvengono  quotidianamente e continuamente, e a farlo non è  "qualcuno", "certi", "quelli", "loro", ma è proprio la gente, non solo giovani, non solo di ceto basso, e non solo maschi. (Ed ho visto che oramai anche nei luoghi di lavoro, fra lavoratori, sono entrati comportamenti simili a questi).

Il bersaglio di queste varie meschinità e vigliaccate è proprio il prossimo in generale, però in modo particolare chi risulta soggettivamente antipatico, come aspetto, o per qualunque altro motivo.
A Napoli il provare antipatia per qualcuno ha sempre costituito un "legittimo" motivo di odio, ed una ragione per fargli vigliaccate e cattiverie.
Altri elementi che facilmente attirano odio possono essere: il voler rispettare le regole etiche o civili, l'avere un atteggiamento serio o discreto, o un'handicap fisico o mentale, o un forte svantaggio sociale o economico, o una debolezza caratteriale, o un'incapacità a difendersi per una qualunque ragione, anche pratica, o una diversità valoriale, caratteriale, estetica o a qualunque altro titolo, specialmente se collegata con un'idea vera o presunta di debolezza od incapacità.

Poi stan diventando sempre più frequenti gli episodii in cui un bambino o un ragazzino per strada umilia o provoca un passante adulto, ben sapendo di essere giuridicamente al sicuro in quanto minorenne, e sapendo i suoi genitori pronti all'occorrenza a scendere subito in campo al suo fianco, magari anche usando le mani, contro il malcapitato.

Se pur molto raro, è anche possibile che un tizio che cammina per strada o è fermo ad una fermata riceva uno sputo in testa o in faccia da una macchina di ragazzi che gli passa vicino (questa usanza però è abbastanza vecchia, non è una novità).

Chi fa qualcuna di queste cose finge di non sapere che fare ciò significa essere lo schifo, significa non essere un uomo, significa qualificarsi per un essere abbietto ed un povero idiota; ed invece si ritiene confermato nel suo valore e nella sua riuscita personale, dal fatto di essere semplicemente come gli altri: cioè "come si può e si deve essere", normalmente, giustamente e tranquillamente. Perchè adesso è proprio la gente che è così.

In tutto questo quadro è fortemente strumentale l'immagine di Napoli tanto splendida quanto falsa che i napoletani costruiscono e propagandano: è ovvio che non ci si potrebbe comportare più in quel modo (descritto sopra) in santa pace, se si vivesse in una cultura che additi chi lo faccia, lo denunci come vigliacco e come degradazione umana, e lo tenga come esempio negativo e da evitare.
Invece a Napoli si vive in una cultura che a proposito della città e della gente parla di grandi meriti, di valori culturali, di valori umani, di paesaggi splendidi, di unicità, di grandezza, di capitale del Mediterraneo, di gente simpatica e di grande fortuna di vivere lì, e che di proposito evita accuratamente di parlare di quello schifo che ho descritto. E noto che quanto più si inasprisce questo degrado umano e sociale, tanto più altisonanti diventano
le espressioni autocelebrative che i napoletani usano per loro stessi e la città. Non è un puro caso.

Questo costume a cui là sono giunti è stato prodotto: da certi caratteri di stupidità e meschinità storiche dei napoletani; dal clima di trasgressione generale che c'è nella società, dai messaggi negativi e dai disvalori propagandati dalla moda, dalla pubblicità, dalla musica commerciale, dal cinema e dalle fictions, e dalla diffusa sensazione di impunità quasi garantita; ed è permesso da quell'immagine di Napoli falsa e stereotipata, ora più estrema che mai ed ora più pompata che mai da tutto e da tutti, che i napoletani vogliono darsi e vogliono dare; ed è permesso anche dall'abitudine dei napoletani di accettare qualunque novità in maniera completamente acritica e di adeguarsi "senza farsi problemi", assumendolo prontamente come proprio, a qualunque costume nuovo e qualunque andazzo negativo diffuso, per quanto abominevole, per quanto disgustoso, per quanto degradante.

A Napoli questa è l'epoca dei non-uomini  (nel senso di "vigliacchi") e dei senza-cervello.

Ecco com'è la "città più bella del mondo".

Aggiungo un'ultima sintesi: i napoletani (ed è sottinteso che parlo in generale), al tempo stesso vogliono essere quanto più fetenti è possibile e passare quanto più è possibile per soltanto buoni e simpatici, compiacendosi poi di questa riuscita mistificazione;  vogliono incarnare al massimo lo schifo, facendo però passare questo fatto sotto silenzio quanto meglio è possibile; c'è una separazione totale, o come si usa dire, una "schizofrenia", fra ciò che vogliono essere nella realtà, e ciò che vogliono essere nella considerazione della gente, dentro e fuori Napoli.

 
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