Creato da lukyll il 19/08/2008
GIRO INTORNO AL MONDO IN BARCA A VELA
 

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ISOLE MARCHESI - TAHUATA

Post n°94 pubblicato il 02 Maggio 2010 da lukyll
Foto di lukyll

 

30 Aprile    Isola di Tahuata  -  Marchesi

 

Un pomeriggio abbiamo deciso di andare a visitare il villaggio vicino, Omoa, e ci siamo fatti accompagnare da un pescatore con il suo barchino dato che il gommone è troppo piccolo per un tragitto relativamente lungo. Il paese si è rivelato al solito pulito, ordinato, con la chiesetta in primo piano. Ha cominciato subito a piovere e ci siamo rifugiati nell’unico chiamiamolo “ristorantino” disponibile. Un tavolo all’aperto dove una giovane signora tagliava a pezzettini il pollo e lo passava alla cucina che abbiamo solo intravisto e subito abbiamo volto lo sguardo altrove! Per 3 euro ci ha dato mezza baghette con pollo fritto, patate fritte e tanto salsa dolce al pomodoro. Per niente buono, secondo me, per gli altri discreto. La fame !!! Da bere aranciata concentrata diluita da loro, con la loro acqua! Dolcissimo, io l’ho ulteriormente diluito, poco gradevole ma la sete è sete! Continuava a spiovizzicare  e solo Fabio ed io siamo andati a vedere i petroglifi, incisioni antiche su roccia, gli altri si sono avviati per il ritorno. Ci ha accompagnati in mezzo alla foresta un ragazzone di 15 anni non troppo normale al quale alla fine ho donato un dollaro e contento lo faceva vedere a tutti quelli che incontrava.

Le incisioni sono su di un grande masso nero e levigato dal tempo. L’animale più bello inciso è una balena con il suo balenottere, realistica, un po’ naif, ma suggestiva. Poi un delfino, degli altri segni che dicono siano degli dei e degli esseri umani stilizzati. Dalla guida sembrava chissà che cosa! 

Al ritorno gli amici non c’erano, erano già partiti con il pescatore che però è riapparso poco dopo e ci ha caricati. In barca aveva del pesce appena pescato, un tonnetto ed un barracuda dai denti aguzzi. Ci ha detto che gli altri avevano comprato un pesce per la cena. Buona idea! Ho chiesto se era buono e lui ridendo, ridono sempre questi indigeni, e toccandosi la pancia ha fatto capire che era squisito. Alla sera ceniamo, pesce al forno, ed in effetti era proprio buono.  Ne è avanzato anche per il giorno dopo e lo abbiamo mangiato insieme a del riso, come insalata a pranzo. Il resto nel sugo per la pasta asciutta serale.

La mattina ci alziamo ed il comandante chiede come abbiamo passato la notte aggiungendo che lui l’ha praticamente trascorsa al bagno. Giovanni due volte specificando, da buon ingegnere, anche le ore: alle 5 ed alle 7.  Io una volta alle 6. Fabio e Cesare più volte anche loro. Abbiamo incolpato la signora dei panini e soprattutto l’acqua con la quale ha diluito il concentrato di aranciata. Pazienza, ci siamo ripuliti l’intestino! Ma oltre a questo avevamo una notevole stanchezza fisica che non era tanto spiegabile. Ma! Passerà!  Invece non è passata per niente. Giuseppe ha dormicchiato tutto il giorno e così gli altri, in più aveva grande fiacchezza nelle gambe, spossatezza e cosa strana quando beveva acqua fredda gli pizzicava la lingua e tutta la bocca. così un po’  a  tutti noi.

La mattina dopo il comandante domanda come abbiamo passato la notte. Lui ancora al bagno ed esclama che ha scoperto la causa del malessere. Evidentemente oltre agli sforzi intestinali ha sforzato anche le meningi e si è ricordato di questa strana malattia tropicale. La Ciguatera. E che è??!!   Tira fuori un librone, Current Therapy, 56° edizione. Sfoglia e cerca questa malattia ed alla fine legge e ci spiega: del plancton contenente delle tossine che si forma nei mari tropicali sugli scogli e la barriera corallina viene mangiato dai pesciolini e trattenuto dalle alghe, sempre cibo dei pesciolini. I pesci più grossi mangiano i pesciolini e nel loro organismo si concentra. E così via. Poi ci sono i cretini come noi che mangiamo il pesce grosso e si ingurgitano tutte queste tossine. Sintomi: diarrea, stanchezza, pizzicore agli arti, bruciore alla bocca: tutto coincide con i nostri sintomi. Ci guardiamo e chiediamo di andare avanti nella lettura con la speranza che la malattia non sia grave! C’è anche il pericolo di morte e non ci sono medicine che la curano. Ormai sono passati 2 giorni e la morte è da escludere ma quando si guarirà e come si può fare? Leggendo si capisce che occorre del tempo, la tossina si deposita sul grasso dei nervi e da questi sintomi. Mentre scrivo sento ancora il pizzicore alle palme delle mani e dei piedi, non faccio altro che grattarmi mani e strusciare i piedi contro le cime.

Nel frattempo abbiamo cambiato isola, siamo a Tahuata. Visitiamo il paese ma non dice molto a parte una grande e moderna chiesa inaugurata con grande pompa qualche anno fa e con una bella vetrata a colori con i temi della natura del luogo. L’isola è famosa anche per i tatuaggi e proprio qui c’è il più famoso artista, un certo Felix. Chiediamo al proprietario del minimarket, un francese che ha minimarket in tutte le colonie francesi, perfino in Marocco, che gentilmente ci accompagna con il suo fuoristrada. Arrivati non ci fa scendere, prima domanda a Felix che acconsente mentre si siede sugli scalini del porticato. Basso, grosso, silenzioso, non parla ma annuisce solo a quello che il francese dice. Vuol sapere chi vuole farsi il tatuaggio, cosa e dove lo vuole, osserva attentamente Cesare, il richiedente e finalmente acconsente. Appuntamento per le 8 della mattina dopo. Si risale e si ritorna al villaggio. La mattina dopo Cesare va a farsi il tatuaggio e ritorna alle 11 tutto contento. E’ bellissimo, c’è il simbolo di Hiro, il dio del mare ed altri girigogoli di cui non vuole spiegarci il significato. Probabilmente non lo ha capito nemmeno lui dato che non parla il francese come Felix. In effetti è bello all’inizio della schiena, dopo il collo, un cerchio con disegni tipici polinesiani.

Il pomeriggio  andiamo con la barca in un villaggio vicino che la guida dice essere famoso per le sculture su osso. Arriviamo e a dei pescatori chiediamo se conoscono la malattia Ciguatera. Naturalmente la conoscono e dato che chiediamo informazioni dettagliate ci inviano da Milton, credo l’infermiere del villaggio. Naturalmente la sua abitazione è dall’altra parte del paesino e finalmente troviamo la moglie intenta a suonare la chitarra seduta nel pavimento. Ci accompagna dal marito che stava per iniziare il catechismo. Sempre tutti molto sorridenti! Anche troppo tanto che non si capisce se è loro costume o se prendono in giro. Domandiamo se la Ciguatera è mortale e ridendo a 36 denti ci dice di si ma sporadicamente. Giuseppe, da buon medico spiega i sintomi che abbiamo avuto e che tutt’ora abbiamo e Milton conferma la diagnosi. Quale medicina possiamo prendere? Meno male che c’è Milton, ci pensa lui! Dice alla moglie di prendere delle noci di cocco verdi e poi si dirige sotto un albero per raccogliere dei frutti che sembrano secchi. Li scortica, prende la parte centrale e dice di grattarli, strizzare 5 gocce nel latte di cocco verde e di berlo. Ma attenzione non una goccia in più perché il seme è tossico.  Io ho dei dubbi, domando a Giuseppe se è il caso di fidarsi, in fondo per un po’ di prurito, passera… , ma Lui dice di fidarsi e prenderà la medicina. E così tutti. Mi adeguo anch’io, Milton, nonostante sorrida molto, sembra persona seria. Andiamo a casa sua, stiamo fuori mentre la moglie con il macete taglia le noci di cocco ed il marito grattugia il frutto di “Houtu”, così ha detto, lo mette in un fazzolettino e girandolo ne lascia cadere cinque gocce nel bicchiere con il latte di cocco. Beviamo tutti il beverone, io sono il quarto. Prima di me nessuno ha accusato sintomi strani. Fra tre giorni tutto è passato! Ci assicura ma non dovete mangiare uova, pesce e carne. Ok.

Oggi è il terzo giorno ed in effetti stiamo tutti meglio. Sarà stata la medicina di Milton da noi ormai chiamato lo “sciamano” o sarebbe passata lo stesso dopo tre giorni perché presa in forma lieve? Chi lo può sapere?! Il francese del minimarket ci ha consigliato di non mangiare nessun pesce per un anno. La cosa ci ha molto rattristato. Ho consigliato Giuseppe di sentire all’ospedale di Hiva’Oa, quando la raggiungeremo, per avere informazioni più scientifiche!

 Ultimo aggiornamento dal medico dell'ospedale: malattia senza cura, passerà ....! con il tempo ...! senza proteine animali per 10 giorni, cioè senza carne né pesce né uova. Giuseppe dice che è meglio riprendere a mangiare carne solo dopo 3-4 giorni dalla fine dei sintomi. I quali ancora persistono specialmente per Fabio, Cesare e Giuseppe. Io ho solo un leggero pizzicore alle piante dei piedi e delle mani dopo cena.

 

 
 
 

ISOLE MARCHESI - FATU HVA

Post n°93 pubblicato il 02 Maggio 2010 da lukyll
Foto di lukyll

 

 27 Aprile       Fatu Hiva -   Isole Marchesi

 

Da lontano l’isola si vede irta, con le montagne sempre ricoperte di nuvole che corrono veloci, le cime sono seghettate e molto scoscese dalle vette scendono ripidi  contrafforti separati da profonde valli in parte verdi di vegetazione in parte grigio scure di rocce laviche.

Segno che anche queste sono isole di recente formazione e comunque vulcaniche.

Siamo diretti alla Baia delle Vergini, così detta perché sono presenti dei torrioni di roccia che sembrano dei falli e gli indigeni l’avevano chiamata “ isola delle verghe”. Ma i missionari spagnoli non potevano permettere tanta volgarità e hanno aggiunto una i alla parola Verges che è diventata Vierges cioè vergine. Non mi sembra lo stesso molto appropriato questo nuovo nome ma contenti i missionari ….!

La baia è dietro l’isola e dobbiamo circumnavigarla per una buona parte. Ma quando arriviamo lo spettacolo è veramente affascinante e suggestivo. In un verde profondo della foresta che ricopre le montagne che si ergono quasi verticalmente dietro alla baia, come fosse uno scenario, seghettate in cima e sempre con grigie nuvole che gli scorrono sopra e qualche volte ne ricoprono le vette, appaiono una serie di pinnacoli o torrioni di roccia, grigie scure della roccia lavica o dove sono ricoperte di erba, quando illuminate da qualche sporadico raggio di sole, brillano di un verde tenero e smeraldino che contrasta con le cupe nuvole grigio scuro. Il mare è di colore blu cobalto anche quando il cielo è nuvoloso, bellissimo.

Erano già presenti più di dieci barche che con i loro scafi bianchi si stagliavano contro il verde cupo della foresta.

Sistemata a dovere la barca abbiamo pranzato ed il pomeriggio siamo andati al villaggio con il tender. Sulla spiaggia c’è un campo da pallavolo e molti giovani e adulti del luogo giocavano insieme a qualche navigatore di passaggio che, dopo 15-20 giorni di crociera, era ben felice di sgranchirsi le gambe. I marchesani erano molto bravi ed anche le donne nonostante quasi tutte fossero in sovrappeso. Molti altri stavano a guardare. E così tutti i pomeriggi dopo il lavoro non mancava la partita di pallavolo fino all’ora del tramonto. Unico svago collettivo presente nell’isola. Poi la messa nella vicina chiesa ma in questo caso la partecipazione era molto più bassa. La chiesa ovviamente piccola, col le finestre e porte sempre aperte e con dei crocefissi dalle sembianze Maori o comunque indigene.

L’abitato si estende lungo la strada che porta al villaggio vicino, a 17 km di distanza. Case con i tetti di lamiera, pannelli di legno per pareti e tutte sollevate da terra di almeno mezzo metro con dei piloni in cemento. Questo perché se arriva un tifone non le fa esplodere in quanto la pressione dell’aria da una parte della casa si equipara a quello della parte opposta tramite il passaggio sotto la casa. Giardini ordinati, qualche gallina, cani e gatti, piante di pompelmo meravigliose con frutti enormi, come meloni,  squisiti.  Passando abbiamo urtato casualmente un albero e sono caduti dei frutti che sono stati prontamente infilati negli zaini per essere mangiati in barca. Ottimi, dissetanti e ricchi di vitamina C di cui tutti abbiamo bisogno specialmente dopo 15 giorni di traversata senza frutta e verdure fresche. Caschi di banane appese fuori, spesso proprio sulla strada, alberi del pane ed altre piante da frutto a me sconosciute. La popolazione è gentile ed abituata agli stranieri. Una signora, Desiré, ci ha invitati per una cena tipica marchesana nella sua casa, naturalmente per 15 euro a testa. Pollo al cocco e maiale alla papaia, frutti dell’albero del pane lessati o alla griglia, pesce alla brace, banane e pompelmo, tutto abbastanza buono. Abbiamo dovuto liberare il tavolo alla svelta perché dopo di noi doveva cenare una coppia di  inglesi con tre figli al seguito.

A proposito, ho notato in questo viaggio che gli equipaggi sono formati anche da famiglie con figli piccoli al seguito. Una coppia di Norvegesi, di Oslo, hanno un figlio di otto mesi ed è salito in barca tre giorni dopo la nascita. La signora poi ne aspetta un altro, andrà a casa fra un mese ed appena partorito tornerà a finire il giro del mondo.

Nelle irte pendici delle montagne vediamo delle capre con i piccoli che, nemmeno a farlo apposta vanno a brucare nei posti più scoscesi e pericolosi, che l’erba sia migliore in quei posti?!!  Ci sono anche maiali selvatici o cinghiali nella foresta tanto è vero che la prima cosa che ci hanno chiesto sono state le cartucce. Naturalmente non capivamo ma poi ce lo hanno spiegato, per cacciare quegli animali. La legge vieta il possesso di armi ma tutti ce l’hanno solo che non possono comprare le cartucce. Un bene molto ricercato, data la notoria bontà del cinghiale e del capretto!

Vita tranquilla, senza stress, alla tv una sera davano Perry Mason, l’avvocato, roba di 50 anni fa, nessuna violenza e tutto relax.

Purtroppo ho notato diversi bambini down ed altri con problemi caratteriali, probabilmente a causa di matrimoni tra consanguinei.

Abbiamo gettato in acqua vicino agli scogli una nassa trovata alle Galapagos con del cocco dentro per pescare aragoste. Nonostante la luna piena non abbiamo pescato niente!

 

 

 
 
 

TRAVERSATA OCEANO PACIFICO

Post n°92 pubblicato il 02 Maggio 2010 da lukyll
Foto di lukyll

08-22 Aprile       Traversata dell’Oceano Pacifico: Galapagos – Marchesi

 

Partiti all’una circa dell’8 aprile da Puerto Ayora dell’isola di Santa Cruz, arcipelago delle Galapagos. Un’ora di motore per uscire dalla baia e tre ore nella notte successiva per scarsità di vento, poi, con l’arrivo deciso dell’aliseo, sempre a vele spiegate. Il motore verrà acceso di nuovo nei pressi della Baia delle Vergini nell’isola di Fatu Hiva, arcipelago delle Marchesi. Tutta la navigazione è stata quindi svolta a vela e con un vento che oscillava tra i 15 ed i 20 nodi. Abbiamo impiegato 15 giorni per percorrere le tremila miglia che ci separavano dalle Marchesi, ad una media di 200 miglia al giorno e di 8,2 nodi.

Avevamo fatto una specie di scommessa a chi indovinava la data e l’ora dell’arrivo. Ha vinto Giuseppe, il comandante, indovinando esattamente il giorno, il 22, secondo io avendo indicato il giorno 24, poi Cesare e gli altri.

La navigazione è stata ideale, buon vento, solo due o tre volte abbiamo dovuto prendere una mano di terzaroli soprattutto per una maggiore sicurezza e per una navigazione più confortevole. I primi giorni è stato issato il gennaker ma dato che si intravedevano dei forellini in un punto è stato pensato di ammainarlo prima che il vento lo rompesse definitivamente e sostituito con lo spinnaker. Visto che poi la velocità con randa e genoa era di poco inferiore e maggiore la sicurezza, considerando anche che il vento era in continuo aumento, è stato deciso di ammainare  lo spinnaker. L’andatura è stata sempre al lasco. Per fortuna l’onda non ci ha infastidito più di tanto facendo rollare l’imbarcazione e di conseguenza la vita a bordo è stata soddisfacente. Il che vuol dire che abbiamo potuto cucinare la pasta quando lo volevamo.

I turni di guardia sono stati tranquilli, 2 ore di notte, e 2 di giorno, per il resto qualcuno in coperta in mattinata c’era sempre. Io avevo il turno dalle 24 alle 2 e poi dalle 14 alle 16. Turni fissi per cui una volta abituati a svegliarci a quell’ora è stato facile mantenere il ritmo.

La notte non faceva freddo e stavo quasi sempre in maglina, solo poche volte ho indossato un leggero giubbotto. Le due ore notturne le trascorrevo guardando le stelle e poi  la scia luminosa che lasciava la barca dovuta alla fosforescenza del plancton smosso dal moto della barca. La scia era tutta luminosa ed alle volte si formavano dei bagliori più grandi che illuminavano la poppa. Si notavano anche nella schiuma laterale dei punti luminosi come delle stelline molto persistenti.

Per fortuna ha piovuto solo raramente e per pochi minuti nonostante si vedessero in giro dei bei temporali.

Solo che l’acqua è entrata in cabina a causa di un’onda più ripida che sbattendo nella prua ha sollevato molta acqua che ha lavato la coperta è penetrata nella cabina dall’oblo socchiuso ed ha bagnato lenzuola e materassi di tutte e due le cabine di prua. Asciugare le lenzuola, il coprimaterasso ed il materasso è stato duro. Prima li ho lavati con l’acqua potabile poi stesi al vento. Per fortuna si sono asciugati abbastanza ma non il materasso per cui la notte ho steso su di esso due sacchi grandi per l’immondizia per stare all’asciutto. Il problema è stato che con  quelli scivolavo continuamente in qua ed in là dato che la barca rollava ….. non è stato un gran dormire!!!!

La giornate trascorrevano con un ritmo lento, colazione e lettura, pranzo e lettura,aperitivo e cena, rhum con cioccolata, due chiacchiere e a letto. Solo un pomeriggio ci siamo stesi nei divani e vedere un film su dvd, “fuga a mezzanotte”. In compenso mi sono letto “L’origine della specie” di Darwin, un po’ pesante in alcuni capitoli ma interessante e sicuramente rivoluzionario, una pietra miliare nella storia della scienza. Poi ho letto “Un altro giro di giostra” ultimo libro di Tiziano Terziani. Anche questo bello ed interessante, mette a confronto la cultura occidentale e quella orientale nell’affrontare i problemi della vita ma soprattutto quelli della morte. Lettura appassionata tanto che una sera mi faceva male la testa da quanto avevo letto.

Un altro diversivo è stato il mangiare. Credo proprio di essere stato il primo al mondo ad aver preparato la piadina romagnola in mezzo all’oceano pacifico insieme a del cavolo rifatto, unica verdura presente in barca. Non avevamo trovato alle Galapagos nemmeno un poco di affettato. Poi ho preparato la schiacciata che è venuta un po’ bassa e quindi croccante, sia con la cipolla che con del pomodoro, pasta di acciughe e capperi. Il pensiero correva sovente alla mortadella, quella profumata …. con il pistacchio che è la naturale morte della schiacciata: ma si sa che in barca non tutto è possibile, almeno a queste latitudini! Comunque tutta finita, forse sarà stata la fame…! Poi una minestra di fagioli e del pesce al forno. Insomma ho dato il mio contributo. Ma anche il resto dell’equipaggio ha cucinato molto bene, davvero non ci possiamo lamentare.

E così sono passati 15 giorni, certamente dopo una decina si aveva tutti voglia di dormire in piano, senza sentire il proprio corpo andare a destra o a sinistra a secondo dell’onda. E poi sentivamo la voglia di mettere i piedi in terra ferma e di fare una corsa, di muoversi un poco perché sempre fermi in barca per così tanto tempo stanca, in un certo senso, e non si vede l’ora di arrivare. Mi consolava il fatto che avevo cominciato il conto alla rovescia e avevo la certezza che  dopo poco sarei arrivato a terra.

Non abbiamo visto nemmeno una barca per tutto il tempo della traversata se non una grossa nave da carico la prima notte ed una barca a vela la mattina dell’arrivo a Fatu Hiva. Non mi ha dato fastidio non vedere nessuno per così tanto tempo, non fa effetto essere soli in questo immenso oceano, si sente solo dell’affetto per la barca che ci deve condurre a destinazione sani e salvi e per il timone automatico che ci fa risparmiare una fatica immensa.

La pesca in verità non è andata molto bene perché andando a 7-8 nodi di velocità solo i pesci molto grossi abboccavano e puntualmente strappavano la lenza e si tenevano l’esca di plastica che costa 15-20 euro. Almeno 7-8 esche ce le hanno mangiate. Abbiamo pescato dei piccoli Dorado, 1-1,5 Kg, ed alla fine un Dorado di 5 Kg circa. Ci è abbiamo cenato due volte. Tirare su un pesce così grosso è una bella soddisfazione. Tutto color oro, con una grossa testa ed una criniera che parte dalla testa fino alla coda. In Italia viene chiamato “ Capone”.

 

 
 
 

ISOLA DI BARTOLOME' - GALAPAGOS

Post n°91 pubblicato il 02 Maggio 2010 da lukyll
Foto di lukyll

Lunedì 12 Aprile  -   Isola di Bartolomè  -  Galapagos

 

Si incomincia male! Sveglia alle 4,15 di mattina. Dobbiamo essere per le 5 davanti all’agenzia in attesa del bus che ci porterà a nord dell’isola di Santa Cruz. Arriviamo e non c’è anima viva, ci guardiamo senza dire niente, con la speranza di non essere stati bidonati. Ma alle 5 in punto arriva il pulmino. Siamo i primi a salire. Ci guardiamo di nuovo per esprimere la meraviglia di tanta puntualità inaspettata. Il bus gira per la cittadina raccogliendo i vari turisti che parteciperanno alla visita dell’isola. Ma ad una curva l’autista sbaglia manovra, sale con una ruota sul marciapiede ed urta contro un muretto di un monumento alla tartaruga che stava quasi in mezzo alla strada. Il bus sobbalza, sembra possa rovesciarsi ma rimane miracolosamente in piedi anche se di traverso alla strada. Alcune persone hanno delle contusioni ma niente di grave. Il bus mostra una gomma a terra, ammaccature sul davanti ecc. l’autista dice che non è niente e vorrebbe ripartire ma noi lo sconsigliamo e ci rifiutiamo di risalire. Alla fine arriverà un altro pullman e naturalmente pretendiamo un altro autista! La giornata non è cominciata bene ma se prendiamo in considerazione la statistica di guai, per oggi, non ce ne dovrebbero essere più avendo già avuto la nostra razione quotidiana!

Il calcolo delle probabilità ci darà ragione. Arrivati ad un porticciolo saliamo su di una barca di 12 metri e navigheremo per 3 ore verso l’isola di Bartolomè. Questa è un’isola molto recente, vulcanica e questa sarà proprio l’attrazione principale. Notiamo all’avvicinarsi che non vi sono alberi ne altra vegetazione ad eccezione di 2 tipi di piccoli arbusti  qua ed in là. La roccia, evidentemente lavica, è di colore rosso e si vedono tante bocche di uscita della lava. Si sale su di una passerella di legno e raggiungiamo la cima dell’isola, 130 metri circa. Nel salire si osservano piccoli crateri e sembra che abbiano smesso l’altro ieri di eruttare. La lava sembra come un cordone che si è raggomitolato tutt’intorno. L’ambiente è primordiale e suggestivo. Scattiamo tutti mille fotografie. Dalla cima possiamo ammirare il panorama, il rosso della roccia lavica che contrasta con l’azzurro del mare, un istmo con due spiagge bianche e l’altra grande isola che sta alle spalle di Bartolomè. Qualche battello per turisti e la nave del National Geographic sono in rada.

Scendiamo dalla cima dell’isola e l’organizzazione ci porta sulla spiaggia per lo snorkeling. Dobbiamo girare intorno ad piccolo promontorio con un enorme pinnacolo di roccia e tornare indietro. Il fondale è roccioso e ricco di pesce che non ha paura degli uomini. Mi tuffo per avvicinarmi a loro e solo quando sono a pochi centimetri si allontanano di poco con un garbato colpo di coda. Sono tanti, colorati, neri a strisce gialle o tutti azzurri fosforescenti, brucano le alghe negli scogli. Il momento più emozionante l’ho avuto quando mi sono trovato quasi muso a muso con un leone marino che incurante brucava, poi mi è passato accanto ed è girato dietro ad una roccia. Era adulto, forse i piccoli sono più curiosi e giocherelloni, però nuotare con accanto un leone marino per compagno è una esperienza indimenticabile. Ho visto poi il solito squalo a pinna bianca ed un paio di pinguini.

Pranzo in barca e poi via per il ritorno. Durante la navigazione si sono avvicinati alla barca due fregate e veleggiavano a pochissima distanza, fino ad un metro da noi, tanto che cercavamo di toccarli. Evidentemente sfruttavano il vento prodotto dal movimento della barca e si facevano trasportare praticamente solo planando. Era meraviglioso vedere simili uccelli ad un metro di distanza mentre volano e ti guardano. Naturalmente abbiamo scattato altre mille fotografie.

Rientro per le 18 su Chloe, cena e …. a letto!!

 
 
 

DI RITORNO DALL?ISOLA DI ISABEL - GALAPAGOS

Post n°90 pubblicato il 02 Maggio 2010 da lukyll
Foto di lukyll

 

Domenica 11 Aprile   Di ritorno dall’isola di Isabel – Galapagos

 

Dopo aver visitato l’isola di San Cristobal ed esserci riposati due giorni, abbiamo acquistato il biglietto per L’isola di Isabel. La più grande, con cinque vulcani. La partenza è alle ore 14. Il motoscafo è piccolo e pieno di persone, ognuno ha il suo posto a sedere ma non entrerebbe ancora  nemmeno un neonato. Il tragitto viene percorso in due ore ed è abbastanza faticoso perché l’imbarcazione sbatte quasi ad ogni onda, rallenta un poco e per inerzia siamo sospinti in avanti poi riparte e siamo sospinti indietro e noi siamo seduti su panche lungo le fiancate per cui ondeggiamo continuamente verso destra e poi verso sinistra. E per due ore è un bell’esercizio fisico. Arriviamo stanchi ed assordati dal rumore di due fuoribordo da 400 cavalli che sono a due o tre metri di distanza.

Ma non vediamo il paese. Dobbiamo camminare per 1Km e forse più. Prendiamo un taxi e dopo qualche informazione ed aver visto qualche camera di “Hospitale” ci fermiamo tutti e quatto, Giuseppe con la moglie Annamaria, Giovanni ed io, alla Brezza del mar , familiare, pulito, aria condizionata. Finalmente dormiremo bene, senza il solito caldo umido appiccicaticcio   della barca. 25 $ a testa.

Il paese ha le strade in terra battuta, una strada principale dove ci sono pochi negozietti che vendono di tutto e qualche ristorantino molto familiare messo su con qualche bandone di latta come tetto ed un po’ di assi. Meglio non gettare l’occhio in cucina, non bisogna essere indiscreti! Qualche agenzia che propone le solite gite turistiche giornaliere ed i bambini che giocano sulla strada, scalzi, un costumino e basta tanto qui è sempre caldo, mentre i genitori trafficano nel loro cortile o si riposano nelle amache chiacchierando. Entriamo in una agenzia e prenotiamo per andare a Les Tunales, piccoli tunnel di lava sul mare mentre Annamaria e Giuseppe decidono per altra soluzione.

 

La mattina dopo partenza alle 8 in punto. Saliamo in una lancia con due grossi motori, siamo insieme a tre canadesi anche loro in barca in giro intorno al mondo, accompagnati da due ragazzi che formano l’equipaggio. Il mare per fortuna è calmo e sfrecciamo a ben 22 nodi. Ad un certo punto un ragazzo indica qualcosa, la barca rallenta e si dirige verso una macchia nera. E’ una enorme manta, almeno 3 metri, che lentamente nuota e poco più in là ne vediamo un’altra. Sono vicine alla superficie dell’acqua e quando sollevano le ali per nuotare i due lembi estremi escono fuori dall’acqua come fossero pinne di pescecane. Sono maestose. Si riparte e poco dopo ne incontriamo altre. I canadesi si gettano in acqua con le maschere ma al loro rumor le manta si inabissano.  Dobbiamo immergersi senza rumore!, si raccomandano i ragazzi dell’equipaggio. E’ così quando le incontriamo di nuovo, per un minuto, o forse due, riescono a vederle e seguirle ma poi ci lasciano preferendo  le più sicure profondità marine.

Ripartiamo velocemente fermandoci solo a vedere una grande tartaruga marina che pigramente nuota quasi sulla superficie ma non gradisce la nostra intrusione e si immerge. I motori in verità fanno molto rumore.

Arriviamo nella località chiamata Les Tunales, entriamo fra gli scogli e ci appare un labirinto di canali prodotti da una miriade di nere rocce laviche. Vediamo il primo pinguino delle Galapagos. E’ piccolo, sarà alto al massimo 40 centimetri ma graziosissimo. Indossa il suo frak con signorilità finché sta fermo, più goffo ma tenerissimo quando si muove. Ne vediamo altri due a prendere il sole, sdraiati sulla pancia.

Ci addentriamo nel labirinto ed iniziamo a vedere dei tunnel fra un masso e l’altro mentre sotto  l’acqua limpidissima si illumina di verde e azzurro. Negli ammassi di roccia più grandi ci sono dei cactus chiamati candelabri che si ergono qua e là e lo spettacolo diventa a questo punto molto suggestivo. Le acque interne sono limpidissime e ogni tanto si vedono grosse tartarughe marine che girano indisturbate fra i canali. Scatto una grande quantità di foto, ad ogni cambiamento di direzione della barca sembra appaia uno scenario diverso.  Solo ammassi di nere rocce laviche, acque trasparenti e verdi, candelabri che si ergono isolati sulle rocce e creano unp spettacolo meraviglioso. Fotografo anche diverse sule dal piede azzurro che stanno appollaiate sulle rocce ed il colore dei loro piedi è così intenso che si illumina di azzurro anche il ventre di piume bianche. Quella che si era fermata per più di un’ora su pulpito di prua invece era una specie più rara, aveva i piedi rossi. Dimenticavo di raccontarvi del clandestino a bordo! Fra l’isola di Coco e le Galapagos una sula dal piede rosso si è posata sul pulpito di prua e si è messa a spulciarsi e a sistemare con il becco il suo giovane piumaggio. Noi ci siamo avvicinati fino quasi a toccarla lei mostrava paura solo a pochi centimetri di distanza e si ritraeva preparandosi ad una beccata. Simpatica compagnia, si è fatta fotografare con tutti ed alla fine del suo lavoro se ne è andata.

Ci fermiamo in una baia vicina per fare snorkeling e nuotando fra i tunnel e le rocce di lava riesco a vedere un cavalluccio marino, una murena e dei pescecani a pinna bianca, quelli buoni!, di un metro circa con i suoi piccoli. Torniamo soddisfattissimi.

Il pomeriggio un po’ di riposo sotto una palma della bianca spiaggia e poi a vedere dal di dentro le mangrovie.  Vicino al porto c’è una stradina costruita in legno che attraversa le mangrovie. Vedo un inestricabile quantità di radici che si calano dagli alberi in acqua, mentre piccoli uccelli ed iguane marine si nutrono protette da tale fitta barriera. Affascinante.

La sera ristorantino: piatto misto di pesce, aragosta compresa.

Il dramma arriva il giorno dopo: partenza alle 6. Di mattina!! E così altre due ore di motoscafo, sballottati a destra e a sinistra, arriviamo su Chloe comunque soddisfatti.

 

 

 

 
 
 

ISOLA DI SAN CRISTOBAL - GALAPAGOS

Post n°89 pubblicato il 01 Aprile 2010 da lukyll
Foto di lukyll

Venerdì 31 Marzo Al ritorno dall’isola di San CristobalLa staffa che sorregge l’alternatore è stata saldata e rimontata ma l’alternatore non funziona, occorre l’intervento di un elettrauto! Non si finisce mai!! Lo specialista verrà Lunedì.Intanto con Giovanni decidiamo di andare a visitare l’isola di San Cristobal che dice essere più carina sia come paese sia per i siti da visitare. Intanto gli altri aspetteranno l’elettrauto e poi, dopo le nostre informazioni, ci raggiungeranno. La partenza è alle 14, con il fresco! Prima controllo bagagli, vengono ricercati alimenti e frutta. Temono una importazione di semi, piante od animali che possano turbare l’equilibrio vegetale e animale dell’isola. Quindi si sale su di una barca a motore piuttosto piccola per il servizio che deve svolgere e ben presto si riempie completamente. Noi stiamo fuori, sul flight bridge, dove il vento ci rinfrescherà e scopriremo poi anche gli spruzzi di acqua. Ben presto mi ritrovo con il sedere bagnato perché gli schizzi depositati sul cuscino di plastica convergono inesorabilmente verso la conca creata dal mio peso. Mentre il sole svolge perfettamente il suo lavoro: mi arrostisce le orecchie non protette.A due terzi della traversata sembra finisca il gasolio tanto è vero che un giovane apre due bidoni da 60 litri e con un tubo di plastica travasa il contenuto nel serbatoio principale. Di sotto c’è un altro giovane che innesca il tubo aspirando con la bocca! Alla salute! Pericoloso per lui ma anche per la barca date le possibilità di incendio.Comunque felicemente arrivati al Puerto Baquerizo Moreno di San Cristobal. Appena scesi nel molo noto diversi leoni marini che incuranti del via vai dormono dove a loro più piace. Qualcuno per le scale altri sguazzano vicino mentre una mamma in banchina allatta il piccolo. Scatto qualche foto ma senza avvicinarmi troppo, a Giovanni la madre ha riservato un improvviso ruggito, vicino va bene ma non troppo! Il lungomare, dove si svolgono quasi tutte le attività del paese è molto piacevole, marciapiedi nuovi, aiuole con belle piante con tanto di cartello con il nome botanico e volgare, fichi d’india come piccoli alberi, il mare luccicante per il tramonto, tante barche a dondolare, bambini che giocano o che fanno il bagno tuffandosi da due scivoli o da una passerella, senza nessuno a guardarli, mentre qualche leone marino nuota indisturbato accanto a loro. L’atmosfera che si percepisce è di grande tranquillità e serenità, poche le auto, poco rumore, pochi gli schiamazzi, qualche turista, negozietti di magline con la tartaruga ed i soliti souvenir ma i negozianti fuori nelle panchine in calzoncini e maglietta a chiacchierare. Un’atmosfera di paese, piacevole, alla quale ti assuefai subito e volentieri, una “slow life”.Una signora ci invita ad entrare nell’hotel San Francisco, il suo, ci mostra la camera che è triste nonostante il balcone sul mare molto bello ma arriva un giovane a prendere moglie e figlia e ci dice in perfetto inglese che nelle stanze l’acqua scarseggia e non c’è aria condizionata. Alzo gli occhi e vedo il tetto di latta! Mi vengono in mente i “Piombi di Venezia”! Il signore americano ci dice se vogliamo andare con lui in un residence con acqua abbondante ed aria condizionata. Proprio quello che ci manca in barca, il fresco per dormire ed abbondante acqua per docce infinite! Come si sa in barca l’acqua dolce è un bene molto prezioso. Andiamo con il taxi da lui prenotato, buttiamo i bagagli nel cassone e si parte. Arriviamo alla casa che si trova in periferia, un cortile piastrellato con piccole luci a terra coperte con bottiglie di plastica tagliate a metà e diverse porte disposte regolarmente nel caseggiato. La stanza non è certo da 5 stelle ma c’è acqua ed aria condizionata …. E poi per 20 dollari a notte cosa vuoi di più?La sera, prima della cena, facciamo un giro e fissiamo una gita per il giorno dopo in mountain bike al vulcano e a vedere le tartarughe giganti, bagno al mare, pranzo al ristorante e pennichella in amaca. La mattina alle nove partiamo puntuali: Giovanni, io ed una coppia di sposini novelli di Barcellona. Le bici sono legate nel cassone del fuoristrada. L’autista ci mostra le varie piante che incontriamo e ci dice che un grosso problema è quello dei rovi di more che infestano la foresta e non fanno crescere la vegetazione locale. Poi ci mostra una pianta con dei fiori a campanula rossi e ci dice che da quella pianta si ottiene un a potente droga, un allucinogeno, il suo amico che l’ha provata diceva che camminava sul soffitto! IL principio attivo è la scopolamina, sostanza usata nei cerotti da applicare dietro l’orecchio contro il mal di mare. Se sniffato il polline ci si addormenta subito o si agisce in funzione di quello che ci dicono e poi non si ricorda nulla di quello che si è fatto. Droga usata da criminali senza scrupolo in America latina. Ci indica poi un’altra pianta da non toccare perché il lattice prodotto quando si stacca il frutto è molto irritante, come in Europa il lattice del fico.Arriviamo al vulcano e gli ultimi 300 metri li facciamo a piedi. Per fortuna la guida ogni tanto si ferma a spiegarci qualche pianta. Non so se lo fa per riprendere fiato lui o per farlo riprendere a noi! Dalla cima si vede il cratere, circolare, con un lago dove le fregate vanno a ripulire le loro penne dal sale marino nell’acqua dolce. Questi uccelli non hanno la ghiandola uropigialica e quindi non possono ingrassare le penne e potersi immergere nel mare a pescare. Cosa mangiano? Fregando, appunto, il cibo agli altri animali o pescando in superficie immergendo solo il becco come il giorno dopo abbiamo visto in mare facendoci partecipare alla fortunata pesca con un nostro applauso. Nella località Cerro Colorado si visita un centro per il ripopolamento della tartaruga. Ogni isola delle Galapagos ha una tartaruga leggermente diversa dalle altre soprattutto per il disegno nella corazza. Nell’isola Floreana e in Santa Fe’ sono estinte in un’altra è rimasto solo un maschio al quale è stata donata una femmina di un’altra isola con simile corazza. Sono molto buone da mangiare, hanno tre sapori: una parte sembra porco, una pollo e l’ultima somiglia al vitello. I Bucanieri e gli spagnoli se le caricavano nella nave e quando avevano finito le scorte se le mangiavano. Infatti possono stare fino a sei mesi senza bere o mangiare. Una donna norvegese aveva messo su una industria di carne di tartaruga in scatola. Per fortuna la sua azienda è fallita!Le tartarughe sono giganti, del diametro di un metro e dal peso di 150 chili, ma possono essere ancora di più, campano più di cento anni ma ancora non si sa di preciso. Chi è stato testimone della nascita non è riuscito ad essere testimone della sua naturale morte! Altre tartarughe piccole vengono allevate e quando hanno 30 anni vengono messe in libertà nel nord dell’isola. I predatori sono le formiche rosse, i topi ed i gatti che mangiano i piccoli.Camminata a piedi e poi ci troviamo in una bella spiaggia bianca dove fare un bagno ristoratore e rinfrescante. Ma all’uscita dall’acqua i tafani non ci lasciano in pace, mi rituffo proprio sott’acqua perché continuano a girarmi intorno alla testa. Esco di corsa, mi asciugo e me ne vado velocemente. Prima però uno che era volato su di una gamba lo faccio secco! Pazienza se avrò turbato l’equilibrio della specie, spero che Darwin non mi abbia visto, e poi anch’io sono un animale e sono sicuramente in forte competizione con i tafani! E poi dovevo vendicarmi di un pizzico ricevuto la sera prima che ancora, dopo tre giorni, mi prude. Non ho visto l’animale che me lo ha causato ma intanto cominciamo con il primo che mi capita a tiro!! In realtà ne ho ucciso un altro il giorno dopo, in catamarano, mi stavo per tuffare in mare ed avevo le pinne ai piedi, larghe, non mi poteva sfuggire … una pinnata …..secco!!!Pranzo al ristorante con antipasto di frutta mista, rinfrescante, pollo arrosto, riso e verdure. Persino il gelato. Poi solo 15 minuti a riposare in amaca. Una scolaresca di bambini le aveva tutte sequestrate.In fuoristrada fino al vulcano e da lì in bici fino a Puerto Baquerizo Moreno, praticamente tutta discesa. La classe è classe, non c’è niente da fare, batto tutti infliggendo un distacco di quasi venti minuti!! Come faccio? Rispondo che tutte le settimane mi alleno in piscina.L’autista poi ci porta ad una spiaggia dove possiamo ammirare ancora leoni marini e soprattutto le iguane di mare. La più grande lunga 80 cm, ma il suo aspetto è proprio primordiale, con le squame a criniera sul dorso, immobili sulle rocce di lava nera, a scaldarsi al sole. Mi avvicino con la macchina fotografica, scatto qualche foto ma non riesco a fare un primo piano del muso come vorrei. Mi avvicino ancora ma la bestia sembra sputare violentemente dalle narici. Non oso andare oltre, mi accontenterò del mezzo busto! L’autista poi dirà che sputa sale dalle narici perché cibandosi di alghe e nuotando in mare l’acqua deve essere separata dal sale che si accumula nelle narici ed espulso con violenza ad un metro e mezzo.La sera cena con Giuseppe ed Annamaria che ci hanno raggiunti nel pomeriggio. Ci racconterà che l’alternatore è stato riparato, il surriscaldamento aveva sciupato una spazzola e la centralina di controllo. Passeggiata serale sul lungomare, notiamo una infinità di leoni marini che dormono e ruggiscono, sembra che belino in verità, ma non diminuiamo il prestigioso nome del fiero animale. Sono centinaia, mi soffermo su di un piccolo che viene scacciato da tutte le mamme a cui si avvicina. Si fa tutta la spiaggia in su ed in giù ma non trova la sua. Bela, anzi, ruggisce a mala pena, ma nessuno si prende cura di lui. La guida ci diceva, mostrandoci sulla spiaggia parte di scheletro di un piccolo leone che sono allattati fino a tre anni e se la mamma mentre è in mare per cibarsi viene divorata da uno squalo, il piccolo va incontro a morte sicura. Le altre mamme non lo adotteranno, hanno i loro piccoli a cui badare. Mi faceva pena, avrei voluto aiutarlo. Si dice che questo è normale, è la selezione naturale. Per me è soprattutto sfiga! La popolazione convive con questi animali, sono dappertutto sul lungomare, nel marciapiede, nelle panchine, nella spiaggia che diventa inutilizzabile per gli escrementi e per il cattivo odore che emanano. E’ bella questa condivisione di spiaggia e marciapiede, questa coabitazione in una baia tra uomini e animali marini. Infondo anche noi apparteniamo al regno animale! Per il giorno dopo fissiamo l’escursione in catamarano a varie spiagge e al Leon Dormido che è un isolotto, o meglio un enorme scoglio con due fessure che da lontano sembra un leone marino addormentato. Con noi ci sono altre quattro persone, dei sub, e poi si è aggiunto Giuseppe. Partenza ore 9. Dopo mezz’ora di navigazione raggiungiamo una spiaggia dove ci sono i soliti leoni marini ma dormono sempre, i piccoli non giocano con noi come speravo. In compenso vediamo delle iguane in acqua mentre pascolano le alghe sugli scogli. Nuotano muovendo la lunga coda e si arrampicano con le lunghe dita armate di potenti artigli. Sarebbero anche carine se il loro aspetto non fosse così primordiale. Sono arrivate nell’isole Galapagos sopra tronchi di albero, casualmente e qui si sono adattate bene e soprattutto senza nemici naturali apparenti. Risaliamo in catamarano e ci dirigiamo verso il Leon Dormido. Facciamo snorkeling nella fessura più grande. Dopo poco si vedono 3 grandi razze, come dei rombi che nuotano muovendo appena gli angoli laterali, ci passano sotto, nel mare azzurro, rimaniamo tutti affascinati quando la giuda richiama la nostra attenzione, uno squalo di 1,5 circa, di quelli buoni!, scorre sotto di noi. Lo inseguo per un po’ e provo a tuffarmi immergendomi per due o tre metri, se ne fila con un colpo di coda. Stelle marine, un poco di corallo sulla roccia che scende a picco in profondità, altri pesci colorati ed uno con un testone enorme, forse un Dorado. Intanto la corrente ci fa oltrepassare la fessura fra le rocce ed è poi difficile rientrare verso la barca, ad ogni onda torniamo indietro. Occorre un discreto impegno per riguadagnare la nostra barca. Anche i sub vedono solo gli squali.Riposino di mezz’ora e si riparte verso la seconda fessura, più stretta, l’acqua entra fragorosa con l’onda dalla parte opposta mostrando una grande schiuma bianca che si perde nell’azzurro del mare. La corrente non è forte ma non possiamo andare oltre, le onde ci farebbero sbattere sulle rocce o risucchiare per un po’ verso il fondo. Tre leoni marini adulti se ne stanno nel mezzo, immobili a farsi cullare dalle onde a quel frastuono. Torno indietro per primo, anche perché ero l’ultimo della fila e la giuda ci indica una tartaruga che tranquilla nuota muovendo ritmicamente le poderose pinne anteriori. Poi un’altra ed un’altra ancora. Mi immergo per vederle da vicino ma l’intrusione non è gradita e lentamente si immergono per poi risalire a pochi metri di profondità. Scogliera a picco, pesci colorati, ricci ed infine una medusa piccola e poi una specie di tubo lungo un metro circa del diametro di 15 cm, un po’ ripiegato e trasparente, sembrava fosse costituito da un filo con tante piccole perline brune arrotolato nel vuoto. Non si intravedeva nessun organo. Mai visto, nemmeno nei documentari. La guida dice che appartiene alla famiglia delle meduse. Urticante. Pur non sapendolo, inizialmente, mi sono ben guardato dall’avvicinarmi! Pranzo con riso insieme a verdure e pollo a pezzetti, quello di ieri!, ma buono e poi con quella fame ….!! Ultima spiaggia per vedere i pescecani piccoli che per difendersi si nascondono fra le radici di mangrovie. Ne ho visto uno ma era un metro, non troppo piccolo. Prima di partire la barca è stata condotta al centro della piccola insenatura, in silenzio, a motore spento o quasi, ed abbiamo visto squaletti di 20-40 cm nuotare in prossimità delle mangrovie.Ritorno sdraiato al sole sul catamarano, stanco ma soddisfatto, il sole mi asciuga e mi brucia le spalle e le gambe, allora ricordo che siamo all’equatore! Ceniamo, e dopo un aperitivo, prendo polpo in salsa con latte di cocco. Buono. Mi cibo ormai quasi esclusivamente di pesce. Alle 22 a letto, la mattina dovremo alzarci alle 6 perché alle 7 parte il traghetto per ritornare all’isola di Santa Cruz dove è ancorata Chloe.

 
 
 

PUERTO AYORA - GALAPAGOS

Post n°88 pubblicato il 27 Marzo 2010 da lukyll
Foto di lukyll

Ieri mattina siamo atterrati all’Isola di Santa Cruz delle Galapagos. Cielo scuro e pioggia, tirata giù la randa entriamo nella baia e vediamo subito una grossa barca con tre alberi arenata sugli scogli di una sinistra isoletta appena affiorante.  Guardiamo bene dove mettiamo la prua! In realtà il porto non c’è, tutte le barche e navi sono all’ancora, alcuni operai scaricano materiale e perfino un fuoristrada su di una chiatta per trasportare il tutto in terra ferma. Andiamo come al solito alla Capitaneria di Porto per espletare le formalità di ingresso ma il responsabile non c’è. Intanto vado con Giovanni a leggere la posta in un internet point. Giuseppe parla con il tenente Romeo, responsabile immigrazione, che consiglia di andare in una agenzia per espletare tutte le formalità. Con 450 $ circa, dice l’addetto,  ce la caviamo, ma quando Giuseppe chiede una ricevuta le facce diventano più serie. Tutto il mondo è paese, figuriamoci qui in Equador.

Mangiamo in una trattoria dove pranzano i locali, brodo di carne, spezzatino con riso per 3 $. Birra a parte. Non male.

Annamaria, che era venuta qui con l’aereo, ci consiglia di andare alla spiaggia delle tartarughe. Prima di entrare nel parco dobbiamo mettere la firma in un registro e poi alla fine aggiungere l’ora del rientro. Questo perché sembra che più di 15 turisti da quella spiaggia non siano ritornati. Un cartello avverte che in mare c’è molta corrente ed è rischioso allontanarsi dalla spiaggia. Tutti gli altri si tuffano fra alte onde che infrangono verso riva mentre io preferisco non fare il bagno. Cerco le tartarughe ma non ci sono, poi mi dicono che vengono solo di notte a depositare le uova. In compenso fotografo dei granchi rossi su pietra lavica nera ed una iguana marina.

La foresta che si vede dal sentiero per raggiungere la spiaggia è fitta e con tante piante di cactus aventi dei tronchi grossi come quelli di alberi. Mi stupisce perché qui il clima è molto umido e piove spessissimo, ritenevo questa pianta solo da deserto.

Al ritorno troviamo un baracchino con dei polli allo spiedo e Giuseppe ne compra due con due ciotole di riso ed un po’ di fagioli neri. 40 $. Un prezzo di favore per noi stranieri!!??

Stamani è venuto il meccanico per saldare l’asta rotta che tiene l’alternatore. La cosa è semplice ma sicuramente sarà necessaria tutta la giornata, l’importante è che il problema sia risolto. I tempi degli operai sono molto dilatati, qui fa caldo e tutto viene fatto con molta calma quindi ci armiamo di pazienza.

 

 
 
 

IN VISTA DELLE GALAPAGOS

Post n°87 pubblicato il 27 Marzo 2010 da lukyll
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Mercoledì 24 Marzo    In vista delle Galapagos

 

Giornata tranquilla. Vento sui 10-12 nodi. Mare quasi calmo. Appena fa giorno Giovanni getta le lenze dalle due canne da pesca che sono poste ai due lati della poppa. Abbiamo sempre la speranza che qualche”tonno” abbocchi. Ma di tonni ce ne sono pochi! Ieri un grande pesce ha abboccato ma alla fine ha strappato la lenza e si è tenuta l’esca da 10-15 dollari. E sempre ieri altre due esche sono andate perse in mare perché male legate al cavo di acciaio. Anche oggi un mulinello ha cominciato a girare all’impazzata, tutti siamo corsi e Cesare ha iniziato a tirare su mentre io rallentavo la barca fino quasi a fermarla. La canna era molto piegata e già si pregustava il grosso pesce che doveva esserci attaccato ma lui ci è venuto in contro e poi è schizzato via strappando di nuovo la lenza! E’ dal giorno della partenza da Panama che non peschiamo niente, e sicuramente ci abbiamo rimesso almeno 5 esche. Ho paura che il pesce dovremmo andare a comprarcelo in pescheria! Sembra impossibile che in tanti giorni di mare non abbiamo preso niente!

Siamo arrivati in vista delle Galapagos e stimo girando intorno all’isola di Marchena per entrare verso l’isola di Santa Cruz dove ormeggeremo nella baia di Puerto Ayora.

Intanto Cesare prepara pasta al sugo di tonno. In scatola!!

 

 

 
 
 

COCO - GALAPAGOS

Post n°86 pubblicato il 27 Marzo 2010 da lukyll
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Martedì 23 Marzo     Coco-Galapagos

 

 

La domenica mattina, 21 Marzo, ci alziamo tutti presto anche perché all’arrivo all’isola avevamo messo indietro l’orologio di 1 ora per via del fuso orario. Pronti per andare a terra con il nostro computer e poter comunicare con il resto del mondo. Ma arriva la guardia costiera del Costarica, con tanto di pistola e mitra, per controllare di nuovo documenti e ispezionare la barca in cerca di non si sa che cosa. Forse droga o armi o clandestini!

Alla fine partiamo con i computer nei sacchi dell’immondizia perché non si bagnino nel tragitto con il gommone. Nell’entroterra della baia c’è una casa per la guardia e per i volontari che aiutano a controllare l’isola. Ce ne sono anche di stranieri, uno spagnolo. L’isola è patrimonio naturale del mondo e tutti contribuiscono al suo mantenimento. La regina d’Austria ha donato una grande casa in legno e su palafitte dove i volontari e ricercatori possono soggiornare. Per il resto prato palme, banani e tutto intorno la foresta. Due grosse parabole ci permettono di telefonare in tutto il mondo e collegarsi ad internet. Per due ore stiamo tutti a controllare la nostra posta e a rispondere disturbati solo da un giovane capriolo che viene a bere nel ruscello vicino. Finalmente aggiorno il blog ed aggiungo foto.

Il ritorno ion barca è complicato dal fatto che si è alzato del vento e piove a dirotto. Due belle ondate che si infrangono sul gommone ci bagnano completamente e se qualche centimetro quadrato di maglina fosse rimasto asciutto ci ha pensato bene la pioggia a rimediare. Computer salvati nei sacchi dell’immondizia.

Mangiamo qualcosa e partiamo verso le 14. Un discreto vento ci spinge a 7-8 nodi, l’isola incappucciata dalle nuvole e rigata da cascate di acqua alimentate dalla pioggia si va allontanando da noi. Il mare pullula di pesci, se ne vedono uscire dall’acqua mentre diversi delfini vengono a giocare con la nostra barca. Non è possibile non andare a prua a vedere il consueto spettacolo ma perché tanta è la gioia di vivere che trasmettono.

Nella notte il vento aumenta e sono presi una mano di terzaroli per ridurre la randa ma la sfuriata dura solo una mezz’ora poi tutto come prima con vento moderato.

 

La mattina dopo, appena mi alzo, il comandante mi chiede se voglio misurarmi la pressione visto che aveva lo strumento a portata di mano. Credo che Lui abbia la pressione un po’ alta. 

Visita medica di tutto l’equipaggio! I miei valori risultano 150 e 90, troppo alti. Riproviamo, forse l’emoziona ha giocato uno scherzetto.- Infatti si abbassa a 125 e 85. Molto meglio. “Comunque, sentenzia il dottore di bordo, vista l’incertezza della misura ti prescrivo 3 giorni senza rhum”.  “non è possibile! L’alcool dilata i vasi sanguigni e quindi fa diminuire la pressione!” esclamo io che impaurito da tanta astinenza!” Alla sera, sotto la mia diretta responsabilità, mi verso il solito dito, orizzontale, di rhum.

Il vento scarseggia e si va ad una velocità di 2-3 nodi. Siamo già nelle calme equatoriali?. Il caldo è afoso e disturba perché ci fa sudare in continuazione, anche fuori.

Ieri sera il Comandante ci annuncia che alle 17,30 verrà proiettato un film e viene scelto il “Codice da Vinci”. Ci sediamo con tanto di noccioline, patatine ed un gin-tonic. Lo spettacolo inizia. Dopo 10 minuti la randa sbatte, troppo poco vento e viene acceso il motore ma si sento subito un sibilo, del puzzo di gomma bruciata e del fumo esce dal motore. Spento il motore , si apre il corrispondente vano ed una grande nuvola di fumo puzzolente riempie la barca. Qualcuno prende l’estintore ma non ce n’è bisogno. Cesare e Fabio guardano e scoprono che si è rotta una staffa che sostiene l’alternatore di servizio, cioè quello che ricarica le batterie per i servizi e quindi la cinghia lavorava male producendo calore e fumo. Due ore di lavoro per togliere le cinghie e l’alternatore, sudore abbondante misto a grasso di motore altrettanto abbondante e alla fine viene tolto l’alternatore e si vede anche che è rotta la trasmissione di gomma della pompa dell’acqua che raffredda il motore. Viene sostituita.

Alle nove di sera Giuseppe inforna un pezzo di carne da più di un chilo che verrà affettato tutto e servito con piselli. Ne sono rimaste poche fette. Il solito rhum e poi a parlare delle stelle e delle maree fino a mezzanotte. Inizia il mio turno di due ore.

 

 
 
 

ISOLA DI COCO

Post n°85 pubblicato il 21 Marzo 2010 da lukyll
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Sabato 20 Marzo  Isola di Coco

 

 

La domenica 14 ci rechiamo negli uffici doganali e del porto per le formalità relative alla partenza. Ci dicono che sono chiusi ma proviamo lo stesso: infatti sono aperti. Cesare ed io andiamo in Taxi al centro di Panama per ricaricare il bombolino per  l’aria che serve per ripescare ancora e catena nel caso che si impigli di nuovo e a cercare una pasticca che serve che permette il gonfi aggio automatico del salvagente nella malaugurata ipotesi che  chi lo indossa finisca in acqua. Giuseppe nel lavarlo lo ha attivato involontariamente. Tre ore perse a girare per la città ma non abbiamo risolto nemmeno uno dei problemi.

Lunedì Giuseppe si reca in un ufficio per l’espatrio e poi partenza per l’Isola di Coco dopo aver pranzato.

La navigazione è a vela, il pilota automatico funziona egregiamente risparmiandoci fatica, mentre i grattacieli di Panama diventano sempre più piccoli fino a svanire nella foschia del tramonto. Peschiamo un bel tonnetto ed un altro pesce dal nome sconosciuto. Verranno cucinati il giorno dopo con un poco di olio e appena rosolati. Il tonno buono e saporito mentre l’altro, dalla carne bianca sapeva di poco. Forse è per questo che il suo nome non è tanto conosciuto.

La notte è calda e in pozzetto si sta proprio bene, meglio che di giorno quando l’afa non ci fa respirare e sudiamo anche a stare fermi. Il cielo è limpido e mano a mano si riempie di stelle. Infinite. Si osserva nettamente la Via Lattea, l’Orsa maggiore ma non la stella polare che rimane bassissima sull’orizzonte e coperta dalla foschia. Rimango solo di guardia in pozzetto dalle 24 alle 2 e l’unico svago è ammirare questo firmamento che mi sovrasta.

Il giorno dopo proseguiamo nella rotta, vento sufficiente per farci camminare a 7-8 nodi. Ormai siamo fuori il golfo di Panama e non vediamo più le grosse navi che vi transitano, con nostro sommo piacere.

Mercoledì invece il tempo peggiora, si vedono diversi temporali già nella notte e al mattino inizia a piovere e smetterà solo alla sera tardi.  Acqua sopra, acqua sotto, non è un bel divertimento! Speriamo nel giorno dopo.

La notte si guasta il pilota automatico e dobbiamo stare continuamente al timone, speriamo di essere in grado di ripararlo da soli perché nelle prossime isole non troveremo nessuno per ripararlo. Meno male che il tempo migliora e stare fuori al timone è anche divertente, per un poco di tempo. La sera peschiamo un tonnetto che verrà sfilettato e fatto in carpaccio. Non si dirà che non è fresco!

Finalmente il 19 mattina siamo in vista dell’isola, con delle verdissime e ripide colline, ci avviciniamo nella baia più sicura dove è ormeggiata una grande barca con tanti sub. Infatti l’isola è famosa per gli squali martello che abbondano intorno, ed un’altra barca di polacchi che ci saluta via radio all’arrivo.  Incontreremo lo skipper e la sua donna nell’isola e parlando, appena ci dicono che sono polacchi, le chiedo se conoscono Natascia, una ragazza anch’essa polacca conosciuta alle Isole Cocos nell’oceano Indiano nel settembre del 2008 che veleggiava in solitario intorno al mondo con una barca di 10 metri tutta rossa.  E’ una loro amica e nella prossima e-mail che Le avrebbero inviato le avrebbero raccontato che un “ragazzo” italiano si ricordava di Lei. Ha concluso il giro intorno al mondo nel mese di maggio di quest’anno.  Quando si dice che il mondo è piccolo ….. !

Sembra che  questa sia anche la famosa isola del tesoro, dove i pirati andavano a nascondere i frutti delle loro scorribande. Ci dovrebbero essere nascosti  ben tre tesori e si sa che ci sono stati molti cercatori ma non si sa se li abbiano o meno trovati. Certe cose sono troppo personali …!  

Ancorati nella baia Chatham, nella spiaggetta solo una baracca con un guardiano ed un volontario per controllare il parco. L’isola, appartenente al Costarica, è un parco naturale  dove, ovviamente non possiamo pescare ed inquinare ecc. Notiamo nella collina un sentiero che dice porta nella baia Wafer che si trova nella parte opposta dell’isola a 2,5 ore di cammino. Tiriamo fuori le nostre macchine fotografiche e ci inoltriamo nella foresta. Mentre si sale  possiamo ammirare la baia nella sua interezza, il mare celeste appena mosso dalla grande onda lunga dell’oceano, le barche a dondolare mentre frotte di fregate, uccelli marini, si rincorrevano in cielo. L’isola, ci diceva il giovane volontario, ha un tipo di fringuello con tipiche caratteristiche, studiato anche da Darwin. A proposito mi sono comprato prima di partire il famoso libro dello scienziato “L’evoluzione della specie” che ho già cominciato a leggere e che spero di finire prima di arrivare alle Galapagos.

Altri animali che abitano l’isola, oltre a quelli autoctoni, sono il maiale selvatico ed il gatto selvatico portati qui dai pirati e dai bucanieri. Bucanieri deriva da fatto che questi uomini usavano cucinare il maiale in delle buche in terra dove accendevano un grande fuoco e poi vi ponevano l’animale ricoprendolo di terra.

La passeggiata è stata lunga e il sudore sparso tantissimo, meno male che Fabio ha avuto la brillante idea di portare dietro nello zaino due bottiglie di acqua fresca. Lo abbiamo spesso aiutato ad alleviare questo considerevole peso! La foresta è molto fitta e noi percorrevamo un sentiero mantenuto dalle guardie forestali. E’ meraviglioso come le piante crescano con tanta facilità e da tutte le parti, con il loro verde tenero, gli alberi alti le cui chiome si stagliano   nelle collina di fronte con rigogliosa eleganza. Per due volte abbiamo sentito maialini scappare al nostro passaggio mentre i piccoli fringuelli si facevano avvicinare per niente impauriti della nostra presenza. Siamo arrivati in vista dell’altra baia ma la vegetazione troppo fitta ci ha praticamente impedito di vederla. Torniamo in barca abbastanza cotti dalla stanchezza!

Stamani sono venute le guardie del parco e dovevamo pagare 25 $ a testa per giorno e noi volevamo visitare l’isola per due giorni. Ma qualcuno ha avuto l’idea di dire che noi avevamo la barca in riparazione a causa del pilota automatico guasto. Allora un giorno ce lo ha tolto ma non dovevamo scendere a terra e fare attività turistica alcuna. Infatti abbiamo passato quasi tutto il giorno a cercare di accomodare ciò che non funzionava: pilota automatico, verricello  che non girava, luci di via in testa d’albero non funzionanti, e così via. Non riesco a capire quante cose si possono rompere in pochi giorni e quanto tempo occorra per aggiustarle, quando si può !! Qualche mio amico mi dirà che sarò contento ad aver comprato anch’io la barca così potrò dilettarmi nel mio hobby preferito: il bricolage ! Anche se in verità l’ho comperata con la speranza di  fare vela!

Comunque dopo vari tentativi ed ipotesi si è ritenuto che il guasto fosse nella scheda, un componente bruciato. Per fortuna Giuseppe ne aveva uno di riserva, sostituito riscaldando il saldatore sulla fiamma del fornello e …. miracolo il pilota riprende a funzionare con il suo caratteristico rumore. L’equipaggio ha votato all’unanimità per conferire la laurea ad honorem in ingegneria elettronica a Giuseppe e a Cesare. Stasera doppia razione di rhum!

Per provare questo strumento abbiamo lasciato la baia e ci siamo diretti, circumnavigando l’isola verso la baia Wafer, l’onda è meno fastidiosa e soprattutto speriamo di connettersi ad internet. La costa dell’isola è molto ripida e verdissima, spesso si incontrano cascate d’acqua, alte e belle, soprattutto in quello scenario selvaggio e primordiale. Piccole isolette e grossi scogli, simili in piccolo ai faraglioni, si incontrano vicino alla costa fino a che si arriva alla baia Wafer, ben protetta da est.

Si richiede la password per poter connettersi ad internet ma tutti i tentativi vanno a vuoto. Domani riproveremo andando a terra con tanto di computer.

Intanto Giovanni prepara pasta con verza.

 
 
 

PASSAGGIO DEL CANALE DI PANAMA

Post n°84 pubblicato il 21 Marzo 2010 da lukyll
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Venerdì 12 Marzo      Passaggio del Canale di Panama.

 

Alle 10,30 si salpa per la zona Flat dove dovremo attendere Tito e un addetto del canale che ci consiglierà come operare. Aspettiamo Tito con una certa ansia, aveva promesso che sarebbe venuto per le 12 ma poi aveva aggiunto le 12 panamensi: il che vuol dire un’ora  o due più tardi. Invece arriva poco dopo, con grande nostro sollievo e con una calorosa accoglienza. Ci da due cime da 40 metri, 10 copertoni di auto ricoperti con sacchi dell’immondizia perché non sporchino la fiancata della barca e ci lascia un ragazzo di 20 anni, creolo. Ci saluta con un bel sorriso dolce, da bravo ragazzo, augurandoci buon vento.

Parlando con il giovane, timido e buono, ci racconta che ha 20 anni e 2 figli, uno di 5 ed uno di 2. Questo è il suo lavoro e Tito glielo procura. Poi domandiamo delle case accoglienza per bambini di cui avevamo sentito parlare e ci conferma che questo Tito è il promotore ed il finanziatore di questa organizzazione e che anche Lui, fin da quando aveva 7 anni, è stato aiutato.

Allora era vero, questo quarantenne di nome Tito è proprio un brav’uomo, che riesce ad aiutare tanti bambini  soli o comunque in difficoltà. In verità mi sento a disagio: io a divertirmi a girare il mondo con una bella barca, carica di vino, birra e quant’altro ci piaccia di acquistare e Lui a lavorare e a dedicare il proprio tempo libero ad aiutare una cinquantina di  bambini in difficoltà.

Ma verrà anche per me il momento di aiutare qualcuno quando non potrò più andare in barca ma avrò, almeno spero, la forza di fare qualcosa per chi è stato meno fortunato di me. Magari costruire una scuola dove  oppure organizzare delle attività lavorative dove più ve ne è bisogno. Intanto …… si inizia ad accettare le donazioni!!

 

Alle 16 viene il cosiddetto aiutante che ci spiegherà quello che dobbiamo fare per attraversare il canale. Intanto mettiamo i copertoni e poi lentamente ci avviamo verso l’ingresso del canale insieme ad altre barche. Con noi nella chiusa entrerà prima una nave da guerra Colombiana poi un rimorchiatore americano ed infine noi legati bene a sinistra con un catamarano di Neozelandesi e a dritta con una barca in ferro cemento danese con due ragazzi e tre belle biondine. Vengono poi lanciate delle cime a terra, due a prora e due a poppa che vengono tenute da quattro addetti del canale che nel momento dell’ingresso dell’acqua che farà alzare il livello di un decina di metri verranno ben fissate a delle grosse bitte.

Entriamo, emozionati, e subito dopo dietro di noi due grosse porte di acciaio vengono chiuse lasciando alle nostre spalle l’Oceano Atlantico. Quindi inizia ad entrare l’acqua dal basso.  Si vedono come delle grosse bolle di acqua che continuamente affiorano tutto intorno generando una forte corrente che ci fa in parte girare ma, trattenuti dalle grosse cime ondeggiamo un poco e resistiamo alla corrente. Il livello dell’acqua sale rapidamente ed in meno di 10 minuti siamo saliti di una decina di metri. Si aprono allora le altre porte che abbiamo davanti e tutti ci muoviamo per entrare nella successiva chiusa. Di nuovo ben legati alle grosse bitte della sponda del canale e tutto si ripete. In totale siamo saliti di 18-20 metri. Si apre la terza porta, usciamo dalla chiusa ed entriamo nel lago artificiale di Gantum. Ci liberiamo con le altre barche e la guida ci indica di andare in una zona per passare la notte legati ad un grosso barcone che trasporta turisti per il lago e le chiuse. Non ci piace questa idea e chiediamo di gettare l’ancora lì vicino. La guida dice di sì mentre una barca lo viene a prelevare e dopo essersi mangiato un bel piatto di spaghetti preparato da Giovanni. Così facciamo.

Per raggiungere le altre chiuse e scendere a livello dell’Oceano Pacifico dobbiamo percorrere una trentina di miglia quindi sveglia alle 6 del mattino, alle 6,30 sale a bordo un’altra guida, il giovane creolo ha dormito sul ponte della barca, forse ben sapendo che dentro si sarebbe fatto un bagno turco come tutti noi.

Tiriamo su l’ancora ma ad un tratto il verricello si blocca, non ce la fa a tirare la catena: si è impigliata da qualche parte! Allora proviamo ad andare avanti, poi indietro quindi girare un poco intorno verso sinistra ecc. ma niente. Chiediamo alla guida se conosce qualche sommozzatore che possa sbrogliare la catena ad una profondità di 20 metri ma risponde che non troveremo nessuno: sono presenti diversi coccodrilli e non è proprio il caso di scendere sotto.  L’alternativa è segare la catena e lasciare tutto nel fondo con una spesa notevole: ancora e catena sono di acciaio speciale ad alta resistenza e quindi costose. Decidiamo di riprovare un altro paio di volte e poi taglieremo perché altrimenti facciamo tardi per passare le altre chiuse il cui appuntamento è alle 13 circa. Tutte le altre imbarcazioni sono già partite. Riproviamo a tirare su ed alla fine la catena viene con fatica trascinandosi dal fondo un tronco, con tanto di belle radici, di una palma! Siamo tutti soddisfatti ma adesso ci dobbiamo liberare della palma. Il comandante, evidentemente di lungo corso, prende una specie di uncino, lo lega ad una cima e cerca di tirare su la catena da sotto il troco così da rendere molle la catena soprastante così da permettere lo srotolamento della stessa e la liberazione dal tronco. Detto e fatto !!! Applausi e via a 7,5 nodi per recuperare gli altri.

Il lago Gantum è artificiale, una valle con colline intorno è stata allagata e spuntano le cime di queste collinette diventate ora lussureggianti isolette. L’isola più grande è stata destinata a parco naturale, sono state introdotte delle specie animali ed un centro di indagine scientifica internazionale studia lo sviluppo di queste e di tutte le altre specie animali e vegetali.

Giungiamo alle chiuse in orario, la altre barche ci attendono, ci leghiamo di nuovo nella stessa posizione e nello stesso modo e ci infiliamo nella chiusa. Davanti abbiamo altre tre barche e due battelli di turisti. Ci dicono che nella seconda chiusa c’è una webcam così Giovanni e Giuseppe telefonano agli amici perché possano partecipare all’evento. Lo svolgimento delle operazioni è del tutto analogo al precedente solo che questa volta si scende e la corrente è molto meno forte e l’operazione si svolge con più tranquillità. Da buoni italiani, davanti alla webcam, viene tirata fuori la nostra bandiera  che viene patriotticamente sventolata. Gli amici dell’armatore diranno poi al telefono di non averla vista perché il livello dell’acqua si è abbassato velocemente e siamo stati nascosti dal muro del canale.

Finalmente si apre l’ultima paratia e l’Oceano Pacifico ci accoglie!

Ormeggiamo in rada alla Playta di Panama.

 

 
 
 

COLON

Post n°83 pubblicato il 21 Marzo 2010 da lukyll
Foto di lukyll

Giovedì 11 Marzo      Colon

 

 

Il giorno dopo andiamo a Colon per prendere la bombola del gas, per andare da Tito e per andare nella “Zona Libre”, dove non si pagano le tasse per gli acquisti e per rifinire la spesa.

Tito è un personaggio strano, incontrato da Giuseppe, si è proposto di aiutarlo a fare il passaggio del canale, a fornire i copertoni necessari per proteggere ulteriormente la barca dagli eventuali urti delle altre e per qualsiasi altra esigenza che in questi posti facilmente si presenta e sembra irrisolvibile. Parlando Giuseppe domanda quanti se è sposato e quanti figli ha. La risposta : quattro miei più una cinquantina. Come 50? Allora spiega che aiuta i bambini orfani o con famiglia disagiata o comunque bisognosi. Pensate che un bimbo è rimasto vittima di uno scontro a fuoco e un proiettile è rimasto nel cranio. Deve essere operato, due volte. Giuseppe dona 50 € ed anche il suo amico fa una offerta. Questo 15 o 20 giorni fa.

Ieri Giuseppe telefona all’ufficio del canale per confermare la partenza ma gli dicono che non è in lista, che non è possibile partire e, se proprio lo si vuole attraversare si devono pagare altri 470 $ oltre ai 1700 già versati. L’unico che può aiutarci è Tito.

Andiamo appunto a Colon ed è nella sua officina di motori dove suoi operai lavorano per lo più all’aria aperta in mezzo a pezzi di motore e chiavi inglesi sparse dappertutto. Lui ci riceve nel suo ufficio. Una ex trattoria molto sgarrupata con due tavolini, quattro sedie ed un televisore moderno acceso. Si fa dare i documenti, telefona e dice che tutto è a posto e che non ci sono assolutamente problemi. L’indomani si parte. Ci fornisce anche un ragazzo per aiutarci.

Finalmente tranquilli ci dirigiamo verso la zona libre. Non ci fanno passare nonostante mostrassimo i passaporti. Occorre un visto. Andiamo a fare il visto e finalmente passiamo. Questa zona è chiusa, ci sono solo due porte di ingresso per il resto palazzi senza entrate ne finestre circondano l’area. Dentro una città fatta solo di grossi centri dove si vende di tutto: dagli elettrodomestici alla oreficeria, dagli orologi ai motori marini, al vestiario di firma. Cerco un rivenditore Nikon per acquistare un teleobiettivo, perdiamo mezza ora per trovarlo e poi risulta quasi allo stesso prezzo di quello che troverei in Italia. Tentativo fallito. Andiamo a rifinire la spesa e poi alle 4 a prendere la bombola del gas. Non era arrivata da Panama! Il furgone deve rientrare al massimo per le 5. Aspettiamo senza fare niente appoggiati al muro intanto mi allontano di 20 metri per fare due foto ma l’autista del taxi mi richiama e mi dice che è troppo pericoloso. Ma come, sono appena 20 metri! Risponde: troppi!! Il furgone non arriva. Tempo perso! Telefoniamo a Tito, l’ultima risorsa, se prima di portarci le cime, le gomme dell’auto ed il ragazzo passa anche a prenderci la bombola. Rientriamo su Chloe.

La preoccupazione che abbiamo è che Tito si sia trattenuto i documenti, e che se il giorno dopo non si fa vedere ci lascia in mezzo al mare,  tendosi soldi e bombola. Scherzavamo che fosse già scappato in Colombia, qua vicino. Speriamo bene!

Colon è una cittadina allucinante. Povertà e delinquenza, le case sono sporche, la gente  per strada insieme ai bambini, tavolo e sedie in cortile sono il salotto, si parla ad alta voce, una baracca di legno funge da lavaggio auto, naturalmente effettuato in strada.

Le persone abbienti viaggiano in auto o in taxi, così si vanno a prendere i bambini all’asilo. Inferriate dappertutto, eccetto che nelle baracche, ovviamente. Non tanto perché il ferro costa quanto per il fatto che non c’è niente da rubare. Una città veramente pericolosa.

 
 
 

COLON E CAMBUSA

Post n°82 pubblicato il 21 Marzo 2010 da lukyll
Foto di lukyll

 

Lunedì 8 Marzo        Shelter Bay

 

Ieri mattina dopo la visita al Museo del Canale ho incontrato il taxista che staziona normalmente davanti al mio hotel e gli ho chiesto se mi accompagnava a Portobelo il giorno dopo ed avevamo contrattato per 80 $. Appuntamento alle ore 10.

La mattina seguente alle 10,30 ancora non era venuto, vai a fidarti….quindi ho cercato in tutta fretta un’altro tassista. Mi si offrivano per 150-130 $ ma sono riuscito alla fine a strappare il viaggio per 90 $.  Non avevo altra scelta perché l’amico Giovanni arrivava all’aeroporto alle 10,40. E non volevo perderlo altrimenti avrebbe preso un altro taxi. Sono giunto agli arrivi proprio nel momento che usciva dalla parte dei panamensi e non dei turisti. Vedo uno con bagaglio che aspettava e volevo andarlo ad incontrare ma uscivano continuamente persone e non volevo perdere queste uscite. In realtà non sarei stato in grado di riconoscerlo perché conosciuto per poche ore 5 mesi prima, ma non lo perdevo d’occhio. Finalmente la sua telefonata, strette di mano e pacche sulla spalla e dopo 5 minuti già in taxi per Portobelo.

Viaggio tranquillo, pilota calmo, la strada costeggiava per buona parte la foresta dove sconsigliavano l’ingresso perché abitata da bestie feroci, leoni importati, pantere, e chissà quanti altri ragni e serpenti velenosi.

Giungiamo dopo  due ore e mezza, Giovanni, l’armatore, ci aspetta davanti la dogana e con il gommone ci conduce su Chloe, uno Swan di 18 metri. Si riconosce subito fra le altre imbarcazioni ancorate nella baia, la più elegante e raffinata nel design, quasi come la mia, infatti l’architetto che le ha progettate è proprio lo stesso.

L’accoglienza è cordiale, sistemo le mie cose nella cabina che condividerò con Cesare, un ragazzo di 32 anni che inizia il mestiere di skipper professionale.

Poi vado con Giovanni a visitare Portobelo, se non sbaglio la prima città fondata sulla costa atlantica di Panama. Rimangono solo delle basse fortificazioni spagnole in difesa dai pirati, la cosiddetta dogana diventata un museo di armi dell’epoca, ed una chiesa ad unica navata con pilastri in legno di madera. Il resto le solite case basse a colori vivacissimi, tetto di lamiera, qualche inferriata soprattutto al supermercato, ragazzi che giocano al pallone nell’unica piazzetta, il rosario che viene recitato da 7-8 persone in chiesa, un punto internet in casa di una signora e le scuole, in muratura ma con i tetti di lamiera. La gente serena, spesso a chiacchierare o a fare i piccoli lavori domestici nel cortile-giardino. Un paio di pappagalli,verdi e rossi, liberi, stavano su muretto di cinta e pure qualche scimmia. Naturalmente anche queste dispettose perché una non voleva farsi prendere dal suo padrone che, homo sapiens, fa una finta e poi la frega, presa!

La cosa gradevole al rientro in barca è stata l’idea di  Giuseppe di portarci ad esplorare il fiume dove dicevano c’erano i coccodrilli ….! Il fiume serpeggia dentro una foresta di mangrovie, al tramonto, e sembra proprio di essere in qualche rio affluente dei grande Rio delle Amazzoni, come si vede in qualche documentario. Ci supera solo una moto d’acqua, non si capisce da dove sia giunta tutta questa modernità data la povertà mostrata dal paese. Una donna bionda è alla guida, lascia una profonda scia bianca mentre zampilla alta l’acqua di raffreddamento che esce dal motore.  Incantesimo deturpato, si divertiva a seguire la innumerevoli curve del fiume. E’ poi ripassata indietro facendo dondolare allegramente il nostro gommone.

Il giorno dopo, alle 10, partenza per Colon.

 

 

Martedì 9 Marzo

 

La sera prima è stata messa a punto la lista per la cambusa, 72 bottiglie di vino 200 lattine di birra, 24 chili di pasta e poi mano a mano il resto.

Al mattino alle 8 partenza con il bus del marina per il supermarket Rey con tanti altri navigatori come noi, tutti giramondisti che si scambiavano opinioni e consigli su quale marina fosse migliore, quale rotta fare e chi narrava che aveva mollato tutto e …. via a girare per il mondo, bambini compresi, anche piccoli.

Girare per un supermarket che non si conosce per acquistare molti cibi è impresa titanica. Dalle 9 di mattina fino alle 14,30 circa. Immaginate di cercare la pasta di acciughe, o lo strutto o il succo di frutta concentrato da diluire per risparmiare peso. Abbiamo fatto impazzire le assistenti agli scaffali. Ma anche noi alla fine eravamo abbastanza frastornati. Il bello è stato lo scontrino che era lungo più di un metro. Spesa totale: 2300 $

Il camioncino del supermarket ci ha portato la merce in banchina e da li con dei carrelli è stata trasportata davanti la barca e poi sul ponte che risultava stracolmo di scatoloni.

Il problema è stato poi il riporre con una certa logica, che dopo pochi tentativi di razionalizzare la disposizione salta completamente ed i pelati sono un poco qui ed altri là così come la pasta è in due gavoni diversi. Ma il bello viene per i vini che vengono stivati in sentina, in mezzo a tubi ed in tutti i pertugi possibili ed immaginabili. E così è anche per le lattine di birra che ancora più piccole vengono praticamente spalmate nei gavoni da prua a poppa.

Alle 7 di sera, veramente stravolti, ci riuniamo a tavola per la sacrosanta pastasciutta e dopo il solito bicchiere di rhum e poche chiacchiere, tutti a letto.

 

 
 
 

7 MARZO

Post n°81 pubblicato il 08 Marzo 2010 da lukyll
Foto di lukyll

Domenica  7 Marzo  Panama City

 

Giornata limpida, volevo andare a vedere la foresta pluviale dove ci sono una infinità di uccelli colorati ed altri animali ma risulta troppo lontano. Allora ho ripiegato andando a visitare il  Museo del Canale di Panama.

In effetti è stato un lavoro immenso che ha richiesto molti anni per essere completato e molta mano d’opera. Hanno perfino inventato escavatrici con motore a vapore. Inaugurato nel 1914 .

Certo è stata proprio una rivoluzione per il commercio mondiale, soprattutto, a quei tempi, per il commercio dell’oro proveniente da San Francisco ( all’epoca dei cercatori d’oro nel west America e nell’Alaska) e di quello proveniente dal sud America, dal Perù o Cile che veniva portato a New York e a Londra.

Oggigiorno poi con il forte incremento dei commerci è diventato un passaggio strategico. Sono molte le navi alla fonda davanti all’ingresso del canale in attesa di potervi transitare.

 

Ritorno in hotel verso l’una pensando di finire di scrivere queste note ma prima mi faccio un paio di sguazzate in piscina e poi ad asciugarmi al sole.

 

 

Davanti al Museo ho incontrato l’autista di taxi che staziona davanti l’hotel e mi ha confermato che Colon è proprio poco raccomandabile e girare o anche stare ad aspettare il bus nel terminal può essere pericoloso, e date le continue raccomandazioni che mi pervengono da tutti, per non correre rischi che possono essere anche seri ho pensato di prenotare il taxi per andare a Portobelo. Prima passerò a prendere il mio amico Giovanni all’aeroporto e poi raggiungeremo il nostro punto di incontro insieme.

 

 Morire per risparmiare 40 dollari assolutamente no! Caspita, la mia vita credo che valga di più!

E se mi rapissero? Come succede spesso da queste parti? In famiglia mi hanno detto di stare molto attento … !  Che non vogliano pagare il riscatto ???

 

Va bene, ho capito!    Meglio il taxi !!

 

                                                                                         

 
 
 

PANAMA CITY

Post n°80 pubblicato il 08 Marzo 2010 da lukyll
Foto di lukyll

Panama City      Sabato 06 Marzo

 

Ormai visito Panama City da due giorni pieni e credo di aver visto  tutto ciò che è turisticamente interessante. Partirò Lunedì per raggiungere Chloè a Portobelo e domani non so ancora cosa andare a vedere.

 

L’hotel, dichiarato tre stelle ne vale qualcuna di meno ma in questa città è considerato, almeno da quanto mi ha detto l’autista del taxi, ottimo. Sarà ma nella doccia è rotto il rubinetto dell’acqua fredda, in compenso funziona quella calda che in realtà è fredda ma dato che qui è molto caldo anche l’acqua risulta calda. Insomma, ma che voglio, ho anche l’acqua calda! Ma la cosa più gradita e che funziona ininterrottamente da quando sono arrivato è il condizionatore d’aria! Senza di quello sarebbe stato un problema dormire con questo caldo, sempre sopra i 30° e tanta umidità. Testata del letto e cassettone con specchio in legno massello in stile barocco messicano laccato lucido. Televisore con qualche canale solo in spagnolo.

Ieri l’altro sono sbucate da una porta accanto all’ascensore due ragazze in bichini, bagnate, ho domandato loro se c’era una piscina ma non mi hanno capito. Non parlavano inglese! Erano in gita scolastica e la notte lo ha confermato! Alle 7,30 l’insegnante bussava alla porta per svegliare gli studenti. Bei tempi !! Poi il giorno dopo ho trovato la porta aperta e sono salito sopra dove c’è una piscina con terrazza e tavolini.

Hai visto come si tratta bene il Lani …. anche la piscina!

 

Il mangiare è decente e poco costoso. Ho mangiato solo pesce. Dice che panama vuol dire luogo dove si pesca molto. Facile:Atlantico da una parte, Pacifico dall’altra!

La città è sicuramente multietnica, sembra ci siano proprio tutti: gli Indios che sono nella nazione panamense ben 7 etnie, i Creoli discendenti da vecchie importazioni di africani da parte Spagnola, i Meticci derivanti dall’incrocio tra creoli e indios, i discendenti degli Spagnoli, i neri cioè gli africani importati per la costruzione del canale, i biondi derivano da operatori economici americani e poi, lavoratori indiani, mussulmani con tanto di moschea, i malesi, equipaggi di navi che sono rimasti qui, francesi di quando Panama era controllata da loro, altri europei sfuggiti alle persecuzioni di Hitler. Tutti sembra in buona armonia. Povertà a parte! Impariamo a convivere anche in Italia!

 

Oggi ho visitato Panama Viejo costruita nella seconda metà del ‘500. E’ rimasta la torre della chiesa e qualche rudere di case  conventi e chiese. Mi ha stupito il fatto che ci fossero diversi conventi di ordini differenti e mi è venuto in mente che attualmente nelle isole Fiji ci sono molte chiese cattoliche, dagli Avventisti del 7 giorno, alle Chiese  Evangeliche, ai Batisti, ai Testoni di Geova ecc. Tutti in cerca di proseliti e tutti presso popolazioni senza una radicata religione e cultura, pronti a carpire la loro fede e prenderne possesso. Mi vien da dire che non c’è niente di nuovo sotto il sole!

 

Ieri mattina ho visitato il Casco Viejo, un quartiere costruito su di una collinetta sul mare molto più difendibile, perché la vecchia Panama fu saccheggiata dal famoso pirata inglese Henry Morgan i cui uomini si dice cantassero entrando in città.” Sarà una notte calda stanotte nella vecchia città ….”. Dopo un secolo questa parte della città fu abbandonata.

Casco Viejo adesso è praticamente in ristrutturazione, già  alcuni palazzi sono sistemati ma sono moltissimi quelli diroccati ed in vendita. Diventerà turistica con bar e negozietti di artigianato … il solito centro storico che però non avrà una gran bellezza ma certamente sarà l’attrazione principale della città. Case  in stile spagnolo, basse e grandi, finestre ampie e cortile interno ma sono presenti anche delle case in stile Decò.

In questo quartiere si trova la sede del Presidente della Repubblica con  vari ministeri e uffici.

 

Poi c’è la parte moderna, del novecento e soprattutto dagli anni 50 fino agli anni 90.

E’ la zona centrale, del mio hotel, piena di grandi negozi dove poter acquistare vestiario, scarpe e mobili da pochi soldi. Lungo i marciapiedi ci sono baracchini che vendono frutta, fagioli neri, fiori, e mille cianfrusaglie che in Italia non esistono più. Dalle lamette da barba, agli spazzolini, alle sporte di plastica, caramelle, acqua fresca, mango sbucciato e affettato in sacchetti, sigarette. Ci sono lustrascarpe, orologiai all’aperto che lavorano, poco, su di un’asse con una montagna di vecchi pezzi di orologi dove sicuramente troverà il pezzo che servirà per riparare il tuo, e tanti banchini che vendono biglietti della lotteria. Credo che la povertà sia misurabile in maniera direttamente proporzionale al numero dei banchi di vendita di tali biglietti !

C’è molta delinquenza, anche il mio hotel ha un uomo della security armato di pistola davanti all’ingresso, come di fronte alle nostre banche,  per non parlare dei grandi magazzini. In uno ho visto, oltre a due o tre agenti armati con giubbotto antiproiettile all’ingresso anche un altro con un grosso fucile su di una terrazza interna in vista dell’entrata. Non è che la cosa mi lasci indifferente ma è il posto più vicino dove vendono i succhi di frutta freschi di frigo!

Venendo dall’aeroporto ho notato alcuni centri residenziali con un alto muro di cinta ed il filo spinato, per non parlare delle inferriate a porte e finestre. Deve essere come vivere in un chiusi in un fortino!

I poveri non hanno bisogno di queste impegnative spese per loro fortuna!

Anch’io non ho grossi problemi, viaggio solo con 50 $, la fotocopia del passaporto e la macchina fotografica piccola in tasca.  Mi deruberebbero  poco!

Le persone che transitano su queste strade sono abbastanza povere ma lo stesso dignitose e molto spesso ordinate e pulite nel vestire.

La strada è molto viva, traffico di auto e di persone, c’è allegria ed un grande fermento, i commessi che gridano per richiamare i clienti, gli ambulanti che non lasciano occasione per mostrare la convenienza della loro merce e così via. Se si aggiunge al rumore ed al vocio delle persone anche i profumi che si sentono, molto spesso poco attraenti, si percepisce nell’insieme una grande umanità che vive.

 

Davanti al mio hotel alla sera alle 8 si ferma un uomo che si siede sopra un secchio e sopra una scatola di frutta pone 4 pacchetti di sigarette di marche diverse e una manciata di caramelle. Sono stato qualche minuto a vedere cosa facesse e subito e’ arrivata una donna che ha comprato solo due sigarette. Sciolte! Poco dopo un’altra ne ha presa una. Non capivo ma poi ho collegato gli eventi con il fatto che davanti c’è l’ingresso laterale, molto frequentato, di un Casino’.  Il gioco è proprio una brutta malattia se riduce le parsone a comprare una o due sigarette per potersi giocare tutto, fino all’ultimo centesimo!

Ogni tanto si vedono degli indios vestiti nei loro coloratissimi costumi, ma solo le donne. Intanto sono piccolissime, tanto che la prima che mi è passata accanto pensavo fosse nana. Poi hanno le gambe stortine sotto il ginocchio ed il polpaccio ricoperto di fili colorati di piccole palline, tipo braccialetti. Vestono gonne dai colori sgargianti, una grande cintura in vita di stoffa con motivi geometrici tipo Maia, ed una leggera camicia anch’essa molto colorata. Il copricapo, come un tovagliolo, solo appoggiata in testa, rosso con disegni vari. Ma quello che più mi ha colpito e’ la faccia. Scura di carnagione, come il cioccolato al latte, occhi stretti e quasi a mandorla, naso adunco e con poco zigomo. Una faccia svasata. Gli uomini spesso con la mascella squadrata,  le orecchie a sventola e la faccia grande in confronto al corpo minuto..  Mi sembra di rivedere quelle maschere d’oro che usavano avvolgere alla faccia dei morti per ricordarne la fisionomia. Sono di etnia Kuna, vivono nella parte atlantica a sud di Colon e davanti hanno le loro meravigliose e famose isole San Blas. Le donne vestono sempre così mentre gli uomini, piccoli e mingherlini, vestono alla maniera occidentale.

Vogliono salvaguardare la loro cultura, sono molto indipendenti dal potere centrale, vivono di noci di cocco, pesca e turismo che ospitano solo quando è possibile, senza strafare. Le loro stoffe sono famose, con i loro disegni geometrici o di animali coloratissimi.

 

Per ultimo ho visitato il quartiere dei grattacieli. Costruiti si può dire negli ultimi dieci anni da americani ed europei. Ce ne sono molti, ma sembra senza un piano regolatore, con strade sconnesse e poco pulite. Adibiti principalmente ad abitazioni e qualcuno ad uffici e sedi di banche. Panama ne ha moltissime di tutto il mondo.

Si sa, questi paesi hanno scarse risorse e per attrarre capitali e investimenti fanno pagare pochissime tasse. E’ un paradiso fiscale, insomma! Molte sono le grandi barche italiane con bandiera Panamense. Basta una piccola società, la barca si fa intestare ad essa, per non far vedere al fisco quello che si possiede e poter evadere tranquillamente.

Ho visitato due grandi complessi commerciale, il primo il Multicentro Mall, dozzinale, e poi il Mall Multiplaza, più elegante, tutto marmi e vetri, c’è anche Ferragamo, Armani e quasi tutte le grandi firme,  bello e di classe. In questo caso le persone erano vestite bene, anzi, eleganti, distinte ed evidentemente danarose. Ho mangiato carpaccio di salmone al Sushi Itto, giapponese, buono veramente. Non mi sono azzardato ad ordinare piatti dai nomi esotici ……. andiamo sul sicuro!