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L'Africa e gli Africani

Post n°454 pubblicato il 18 Luglio 2013 da Guerrino35


L'Africa e gli africani nello specchio degli altri

Mbuyi Kabunda* | alainet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

21/06/2013

Generalmente, nell'analisi delle realtà africane prevalgono due approcci opposti, quasi dogmatici, che sono: l'afro-pessimismo cronico e l'afro-ottimismo di compiacenza.

È necessario allontanarsi da questi paradigmi per camminare verso l'afro-realismo o l'afro-responsabilità, consistente nello spiegare quelle realtà, non a partire dai loro effetti, bensì delle loro cause storiche ed attuali, strutturali e congiunturali, esterne ed interne, a prescindere delle semplificazioni facili e illecite.

In un mondo dominato dai pregiudizi euro-centrici, scrivere qualcosa di positivo sull'Africa - che normalmente è considerata come un paese o qualcosa di omogeneo e non come un continente - significa che nessuno lo leggerà. Esiste infatti un vero complotto mediatico contro Africa e gli africani, posizionati in basso nella gerarchia delle società umane.

L'afro-pessimismo o l'ultima trasformazione dell'ideologia razzista

L'afro-pessimismo, che si ispira alle tesi hegeliane del XIX secolo, ebbe nuova fortuna all'inizio degli anni 1960, con l'analisi negativa di René Dumont ("afro-pessimismo sfumato") che lancia l'allarme sul modello di sviluppo e sullo Stato imitativo o travisante, adottato dai paesi africani, prima di prendere la forma dell'"afro-pessimismo cinico" o dell'"l'afro-catastrofismo", illustrato dalla "negrologia" di Stephen Smith e nel discorso di Nicolás Sarkozy a Dakar, nel luglio 2007, nel quale si negava agli africani di avere Storia e cultura in quanto "continuano a vivere da millenni secondo i ritmi delle stagioni e della natura".

L'afro-pessimismo vigente è l'ultima trasformazione del disprezzo e/o dell'arroganza occidentale verso l'Africa e gli africani, per il suo ragionamento superficiale e le sue mezze verità, attribuendo la responsabilità dei fallimenti dell'Africa a fattori interni, con la duplicità intellettuale dei rapporti negativi su questo continente stilati delle organizzazioni internazionali, soprattutto negli anni 1980 per giustificare le loro politiche di aggiustamento strutturale, e dei mezzi di comunicazione al loro servizio che, in questo modo, contribuiscono alla diffusione dell'idea, rispetto al futuro del continente, del "disordine africano" e della disperazione.

Si insiste sulla povertà crescente, la fame nera o le calamità naturali, le migrazioni dei miserabili, le "guerre tribali e crudeli", i colpi di stato, i dittatori corrotti... Cioè, una lunga lista di tragedie e di fallimenti che vivono i paesi africani. L'idea soggiacente è che gli africani sono per lo più pari a zero ed incapaci.

Raramente si parla di avvenimenti felici o del dinamismo dei paesi africani o del "rinascimento africano". Non si insiste, per esempio, sulla responsabilità nel "dramma africano" del carico del debito, dei disastri umani e sociali generati dai Piani di aggiustamento strutturale (PAS), del saccheggio delle risorse naturali e dell'accaparramento delle terre africane da parte delle multinazionali del Nord o del fallimento degli aiuti allo sviluppo. Cioè, le pratiche perverse che hanno trasformato l'Africa in un esportatore netto di capitali.

Questa ideologia risulta pericolosa non solo per la sua dimensione razzista, ma anche per essere assunta e riprodotta da alcuni intellettuali africani, che pensano di adottare con ciò un atteggiamento critico, molto apprezzato dai loro mentori occidentali, verso la propria società. Si tratta di una critica economica, spesso superficiale, che riproduce le critiche occidentali.

Disgraziatamente, come denuncia abilmente Boris Diop, il problema col pubblico occidentale in generale, è che gode nel vedere gli stessi africani denigrare l'Africa. L'opinione di questo autore lo ha abituato alle critiche degli intellettuali africani interessati ad attirare a tutti i costi i fondi o la simpatia del pubblico europeo, denigrando la propria società, presentata come arretrata, oppressiva e crudele. L'obiettivo è rimanere con la coscienza tranquilla e responsabilizzare gli africani sui loro problemi e disgrazie.

La "afrodestra latinoamericana", secondo il termine azzeccato di Jesús Chucho García, sta riproducendo lo stesso discorso sull'Africa, per compiacere i dominatori ed ottenere più o meno gli stessi obiettivi. Questa corrente dell'afro-discendenza, che si è nutrita di un eurocentrismo venduto dal boia stesso, si rifiuta di considerare "l'Africa come madre patria", per i supposti fallimenti che incarna questo continente, le umiliazioni che ha sofferto nel passato e che la fanno vergognare, cadendo nell'apologia dei soliti argomenti negativi sull'Africa dei media e di alcuni circoli occidentali. Ha interiorizzato la storia dei "vincitori" per convenienza / opportunismo, trasformandosi in detrattrice della "autenticità africana".

Detto in altre parole, l'afrodestra è caduta nell'eurocentrismo, nutrendosi dalla letteratura negrofoba ed alleandosi coi peggiori responsabili e colpevoli di crimini contro l'umanità o dei loro antenati. Pertanto, siamo di fronte a vittime e, cosa peggiore, incoscienti. Questo atteggiamento masochista, di etnocolonizzazione e autoflagellazione, propria dei popoli dominati, è analizzato nelle opere di Aimé Césaire, Frantz Fanon e Albert Memmi e spiega la tendenza di alcuni membri di questi collettivi a giudicarsi non a partire dai propri parametri, bensì da criteri introiettati dai dominatori.

In definitiva, come afferma Abiola Irele, l'afro-pessimismo, invece di essere una vera preoccupazione della situazione e del futuro dell'Africa, è una visione cinica che permette ad alcuni intellettuali occidentali di fare dell'Africa la loro base commerciale e giustificare la loro carriera nelle istituzioni governative e dello sviluppo in Africa, insistendo in una visione negativa e deformata del continente.

Decostruzione delle basi del programma afro-pessimista

"I popoli africani non hanno Storia e cultura"

La supposta disgrazia permanente degli africani nasce nella versione biblica della "maledizione di Cam", figlio di Noé, dal quale i neri sarebbero discendenti ("razza camitica"). Si tratta di un'invenzione o di una apologia medievale della legittimazione o giustificazione della schiavitù dei neri, perché consisteva nel negare agli africani la parte di umanità, essendo l'obiettivo quello di fornire la manodopera necessaria per le miniere e le piantagioni del Nuovo Mondo.

In quanto alla teoria di assenza di Storia nel continente, fu elaborata dai colonizzatori per giustificare la colonizzazione o la "missione civilizzatrice" e non ha alcun fondamento. È oggi ampiamente dimostrato che la civiltà faraonica nera fu la figlia e non la madre delle civiltà africane (vedere i lavori del professore Cheikh Anta Diop). L'antropologo francese Maurice Delafosse dimostrò che fino al XV secolo le società africane avevano lo stesso livello di sviluppo delle loro equivalenti arabe ed europee (regno del Kongo, impero del Ghana, Mali, Songhai, Kanem-Bornú, Benín, Monomotapa). Non si può neanche prendere in considerazione l'idea che l'Africa fosse una tabula rasa culturale prima dell'arrivo degli europei. Prova di ciò è la persistenza dei valori culturali africani nella santería cubana, candomblé o nella macumba brasiliana e nella cultura latinoamericana in generale. Le rivelazioni dei navigatori dal XV al XVII secolo evidenziano il fatto che l'Africa nera fu una terra di brillanti e ben strutturate civiltà.

"L'Africa è un continente condannato al sottosviluppo e alla povertà"

Normalmente si perde di vista che il sottosviluppo dell'Africa non è una fatalità irreversibile. È il risultato dei meccanismi storici di sfruttamento ed aggressione, delle ingiustizie internazionali istituzionalizzate, insieme alla brutta gestione dei governi post coloniali propensi al neo-patrimonialismo (clientelismo) e predatocrazia. È necessario sottolineare qui la responsabilità dell'educazione ricevuta dalla classe governante africana, educata alla venerazione europea e al disprezzo delle cose africane e che René Dumont esprime in questi termini: "I dirigenti africani sono i nostri alunni. Sono stati formati nelle nostre università, eserciti ed amministrazioni o nelle università neocoloniali africane. Sono stati sedotti dal nostro modello di vita e di sviluppo ed abbiamo insegnato loro come rovinare l'Africa".

Occorre comunque relativizzare il fallimento dell'Africa, che ha ottenuto importanti progressi negli aspetti dello sviluppo umano, annichiliti dagli aggiustamenti strutturali. Si confonde qui il fallimento con la resistenza dei popoli africani al modello economico e sociale dominante, coloniale ed occidentale.

L'affermazione dei disastri africani contrasta con la seguente realtà: il tasso medio di crescita annuale, intorno al 5 % nel 2012-2013, ha reso l'Africa resistente alla crisi dei paesi industrializzati, del Medio Oriente e di quelli emergenti, e alle rivalità tra paesi come Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Cina per la conquista dei mercati africani.

"I conflitti africani sono etnici e l'Africa non è pronta per la democrazia"

Varie analisi e perfino degli accademici attribuiscono normalmente le cause dei conflitti agli unici e semplicistici aspetti etnici o "tribali". I fatti dell'ultimo decennio hanno dimostrato che questa visione è errata.

Conflitti come quelli del Sudan, Angola, Ruanda, Sierra Leona, Liberia, RDC e Somalia hanno evidenziato i molteplici fattori locali, nazionali, regionali ed internazionali, sulla questione delle lotte per il potere e gli abusi di potere, la rottura tra lo Stato e la nazione, la vicinanza agli interessi geopolitici delle potenze esterne e le industrie multinazionali petrolifere o minerarie che, nella loro ricerca del monopolio del profitto, appoggiano i governi, i movimenti di guerriglia o entrambi contemporaneamente.

L'argomento della mancanza di maturità degli africani per la democrazia, prevalente in molti circoli politici del Nord, ha una chiara connotazione eurocentrica, identificando la democrazia e perfino lo sviluppo con l'occidentalizzare.

I fatti non coincidono con questa visione. Sta nascendo una nuova generazione di dirigenti africani più democratici e rispettosi dei diritti umani.

Quello che è fallito in Africa non è lo sviluppo o la democrazia, che non sono prodotti di importazione o esportazione, bensì la riproduzione del modello occidentale o l'occidentalizzazione. Ciò deve interpretarsi come la resistenza degli africani ai modelli imposti dall'esterno.

Conclusione

Si tenta ora di rifiutare all'Africa e alle sue diaspore qualunque forma di pensiero, a partire dagli altri o dalla storia dei vincitori, i quali hanno il monopolio della parola, dei mezzi di comunicazione o informazione.

Scommettiamo sull'afro-centrismo, aperto e non chiuso, o sull'afro-centricità, che consiste nella sottomissione delle relazioni esterne alla razionalità interna, al dare priorità alle esigenze dello sviluppo interno fortificando la capacità di azione ed attuazione degli africani. Con ciò, l'Africa e le sue diaspore usciranno dalla loro esclusione internazionale ed avranno un certo controllo sul proprio destino, attualmente in mano ad altri.

(*) Mbuyi Kabunda è professore di Relazioni Internazionali e Studi Africani nell'Istituto Internazionale di Diritti umani, IIDH, di Strasburgo e del Gruppo di Studi Africani (GEA, dell'Università Autonoma di Madrid) UAM. Direttore dell'Osservatorio di Studi sulla Realtà Sociale dell'Africa Subsahariana (FCA/UAM).

 
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