NOSCE TE IPSUM

FILEMONE E BAUCI


Zeus amava, talora, rivestito di spoglie mortali, andare di terra in terra, di paese in paese. Quel giorno, sulle colline di Frigia, gli era compagno Ermete, che aveva nascosto le ali per non farsi riconoscere. I due passavano di casa in casa, chiedendo ospitalità per la notte. Ma Trovarono tutte le porte sbarrate. Tutte, salvo quella di una capannuccia dal tetto di paglia, in cui, dall’epoca della giovinezza, quando si erano uniti in matrimonio, avevano trascorso una vita semplice e serena, contenti del poco che avevano, Filemone e Bauci. Gli anni avevano imbiancato i loro capelli, ma l’amore che li legava era rimasto immutato nel tempo.Gli dei entrarono nell’umile abitazione, piegando il capo per varcare la soglia. Subito Filemone porse agli ospiti uno sgabello e Bauci si affrettò a riattizzare le ceneri ancora tiepide, alimentando il fuoco con scorze e con rami.Mentre la vecchia versava in una conca l’acqua, per dar sollievo ai piedi affaticati dei viandanti, il marito sprimacciava i giacigli rigonfi di alghe fluviali, perché potessero distendervisi sopra. Poi si apprestarono a dividere con i visitatori la povera cena, colmando l’attesa con cortesi parole.La donna pose sul tavolo davanti a ciascuno una coppa di legno, in cui versò il vino, ed imbandì latte rappreso, uova cotte sotto la cenere calda, verdure dell’orto; e poi noci, fichi, uva, raccolti nella piccola vigna.Ben presto i due vecchi si accorsero che l’anfora appena svuotata tornava a riempirsi, ed il prodigio li colmò di reverente timore.“Sono dei!”, sussurrò Bauci, levando al cielo le mani.“E noi che li abbiamo accolti in modo così inadeguato!”“Dobbiamo offrire loro per cena qualcosa di più, visto che si sono degnati di entrare nella nostra casa.”“Ma non abbiamo altro in dispensa.”“Potremmo fare arrosto l’oca. Lo so che a te è molto cara, perché ci custodisce la capanna.”“Non Importa: hai fatto bene a pensarci. Aiutami a prenderla.”Cercarono di afferrarla, ma l’oca correva via qua e là, sbattendo le ali con grande schiamazzo, e sfuggiva di mano agli inseguitori, ogni volta che credevano di averla finalmente acchiappata. Quando infine si rifugiò starnazzando fra i due numi, che seguivano divertiti la scena, Zeus stese sulle sue candide piume la benevola mano.“Lasciatela stare: non è il caso che la sacrifichiate per noi, anche se avete capito chi siamo. Già prima di saperlo ci avete dato ampia prova della vostra bontà: e siete stati i soli ad accoglierci, in mezzo a tanti empi che hanno rifiutato di ospitarci. Perciò adesso ascoltate. Lasciate la vostra casa e venite con noi in cima alla montagna, per sottrarvi al castigo che si abbatterà sopra i vostri vicini.”Ubbidirono, e tennero dietro agli dei con passo incerto, appoggiandosi ai loro bastoni. Quando furono sulla sommità del monte, si volsero indietro: e videro che l’intero paese era stato inghiottito da un lago, sulle cui rive si levava soltanto più la loro capanna. Ed ecco che, a un tratto, quel tugurio si trasformò in tempio: i pali di legno divennero alte colonne, il tetto di paglia brillò di tegole d’oro, le porte ebbero battenti di bronzo scolpito, il pavimento si coprì di marmi preziosi.“Esprimete un desiderio e vi accontenterò”, disse il sovrano del cielo ai due vecchi sbigottiti.Consultata Bauci, Filemone rispose con trepida voce: “Permetteteci di essere i custodi del vostro sacrario; e, dal momento che abbiamo trascorso in perfetto accordo, fianco a fianco, tanta parte della nostra vita, consentiteci di finirla nello stesso momento, così che nessuno di noi debba assistere alla sepoltura dell’altro”.I loro voti furono esauditi. Per lunghi anni ancora restarono a guardia del tempio: finchè un giorno, mentre davanti all’entrata raccontavano ai visitatori la storia meravigliosa di quel sacro luogo, guardandosi amorevolmente negli occhi, si videro l’un l’altro ricoprirsi di foglie. E già una verde chioma ammantava i capi canuti, mentre le bocche si scambiavano l’ultimo addio.Trasformati in tiglio ed in quercia, Filemone e Bauci continuarono a restare vicini intrecciando fronde e radici e, stormendo al soffio dei venti, ripresero l’affettuoso colloquio. Mani pietose appesero ai rami ghirlande di fiori, per rendere omaggio a quei giusti, cari agli dei.