Mala tempora currunt

L'importanza di chiamarsi Calisto


L'ultimo atto di questa commedia degli inganni all'italiana andò in scena giusto il 19 dicembre di 3 anni fa, mentre nelle case degliitaliani fervevano i preparativi per il Santo Natale.Il regalo che Calisto aveva in serbo per i suoi investitori sembra fosse pronto da almeno una decina d'anni, sin dai tempi della disastrosa avventura televisiva di Odeon.La sgradita sorpresa venne scartata venerdì 19 dicembre 2003, nel giorno del "triple witch day" che chiudeva il 2003 di Piazza Affarie che vide la società di Collecchio collassare nel giro di poche ore.Parmalat, a dire il vero, stava già barcollando da alcuni giorni. Il titolo era reduce da una sospensione dalle contrattazioni durata circa una settimana: alla sua riammissione agli scambi l'azienda emiliana lasciò sul parterre circa il 40%.La sentenza venne emessa poco le 8:00 in uno scarno comunicato con cui la Bank of America disconobbe l'autenticità di un documento riguardante il dossier-titoli intestato a Parmalat finanziaria presso la filiale newyorkese dell'istituto americano.Il resto della giornata fu un crescendo rossiniano di lanci di agenziaa raffica, al termine dei quali Parmalat non esisteva praticamente più.Si congedò dai suoi azionisti nella giornata di lunedì con un close di 11 cents che restò malinconicamente stampato a lungo negli estratti dei dossier-titoli degli sfortunati possessori.Il conto alla rovescia per Parmalat, venne innescato da alcune indiscrezioni di stampa in merito ad un fondo d'investimento "Epicurum" le cui tracce portavano alle isole Cayman.Parmalat aveva un Bond in scadenza per quei giorni, e che detenesse liquidità parcheggiata al sicuro dall'altra parte del globoappariva quantomeno sospetto.Da lì venne scoperchiato il vaso di Pandora di Tanzi e Tonna: daibilanci fatti con lo scanner alle decine di miliardi di Euro di buco.A rimettere a posto le cose venne chiamato Enrico Bondi, risanatore in servizio permanente effettivo.Il curriculum del manager aretino veniva declamato sui media cheelencavano le sue imprese impossibili alla MontEdison, in Telecom, alla SMI.Il motivo di tanto trasporto verso il salvatore della Patria caseariaera diverso dalla incrollabile fiducia verso le sue taumaturgiche dotidi risanatore ma, più banalmente, perchè, qui come anche negli altri precedenti incarichi, sulla poltrona di amministratore delegato ce lo avevano sistemato le banche: a Foro Bonaparte lo portò Cuccia per un processo di ristrutturazione lungo e difficile, quindi alla Telecom per una toccata e fuga ed infine alla corte del gruppo Orlando che lasciò in mezzo al guado per accettare l'offerta di andare a guidare il gruppo alimentar-caseario.Normale che facesse gli interessi di chi lo aveva messo sulla tolda di comando, il che voleva dire risanamento industriale ma anche (soprattutto) scarsissimo rispetto per gli altri azionisti; ovvero i privati risparmiatori.Normale anche che i media suonassero la grancassa: i giornali fanno capo a gruppi industriali l'uno più indebitato dell'altro con le banche e non sarebbe saggio inimicarsi chi li tiene in vita solo per informare correttamente i propri lettori.Meglio quindi scaricare tutte le colpe sulla premiata ditta Tanzi&Tonna, capri espiatori ideali per coprire le pesanti responsabilità altrui nel crack di Collecchio.I media furono, pertanto, prodighi di particolari andando oltre l'aspetto finanziario e dando conto dei granguignoleschi anatemi di Fausto Tonna all'indirizzo dei giornalisti o delle liti al supermercato della sua consorte, piuttosto che dei travagli morali del figlio Stefano in contrapposizione con la sorella che -riferiscono le cronache- non si fece particolari scrupoli.Si partì favoleggiando sul misterioso tesoro di Tanzi e si arrivò aparlare della cessione obbligata di Adriano all'Inter che complicava i piani di Mister Prandelli per la seconda parte del campionato; il tutto mentre il buco di bilancio lievitava ogni giorno di più come fosse il sufflé di uno dei tanti marchi del gruppo.Non furono altrettanto puntuali, nel dire come e perchè si era arrivati a quel punto e se Tanzi fosse l'unico bandito quotato a Piazza Affari o non piuttosto in folta e qualificata compagnia.La loro preoccupazione rimase quella di convincere gli azionisti a considerare perduto per sempre il loro investimento e gli obbligazionisti ad accettare l'elemosina che il buon cuore di Bondi avrebbe elargito loro da lì a breve.Invece avrebbero potuto spiegare che Parmalat era una finzione finanziaria ("Financial player with food interest", come titolava il Financial Times), un osso già da tempo spolpato dalle banche che avevano puntato una pistola alla tempia di Calisto Tanzi, costringendolo ad accettare qualsiasi strampalata idea gli venisse proposta.Trovarono in questo modo la loro logica spiegazione campagne acquisti all'apparenza insensate: la centrale del latte di Roma rilevata da Sergio Cragnotti, piuttosto che le acque minerali acquistate da Giuseppe Ciarrapico ed altre operazioni industrialmente senza né capo, né coda tutte imposte, obtorto collo, al patron di Collecchio, finanziandone l'operazione di acquisto effettuata ed incassando gli stessi denari dal venditore indebitato -ça va sans dire- con la banca medesima.I soldi cioé venivano prestati alla Parmalat per un'operazione insensata; una volta che Tanzi aveva pagato il venditore per il suo asset, questi girava la somma appena incassata alla banca di partenza perchè indebitato con quest'ultima.Durante questo giro di valzer finanziario, la banca bagnava il pane più volte: come advisor -dell'uno e dell'altro- e per curare l'emissione obbligazionaria.Il cerchio si chiudeva collocando presso i risparmiatori i Bond appena emessi, lucrando così altre commissioni e girando il cerino.Parmalat nella sua decennale esperienza a listino fu un titolo perennemente sottovalutato: in borsa ha sempre quotato con multipli largamente inferiori rispetto alle realtà concorrenti come Unilever, Nestlé o Kraft.Per spiegarlo, si dava la colpa all'esposizione del gruppo in Sudamerica, che, con la sua instabilità politica ed il suo ciclo economico irregolare, rappresentava una spina nel fianco per le prospettive dell'intero gruppo.Argomentazioni apparentemente credibili, se non fosse che, in realtà, un'azienda alimentare, sia anticiclica per definizione perchè la curva della domanda dei suoi prodotti è anelastica rispetto al reddito disponibile.Tradotto: se si guadagna di meno si rinuncerà a cambiare la macchina ma si continuerà a fare colazione.Quando su Parmalat calò la tela; né banche, né fondi d'investimento (gestiti da banche) erano in possesso di azioni.Strano? Di più. I fondi azionari specializzati su Piazza Affari replicano più o meno fedelmente i pesi dell'indice: se Telecom pesa il 5% nell'indice il fondo avrà in pancia il 6-7% di azioni Telecom se è ottimista, il 3-4% se è scettico sulla società telefonica, ma se proprio non ne ha, c'è un motivo ben preciso.Di obbligazioni invece, ne avevano: quelle giuste.Perchè quando Bondi formulò la sua "propostachenonsipuòrifiutare" le obbligazioni vennero switchate in nuove azioni Parmalat con un concambio diverso a seconda di quale società del gruppo alimentare aveva materialmente emesso le obbligazioni stesse.Ci furono obbligazioni rimborsate al 100% del nominale, ed altre a meno del 10%: immaginerete i possessori delle une e delle altre senza dover chiedere troppo alla vostra fantasia.In realtà, l'industria, era sana e solida: Parmalat, in mezzo al crack,mantenne continuità produttiva e non cedette quote di mercato ai suoi concorrenti in nessun segmento nel quale era presente.Si presero anche l'industria e quando, nell'ottobre 2005, Parmalat ritornò in borsa i principali azionisti erano le banche che avevano in mano le obbligazioni "giuste", quelle verso le quali Risanator tenne un occhio di riguardo.Tornò a listino dopo un battage sui media quantomai sospetto: si faceva un gran parlare di un'OPA da parte della Granarolo; di cui poi non se ne seppe più nulla ma che servì a tenere i prezzi alti per qualche giorno, giusto per dare il tempo di vendere a chi era dentro controvoglia.Enrico Bondi aveva quotato un minotauro per metà società alimentare (ricostruita disbocando le partecipazioni e ripulendo il bilancio per un'agevole stima di valore) e per metà composta da un insieme di azioni revocatorie e di risarcimento danni contro le società di revisione e le banche italiane o straniere colluse con la precedente proprietà.Per dare un ordine di idee quantitativo Bondi aveva messo assieme, con le sue azioni giudiziarie, la cifra monstre di 40 miliardi di euro.Quanti di questi soldi possono, sul serio, arrivare a Collecchio? Si possono fare solo stime, tenendo conto che l'1% di differenza a livello di recovery-ratio vale 400 milioni di euro.Le azioni revocatorie avvengono in forza di legge: i pagamenti effettuati dalla società dissestata nel corso dei 2 anni precedenti devono essere restituiti, salvo riuscire a provare che non si fosse a conoscenza della crisi societaria.Per i risarcimenti, si deve attendere la pronuncia di un tribunale.Normalmente, questo genere di contese, vengono accomodatesenza attendere le sentenze: in cambio di un assegno la richiesta di revocatoria/risarcimento viene rimessa.Oggi Tanzi è libero come il vento, Parmalat è nuovamente nel Mib30 e le sue quotazioni sono ai massimi mentre le banche si preparano a giocare l'ultima mano della loro partita truccata raccogliendo ad 1 Euro le vecchie azioni Parmalat azzerate per dare ai loro depositanti una minusvalenza fiscale da compensare o per svuotare un dossier-titoli da chiudere.Quando avranno raccolto le ultime azioni faranno assorbire la vecchia Parmalat (che non è mai stata dichiarata fallita) per usarla come bara fiscale grazie alle perdite pregresse in essa contenute.Tutto questo mentre, dall'altra parte, il parco buoi paga il conto per tutti: è la solita storia e nemmeno la commedia di Calisto ha saputo sfuggire al solito scontatissimo finale.