Visto che ne ho lette di tutti i colori in questi giorni sui vari Blog a proposito delle foibe, cercherò di ricapitolare come andarono le cosein quei tragici anni.Il regno di Jugoslavija era politicamente vicino all'asse ma, allo scoppio delle ostilità, mantenne un atteggiamento neutrale e non prese inizialmente parte alle operazioni belliche.A fine marzo 1941, il governo firmò il patto tripartito, seguendo a ruota le nazioni confinanti, ed entrando a far parte dell'alleanza militare che univa Italia, Germania e Giappone.Per tutta risposta partì, organizzato da ambienti militari jugoslavi filo-britannici, un colpo di stato che esiliò il reggente Paolo e mise sul trono il non ancor diciottenne Pietro.I primi atti dei golpisti furono la mobilitazione generale e la firma di un trattato di amicizia (non di mutua assistenza: Stalin era ancora neutrale e socio in affari con Hitler) con l'U.R.S.S.La Germania reagì con l'operazione "Castigo" invadendo la Jugoslavija ed occupandola nel giro di un paio di settimane: a nord, in Slovenija/Croazia i soldati tedeschi erano i benvenuti mentre in Srbija lo sbandamento dell'esercito jugoslavo e la disparità di forze in campo resero una pura formalità i combattimenti.La Jugoslavija, costruita artificiosamente dai Franco-Britannici sulplastico di Versailles, venne così spartita fra gli stati confinanti, facendo ricongiungere le sue corpose minoranze alle rispettive madrePatrie.Fu così che la Bulgaria si riprese la regione della Makedonija, per la quale già aveva guerreggiato contro la Srbija a più riprese.L'Ungheria si riprese la Vojvodina, regione della Srbija a larga maggioranza magiara, ma non la Croazia, nonostante ai tempi dell'Austria-Ungheria tale regione fosse, amministrativamente, ungherese.Stranamente l'Italia venne molto premiata da quella divisione: oltre alla Dalmazia, terra di storia veneta, si vide assegnare anche la Slovenija (nell'impero asburgico era in quota Austria); ed anche il MonteNegro ed il Kosovo che si univano all'Albania (già protettorato italiano da prima dell'inizio della guerra) mentre lo stato indipendente di Croazia chiamò sul suo trono il Duca di Spoleto.Fu sotto questa temporanea suddivisione, dettata dagli eventi bellici, che la furiosa mischia interetnica jugoslava regolò ferocemente i propri conti storici, senza che ci fosse alcun bisogno dell'ulteriore spinta dell'odio ideologico. Il leitmotiv della pulizia etnica vide i croati, (non gli ustasa: tutti i croati), contro serbi (tutti i serbi, non solo i comunisti serbi).E' necessario, tuttavia, addentrarsi nel dettaglio dei vari contendenti e dei loro nemici per capire meglio lo scenario di allora: i chetnik combattevano contro i partizan, formazioni panslaviste comuniste, ma non contro i nazisti, gli ustasa combattevano sia contro i chetnik che contro i partizan anche perchè quando si tratta di serbi i croati non hanno mai fatto troppe distinzioni; mentre i partizan combattavano sia contro gli ustasa che contro chetnik e nazisti. Insomma un tutti contro tutti senza esclusione di colpi.Tant'è che, delle vittime che la Jugoslavija dovrà contare alla fine del conflitto oltre l'80% trovano la loro causa in queste faide interetniche.Impallidisce, al confronto, il bilancio dei massacri della Wehrmacht, le cui rappresaglie erano volutamente provocate dai partizan di Tito che se ne servivano per poter ingrossare le proprie fila.Chi avesse voluto combattere contro i nazisti, infatti, avrebbe dovuto per forza arruolarsi nelle brigate guidate dal maresciallo Tito, in quanto gli ustasa erano alleati dei tedeschi ed i chetnik neutrali.La guerra poi prese tutt'altra piega e tutte le responsabilità vennero segnate in conto alla Wehrmacht, giacchè croati e serbi, visto l'epilogo del conflitto, avrebbero dovuto proseguire la loro forzata coabitazione.Ad entrambi conveniva liquidare così la questione, del resto non fu certo l'unico argomento storico su cui verrà fatta carne di porco.Arrivò dunque il redde rationem per le nazioni confinanti, e se ad est l'intervento dell'armata rossa preservò le frontiere degli stati del futuro blocco sovietico, ovvero Bulgaria ed Ungheria, l'unica possibilità per la Jugoslavija di un guadagno territoriale veniva dal confine italo-austriaco.Le brigate titine giunsero da sud, perlopiù da zone dovei contatti con l'esercito italiano furono ben poca cosa se paragonati allo scenario circostante e quindi non vi era nessun conto particolare da regolare; non regge nemmeno l'argomento sulle angherie subite dagli sloveni e vendicate in questo modo: la sorte degli sloveni non doveva essere la loro preoccupazione principale visto che arrivarono prima a Trieste ed a Bleiburg che a Lubiana.La verità è che, purtroppo, la pulizia etnica nei balcani è regola millenaria e, ben prima degli accadimenti della IIWW, croati, serbi, bosgnacchi, turchi, albanesi e macedoni si sono cimentati con profitto, scambiandosi i ruoli di vittima e di carnefice (senza risparmiarsi alcuna sorta di colpo proibito), a seconda dei momenti storici.L'Istria non fu certo la prima, prima di lei infatti, SanGiaccato, Slavonia, MonteNegro, Krajina, Pannonia, Kosovo-Methodia e Makedonija hanno cambiato e ricambiato padrone, nel corso dei secoli, con il medesimo corredo di orrori e massacri.Anche le modalità con cui queste venivano perpetrate sono sempre state identiche: quando una nazione veniva sconfitta in guerra i civili evacuavano i territori perduti alla lesta, prima che arrivassero i vincitori.Per coloro che non erano riusciti a scappare c'erano 2 possibilità: una convincente conversione ex nunc verso i nuovi arrivati, o un racconto qualsiasi fra i tanti che abbiamo letto in questi giorni.A riprova di ciò è sufficiente aggiungere che gli italiani che scelsero di rimanere, furono gli unici veri "jugoslavi" che Tito riuscì a forgiare in oltre trent'anni di dominio.Tutti gli altri erano e rimasero, "slovenaca", "hrvata" o "srbina", solo loro erano "jugoslavi": il loro sito "Histria", d'altronde, è un autentico capolavoro di sinistrismo e mondialismo.L'Istria, d'altra parte, non fu nemmeno l'ultima, perchè, dopo le foibe, la pulizia etnica balcanica conobbe un ulteriore capitolo durante gli anni '90, quando l'Europa mise la testa sotto la sabbia mentre in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo si proiettava un film già visto.Non si fanno, pertanto, a futura memoria queste giornate di commemorazione, ma per abbindolare qualche elettore sensibile al tema e se in Jugoslavija, o altrove, avranno ancora voglia di scannarsi, noi li lasceremo fare continuando tranquillamente a scrivere le nostre disquisizioni storiche sui campi di sterminio di 60 anni fa mentre, intorno a noi, sono già all'opera i nuovi.
La fobia delle foibe
Visto che ne ho lette di tutti i colori in questi giorni sui vari Blog a proposito delle foibe, cercherò di ricapitolare come andarono le cosein quei tragici anni.Il regno di Jugoslavija era politicamente vicino all'asse ma, allo scoppio delle ostilità, mantenne un atteggiamento neutrale e non prese inizialmente parte alle operazioni belliche.A fine marzo 1941, il governo firmò il patto tripartito, seguendo a ruota le nazioni confinanti, ed entrando a far parte dell'alleanza militare che univa Italia, Germania e Giappone.Per tutta risposta partì, organizzato da ambienti militari jugoslavi filo-britannici, un colpo di stato che esiliò il reggente Paolo e mise sul trono il non ancor diciottenne Pietro.I primi atti dei golpisti furono la mobilitazione generale e la firma di un trattato di amicizia (non di mutua assistenza: Stalin era ancora neutrale e socio in affari con Hitler) con l'U.R.S.S.La Germania reagì con l'operazione "Castigo" invadendo la Jugoslavija ed occupandola nel giro di un paio di settimane: a nord, in Slovenija/Croazia i soldati tedeschi erano i benvenuti mentre in Srbija lo sbandamento dell'esercito jugoslavo e la disparità di forze in campo resero una pura formalità i combattimenti.La Jugoslavija, costruita artificiosamente dai Franco-Britannici sulplastico di Versailles, venne così spartita fra gli stati confinanti, facendo ricongiungere le sue corpose minoranze alle rispettive madrePatrie.Fu così che la Bulgaria si riprese la regione della Makedonija, per la quale già aveva guerreggiato contro la Srbija a più riprese.L'Ungheria si riprese la Vojvodina, regione della Srbija a larga maggioranza magiara, ma non la Croazia, nonostante ai tempi dell'Austria-Ungheria tale regione fosse, amministrativamente, ungherese.Stranamente l'Italia venne molto premiata da quella divisione: oltre alla Dalmazia, terra di storia veneta, si vide assegnare anche la Slovenija (nell'impero asburgico era in quota Austria); ed anche il MonteNegro ed il Kosovo che si univano all'Albania (già protettorato italiano da prima dell'inizio della guerra) mentre lo stato indipendente di Croazia chiamò sul suo trono il Duca di Spoleto.Fu sotto questa temporanea suddivisione, dettata dagli eventi bellici, che la furiosa mischia interetnica jugoslava regolò ferocemente i propri conti storici, senza che ci fosse alcun bisogno dell'ulteriore spinta dell'odio ideologico. Il leitmotiv della pulizia etnica vide i croati, (non gli ustasa: tutti i croati), contro serbi (tutti i serbi, non solo i comunisti serbi).E' necessario, tuttavia, addentrarsi nel dettaglio dei vari contendenti e dei loro nemici per capire meglio lo scenario di allora: i chetnik combattevano contro i partizan, formazioni panslaviste comuniste, ma non contro i nazisti, gli ustasa combattevano sia contro i chetnik che contro i partizan anche perchè quando si tratta di serbi i croati non hanno mai fatto troppe distinzioni; mentre i partizan combattavano sia contro gli ustasa che contro chetnik e nazisti. Insomma un tutti contro tutti senza esclusione di colpi.Tant'è che, delle vittime che la Jugoslavija dovrà contare alla fine del conflitto oltre l'80% trovano la loro causa in queste faide interetniche.Impallidisce, al confronto, il bilancio dei massacri della Wehrmacht, le cui rappresaglie erano volutamente provocate dai partizan di Tito che se ne servivano per poter ingrossare le proprie fila.Chi avesse voluto combattere contro i nazisti, infatti, avrebbe dovuto per forza arruolarsi nelle brigate guidate dal maresciallo Tito, in quanto gli ustasa erano alleati dei tedeschi ed i chetnik neutrali.La guerra poi prese tutt'altra piega e tutte le responsabilità vennero segnate in conto alla Wehrmacht, giacchè croati e serbi, visto l'epilogo del conflitto, avrebbero dovuto proseguire la loro forzata coabitazione.Ad entrambi conveniva liquidare così la questione, del resto non fu certo l'unico argomento storico su cui verrà fatta carne di porco.Arrivò dunque il redde rationem per le nazioni confinanti, e se ad est l'intervento dell'armata rossa preservò le frontiere degli stati del futuro blocco sovietico, ovvero Bulgaria ed Ungheria, l'unica possibilità per la Jugoslavija di un guadagno territoriale veniva dal confine italo-austriaco.Le brigate titine giunsero da sud, perlopiù da zone dovei contatti con l'esercito italiano furono ben poca cosa se paragonati allo scenario circostante e quindi non vi era nessun conto particolare da regolare; non regge nemmeno l'argomento sulle angherie subite dagli sloveni e vendicate in questo modo: la sorte degli sloveni non doveva essere la loro preoccupazione principale visto che arrivarono prima a Trieste ed a Bleiburg che a Lubiana.La verità è che, purtroppo, la pulizia etnica nei balcani è regola millenaria e, ben prima degli accadimenti della IIWW, croati, serbi, bosgnacchi, turchi, albanesi e macedoni si sono cimentati con profitto, scambiandosi i ruoli di vittima e di carnefice (senza risparmiarsi alcuna sorta di colpo proibito), a seconda dei momenti storici.L'Istria non fu certo la prima, prima di lei infatti, SanGiaccato, Slavonia, MonteNegro, Krajina, Pannonia, Kosovo-Methodia e Makedonija hanno cambiato e ricambiato padrone, nel corso dei secoli, con il medesimo corredo di orrori e massacri.Anche le modalità con cui queste venivano perpetrate sono sempre state identiche: quando una nazione veniva sconfitta in guerra i civili evacuavano i territori perduti alla lesta, prima che arrivassero i vincitori.Per coloro che non erano riusciti a scappare c'erano 2 possibilità: una convincente conversione ex nunc verso i nuovi arrivati, o un racconto qualsiasi fra i tanti che abbiamo letto in questi giorni.A riprova di ciò è sufficiente aggiungere che gli italiani che scelsero di rimanere, furono gli unici veri "jugoslavi" che Tito riuscì a forgiare in oltre trent'anni di dominio.Tutti gli altri erano e rimasero, "slovenaca", "hrvata" o "srbina", solo loro erano "jugoslavi": il loro sito "Histria", d'altronde, è un autentico capolavoro di sinistrismo e mondialismo.L'Istria, d'altra parte, non fu nemmeno l'ultima, perchè, dopo le foibe, la pulizia etnica balcanica conobbe un ulteriore capitolo durante gli anni '90, quando l'Europa mise la testa sotto la sabbia mentre in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo si proiettava un film già visto.Non si fanno, pertanto, a futura memoria queste giornate di commemorazione, ma per abbindolare qualche elettore sensibile al tema e se in Jugoslavija, o altrove, avranno ancora voglia di scannarsi, noi li lasceremo fare continuando tranquillamente a scrivere le nostre disquisizioni storiche sui campi di sterminio di 60 anni fa mentre, intorno a noi, sono già all'opera i nuovi.