Passa una mano sotto i capelli e li libera dal maglione sollevandoli, poi li ferma sulla testa con lo spillone d'argento che sta sulla mensola sotto lo specchio, in corridoio. Dall'armadio di fronte toglie scarpe e giaccone, raccoglie la borsa e le butta dentro le chiavi. Non si trucca. Apre la porta e se la richiude alle spalle. Lungo le scale incrocia l’inquilino del piano di sopra, lo studente, che come al solito la guarda passare, muto. Cammina a passi lunghi attraverso la città pallida e silenziosa. Lo stesso sole l’accompagna da giorni. A volte le piace pensare che lei e la città abbiano, verso la gente che la abita, lo stesso sguardo indifferente. Arriva alla libreria, un passo oltre la soglia ed è dentro la sua luce di biscotto. Si chiede di nuovo se Anker l’abbia assunta perché i clienti credano di trovarsi di fronte magari a una scrittrice, una specie di Virginia Woolf con i capelli scuri e gli occhi seri -quando non legge che qualche libro di poesia. Subito si mette a sistemare negli scaffali i nuovi volumi, appena arrivati. Dopo pochi minuti, come ogni volta, l’avvolge il piacere rassicurante di dare ad ogni cosa il suo posto, con pochi gesti monotoni. Quando la giornata è conclusa ritorna a casa, camminando lentamente, si ferma al supermercato a comprare qualcosa che porta via in una busta di plastica bianca, nel buio sembra una lampada accesa. A casa mangia svelta, poi si infila di nuovo il giaccone, tira fin sulle orecchie un berretto di lana blu ed esce sul balcone, dove si siede per terra, il Peer Gynt di Grieg nelle cuffie ed una tazza di caffé in mano, a guardare le luci e la notte davanti a lei. Passano dieci minuti, e Dagmar si accorge che non può dormire. Accende la luce e si siede sul bordo del letto sfregandosi gli occhi, più assonnata di quanto le fosse sembrato quand'era al buio. Sfila i pantaloni del pigiama e mette un paio di jeans, una felpa sopra la maglia. Giù in strada si ferma un momento perché la sua temperatura diventi quella dell'esterno, e con essa i pensieri. Va alla birreria nella strada oltre la sua, dove conta di trovare Peter, come ogni giovedì. Peter ha i capelli grigi e gli occhi di chi è sul punto di ridere, la sua musa, l'unica persona che le piaccia ascoltare. Ma stasera non è nel locale e Dagmar decide di restare soltanto un momento, ad un tavolo solitario. Una delle pareti è occupata da uno scaffale di libri ornamentali. Scorre i titoli, prende l'Odissea e si siede. Passa le mani sulla copertina di tela rosso cupo. C'è un ragazzo straniero che scrive davanti alla sua birra. Si sta comunque bene, la musica bassa, il legno scuro tutt'attorno, la poca luce gialla delle lampade mescolata al fumo ed al rumore delle voci, ad intervalli il tintinnio dei bicchieri. La sera successiva ritorna, dopo che in libreria le ha telefonato Peter, a cui qualcuno ha riferito di averla vista al locale. Spinge la porta di legno, attraverso il vetro giallo traspare la luce dell’interno; mentre stringe la maniglia di ferro anticipa mentalmente la visione del locale, e meravigliosamente si ripete la quotidiana magia: la realtà è immutata, ogni particolare uguale a ieri. Cammina all’interno, scorre i tavoli cercandolo. Sono belle le persone in questo momento, senza ascoltarne le parole, sedute in penombra ai tavoli, mentre si parlano avvicinando le teste. Domattina non le piaceranno più. Peter è seduto ad un tavolo quadrato oltre il bancone del bar, ed è assieme a qualcuno. Dagmar si avvicina da dietro e gli appoggia una mano sulla schiena per salutarlo, e si alzano in piedi lui ed il suo compagno. Le presenta il ragazzo italiano della sera prima, che le porge la mano piegandosi leggermente in avanti. Lei si lascia scivolare in una delle due sedie vuote, commentando con un sorriso il freddo della notte, poi tace, perché proseguano i discorsi che ha interrotto. Si tratta della Spagna, e dei suoi paesaggi, tra ricordi di viaggi e letture. Adora questo genere di discussioni, e vede negli occhi di Peter il piacere di aver incontrato questo interlocutore. Parlano tra inglese e francese, così a volte lei dice una frase apposta per far loro cambiare lingua. Dopo poco arriva una cameriera a raccogliere i due bicchieri vuoti, ordinano altre birre e l’italiano si rivolge alla ragazza con un’attenzione che fa pentire Dagmar dei suoi modi distratti. Glielo dice, lui le risponde di non saper resistere alla gentilezza delle persone. Ammette però di avere anche un debole per le cameriere, con gli occhi limpidi di chi si sente a casa. Simona
DAGMAR
Passa una mano sotto i capelli e li libera dal maglione sollevandoli, poi li ferma sulla testa con lo spillone d'argento che sta sulla mensola sotto lo specchio, in corridoio. Dall'armadio di fronte toglie scarpe e giaccone, raccoglie la borsa e le butta dentro le chiavi. Non si trucca. Apre la porta e se la richiude alle spalle. Lungo le scale incrocia l’inquilino del piano di sopra, lo studente, che come al solito la guarda passare, muto. Cammina a passi lunghi attraverso la città pallida e silenziosa. Lo stesso sole l’accompagna da giorni. A volte le piace pensare che lei e la città abbiano, verso la gente che la abita, lo stesso sguardo indifferente. Arriva alla libreria, un passo oltre la soglia ed è dentro la sua luce di biscotto. Si chiede di nuovo se Anker l’abbia assunta perché i clienti credano di trovarsi di fronte magari a una scrittrice, una specie di Virginia Woolf con i capelli scuri e gli occhi seri -quando non legge che qualche libro di poesia. Subito si mette a sistemare negli scaffali i nuovi volumi, appena arrivati. Dopo pochi minuti, come ogni volta, l’avvolge il piacere rassicurante di dare ad ogni cosa il suo posto, con pochi gesti monotoni. Quando la giornata è conclusa ritorna a casa, camminando lentamente, si ferma al supermercato a comprare qualcosa che porta via in una busta di plastica bianca, nel buio sembra una lampada accesa. A casa mangia svelta, poi si infila di nuovo il giaccone, tira fin sulle orecchie un berretto di lana blu ed esce sul balcone, dove si siede per terra, il Peer Gynt di Grieg nelle cuffie ed una tazza di caffé in mano, a guardare le luci e la notte davanti a lei. Passano dieci minuti, e Dagmar si accorge che non può dormire. Accende la luce e si siede sul bordo del letto sfregandosi gli occhi, più assonnata di quanto le fosse sembrato quand'era al buio. Sfila i pantaloni del pigiama e mette un paio di jeans, una felpa sopra la maglia. Giù in strada si ferma un momento perché la sua temperatura diventi quella dell'esterno, e con essa i pensieri. Va alla birreria nella strada oltre la sua, dove conta di trovare Peter, come ogni giovedì. Peter ha i capelli grigi e gli occhi di chi è sul punto di ridere, la sua musa, l'unica persona che le piaccia ascoltare. Ma stasera non è nel locale e Dagmar decide di restare soltanto un momento, ad un tavolo solitario. Una delle pareti è occupata da uno scaffale di libri ornamentali. Scorre i titoli, prende l'Odissea e si siede. Passa le mani sulla copertina di tela rosso cupo. C'è un ragazzo straniero che scrive davanti alla sua birra. Si sta comunque bene, la musica bassa, il legno scuro tutt'attorno, la poca luce gialla delle lampade mescolata al fumo ed al rumore delle voci, ad intervalli il tintinnio dei bicchieri. La sera successiva ritorna, dopo che in libreria le ha telefonato Peter, a cui qualcuno ha riferito di averla vista al locale. Spinge la porta di legno, attraverso il vetro giallo traspare la luce dell’interno; mentre stringe la maniglia di ferro anticipa mentalmente la visione del locale, e meravigliosamente si ripete la quotidiana magia: la realtà è immutata, ogni particolare uguale a ieri. Cammina all’interno, scorre i tavoli cercandolo. Sono belle le persone in questo momento, senza ascoltarne le parole, sedute in penombra ai tavoli, mentre si parlano avvicinando le teste. Domattina non le piaceranno più. Peter è seduto ad un tavolo quadrato oltre il bancone del bar, ed è assieme a qualcuno. Dagmar si avvicina da dietro e gli appoggia una mano sulla schiena per salutarlo, e si alzano in piedi lui ed il suo compagno. Le presenta il ragazzo italiano della sera prima, che le porge la mano piegandosi leggermente in avanti. Lei si lascia scivolare in una delle due sedie vuote, commentando con un sorriso il freddo della notte, poi tace, perché proseguano i discorsi che ha interrotto. Si tratta della Spagna, e dei suoi paesaggi, tra ricordi di viaggi e letture. Adora questo genere di discussioni, e vede negli occhi di Peter il piacere di aver incontrato questo interlocutore. Parlano tra inglese e francese, così a volte lei dice una frase apposta per far loro cambiare lingua. Dopo poco arriva una cameriera a raccogliere i due bicchieri vuoti, ordinano altre birre e l’italiano si rivolge alla ragazza con un’attenzione che fa pentire Dagmar dei suoi modi distratti. Glielo dice, lui le risponde di non saper resistere alla gentilezza delle persone. Ammette però di avere anche un debole per le cameriere, con gli occhi limpidi di chi si sente a casa. Simona