ILDOMINIOPERDUTO

VIA ZAMBONI


C’era una volta un ragazzo che camminava per le strade della Ciità dei Portici, e che si ritrovò, oltrepassate la Garisenda e l’Asinelli, enorme monumento da cui, come qualcuno (un pazzo, probabilmente) scrisse, in tempi lontanissimi, gronda la luce / dalle torri masticate, si ritrovò, dicevo, in via Zamboni. Non so se tutto iniziò in quel momento, fatto sta che il ragazzo in quell’epoca e in quel periodo della sua vita era molto confuso. Cercava di farsi piacere un corso di studi che in realtà sentiva profondamente inadatto alle sue capacità, per non dire non confacente alle sue inclinazioni, quindi, pur impegnandosi, non vedeva sbocchi. Cosa notò, che gli piacque così tanto? Non lo so. Forse, semplicemente, assaporò un’idea di libertà, quella libertà assoluta che aveva sperimentato, credo, soltanto lontano da casa, in gita scolastica ad esempio, oppure con un libro fra le mani. Di cosa si convinse? Nemmeno questo so con certezza. Forse pensò che la sua salvezza sarebbe stata probabile, o almeno possibile, fra i graniti usurati di quella via pittoresca, che in fondo nel suo rigido e canonico Istituto Superiore di Istruzione Universitaria per Formare Adulti Responsabili e Inquadrati gli avevano insegnato ad evitare come la peste del millecinque. Sarebbe stata necessaria soltanto una massiccia dose di Coraggio, forse, proprio quello che a scuola non insegnano, quello che ti consiglia di indossare la Tua vita anziché cercare di adattarsi addosso quella di un Altro. Il coraggio, si può dire, lo trovò. E quello che cercava, invece? Anticipando in parte il finale, si potrebbe anche dire di no; Ma non è questo il punto della storia. Il punto è che, comunque, la decisione era stata presa, il dado tratto, e da quel momento in poi soltanto la fantasia e l’enorme carico di aspettative del ragazzo gli impedirono di leggere la verità vera. Un giorno ne sarebbe stato orgoglioso, di tutto questo, di sé stesso, della sua scelta, e soprattutto di avercela fatta da solo e in barba a tutti.Ma non è nemmeno questo il punto del discorso.Il fatto è che anni dopo lui si ritrovò incredibilmente ad odiare con tutto il cuore quella stessa via (che forse è un po' come dire quella città) che era stata così importante per lui, che gli aveva permesso di cambiare la sua vita (in meglio, avrebbe giurato a quei tempi), si scoprì senza bussola, insomma, completamente alla deriva, e fu costretto ad allontanarsi dalla sua terra, per un periodo non breve, e con grande spargimento di sofferenza. Ma ora ha capito che tutto quello che è successo è successo per troppo amore, e alla fine è riuscito a risolvere il suo dilemma. Ha capito che non avrebbe mai potuto odiare davvero la sua città, questo quartiere, la sua culla, la sua patria, perché l’odio era esclusivamente dentro di sé, era causato dal suo stesso rifiuto, dalla sua stessa incapacità di capire, e non era colpa di nessun altro. Per questo non ha rancori. E sa che se potesse ritornare indietro farebbe tutto esattamente allo stesso modo. Il che non è poco.Ora, adesso, invece, tantissimi anni dopo, ora che il ragazzo ritorna, lo fa come semplice spettatore, anche se sogna, e gli capita abbastanza spesso, di viverci, fra queste strade, in un domani nemmeno troppo lontano; Ma il fatto è che camminando per ore, per i vicoletti, tra i quartieri, tra le persone, il ragazzo ha ritrovato quello che amava, che adorava, in questo posto, ha riscoperto lo stesso sapore sospeso delle notti della sua giovinezza, e ha capito che è cambiato ben poco. Ora, certo, c’è più traffico, i ragazzini crescono più velocemente, è indubbio, ma non si è modificato niente di essenziale. Non dico che adesso il ragazzo sia in pace con sé stesso, che sia in assoluta armonia, perché forse non succederà mai. Ma il fatto è che tutto il rancore che un tempo aveva scagliato contro i portici, le chiese, le stesse due Torri, ora non c’è più, si è dileguato, e nemmeno lui saprebbe dire dove si finito. Ora il ragazzo è rimasto solo, a contemplare le tracce del suo passato, di quello che è stato, e a pensare a quel che sarà.Come sarà il suo futuro, mi chiedete? Sarà bello, brutto, mediocre o glorioso? La storia non lo dice, o almeno non ancora. Questa è una di quella storie che si scrivono da sole, giorno dopo giorno, come la storia di ognuno di noi, una storia in cui i risultati sono chiari soltanto quando si parla di passato, e allora sono tutti bravi e disinvolti, mentre per quanto riguarda i giorni a venire si è già un po’ più debolucci. Ma così è, forse è destino che andando avanti le cose si complichino, anziché chiarificarsi, come succede per questo clima, che si va facendo sempre più enigmatico, sempre più parente dell’inverno, e per il sole, che scalda ogni giorno di meno. Cambierà qualcosa? Forse niente di così importante, come sempre. Forse si potrà continuare a lottare per i cambiamenti meno importanti, questo sì, per quelli che avvengono ogni ora, dentro di noi, per arrivare a strappare un altro po’ di tenerezza a questo suolo così arido, ma credetemi, i principi basilari, quelli contro cui ognuno di noi ha imparato a scontrarsi, e a perdere quotidianamente, quelli no, quelli non si modificheranno mai. E allora? E allora, come ha capito anche il ragazzo, di bellezza ce n’è già a sufficienza, su questo pianeta, il fatto è che forse i nostri occhi sono diventati ciechi, e non ce ne accorgiamo più. Eppure è sempre lì, credetemi, soltanto prigioniera di un velo di polvere. Di sollevarla con le mani, e di accarezzare di nuovo la vera essenza delle cose, questo vi consiglio, miei eletti. Scoprirete tutto diverso, e migliore. Sarà come ricordare quello che eravamo e andare avanti, allo stesso tempo. Celebrare le cose per quello che erano, e assieme accettarne l’evoluzione.  Fidatevi di me.