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Il Rigattiere

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Post N° 15

Post n°15 pubblicato il 22 Dicembre 2005 da malcom44
Foto di malcom44

Il vento fuori è implacabile. Mi sento svuotato, privo di energie. Alle orecchie mi sopraggiunge un suono come quello delle conchiglie di mare. L’aria fredda s’insinua nei miei polmoni come a volerli ghiacciare.
Le vie sono affollate più del solito per via delle festività incombenti. Scarto le persone con i loro pacchi ingombranti come in un videogioco. Gli occhi lucidi per il freddo li sento vitrei, come non fossero più parte di me. Le luci dei negozi trascolorano in infinite pulsazioni di colore. Avanzo a fatica: la gente sembra proprio lì ad ostacolarmi. Non riesco a percepire i loro cuori battere, forse sono proprio nella variante di gioco del Natale. Mi appaiono tutti indifferenti alle loro compere, ai personaggi che li accompagnano. Tutti con un compito da svolgere e del quale non sembrano affatto fieri, incolpevoli, programmati per riempire le case dai vetri appannati d’inutili oggetti da sommare per lo score point assegnato. Una signora che ho urtato leggermente si gira a guardarmi come fossi di un altro pianeta: uomo frettoloso che cercare di sgusciare tra le compatte processionarie di sguardi attoniti e sorrisi congelati. A tratti mi aspetto che qualche figura m’indichi, puntandomi l’indice, urlando come il quel film: l’invasione degli ultracorpi. Immagino grandi cuori rossi battere tra la folla, portati a fatica ed in silenzio per non farsi riconoscere, per non urtare l’insensibilità dilagante.
M’immagino casa. Io che entro precipitosamente. Simone che se ne sta davanti alla finestra a fumare una sigaretta. Di solito non fuma in camera. Vedo il suo sguardo riflesso sui vetri, attraverso il suo sguardo le fronde scosse e le luci degli appartamenti lontani. Il buio della stanza è il buio del mio cuore.
“Non dovresti essere qui”
Neanche si gira nel parlarmi. Inspira un’altra boccata di fumo. Mi accendo anch’io una sigaretta.
“Perché non porti il tuo culo fuori di casa e mi lasci in pace. Sei l’ultima persona che dovrebbe essere qui”, il suo tono freddo come l’aria che ho respirato prima di entrare, “so che sarebbe passata da te. Non credo tu possa aggiungere altro a tutto quello che hai già detto”.
“Mi dispiace”
“Pensa per te. Come dici sempre, io ho vent’anni”, si ferma un attimo a prendere respiro, “ pensa ai tuoi fallimenti. Pensa a perché sei solo alla tua età, a cosa c’è nella tua testa, nella tua vita. A tutti i ragionamenti che mi fai continuamente manco fossi papà. Poi…”, vedo i suoi occhi guardarmi attraverso il riflesso, “ non è per te che l’ho lasciata. Puoi andare a dormire tranquillo. Non c’è bisogno che t’immergi le mani nella bacinella delle scuse”.
E’ un fiume in piena. Penso di aver fatto male a correre a casa. Nei due giorni precedenti non ero riuscito ad accorgermi di nulla. Riuscivo con difficoltà addirittura a ricordare se l’avevo visto per più di qualche minuto. Viviamo nella stessa casa per incontrarci così raramente. Mi resi conto che probabilmente era la persona che vedevo meno negli ultimi tempi. Uscii dalla stanza per andare in salotto. Mi versai del vino, presi il posacenere e mi misi a guardare la televisione spenta disteso sul divano. Le parole di Simone non mi avevano fatto male. Tutto sommato, erano i miei stessi pensieri a prendere forma. Mi rendo conto delle lacrime quando mi strofinai con le mani il viso. Cosa c’è che non va in me. Cosa c’è che non va nella mia vita. Esco dalla stanza e vado in salotto. Accendo un’altra sigaretta e guardo fisso il nero del televisore e mi c’immergo come in un rifugio. Penso alla solitudine dei sentimenti, penso al Saturno dei cuori. Penso che non siamo fatti per viaggiare solitari attraverso quest’autostrada, che da costa a costa ci porta dall’alba al tramonto, in automobili che son fatte per trasportare una sola persona. La solitudine genera invisibili gas anestetici per l’anima.
Simone sopraggiunge alle spalle. Mi abbraccia e poggia la sua testa sulla mia spalla. L’umido delle sue lacrime trapassa la maglia e mi riscalda la pelle.
“Non dovevo. Scusa”
“Dovevi. Tutti hanno diritto a sfogarsi. Tutti dovrebbero parlare di più delle cose che veramente contano. Dovremmo tutti parlare onestamente dei nostri sentimenti” .
Vorrei tenerlo lì ancora per molto. Lo abbraccio ed è mio padre con me ad abbracciarlo. Lo bacio sulla fronte insieme a mia madre. Carne della stessa carne.

La signora mi urla in un orecchio se scendo anch’io alla prossima fermata. Mi riprendo aggrappato ad una maniglia come ad un cuscino.
“Si scendo”
Sono arrivato a casa.
Bagliori di vario colore rimbalzano sui vetri della stanza da pranzo.
Salgo le scale rinunciando alla velocità dell’ascensore per riprendermi. La chiave gira con un rumore che riecheggia nell’atrio.
Le luci sono spente. Trovo Simone sul divano a vedere la televisione.
Mi sente entrare e si gira con uno dei suoi sorrisi migliori stampati sul volto.
“Come mai a quest’ora?”.
La cosa sembra divertirlo.
“Non mi dire che non c’era gente in giro”.
Cerco di riprendermi. La sigaretta me l’accendo davvero.
“No. E’ che oggi pomeriggio è passata Teresa”, faccio una lunga boccata, “piuttosto tesa”. Mi metto seduto sul divano vicino a lui. “Era alquanto sconvolta a dire il vero. Ero preoccupato per te”.
Tolto il bubbone mi sentivo più leggero. Simone fa la faccia seria. Seria ma non triste.
Dalla tv provengono grida di felicità. Il pubblico del piccolo studio è in piedi e batte le mani. Pare che il concorrente abbia individuato il pacco con la scolopendra. Il conduttore la incita e le dice di tenere duro perché in giro che ancora il pacco da cinquantamila euro. Ne avevo sentito parlare come uno stupido gioco di fortuna ma la passione del pubblico mi fa credere che ci sia dell’altro. Per qualche momento cerco di pensare all’importanza della numerologia nella mia vita. Probabilmente anch’io ho scelto e scartato pacchi. Magari anch’io ho dato via il mio pacco con dentro il tesoro. Però vorrei pensare non a caso. Sento ancora urla e grida e applausi. La signora lascia ancora in giro il pacco col malloppo. Pensandoci meglio stavo assistendo all’elegia mediatici del caso, della fortuna, del destino che ci tende un’invisibile mano. Altro che il superenalotto, altro che i quiz dilaganti. Questa è l’apoteosi del siamo tutti uguali, volemose bene, ognuno ha la sua occasione, siamo tutti fratelli dell’America. Questo è il sogno della nostra terra: diventare ricchi non per capacità ma per culo. Che soddisfazione con chi se lo meriterebbe ma non riesce neanche ad arrivare a fine mese!
“Te lo volevo dire, sai.” Simone ha riacquistato il suo sorriso. Probabilmente mi vede smarrito. “ ci siamo lasciati qualche giorno fa ma ci siamo visti poco ultimamente”.
I suoi occhi s’irradiano ed il suo viso mostra integra la sua giovinezza.
“ Sto con un'altra. Giulia”.
Spengo la sigaretta che mi stava per bruciare l’indice ed il medio. Simone accavalla le gambe e mi guarda entusiasta appoggiando il braccio alla spalliera del divano.
“Quant’è bona. So cotto. Ha ventiquattro anni e si sta per laureare in lettere”. Si ferma ad aspettare un mio commento prima di continuare.
“Bene.” Mi sento afasico.
“Sai”, mi guarda con gli occhi del perdono, “ a Teresa non le ho detto nulla. Le ho parlato della difficoltà del nostro rapporto per la differenza d’età…” Devo aver sgranato gli occhi perché lo vedo preoccuparsi mentre si allontana impercettibilmente dalla mia zona di tiro. “ Beh. Non me la sentivo di dirle la verità, ci sarebbe rimasta troppo male. Le ho detto di essere confuso, che pensavo agli studi, al mio futuro. Che volevo starmene un po’ per conto mio a riflettere”.
Si ferma un attimo prima di lasciarsi andare. “ Non sento più nulla, non so che farci. Da quasi due settimane nella mia testa c’è solo Giulia”.
Mi avvicino a lui che mi osserva allarmato. Gli prendo il viso tra le mani e lo bacio in fronte.
“Dovremmo parlare più spesso. Mi dispiace per Teresa: le preoccupazioni che avevo erano anche e soprattutto per lei”.
Simone sembra non voler cogliere. “ Pizza?”

 
 
 
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