Me ne andavo a spasso nella mente, pensando alle cose che sono e non sono, quando fui avvicinato da uno scocciatore. Si chiamava linguaggio. Gran brutta faccenda. Lui parlava, continuamente, parlava. Taceva solo per riprender fiato. Al che, mi son chiesto "Ma a che tutto ciò?". Ossia, cosa caspita è il linguaggio? Premessa: non ho intenzione di parlare dell'origine del linguaggio, non la conosco se non per sommi capi, né voglio addentrarmi profondamente nella filosofia del linguaggio, cosa che mi spingerebbe sino al '900, ove le mie conoscenze sono ristrette. Mi fermo ai Sofisti, Platone e compagnia bella.Dicevo, cosa è il linguaggio? E' uno strumento che abbiamo, l'unico, che ci rende capaci di esprimerci, di forgiare dei nomi ai concetti. Tuttavia, i più forgiano nomi pur non avendo i concetti i mente, o avendoli solo in parte. Ma non divaghiamo. C'è un fatto che mi sconvolge, mi turba: il rapporto che noi abbiamo con le parole, e di questo mi premeva parlare. Queste belle parole sono da noi bistrattare il piuù delle volte, le usiamo così, senza un senso vero e proprio. E loro, per ripicca, quando le cerchiamo, quando ne abbiamo più bisogno, scappano, si dileguano, e non appena ne acchiappiamo una, un'altra ci scappa. Tutto ciò avvine quando ne abbiamo più bisogno. Quando invece non ci servono molte parole, ecco che loro esondano, fuoriescono dalla bocca senza soluzione di continuità. Brutta faccenda. La soluzione? Non la ho. Non so come radunare le parole (di cui, diciamolo, ne conosciamo pochissime: il vocabolario ne ha oltre 150.000, una persona di cultura se ne conosce 7.000, è davvero degno dell'appellattivo "di cultura") ma so come farne un buon uso."Dacché le orecchie sono due e la lingua una sola, è evidente che bisogna ascoltar di più e parlar di meno" (Zenone di Cizio)Ossia, meno parole e usate come si deve e più silenzio. Più ascolto. Ecco una buona via per smetterla di fare a pugni con le parole.