«Questa è l'esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso, perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai Greci che dai barbari, non restino senza fama; in particolare, per quale causa essi si fecero la guerra.» (Storie, I, 1) Questo è l’incipit delle “Storie” di Erodoto di Alicarnasso, il primo “storico” della cultura occidentale. Cicerone lo definirà “pater historiae”. Molti si ispireranno a lui, quantunque la sua storia sia molto distante dall’essere oggettiva e presenti una spiccata dimensione favolistica. Pure, presenta perlomeno due concetti che sono degni di esser considerati anche oggi. La divinità è invidiosa e sovvertitricePer Erodoto motore della storia è la divinità. L’uomo, qualora voglia paragonarsi agli dei, sbaglia, pecca di superbia, di tracotanza. Così, invece di raggiungere il fine, viene accecato dagli dei, cosicché compia fino in fondo le sue azioni empie e sia punito (nemesis = punizione). La giustizia, pertanto, è equilibrata e regna l’armonia universale. Ma la nemesis colpisce anche in altro modo. La divinità, oltre a essere garante dell’armonia, è molto simile agli uomini: è invidiosa. Quando un uomo è eccessivamente felice, gli dei pensano ad stroncarlo. Creso, re di Lidia, era ricchissimo: Solone di Atene andò a trovarlo, e gli disse che la felicità andava valutata alla fine della vita, perché gli dei sono invidiosi e sovvertitori. Quando una situazione non va loro bene, la stroncano. Così il regno Creso, di lì a poco, sarà conquistato dai Persiani. La sua eccessiva felicità aveva messo in moto l’invidia della divinità. Può valere questo ragionamento, oggi? A volte sì. Sebbene non ci siano gli dei a garantire la giustizia nel cosmo, il concetto di punizione per il troppo è valido. Lo strappo dei capelli fa molto male a un capellone, per nulla a un calvo. Chi osa troppo viene punito, chi si comporta giustamente viene premiato. Pensiamo ad esempio a scuola: chi pensa solo ad ottenere un voto molto alto, non si concentra adeguatamente e non lo ottiene. Ecco una applicazione pratica della teodicea di Erodoto. Il relativismo culturale.Questo è invece un concetto molto valido e davvero utile ai giorni nostri. Erodono proveniva dalla Ionia, attuale Turchia, e viaggiò molto prima di mettersi a scrivere. Visitò la Persia, l’Egitto, la Grecia, forse anche la Sicilia. Venne in contatto con molte popolazioni, anche barbare. E apprese una cosa: che nessuna tradizione, nessuna cultura, nessun popolo è superiore ad un altro. Nessuno. Non i Greci (come affermerà Aristotele di lì a poco), non gli Egizi, non i Persiani. Concetto di sconcertante attualità. Temo di essermi dilungato un po’ troppo, ma spero che quanto scritto vi inviti alla riflessione. Di come uno storico del V secolo ci possa insegnare la tolleranza, la comprensione, l’accettazione dell’altro.