Ecco come andò quando un giovanissimo James si affacciò per qualche momento dalla finestra del music business, per scapparne spaventato. Perchè, poi? Luglio 1996. Avevo da poco preso la maturità, e da poco avevo comprato la mia Seat Ibiza fiammante. Era un'estate fantastica, come tutte quelle degli anni '90. La mia ragazza di allora era bellissima, sebbene cattiva (cfr. Beware of Me), e gli Aes, il gruppo con cui suonavo allora, dopo i successi discografici di cui io comunque io non fui partecipe, perchè mi unii a loro successivamente, e dopo un bel pò di soddisfazioni, tra ci una tournèe all'estero, erano in pieno declino. Già, persino io, che fino a poco prima di finire la scuola ero il più entusiasta (e il più giovane), avevo smesso di crederci. Le canzoni venivano fuori con l'unico scopo di interessare qualche discografico, e questo mi urtava i nervi. D'altronde, allora, il cantante era a un punto della vita in cui dici "O dentro o fuori", e finì per entrarci in un modo alquanto strano per lui, perchè adesso fà il cantante lirico. Comunque, io in pratica ero libero come un uccel di bosco, e pensavo a cosa fare della mia vita, ma senza neanche tanto stress. Me la godevo. Sole, cuore, amore.A Settembre, pensavo, potrei cominciare a lavorare nell'azienda di famiglia; l'università non mi va proprio, perchè porterebbe via del tempo alla musica; oppure...una università musicale! Ehi, si, ma mica una qualunque, io voglio fare le cose in grande...potrei andare al MIT di Los Angeles, sezione GIT (Guitar Institute of Technology), la più blasonata al mondo, oppure alla Berkley, a Boston, da dove escono la maggior parte dei libri su cui studio. Ero elettrizzato, all'idea di andarmene da solo negli States per un paio di anni o tre, ma poi- stupidità dei 18 anni, mi trovai a farmi dei discorsi esistenziali, a pensare che se avessi fallito lì non avrei mai più avuto nulla a che fare con la musica, al fatto che i miei mi avrebbero dovuto mantenere lì ad un costo mica da ridere, e senza nessuna certezza inerente il mio futuro artistico, o professionale. A preoccuparmi, fu anche l'idea che, uscendo di lì, probabilmente, quella che fino ad allora era stata una passione bruciante, uno svago, un mio mondo fatato, si sarebbe potuta trasformare in un lavoro, palloso come qualsiasi altro. Cioè, a me di fare il turnista per Laura Pausini, ad esempio, non me ne frega niente. Io non potrei mai fare il musicista di studio, non potete mettermi uno spartito davanti e farmi suonare nell'orchestra di Sanremo, o del fottuto Demo Morselli. Io non potrei mai produrre una canzone volutamente orecchiabile solo per compiacere le masse, io non ci riuscirei. Vendereste vostra madre? Ecco, io voglio troppo bene alla musica per venderla. Diffondere è una cosa, diffondi il messaggio, vendere è completamente diverso, vendere e basta, dico, è freddo. E' cattivo. E non ha nulla a che vedere con l'arte. La verità, per come riesco a vederla oggi, è che non ho creduto abbastanza in me stesso, non mi ritenevo in grado di farcela. Non credevo di avere nulla di speciale per sfondare. Oggi, invece, credo che ce la potrei fare, per il semplice fatto di essere me, senza nessuna maschera. Prendere o lasciare. Così è se vi pare.Comunque, a prendere le decisioni fu il James diciottenne, non quello ventottenne...Quel settembre, me lo ricordo ancora con le lacrime che premono sotto le mie palpebre, fu il più freddo che io ricordi, e durò più di 60 giorni, di certo. Gli Aes andarono a puttane, la mia ragazza, l'unica che sia mai riuscita a farmi soffrire, mi lasciò per un suo ex, io, spaventato e confuso dagli eventi, decisi che era meglio non volar via dal nido, che era meglio cominciare a mettere la testa a posto, lavorare, andare a suonare con qualcuno tre sere la settimana, le altre sere dividerle tra gli amici ubriaconi e le più facili ragazze della città, che era meglio andare a vivere da solo, sul mare (scelta di cui ancora oggi sono entusiasta), che era meglio non pensarci nemmeno, a volare così in alto. La mia vita continuò così per oltre un anno, con un buio nel cuore difficile da raccontare, la mia malinconia enfatizzata dalla solitudine, dal muro di carta che, in fondo, mi stavo costruendo attorno, senza accorgermene, senza neanche curarmene. Semplicemente, di quei mesi, ricordo un magone, un senso di vuoto, di mancanza di prospettive che mi esaltassero. Null'altro. Ma ecco che quando cominciavo ad abituarmi, qualcosa si preparava a scuotere ancora il mio mondo. (To be continued...)
That's how it did go then, Pt. 1
Ecco come andò quando un giovanissimo James si affacciò per qualche momento dalla finestra del music business, per scapparne spaventato. Perchè, poi? Luglio 1996. Avevo da poco preso la maturità, e da poco avevo comprato la mia Seat Ibiza fiammante. Era un'estate fantastica, come tutte quelle degli anni '90. La mia ragazza di allora era bellissima, sebbene cattiva (cfr. Beware of Me), e gli Aes, il gruppo con cui suonavo allora, dopo i successi discografici di cui io comunque io non fui partecipe, perchè mi unii a loro successivamente, e dopo un bel pò di soddisfazioni, tra ci una tournèe all'estero, erano in pieno declino. Già, persino io, che fino a poco prima di finire la scuola ero il più entusiasta (e il più giovane), avevo smesso di crederci. Le canzoni venivano fuori con l'unico scopo di interessare qualche discografico, e questo mi urtava i nervi. D'altronde, allora, il cantante era a un punto della vita in cui dici "O dentro o fuori", e finì per entrarci in un modo alquanto strano per lui, perchè adesso fà il cantante lirico. Comunque, io in pratica ero libero come un uccel di bosco, e pensavo a cosa fare della mia vita, ma senza neanche tanto stress. Me la godevo. Sole, cuore, amore.A Settembre, pensavo, potrei cominciare a lavorare nell'azienda di famiglia; l'università non mi va proprio, perchè porterebbe via del tempo alla musica; oppure...una università musicale! Ehi, si, ma mica una qualunque, io voglio fare le cose in grande...potrei andare al MIT di Los Angeles, sezione GIT (Guitar Institute of Technology), la più blasonata al mondo, oppure alla Berkley, a Boston, da dove escono la maggior parte dei libri su cui studio. Ero elettrizzato, all'idea di andarmene da solo negli States per un paio di anni o tre, ma poi- stupidità dei 18 anni, mi trovai a farmi dei discorsi esistenziali, a pensare che se avessi fallito lì non avrei mai più avuto nulla a che fare con la musica, al fatto che i miei mi avrebbero dovuto mantenere lì ad un costo mica da ridere, e senza nessuna certezza inerente il mio futuro artistico, o professionale. A preoccuparmi, fu anche l'idea che, uscendo di lì, probabilmente, quella che fino ad allora era stata una passione bruciante, uno svago, un mio mondo fatato, si sarebbe potuta trasformare in un lavoro, palloso come qualsiasi altro. Cioè, a me di fare il turnista per Laura Pausini, ad esempio, non me ne frega niente. Io non potrei mai fare il musicista di studio, non potete mettermi uno spartito davanti e farmi suonare nell'orchestra di Sanremo, o del fottuto Demo Morselli. Io non potrei mai produrre una canzone volutamente orecchiabile solo per compiacere le masse, io non ci riuscirei. Vendereste vostra madre? Ecco, io voglio troppo bene alla musica per venderla. Diffondere è una cosa, diffondi il messaggio, vendere è completamente diverso, vendere e basta, dico, è freddo. E' cattivo. E non ha nulla a che vedere con l'arte. La verità, per come riesco a vederla oggi, è che non ho creduto abbastanza in me stesso, non mi ritenevo in grado di farcela. Non credevo di avere nulla di speciale per sfondare. Oggi, invece, credo che ce la potrei fare, per il semplice fatto di essere me, senza nessuna maschera. Prendere o lasciare. Così è se vi pare.Comunque, a prendere le decisioni fu il James diciottenne, non quello ventottenne...Quel settembre, me lo ricordo ancora con le lacrime che premono sotto le mie palpebre, fu il più freddo che io ricordi, e durò più di 60 giorni, di certo. Gli Aes andarono a puttane, la mia ragazza, l'unica che sia mai riuscita a farmi soffrire, mi lasciò per un suo ex, io, spaventato e confuso dagli eventi, decisi che era meglio non volar via dal nido, che era meglio cominciare a mettere la testa a posto, lavorare, andare a suonare con qualcuno tre sere la settimana, le altre sere dividerle tra gli amici ubriaconi e le più facili ragazze della città, che era meglio andare a vivere da solo, sul mare (scelta di cui ancora oggi sono entusiasta), che era meglio non pensarci nemmeno, a volare così in alto. La mia vita continuò così per oltre un anno, con un buio nel cuore difficile da raccontare, la mia malinconia enfatizzata dalla solitudine, dal muro di carta che, in fondo, mi stavo costruendo attorno, senza accorgermene, senza neanche curarmene. Semplicemente, di quei mesi, ricordo un magone, un senso di vuoto, di mancanza di prospettive che mi esaltassero. Null'altro. Ma ecco che quando cominciavo ad abituarmi, qualcosa si preparava a scuotere ancora il mio mondo. (To be continued...)