Creato da pantouffle2011 il 28/09/2011

JAMBOREE

dove parlo, sparlo e soprattutto sproloquio

 

 

Come dire, si stava meglio quando si stava peggio.

Post n°231 pubblicato il 17 Novembre 2013 da pantouffle2011
 

 

Le persone che perdono chili a me sono simpatiche, va detto.

Ma non perché diventano magre, che di quello chi se ne frega, c’è chi sta bene magro come un chiodo, e chi sta bene con la faccia a palla e il culo a boa, che c’entra. Le persone che perdono chili mi piacciono perché hanno forza di volontà, perché si impegnano e riescono a raggiungere degli obiettivi. Si prefiggessero di trionfare nel campionato di Ruzzle e riuscissero a vincere li guarderei con la stessa simpatia. E poi direi che pirla ovviamente, perché non è possibile che stiamo sempre tutti a perder tempo con quel giochino idiota. Ma vabbè, non divaghiamo.

Le persone che dimagriscono, dicevo.

A me vanno bene, benissimo: dimagrissero pure finchè vogliono, con la dieta dell’acqua, del cappuccino, del vin santo o della pipì: per me va bene uguale.

Anzi, sorrido anche alle scuse che si inventano, e faccio pure finta di crederci.

Prendi Collega 2 per esempio.

Un giorno mi dice di voler perdere 10 chili essendo solo se stessa. Va bene. Voglio vedere come fa ma va bene.

Un altro giorno mi spiega di voler dimagrire tornando al mangiare sano, quello della cara nonna Bice, e che per questo vivrà di polenta, focaccia, pane e olio, pane e salame, pane e burro, pane e formaggio, pane polenta e pancetta: meglio ancora, va bene tutto.

Quello che non va bene, ma proprio per niente, invece, è la trasformazione. Sì, quel passaggio strano, tale per cui chi è a dieta diventa immediatamente un guru della nutrizione, nonché un maestro di vita, di bellezza e di qualsiasi cosa. Per cui se dopo 6 ore in cui non mangi nemmeno l’aria, ti vede addentare disperata una caramella, giusto per non stramazzare poco decorosamente al suolo ti chiede: “Ti sei mai fermata a pensare a quanto veleno introduci ogni giorno nel tuo corpo?”, a te ti verrebbe di introdurre qualcos’altro nel suo di corpo. E probabilmente non sarebbe nemmeno quella cosa mistica e spirituale che potrebbe pensare lei. Anche se a basso contenuto calorico, indubbiamente.

“Sarebbe molto meglio un frutto… o un broccolo.” O tua sorella, anche.

“Ma gli omega li mangi, gli omega 3? Fatti una bella zuppa di quinoa delle Ande.”

La quinoa. Ma se fino a ieri mattina ti alzavi alle 6 solo per riscaldarti il mezzo coniglio in umido che ti saresti portata per pranzo. Ma se ti scofanavi una forma di formaggio solo per merenda e ancora ti rimaneva la fame, essù. E adesso mi vieni fuori con la quinoa.

E faccio fatica a non sbottare, dico la verità. Solo che poi te l’immagini il clima dell’ufficio, non si può.

Ma poi un giorno è successo: l’ho vista. L’ho vista fare “quella cosa” nella quale chiude gli occhi, inspira ed espira. Inspira ed espira.

“E’ per appiattire l’addome – mi ha spiegato – me l’ha consigliato l’istruttore di pilates.”

Meno male, pensavo stesse partorendo.

Ma poi è passata agli esercizi del fantino.

“Hai mai pensato perché i fantini hanno tutti quei bei culi che ci puoi far rimbalzare una palla? E’ perché fanno continuamente su e giù sul cavallo.”

E visto che lei il cavallo non ce l’ha, rimbalza sulla sedia 25 volte ogni ora. Che anche a guardare da un’altra parte il pa-ta-ciuf sulla eco-pelle ti deconcentra un ciccinin.

Ma che vi devo dire, mi lascia senza parole. E non riesco a dirle l’unica cosa che sarebbe logica: Ma che, sei fulminata???

Per cui vi prego, ridatemi una collega sovrappeso. O al limite mandatemi un paio di mestoli di bagna cauda: hai visto mai che riesca a farla tornare in sé. Alla peggio la tramortisco con il mestolo.

Grazie guys.


 

 
 
 

Prima patisco. Ma poi guarisco.

Post n°230 pubblicato il 09 Novembre 2013 da pantouffle2011
 

Ho tolto i punti e le garze e le cicatrici risplendono in tutto il loro splendore. O rossore. Sembra che mi abbia morso un pescecane. Chirurgo pirla.

Ma il bello è che adesso posso fare la doccia. Anche perché lavarmi, capelli compresi, in equilibrio su un piede solo mi faceva sentire un tantinello scema. Ma ammetto che anche provare ad impermeabilizzare l’altra gamba con il domopack tanto intelligente non mi ha fatto sembrare.

E dopo una settimana di acrobatismi vari, tutta questa libertà mi fa gongolare come una giuggiola felice.

Quindi ne approfitto per ringraziare tutti quelli che in questi giorni mi hanno mandato millemila messaggi (graditissimi), e anche quelli che sorpassandomi in auto mi hanno strombazzato impazienti: 20 km/h in seconda si possono fare sapete? Non c’è nulla che lo vieti. E poi aspettate che guarisca e ve la faccio vedere io: con la mia Aygo 1000 vi sorpasso a velocità tale che con lo spostamento d’aria vi tolgo anche le mutande. E poi ne riparliamo.

Vorrei invece tranquillizzare tutti quelli che in questi giorni mi hanno visto parcheggiare e hanno fatto i simpaticissimi, facendo finta di appiattirsi al muro per non essere schiacciati (ma facevano davvero finta?), oppure alzando le mani come per dire “Mi arrendo, ammazzami pure”: state tranquilli, continuate pure a ridere, perché i parcheggi a inserimento non li saprò mai fare, questo è certo. Come è certo che voi rimarrete sempre dei pirla.

Ma tutto questo è vita.

Ciao guys.


 
 
 

Ho trascorso una giornata meravigliosa. Ma non è questa.

Post n°229 pubblicato il 02 Novembre 2013 da pantouffle2011
 

 

Siccome non sia mai detto che mi faccio mancare nulla e di medici e infermieri si vede che non ne ho mai abbastanza, mercoledì ho subito un piccolo intervento. No, niente chirurgia plastica, vipere che non siete altro. Niente lifting, niente liposuzione, niente di tutto ciò. Perché già a me aghi e disinfettanti fanno impressione, figurarsi se mi sottopongo a qualcosa che sia meno che necessario. Mai nella vita.

Comunque, a parte questo, arrivo alla clinica bella rilassata, rassegnata a prendere quel che viene.

Per prima cosa mi fanno indossare un bellissimo camicione verde che davanti lascia intravedere anche l’anima. Di dietro invece si vede proprio il culo.

Poi arriva la caposala con un questionario. Mi aspettavo le solite menate per la privacy, invece la prima domanda è:

“Nel caso in cui qualcosa andasse storto, c’è qualcuno che possiamo avvisare?”

Molto bene. Qui sanno veramente come mettere a proprio agio i pazienti, niente da dire.

Poi per fortuna arriva l’anestesista, che mi chiede la data di nascita.

“Quindi lei ha 59 anni…”

A parte che 59 anni li avrà sua sorella, voglio dire, ma è mai possibile che io possa dimostrare 59 anni? Guardami in faccia, pirla.

“Allora ne ha 37…”

Ancora..? Ci mancava il dottore che non sa fare i conti. E che è pure orbo. Se il calcolo del dosaggio richiede un’operazione matematica sono rovinata. Poi alza gli occhi e chiede all’altra ragazza da operare:

“E lei quanto è alta, sentiamo..” Ma come: e la data di nascita? E il peso??

Mi domando se moltiplicherà tutto per la sua di età, ma non quella vera, quella biologica, metterà una virgola prima della terza cifra partendo da destra et voilà, l’anestesia sarà bella e pronta.

Poi naturalmente la farà uscire dai filtri dell’aria condizionata, raccomandandoci di respirare a pieni polmoni.

“Io paura dell’anestesia – dichiara l’altra ragazza, che è rumena – io soffrisco e poi svenisco.”

“Non perderà conoscenza, facciamo la spinale.”, sentenzia il dottore.

Bene, l’idea che uno così affidabile mi spari una siringa tra le vertebre mi fa stare tranquilla. Adesso sì che sono serena.

Avessi saputo che me ne avrebbe sparate tre sarei probabilmente scappata così com’ero, con il culo di fuori e la farfallina della flebo. Ma non lo sapevo. E m’ha preso a tradimento, il maledetto.

“Beva beva, prima fa la pipì prima la mandiamo a casa” – m’ha detto l’infermiera dopo l’operazione.

E io giù a bere come un cammello. Un litro in meno di un’ora.

“Devo andare in bagno”, le annuncio, felice come una giuggiola, fregandomi le mani dalla gioia.

“Eh ma no, è troppo presto. Se scende adesso poi le gira la testa. Meglio che aspettiamo almeno un’altra ora.”, mi dice la befana. E dopo aver passato un’ora a riempirmi come un otre, ne passo un’altra a cercare di non farla nel letto. Mannaggia a lei e a tutto quell’ospedale di sadici.

E adesso me ne sto qui, zoppicante, insofferente e anche un pochino deficiente.

Per cui se avete un sostegno da offrire, un aiuto da darmi o una badante che vi avanza, fatelo subito. Ve ne sarò riconoscente a vita.

Ciao guys.


 

 
 
 

Belli di mamma

Giusto stamattina mia mamma è partita con la solita solfa: che si è sacrificata per noi, che ha dedicato la vita a noi figli and so on. Vero, verissimo. Più vero del vero. Ma a parte che nessuno le ha mai chiesto di farlo, voglio dire, e comunque non è che io e mio fratello si sia proprio dei disgraziati che le han dato solo dispiaceri. Anzi, magari qualche soddisfazione, piccola, c’è anche scappata.

Ma a parte questo, secondo me s’è anche divertita. Perché se negli anni ci ha fatto fare tante figure di melma, non può essere tutto merito del caso: un po’ di impegno deve avercelo messo anche lei.

Oggi per esempio aveva in mano una foto di quel povero cristo di mio fratello. Bello come il sole, va detto. Stuoli e stuoli di femmine han versato fiumi di lacrime per lui. Di quelle che non avevano visto le sue foto di bambino naturalmente.

In quella particolare fotografia, ma poteva essere qualsiasi altra, mio fratello indossava una sahariana beige. Una sahariana vi rendete conto? Foulard di seta al collo, capello a leccata di vacca, vestito in quel modo avrebbe tranquillamente potuto dare la caccia a tutti i leoni del condominio; oppure ordinare una sambuca al bar: tutto tranne che condurre una vita normale. Poi uno si chiede come mai sia venuto su così.

Ma nemmeno con me s’è risparmiata, che credete. Porto ancora le conseguenze di certi vestitini fatti a maglia traforata che non vi dico. Ma erano di lana, direte voi. Certo, ma erano bucherellati. Ci passavano le dita nei fori. In pieno inverno. E tutti a dire, “Ma che braaaava la tua mamma”. E io facevo due polmoniti al giorno.

Perché non so se lo sapete, ma avere una mamma con la mania del tricot è peggio di una maledizione. Non ne esci.

“Semplicemente meravigliosa”, dicevano le mamme delle mie compagne, con gli occhi a cuore e le mani giunte. “Semplicemente ridicola”, ripetevano invece le mie amiche, con la bocca a cappa per il gran ridere. E hai voglia a spiegare al bidello che quello che c’hai sul berretto è un bellissimo fiore realizzato all’uncinetto dalla tua mamma che ti vuole tanto bene: per lui sarai sempre e solo quella con il tortellino in testa. E non c’è altro da dire.

E poi sfatiamo una volta per tutte il fatto che tricot voglia dire amore di mamma: amore di mamma una cippa. Se si contano gli incidenti occorsi negli anni era meglio se mi vestiva di filanca.

Una volta mi ha fatto indossare dei pantaloncini di mohair (con i pon pon!) dimenticando però di mettere le mutandine sotto. Essendo io allergica alla lana mi ha dovuto fare gli impacchi di borotalco e menta per giorni. E a 8 anni non è che sai dare tante spiegazioni sul fatto che le tue parti intime profumino di menta piperita.

Tralascio il particolare che essendo io magra come un chiodo ogni cosa mi scivolava addosso, per cui a 8 anni sfoggiavo già i pantaloni giromutanda. Serve proprio che aggiunga che a quel tempo andavano di moda i pantaloni a vita altissima? Non credo.

Ma la fase più pericolosa l’ho attraversata quando mia mamma s’è buttata anima e corpo nella realizzazione dei calzini. Quelli che puoi usare per casa, gli antiscivolo di una volta. Solo che allora mancava l’anti, c’era solo lo scivolo. Per cui dopo due minuti che li avevi ai piedi, sui pavimenti tirati a cera facevi certi voli che sembravi un ubriaco sul ghiaccio di notte con la nebbia. “Così impari a correre”, sentenziava. Correre..? mi sarebbe bastato riuscire a stare in piedi. Ma vabbè.

Per questo, quando oggi mia mamma se n’è uscita con “Sai cosa mi piacerebbe proprio fare? Un bel maglione per te. Magari un bel cardigan, lungo, con il collo a scialle e il pelo davanti…”, la prima cosa che m’è venuta in mente è stata: uccidimi subito, ti prego. Un colpo secco e via. Purchè sia senza lana.

Ma siccome non ci vede quasi più ed è pur sempre la mia mamma, ho fatto finta di niente.

Ma quando uscendo si è raccomandata che guardassi bene a destra e a sinistra prima di attraversare la strada, un dubbio m’ha attraversato la mente: che avesse paura che qualcuno attentasse alla mia vita. Perché la demolizione della mia reputazione è con ogni evidenza una cosa a cui fa ancora troppa fatica a rinunciare.

Ciao guys.


 
 
 

Vedo, non vedo, stravedo

Post n°227 pubblicato il 13 Ottobre 2013 da pantouffle2011
 

Una quarantina d’anni, un camice bianco, l’andatura sicura e autorevole di chi sembra sapere quello che fa: un siffatto bell’uomo s’aggirava stamattina nella struttura sanitaria dove lavoro io.

Intorno a lui la quotidiana babilonia delle 8 e mezza: solita fila all’accettazione, solito anziano perso e riacciuffato dalla badante ucraina (Fai bravo nonno, sennò Ivanka fa niente banana per te capito? Niente banana!). Solita routine insomma. Quanto basta per non destare sospetti. Quanto basta per entrare in un ambulatorio libero, far entrare qualche paziente e poi chissà.

Dopo un po’ s’è eclissato, così com’era venuto, senza lasciare né traccia né sconcerto. Come non fosse mai successo nulla.

Aveva lo sguardo penetrante, ha detto un’infermiera. Si vedeva che aveva un passato sofferto, ha aggiunto l’altra.

C’aveva anche un gran bel culo, ha aggiunto la Lilli.

Ma manco una che avesse dato una sbirciatina al cartellino con il nome. Figurarsi chiedersi chi fosse.

Il tutto me lo racconta Carlo, il tecnico informatico. Anche lui in camice bianco inamidato, anche lui con le sembianze di un dottore.

“A me nessuno chiede mai di essere visitato, nemmeno un consiglio per la dieta mi chiedono, niente”, si lamenta. Forse perché è alto 1 metro e 1 giuggiola, ed indossa il camice del Dr.Spilungone, alto 1.90. Con i bordi a sfiorare il pavimento, in un improbabile strascico, Carlo più che un medico, sembra Pisolo. E se non sei Biancaneve di lui di fidi poco.

“A volte mi sembra di essere invisibile…”, confessa. Sembra deluso, amareggiato.

“Scusi, sa mica dov’è il bagno? – gli chiede in quel momento un anziano signore – Eh…pessima compagnia la prostata… vedrà, vedrà…prima o poi capiterà anche a lei”.

Difficile dire se abbia notato la toccata di zebedei che ne è seguita.

Mentre ce la ridiamo sotto i baffi (io), e rivalutiamo l’importanza di essere invisibili (Carlo), non posso fare a meno di pensare a quanto sia importante per ognuno di noi essere in qualche modo “visti”, riconosciuti e apprezzati. E come il finto medico non sia altro che il desiderio di visibilità di Carlo portato all’ennesima potenza.

Quindi, date retta a me: se un ex compagno di classe molesto vi bloccherà per baciarvi, indicandovi a figli e parenti, abbiate pietà: vi sta solo evitando di travestirvi un giorno da Mago Zurlì.

Ciao guys.

 


 
 
 

Non son giorni

Post n°226 pubblicato il 26 Settembre 2013 da pantouffle2011
 

Succede che in questi giorni non sia proprio in formissima.

Un cerottone sul naso, un’allergia agli antibiotici che mi provoca una grattarola da scimmia tossica, un bel colorino grigio pantegana e due bei cerchi blu attorno agli occhi che manco un panda. Lo sguardo allucinato da civetta fotofobica devo invece ammettere che è tutto merito mio.

Comunque, tanto per evitare di avere anche la pancia a mo’ di pitone avvitato, e completare così lo zoo, mi sono detta: perché non fare una corsetta, così magari mi rilasso anche un po’? Anche se c’ho ‘sta cera, un po’ di trucco nasconde tutti i peccati. E poi chi vuoi mai che incontri?

Infatti. Non arrivo neanche all’angolo che ti becco Gianluca, amico mio carissimo, che al vedermi se la ride:

“Mi sembri il Fantasma Formaggino. Ahahahah.”

Ahah una cippa.

Scappo via di corsa, mi impegno come solo io so fare. Gambe al vento, capelli all’aria e petto in fuori.

8 minuti e mi devo appoggiare a un albero per non collassare a terra. 10 minuti e mi sembra di essere invecchiata improvvisamente di 10 anni.

Mentre son lì che valuto se sia più opportuno rivolgermi ad un personal trainer o affidarmi direttamente alle cure di una badante, mi sorpassa l’Alice, compagna mia di classe delle medie. Quindi non la vedevo da quanto… dal mesozoico, mese più mese meno. Di lei, qualche notizia ogni tanto da sua madre. Pare abbia avuto da poco un bambino. Pare, perché a vederla non si direbbe. Come non si direbbe che sia la stessa bambina taglia 46 che appendeva al cancello chi la chiamava la Fatina Culandrona. Di quel che era, nessuna traccia: questa qui mi sembra una meteorina, una velina, una perizomina: una tizia appena uscita da un calendario. Certo non una che passa le giornate a guardare le repliche della Pimpa.

Infatti non lo fa: mi racconta del master (una soddisfazione che mammamia), della casa al mare (perché la Carola soffre la macchina, povera stella, e a fare avanti e indietro ci patisce), del nuovo lavoro (dovresti vedere l’ufficio, due fermate della metro dal tavolo alla porta). E poi l’acquisto della barca, la ricerca della location perfetta per il suo matrimonio: non mi stupirei se avesse chiesto un preventivo per comprare la Francia del Sud. Sai le tavolate che ci potrebbe fare.

In compenso sorvola signorilmente sul fatto che in questi anni io sono solo diventata più alta.

Ma gli occhi cerchiati li nota, e il pallore pure, e continua a fissarmi, non la finisce più, tanto che mi sento in obbligo di spiegare, “Cioè, non è che c’ho ‘sta faccia tutti i giorni…”

Poi siccome non c’è fine alla vergogna, anche da ferma vengo quasi travolta da un ciclista con tutina sottovuoto. E’ Marco.

“Ciao bella… eh la miseria, certo che l’autunno ti fa mica bene a te eh…”

E io lì a spiegare che non sono sempre così, che sono gli antibiotici a buttarmi giù. Che di mio sarei un fiore. Come no.

E mentre parlo mi cadono le chiavi, perché gesticolo, imbarazzata e anche un filino offesa. E mentre mi chino per raccoglierle, spero solo che la smettano di parlare di me e del mio aspetto e che aprano finalmente nuove discussioni.

Invece ad aprirsi sono solo i miei pantaloni. Ed il mio viso non è più l’unica cosa pallida che si vede.

Ma è tutta colpa degli antibiotici, non è che sono così sempre…

E comunque mi domando e dico: sto in tiro 360 giorni l’anno (abitini, tacconi e trucchetti) e non incontro mai nessuno. Esco di casa messa su come una lavandaia poche ore in un anno e ti incontro tutto il mondo? Eh ma fanculo però…

 


 
 
 

A volte uno pensa che..

Post n°225 pubblicato il 09 Settembre 2013 da pantouffle2011

 

Uno pensa che le difficoltà della vita siano nel lavorare, nel costruire, etc. in cose comunque legate all’impegno e al fare.

Io trovo invece più difficile l’aspetto passivo della vita. Il rimanere fermi mentre tutto attorno a te si muove e cambia. Ovviamente non come vorresti tu.

Perchè a volte le situazioni vanno accettate per quello che sono, persino se fa male anche solo a pensarci. Anche se tutto in te si ribella e vorresti solo ammazzare il drago che ti sta mangiando le budella giorno dopo giorno.

Ma la vita a volte è così, e non sempre correre in ginocchio intorno al mondo può risultare la cosa più difficile.

Anche restare impotente a guardare qualcuno a te vicino che compie errori irreparabili, inarrestabile come un treno in corsa, ha le sue difficoltà.

E dover accettare di non essere un motivo sufficiente per vivere da parte di qualcuno che vivere non vuole più è assai più arduo che scalare qualsiasi montagna.

Poco importa se hai fatto il possibile e l’impossibile, se la vita non è la tua o se hai tutte le ragioni del mondo: il rimorso, il dolore ed il rimpianto saranno uguali. Ed il senso di sconfitta pure.


 

 
 
 

Com’è bello quando ci si diverte

Post n°224 pubblicato il 01 Settembre 2013 da pantouffle2011
 

Pensate che le vostre cene aziendali siano la cosa più noiosa del mondo?

Illusi. Andate ad una cena aziendale del vostro consorte e poi ne parliamo.

Intendo proprio una di quelle in cui non conosci nessuno, ti presentano tutti e ti diverti come un bue al macello a ripetere un falsissimo piaceeereee a persone che sai benissimo non vedrai mai più. Se ti va bene.

Ma ieri sera la location era bella, niente da dire. Gazebo, fiocchi, fiori, bicchieri, piattini, piattoni e musica strappamutande. Non mancava nulla.

E bella gente poi. “Se non sono tutte con i tacchi a spillo prendo e me ne torno a casa”, avevo detto a mio marito che si ostinava a insistere che mi stavano meglio i sandali più scomodi.

E invece erano tutte in super tiro e tacchi 102. Alcune si sono anche fatte prendere la mano a dire il vero. Tanto che in un’occasione ho temuto che una prendesse direttamente la via del pennone e si facesse un paio di giro di lap dance.

Ma per il resto bella gente davvero. Di quella griffatissima, che incontra gente altrettanto griffata, e ne riconosce la griffe anche senza vedere il marchietto. E che se non c’è ne annusa l’assenza come un cocainomane in astinenza. Capito come?

“Ma che caspita ci facciamo noi due qui in mezzo?”, m’ha chiesto la moglie di un collega, felicissima di condividere un siffatto momento.

“Tranquilla – ho risposto io – basta sorridere tanto e salutare tutti. Dài retta a me che c’ho esperienza. Mal che vada si beve qualcosa.”

Un quarto d’ora ed eravamo belle allegre. Tempo mezz’ora sembravamo uscite dall’Oktoberfest. Ma sorridevamo che era una bellezza.

“Hanno ingaggiato un fior fiore di chef”, m’ha sussurrato la responsabile del personale.

E in effetti i fiori c’erano. Ovunque. Solo quelli però.

E mentre applaudevamo a parole come briefing, highlight, management, mission, projetct, competiror and so on, a me l’unico progetto che veniva in mente era di mangiarmi alcune forme di formaggio prima di andare a letto. Perché ero really angry like a wolf, tanto per restare in tema.

Perché va detto che i piatti erano sì bellissimi, stupendevoli e stupefacenti, ma mica eravamo  tutti reduci da una grave forma influenzale con complicazioni gastro-intestinali. E vanno benissimo 7 spaghettini sottili sottili con un ciuffetto di prezzemolo sopra, con 4 goccine di aceto aromatico a fare da corona, ma se mi porti una sola fettina di culatello io penso di dovermela adagiare sulla lingua a mo’ di comunione. E di sicuro non mi viene in mente di chiamarla cena.

Ma all’arrivo del risotto è stato  tutto un “ma che bello, che meraviglia”,  e i sorrisi son tornati subito tra noi.

“Un assaggio?” m’ha chiesto un volenteroso cameriere.

Un assaggio una cippa, sarebbe stato da rispondere. Portami qui la pentola e facciamola finita lì. Ma per fortuna son signora e ho ricambiato il sorriso. Ovviamente prima di vedere che del cucchiaino di riso una metà buona era finita sulla tavola. E che 9 chicchi di riso mi guardavano un po’ spauriti.

“Vuoi che ti aiuti a finirli?”, ha proposto mio marito. Ma che simpatico. Che allegria. Vediamo se riderà ancora domani quando gli presenterò una patata novella, lessata in brodo vegetale, senza olio né burro, ma arricchita del conto del parrucchiere infilato di taglio.

Ma non c’è stato tempo per queste piccolezze, per queste meschinità, perché la musica incombeva, e i discorsi pure.

E mentre la musica taceva un attimo, un attimo solo, ecco che nell’improvviso silenzio si sentiva forte e chiara la voce di uno degli invitati:

“L’ho detto a quel pirla di mio figlio. Prenditi un diploma, perché la vita è come la diarrea: prima o poi un foglio di carta serve sempre.”

E accortosi della figura, ha alzato il calice brindando idealmente a tutti.

E che vi devo dire, oltre al fatto che si trattava di una verità sacrosanta, io in quel momento lì ho avuto una percezione fortissima: che 2 tigelle con il lardo e una bistecca a orecchia d’elefante sarebbero piaciute di più anche a lui.

Speriamo che ne tenga conto nel briefing di domani.

Ciao guys.


 
 
 

Volevo la bocca a cuore

Post n°223 pubblicato il 27 Agosto 2013 da pantouffle2011
 

 

Avrei voluto avere i capelli biondi, gli occhi azzurri e la bocca a cuore. Avrei voluto essere dolce, algida, fulgida e perché no, anche un po’ rigida: perché tra l’essere disponibile e diventare una canna al vento il confine a volte è fin troppo debole.

Se oggi potessi scegliere cosa fare di me stessa e del mio tempo, scriverei.

Di giorno, di notte e anche a mezzogiorno. Di quello che ho fatto, di quello che sono, e di quello che probabilmente non farò invece mai.

Poi scriverei di viaggi, di chilometri e stupore. Mi perderei in guide diverse, in itinerari intimistici e globali, dove ti sporchi i piedi di sabbia e l’anima di rabbia e di emozioni.

Intervisterei le persone, ne racconterei le miserie e i sogni. Convinta come sono che ognuno di noi abbia una storia da condividere, una solitudine da raccontare. Perché, come diceva qualcuno, nessuno è del tutto normale se ti avvicini abbastanza per vederlo veramente. E son sicura che anche la zia Matilda riempirebbe da sola un bel po’ di pagine.

E, soprattutto, dispenserei consigli: perché si sa, chi non sa fare, insegna.

Ma non ho la bocca a cuore, e non c’è nulla di biondo in me. Sono scura, nera, e di certo scrivere non so.

Soprattutto non so riscrivere la mia di storia. O, a voler essere più precisi, non so trasformare questo soffocante presente indicativo, pesante e lungo come una quaresima, in un futuro semplice più ottimista e vaporoso.

Forse avrei bisogno di lezioni di grammatica e sintassi. O forse di una scudisciata sulle gengive per ricordarmi che al mondo c’è gente che muore di fame. Tutto vero, tutto giusto.

Ma stasera non ho voglia di problemi collettivi, emergenze sociali o drammi universali.

Perché non riconoscermi più allo specchio mi sa che basta e avanza.

Forse perché non ho la bocca a cuore.



 

 
 
 

Se partire è un po’ morire, anche tornare è una bella badilata sui denti.

Post n°222 pubblicato il 23 Agosto 2013 da pantouffle2011
 

 

Mentre sei in vacanza pensi ma che bello, quando torno vedrai come sarò serena, con una mente fresca lucida e leggera, che mi permetterà di vedere tutto con occhi diversi e di prendere le giuste distanze dai pensieri di sempre.

E per pensarlo non è che devi fare necessariamente fare grandi cose, o andare nel paradiso dei Cosacchi e dei Calmucchi.

Funziona anche se la cosa più avventurosa che ti capita mentre sei via è che non c’è campo. O se scopri che t’han chiuso la gelateria all’angolo dove andavi sempre nel ‘96. Per dire.

Perché sei in vacanza e tutto ti sembra possibile.

Soprattutto se sei come me, e non hai grandi pretese: nel senso, da una vacanza non pretendi nulla che vada oltre i bisogni primari. Mangiare, rilassarti, dormire.

Troppo poco dice uno. Troppo tanto, verrebbe invece da dire a me. Un lusso a dire poco.

Perché normalmente mangiare non mangio (vietatissimo al lavoro, pena licenziamento e deportazione immediata nel ferale mondo dei disoccupati), dormire non dormo perché l’insonnia m’ammazza da anni, di conseguenza son rilassata come una gallina cui stanno tirando il collo.

Ovvio allora che se metto insieme colazione pranzo e cena, mi faccio una pennica come si deve, magari con chi dico io, son felice al mondo. E già mi sento principessa. E ritemprata. E pronta ad affrontare i draghi.

E quando I Problemi Di Sempre mi hanno accolto sul gradino di casa, senza darmi nemmeno il tempo di appoggiare il trolley, io ho fatto un bel respiro, ho contato fino a 10. Poi a 20. Alla fine ho attinto a tutte le mie energie positive accumulate in 3 settimane e ho avuto la reazione tipica di una persona matura e pronta ad assumersi delle responsabilità: ho tentato di nascondere la testa nella valigia affogando in quello che restava della mia biancheria pulita.

Perché io la posso raccontare come voglio, ma non sono pronta a rituffarmi nella vita di tutti i giorni. Perché sono stufa di colleghi magheggioni, capufficio ingombranti e di una quotidianità che mi consuma.

E sono in balia dei cattivi pensieri, a dire il vero pensieri ben poco cristiani, sulla vita e su tutti. Perché si viaggia anche stando fermi, che credete. E che viaggi.

Peccato non ti portino da nessuna parte.

 

 

 
 
 

La calata di Ferragosto

Post n°221 pubblicato il 16 Agosto 2013 da pantouffle2011
 

 

Sono arrivati. Finalmente.

Quest’anno poi sembrava difficile, quasi impossibile: Claudio, il gestore dello stabilimento balneare, scuoteva già la testa, dubbioso fino all’ultimo, pronto a pianger tutte le sue lacrime e anche quelle di sua zia.

E invece eccoli qua. Chi? I turisti naturalmente.

Che da noi non è che arrivino in massa da tutta Italia, tanto per capirci. Anzi, si identificano in un’unica tipologia: i lombardi. Con i quali l’unica cosa che ci accomuna è la razza, quella umana. Per il resto ci dovrei pensare.

Perché “loro” li riconosci subito, quando arrivano la mattina: Il Sole sotto l’ascella, così gli lascia un bell’alone nero per l’inchiostro sciolto, che fa subito abbronzatura (e anche un po’ pirla), brioches e cappuccio (con molta schiuma mi raccomando, che se non fa il baffo non è buono… il caffè invece me lo fa doppio, ristretto, in tazza grande, ma scaldata a parte…). Neanche si son seduti che m’han già stressato il Claudio.

Poi finalmente lettino, asciugamano (e me la chiamano salvietta. Come mia nonna quando serviva il the la domenica).

Poi cremina 102 per il viso, crema 90 per il corpo.  Praticamente una muta con le maniche lunghe.

Ma alla fine di tutto questo ambaradan ecco che finalmente arriva il sorriso beato di chi ha smanettato tutto l’anno, fra capo, lavoro, figli, spesa e mezzi pubblici e finalmente, vaffanbrodo tutti, ci caccia una settimanina di ferie come si deve. Si sdraia a 4 di bastoni e basta là. Che non ce n’è per nessuno.

Bello. Bellissimo.

Ma poi, dopo 5 minuti 5, li vedi guardarsi attorno smarriti, sgomenti. E la domanda gliela leggi chiarissima in faccia, stampata in Arial 2500: E ADESSO CHE CASPITA FACCIO???

Perché l’abitudine a correre è troppo forte, quando è tutto un su e giù per fare in tempo poi non riesci più a staccare.

Invece quando sei al mare il tempo scorre lento, segue altri ritmi.

Solo che a far niente ci vuole il fisico. Ci vuole allenamento. E’ quasi roba da disoccupati professionisti, per dire.

I più volenterosi li vedi, che vanno a giocare a racchettoni, o a beach volley.

E io mi domando: ma dove vai se la cosa più sportiva che hai fatto negli ultimi 12 mesi è stato allungare un piede per bloccare l’ascensore e stendere un braccio per prendere il telecomando? E anche allora hai dovuto portare un corsetto per riprenderti dallo strappo.

Infatti, tempo 10 minuti e li vedi portare fuori dal campo a braccia. Quelli che non si fratturano anche un polmone, ovviamente.

Però una cosa bisogna riconoscerla:  il lombardo è disciplinato. Ah sì sì, mica come noi adriatici che è tutto un mangiare, agitarsi, fare avanti e indietro dal bar per vedere e farsi vedere. No no, loro sono organizzatissimi: all’una in punto si mangia sotto l’ombrellone. Ci puoi regolare l’orologio da quanto son precisi. E cosa mangiano? L’insalata di riso. Tutti.

Mica il grissino con la salsiccia come noi cialtroni, che non c’abbian voglia di far niente, chè il vapore della cottura ci arriccia i capelli e anche tagliare 2 wurstel ci fa fatica.

E poi li senti raccontare di crisi, di extracomunitari che rubano il lavoro, che scippano, stuprano e spacciano.

Noi i vu’ cumprà li chiamiamo per nome.

Il mio preferito è Mario, nato e cresciuto a Brescia. Ha 17 anni, gira con la maglietta di Balotelli, quell’altro Mario che ha avuto più fortuna di lui. Vende borse di Dolce & Banana e mi fa morir dal ridere con quell’accento bresciano così marcato e l’ingenuità di un ragazzino che fa la vita di un uomo. E penso a mia nipote, stessa età, da un mese a Londra ad imparar l’inglese, che si lamenta per il caldo e la paghetta. E mi vien la tristezza. Perché la vita a volte è proprio ingiusta.

Ma nel tuo paese ci sono gli squali? Gli chiedo sempre. E lui se la ride, perché ha imparato da tempo che non è degli animali che bisogna avere paura. E certo noi tipe sempre a dieta gli facciamo 1000 volte più impressione.

Perchè è così per tutti, siamo strani l’uno agli occhi dell’altro.

O forse, come dice il mio vicino di ombrellone, volti le spalle a Milan e ti te trovi in mezzo ai negher. Anche se sei sulla riviera adriatica.

Ma anche questo è Ferragosto.

Ciao guys.


 
 
 

2 hamacas y sombrilla 7.50 Euros

Post n°220 pubblicato il 12 Agosto 2013 da pantouffle2011
 

Non è che non lo sapessi. Lo sapevo benissimo. Che la Spagna fosse in crisi intendo.

Ma mi ha sorpreso lo stesso. Anche se vedere come per una volta la televisione abbia ripreso fedelmente la realtà mi ha sorpreso ancora di più, devo ammetterlo.

Ma forse non è del tutto vero nemmeno questo, perché la situazione dal vivo è stata infinitamente peggio di 1000 inchieste-verità viste in tv.

Perché io interi centri commerciali chiusi mica li avevo mai visti. E nemmeno 3 albergoni-1000 stanze sbarrati, uno in fila all’altro. E fa effetto. Caspita se lo fa.

Ed essere circondati dalle scritte  “En venta”, “Se alquila”, “Descuentos”,  a lungo andare dà l’idea di un paese in vendita. Anche se non in svendita, va detto. Anzi.

Perché quello che si coglie è un paese che reagisce, che ha un orgoglio. Ci sono “sconti a sangue” ovunque, è vero, ma è solo commercio e marketing, sta poi nella libertà di ognuno approfittarne o meno: non c’è la pretesa dell’obolo, della carità,  in virtù del fatto che “siamo tanto poveri e la crisi ci ha colpiti come un treno”.

Perchè si sa, camarón que se duerme se lo lleva la corriente, come dicono da quelle parti. E la gente non sta lì a guardarsi il ditone dei piedi e reagisce.

C’è poca gente? Bene, si abbassano i prezzi.

La maggior parte dei turisti è straniera? Bene, che si sentano accolti: basta con il caldo de pescado e il vin tinto e largo invece a fast food, trash food e mi-massacro-il-fegato food.

C’è l’esigenza di personalizzare l’attrattiva turistica, di distinguersi un po’ dall’offerta globale? Le famiglie già vanno a Rimini, la gioventù va a Mykonos, e i pensionati restano nel parchetto sotto casa perché con la minima non si pagano nemmeno le pastiglie per la pressione. E allora ci si ingrugna e si rinuncia? Macchè: ci sono pur sempre i gay. Che sono tanti.

E allora vai con gli spettacoli a tema, coloratissimi, sboccatissimi e roboanti, le drag queen mattina mezzogiorno e sera,  la musica petarda e i cocktails con gli ombrellini.

Il tutto ovviamente condito dalla simpatia spagnola.

E che vi devo dire, a me vien voglia di fare il tifo per loro.

Olè.

 

 
 
 

Ciao belli

Post n°219 pubblicato il 28 Luglio 2013 da pantouffle2011

Parto, ma poi torno.

Che senza di voi faccio fatica a stare.

E allora ciao belli, fate i bravi però eh... che al mio tirono non voglio sentire brutte storie.

Un bacio con lo schiocco. Olè.

 

 

 
 
 

Talenti, talentuosi e lo spritz

Post n°218 pubblicato il 23 Luglio 2013 da pantouffle2011
 

Stasera all’aperitivo mi guardavo intorno e pensavo. Pensavo che c’è della gente, comune, normalissima, che ha dei veri e propri talenti. Prendi Vincenzo, per esempio, il moroso della Vale: a parte essere un gnocco da megaschermo in piazza, è anche uno che con due stuzzicadenti ti tira su senza apparente sforzo una libreria Luigi XVI. Quell’altro, Paolo, nel tempo libero dirige un coro che un giorno sì e un giorno anche viene invitato a Roma a fare concerti: che per carità, tutto ciò non gli permetterà mai di diventare ricco, ma in confronto a me che quando canto ho la stessa melodiosità di un campanaccio delle vacche, fa un figurone.

“Dimmi se riconosci questa canzone.”, m’ha detto stasera.

“Come no, è famosissima”, sorrido. E comincio a canticchiare sopra alla melodia che esce dalle casse del bar. E chiudo anche gli occhi, perché io la musica la sento dentro, che credete. Soprattutto se ho bevuto 2 prosecchi a stomaco vuoto.

Devo ammettere però che la canzone non era proprio quella che pensavo io, e forse non ci si avvicinava nemmeno. Ma questo dimostra solo una cosa: che anch’io ho un talento naturale.

Quello di fare delle figure di melma? No. Quello di circondarmi di amici pirla, che invece di ridere alle mie spalle potevano anche avvisarmi. Perlomeno prima che ripetessi il ritornello per ben 2 volte con tanto di falsetto finale voglio dire.

Ma lasciamo stare, che poi ognuno c’ha le sue disgrazie.

Allora, dicevamo. Proprio mentre son lì che m’arrovello in questi pensieri sui talenti e sui pirla, t’arriva il Carlo, un’esistenza vissuta a 1000. Nella vita fa l’ex: ex bellone, ex marito, ex imprenditore di successo. Ex ricco. Ma un fascino da vendere. Anche adesso che le persone che gli ufficiali giudiziari sono in cima alle sue frequentazioni si capisce che nella sua testa è ancora in doppiopetto. Anche con la camicia dell’Oviesse. Si divide quotidianamente tra le “questioni di principio” di un’ex, arrabbiata per non essere stata l’ultima, e le follie furiose di quella nuova, furibonda per non essere stata la prima.

Ma quando parla della “sua signora”, è sempre alla Juventus che si riferisce.

“Ohi Carlone… va’ che stempia che hai messo su. Pensare che quando  t’ho conosciuto mi sembravi Little Tony. Sempre a fare il fenomeno su e giù con quello spiderino.. e guardati adesso. Cosa daresti per tornare indietro di 20 anni eh?”, gli chiede un pirla.

“E perché mai… 20 anni fa avevo ancora una pletora di errori da fare. 10 anni mi son partiti per farli e altri 10 per capirci qualcosa. Una fatica. So mica se avrei ancora le energie per cominciare di nuovo.”

“Seeee…vabbè. T’ho conosciuto che eri il re del mondo e adesso…”

“Adesso cosa? L’abito non fa mica il monaco. Poi io non sono trascurato, indosso la semplicità delle cose vissute. Magari anche troppo vissute. E comunque è sempre meglio avere i pantaloni rotti nel culo che il culo rotto nei pantaloni. T’è capì, bello?”

E io capisco che il vero talento è uno solo: saper affrontare la vita a testa alta. Sempre.

Certo, a esserne capaci.

Ciao guys.


 
 
 

Quando di corsa ci sono solo i pensieri

Post n°217 pubblicato il 09 Luglio 2013 da pantouffle2011
 

 

Ero andata a correre. Dico davvero: il pantaloncino sportivo in lavatrice mi è ancora testimone. Ma in qualsiasi caso la faccia stravolta e il fiatone sarebbero stati in grado di togliere ogni dubbio.

Poi non so come sia andata e perché, ma mi sono trovata ad entrare in un cimitero. Cosa che non faccio mai.

Perché io al camposanto non ci vado, non ci credo, il culto dei morti non mi appartiene. Le persone vivono nel ricordo di chi le ha amate, non hanno niente a che fare con le cappelle di famiglia e i fiori di plastica.

Ma oggi il cimitero era lì. A dire il vero c’è sempre stato, da prima che nascessi io, e sicuramente c’era anche tutte le millemila volte in cui ci son passata distratta davanti: ma in qualche modo oggi lo era di più. Anzi, era come se in qualche modo fosse lì per me.

E mi son trovata a camminare tra file e file di loculi, lapidi, foto in bianco e nero, a colori, candele finte e vaschette portafiori. Gente giovane, vecchia, felice. Gente passata, forse dimenticata.

Ma siccome abito a DispersiNell’UniversoTown, e bene o male ci si conosce tutti, ecco che un po’ alla volta i volti si son fatti meno lontani, in alcuni casi addirittura conosciuti.

E ti vedo l’Alfredo, ritratto sulla bici, il volto sorridente di chi ha programmato soddisfatto i prossimi 30 anni di vita. Questo solo qualche giorno prima che un infarto si portasse via i suoi 46 anni, il suo sorriso e il futuro sereno dei suoi figli.

Poi ti incontro i compagni della quarta superiore, scomparsi in 5 andando al mare: credevano di festeggiare l’ultimo giorno di scuola, vivevano invece il loro ultimo giorno di vita. Solo che da festeggiare non c’era proprio niente.

Li guardo nella foto, cristallizzati nei loro 18 anni, in un’età in cui non pensi che cose simili possano accadere. E rivedo come un flash la disperazione dei genitori al funerale, la sfacelo familiare che ne è seguito, perché di fronte ai certi dolori puoi solo piangere, non sono disgrazie di cui ti puoi fare una ragione.

Poi mi giro, altre lapidi, altri volti, e improvvisamente il cuore mi fa un balzo. Vedo una foto, una bella signora, lo sguardo spavaldo di chi nella vita non s’è arreso mai. Neanche di fronte alla malattia.

E la rivedo mentre vive la sua vita controcorrente, modernissima in un mondo che non riesce a starle dietro, pieno di vincoli e freni che lei si rifiuta di comprendere. Così come non comprendeva me, nipote troppo timorosa della vita per esserle davvero vicina. Ma gli anni accorciano le distanze, smussano le incomprensioni e l’età adulta muta le prospettive. I ricordi meravigliosi che ancora conservo fanno il resto. E il pugno allo stomaco che provo vedendo la foto è assolutamente autentico.

Rivedo altre facce, altri ricordi mi affiorano nella mente. Nonni mai conosciuti, vicini brontoloni, c’è tutto un paese. Un paese nel paese. Ma fatto di morti.

Improvvisamente sento che sale l’angoscia, allontanarmi diventa un’urgenza.

Perché mi rendo conto che la vita è adesso, come diceva qualcuno. Si nutre di presente e di futuro, il passato è solo un qualcosa da impacchettare con cura e mettere in cantina. Come il giradischi a pile, che tiri fuori quando ti prende la nostalgia dei tuoi anni scatenati. Ma è l’i-pod che cerchi quando vuoi stravolgerti con la musica.

Non credo tornerò in un cimitero. Se non per cause di forza maggiore ovviamente. Perché continuo a pensare che il ricordo più bello delle persone cui hai voluto bene sia nella vita di tutti i giorni. Nei loro momenti belli, in quello che sapevano fare. Voglio che sia la loro presenza a brillare, non la loro assenza.

Perché piangere davanti a una lapide è molto più di quello che posso sopportare.



 

 

 
 
 

Ma da quando te sei andato che mi sono chiesta

Post n°216 pubblicato il 01 Luglio 2013 da pantouffle2011
 

 

 

Che senso ha vivere adesso? Bella domanda. Per imparare l’italiano per esempio. Magari non darà un senso alla vita, ma così, a occhio e croce, l’impegno necessario dovrebbe portar via un bel numero di ore. E va da sé che se stai lì a sudare sui congiuntivi, eviti magari di buttar via lacrime per chi non se lo merita. Così almeno, quando capiterà quello giusto, saprai anche come dirglielo.

Ma a parte questo, il linguaggio corrente, quello sgrammaticato, a me piace. Mi dà l’idea di una lingua che vive, che si evolve, che respira. Di una lingua che viene dal cuore e non dai libri. E sarà un caso, ma le frasi più belle mi sono state dette con l’urgenza di dirle, mai con la compitezza del professore.

Magari cerchiamo di conservare un minimo di dignità, ecco. Quel tanto che basta  per non dar l’idea che ci sia morta la maestra.

Per il resto, l’importante è comunicare, sapevatelo.

 
 
 

La vita, l’amore e le vacche

Post n°215 pubblicato il 22 Giugno 2013 da pantouffle2011

 

“Ti va un caffè?” – esclamiamo nello stesso momento io e Nicola, (affascinantissimo, paraculissimo ed elegantissimo consulente di fiducia dell’ufficio), trovandoci faccia a faccia davanti alla macchinetta del caffè.

“Ahahahah… quando succede così, da noi ci si prende per mano e si esprime un desiderio.” – mi dice con la sua voce calda e si appoggia il mio palmo sul suo petto caldo e sospiroso: avete presente il calore della Costa del Sol e il ritmo caliente dei fuochi d’artificio la notte della Festa major de Gracia? Ecco, non dico altro.

“Anche da noi esiste questo giochino – rispondo – ma non funziona.”

“Se non provi non puoi saperlo.” – obietta.

“No no, lo so per certo.” – rispondo, ma non gli sto a spiegare che se il giochino funzionasse davvero, a questo punto nessuno dei due avrebbe ancora i vestiti addosso. E di sicuro sullo sfondo non ci sarebbe la scritta lampeggiante “Consegna urine ed altri materiali bologici – ritirare il numero”.

“Ahahahahah…Per certi desideri bisognerebbe non essere al lavoro.” – scoppia a ridere.

E io arrossisco imbarazzata tale e quale che se mi avessero beccata con le mani nelle mutande di qualcuno. E mi riprendo di scatto la mia mano (che non era nel suo intimo, tengo a precisare).

E siccome in quel posto la privacy non si sa cosa sia, ma in compenso le figure di cippa sì, mi si avvicina un tipo che conosco dalle medie: non cattivo, ma uno proprio terra terra, di quelli che le cose non le capiscono neanche a fargli il disegnino. E con la delicatezza che lo contraddistingue, senza neanche dire né ciao né vaffambrodo,  mi fa: “Oh, ma dov’è che hai preso tutto quel sole lì?”

“Mah… sono stata qualche ora al mare.” – spiego.

“Ma se vuoi prendere il sole cosa serve che butti via i soldi al mare:  puoi venire in campagna da me… ti do una zappa in mano così mentre ti abbronzi ti tieni anche in forma. Capito come?” – e mi strizza pure l’occhio.

E io vedo come una nuvoletta dissolversi nel cielo; guardo bene, poi capisco: è tutto il romanticismo, il pathos e la magia.

“Ma vorresti far lavorare una così bella signorina?” – interviene il consulente.

“No, macchè lavorare… non la pagherei mica. – se la ride. Anche lui. Qua ridono tutti. -  Ma puoi venire anche te se ti va, son mica geloso: zappate e vi abbronzate. Vi abbronzate e zappate. Poi volendo ci sono anche le vacche: gli date da mangiare e poi state di un bene, ma di un bene… che mi chiederete anche di ramazzare il pollaio per quanto sarete rilassati.”

Immagino.

Fortunatamente il display indica il suo numero e deve entrare in laboratorio. Gli impiantassero un cervello alle volte.

“Ma tu conosci un tipo così?” – mi chiede incredulo il consulente.

“Noooo… figurati che non mi ricordo nemmeno il suo nome. So solo che lo chiamano Il Quaranta.”

“E perchè lo chiamano … Il Quaranta?”

“Ehm…. Perché ha 40 centimetri come dire… di salute.” – imparassi mai a stare zitta una volta.

“Ah. Però quello te lo ricordi…” – e se la ride. Di nuovo.

E io me ne torno con le orecchie basse in ufficio, prima che qualcuno mi chieda se conosco Giramerda: perché con quello sì che ci sarebbero delle spiegazioni da dare.

Perché il dramma dei paesi piccoli è proprio quello: quando dici che ci si conosce tutti, si intende proprio “tutti”.

Ciao guys.


 

 
 
 

Pensieri da spiaggia

Post n°214 pubblicato il 16 Giugno 2013 da pantouffle2011
 

Spiaggia da primi caldi, affollatissima. Un ragazzino di 10 anni che ti alza un ghibli ogni volta che si muove. Papà insofferente ma che non muove un dito, mamma che di dita ne muove fin troppe ma per spalmarsi la crema e la gente intorno sempre più irritata.

Mi avvicino all’acqua; vicino a me una giovane mamma e una bambina sui 3 anni. La donna ha lo sguardo spento, come di una che tra gravidanza e tutto sarà stanca almeno dal 2009.

Guardo Paola, la bagnina. 32 anni, due convivenze sbagliate alle spalle e 2 figli da tirar su da sola. In pratica ha sempre a che fare con le vite altrui: sul lavoro le salva, a casa le cresce.

 “Quando vengo qui mi riposo - mi ha detto oggi trascinando a riva un surf perso da un bagnante inesperto. – Nessuno che mi tormenti per mangiare il gelato alle 10 di mattina, che mi appiccichi la marmellata nei capelli… e fino ad oggi nessuno mi ha nemmeno mai chiesto di tirargli su le mutande dopo che è stato in bagno.”

Io rido, tanto lo so che scherza. Se c’è una persona innamorata dei propri figli è proprio lei, Paola. Perché gli amori passano, ma è con i suoi bambini che il sole sorge e tramonta ogni giorno.

Ma un pensiero mi attraversa comunque la mente: penso quanto debba essere difficile fare la madre. Figuriamoci la brava madre. Perché non esiste un unico modo per esserlo, delle regole ben precise cui attenersi. Ma solo un ginepraio di eventi in mezzo a cui districarsi cercando di non pensare a quando a tua figlia 15enne, accusata di aver tolto le tonsille al cuginetto 11enne con le cesoie da giardino, risponderà che l’ha fatto perché ha avuto una cattiva madre. Che poi saresti tu.

E penso anche che per i padri sia più facile essere migliori di quelli delle generazioni precedenti: già spingere un passeggino è un passo avanti da paura.

Ma per le donne no, non è così. Le mamme d’oggi non potranno mai competere con chi ha attraversato una guerra, con le regine delle confetture fatte in casa o con chi ha sfornato figli tra una giornata nei campi e l’altra. Per quanto ci provino, per quanto si sforzino, ne usciranno sempre con le ossa rotte.

E penso che il progresso su questo sia ancora parecchio perfettibile.

Ciao guys.

 


 
 
 

Era meglio se andavo al mare

Post n°213 pubblicato il 04 Giugno 2013 da pantouffle2011
 

 

Squilla il telefono poco prima delle 8.00. Pur ancora assonnata capisco che sono rogne: nessuno è così impaziente da chiamarti a quest’ora per darti una buona notizia. Infatti.

“Non immaginerai mai cosa sto  per fare…”, chiede Gianluca.

Ora, Gianluca, amico mio meraviglioso, è un caro ragazzo, va detto. Compagno di tutta una vita, morirei se lo perdessi. Però. Però… Porca pierina abbiamo un fuso orario diverso, semplicemente. Di più: abbiamo dei cicli circadiani incompatibili.

Lui si alza alle 6.00 di mattina pieno di entusiasmo, non scherzo, mentre a me prima delle 10.00 per sapere se sono ancora viva ci vorrebbero le prove neurologiche. Quando a mezzogiorno lui ha già trovato 1000 nuovi orizzonti da scoprire, io comincio a malapena a ricordare come mi chiamo. E ho ancora delle serie difficoltà con il cognome. Ma davvero. In compenso il pomeriggio va anche peggio.

“Dài spara... tanto sono sicuro che non indovinerai mai”, insiste.

“Be’… uhm…boh…”

“Ecco appunto. Tieniti forte: ho deciso di comprare una roulotte!”

Sarei stata meno sorpresa se tornando a casa avessi trovato mio marito ubriaco sul divano a guardare Don Matteo. Anche perché è pressochè astemio. E di sicuro non guarderebbe mai Don Matteo. Il fatto è che Gianluca ama la vita del campeggiatore quanto il cantante scalmanato dei Prodigy può amare l’idea di una settimana bianca con tutti i parenti. Tanto per dire il tipo.

Ma siccome Gianluca è un fracassamar  ha un entusiasmo contagioso, l’altra mattina verso le 10 (alle 8.00 gli ho detto tiè), lo accompagno a vedere il nuovo gioiello. Oddio, gioiello. Bello è bello, intendiamoci. Un po’ anni ’70 magari, un po’ spartano… Un po’ tanto casa della Barbie.

“Senti ma – chiedo – non ti sembra un po’… piccolo? – azzardo – Non vedo il letto.”

“Ecco, vedi che non sei nello spirito? – mi parte in quarta – Intanto si chiama branda e poi basta piegare il tavolino, spingere di qui, tirare di là e voilà, il letto è fatto. Certo, le finestre non si aprono, ma hai visto, c’è anche il fornello.”

Certo, e lo spazio è tale da poter girare il risotto con un piede rimanendo comodamente sdraiati a letto. Nel caso in cui Gianluca sapesse cucinare naturalmente. Ma occorre proprio che ve lo dica?

In compenso il suo entusiasmo è tale e tanto che già me l’immagino organizzare fumosissimi barbecue con tutti gli ospiti del campeggio.

Putroppo però non è questa l’unica cosa che mi passa per la mente. Rivedo come per incanto tutte le sue pippe per la scelta dell’hotel giusto, o perché gli asciugamani non erano abbastanza morbidi. O quando ci siamo quasi presi a padellate perché si ostinava fastidiosamente a fingere di ricevere una telefonata tutte le volte che toccava a lui lavare le tazze della colazione, durante una vacanza al mare. E adesso dovrei credere che si trasformerà come per incanto nella Massaia Ghismunda? Che smetterà di essere un adoratore del telecomando per diventare un fanatico del magico mondo di campeggiatori e camperisti?

Evidentemente la mia perplessità mi si legge in faccia perché il suo commento arriva immediato:

“Io starò anche facendo una cagata, ma provare qualcosa di nuovo ogni tanto mica t’ammazza. Tu per esempio: quand’è stata l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?”

Lì per lì non so cosa rispondere, perché ha ragione lui. Faccio e rifaccio sempre le stesse cose, da anni. Per convinzione, per abitudine, per scelta. Ma sempre le stesse cose.

Anche se a pensarci bene c’è una cosa che ho fatto recentemente per la prima volta: rispondere ad un pirla che voleva comprare una roulotte.

Ciao guys.


 

 
 
 

Correva l’anno… e corro anch’io

Post n°212 pubblicato il 02 Giugno 2013 da pantouffle2011
 

Nel mio personalissimo calendario laico (di santa basto io), queste sono le settimane in cui ricorrono le megaustioni in spiaggia, il terremoto  e la protesta di Piazza Tienanmen.

Perché?

Nel primo caso perchè le raccomandazioni sulle prime esposizioni al sole mi vengono in mente solo quando è troppo tardi. Ma quest’anno, come dire, non ce n’è: c’ho ancora su il golfino. E se non è un filtro solare quello ditemi voi cosa lo sia.

Nel secondo caso perchè esattamente un anno fa ho conosciuto una nuova paura: quella del terremoto, dell’evento imprevisto in grado di scompigliare qualsiasi progetto di vita. Che noi al su e giù dell’acqua c’eravamo abituati, ma al traballare della terra proprio no. E forse per questo il ricordo è ancora talmente vivo che ancora adesso alle vibrazioni  di un camion appena un po’ più grosso del normale ci guardiamo negli occhi con le pupille a palla.

Ho visto che anche l’Enel ricorda che è trascorso circa un anno dall’evento, e infatti molto carinamente ci ha mandato gli auguri; certo, Lei li chiama auguri e noi invece bollette, ma sono solo punti di vista diversi.

E poi fine maggio-inizio giugno per me vuol dire Piazza Tienanmen. Sempre.

Perché quella foto (questa foto) m’ha colpito dalla prima volta che l’ho vista, per la sua forza, per la sua assurdità.

Perché in piazza ci fai il mercato, le feste di paese, ci acclami il nuovo sindaco che offre la porchetta a tutti. Non t’immagini un carrarmato. Figurarsi più di uno.

Ed è altrettanto assurdo il ragazzo che si piazza davanti a questo popò di spiegamento: magrolino, con gli abiti che sembrano dismessi dal cugino più grande e una borsa che t’immagini possa contenere al massimo una focaccia con le cicciole per il pranzo, giusto per non arrivare a sera a stomaco vuoto. Certo niente di pericoloso, sicuramente niente di rivoluzionario.

E invece tiè.

Questi 50 chili d’uomo ti diventano un simbolo: di lotta, di volontà, di incoscienza anche, se vogliamo. E per un momento riesce anche a far credere al mondo che l’impossibile non solo diventi possibile, ma che stia accadendo, lì, in quel preciso istante.

Purtroppo sappiamo tutti com’è finita.

Ma a dirla tutta, quando guardo la foto, non è a lui che penso.

In realtà penso all’autista del carrarmato. Per lui nessuna gloria imperitura nei secoli, niente di niente. Eppure il suo gesto è altrettanto significativo di quello del ragazzo.

Voglio dire, avrebbe potuto stamparlo a terra come un cartone animato. Anzi, avrebbe dovuto farlo. Per gli ordini ricevuti, per evitare punizioni inimmaginabili, perché probabilmente gli avrebbero dato una medaglia e una bottiglia di maotai. E invece no, lui sceglie di fermarsi.

E la mia simpatia va a lui, perché apprezzo sempre chi non dimentica mai di essere prima un essere umano, e solo dopo ragioniere, boia o segaiolo.

Avercene di persone così.

Ma adesso vado, prima che mi prendano fuoco le lasagne. Perché dal vedere un filino di fumo uscire dal forno al far diventare questi i giorni in cui i pompieri hanno fatto irruzione a casa mia è davvero un attimo.

Ciao guys.


 

 
 
 

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