Le luci della città filtrano nel mio studio e mi trovano ancora qui, tra tutti i miei vecchi ricordi.Seduto nella mia poltrona continuo a guardare fisso nel vuoto, cercando qualcosa che non arriva.Come se quel qualcosa potesse scuotermi dall'apatia in cui mi sono rinchiuso.Mie unici compagni, le tre bottiglie oramai vuote e un bicchiere a metà. Un altro John Lee Hooker. 1/3 Bourbon 1/3 Scotch 1/3 Birra. Ma ho finito il Bourbon e verso al suo posto Whiskey del Tennessee. Spero il buon vecchio John Lee non se la prenda per questa licenza poetica.Anche se qui di poetico c'è ben poco.Fossi in "Casablanca", il barman mi servirebbe il drink e io mi accenderei una sigaretta ascoltando le note del pianista. Aspetterei fino alla fine prima di dirgli "Suonala ancora Sam".Ma io non sono Rick Blaine. E questo non è un film.Apro il cassetto della scrivania, cercando qualcosa per pulire qualche goccia di birra che è caduta sul tavolo.O forse per cercare il motivo che mi tiene qui, in questa stanza... al buio e in silenzio.Lentamente dal cassetto spunta il mio distintivo. "Jonathan Francis Coleman - 47esimo distretto - Dipartimento di polizia di Hell City".Ricordo come fosse ieri il mio primo giorno di lavoro. L'orgoglio di mostrare quel distintivo, la convinzione di poter fare qualcosa per gli altri, la sicurezza che chiunque, nel suo piccolo, può fare qualcosa per rendere il mondo migliore.Lo riguardo adesso, dieci anni dopo. Non è così brillante come un tempo, intaccato dalle macchie del tempo e non solo.Quanti criminali ho visto entrare e uscire di prigione il giorno dopo per un cavillo burocratico, perchè parenti di qualche pezzo grosso o per "questioni di forza maggiore".Li ho visti uscire per poi ridere di noi appena fuori dalle sbarre.No. Oramai non ci credo più in quel distintivo.Bevo in un sorso tutto il bicchiere e torno al cassetto.Due volti mi fissano dentro una cornice nera. Due ragazzi giovani, felici nel giorno del loro matrimonio. Sotto di loro una scritta a pennarello. "Nei giorni belli e in quelli brutti. Nella luce e nel buio. In salute e in malattia. Per sempre. Jessica Cassidy"Jess. Sembrano passati secoli. Quando l'uno era il mondo dell'altra e mi bastava guardare i suoi occhi per sapere che non avevo bisogno di altro.Quando rimanevamo svegli fino al mattino per parlare del futuro, dei nostri sogni, della vita che avevamo davanti. Perchè non riesco più a parlare con te ? Perchè non riesco più a piangere e a ridere con te ?Non ti sento più. Non riesco più a sentirti vicino, anche quando dormi accanto a me, quando pranziamo insieme. Sei distante. O forse lo sono io.Ti ho persa. Mi hai perso. Anche se non te ne sei ancora accorta, anche se ti aggrappi disperatamente a me, non è rimasto più nulla.Sento le lacrime scendermi dalle guance, ma le asciugo subito. "Gli uomini non piangono John" diceva sempre il mio vecchio. Ma io vorrei tanto farlo.Sposto la foto, anche se gli occhi sembrano non volersi muovere da quella fotografia.Mi verso un altro bicchiere. Dietro alla foto il numero 104 di Capitan America. Un pezzo da collezione.Da piccolo adoravo Capitan America. Lui combatte per la giustizia e la libertà, aiuta i deboli e gli indifesi, arresta i malvagi e senza neppure versare una goccia di sangue... lui sa sempre qual'è la cosa giusta da fare.Non come me. Io ho una predisposizione naturale solo per sbagliare.Comincio a sfogliare il vecchio giornalino, ridendo come un bambino. Ma sto mentendo a me stesso. Perchè vorrei tanto urlare invece.Qualcuno bussa alla porta."Che c'è ?" dico e il sorriso muore sulle mie labbra. Chi vuoi che sia John ? "John... sono io... Jess... posso entrare ?" la sua voce è rimasta la stessa di quando ci siamo conosciuti al liceo. Ma c'è qualcosa che quindici anni fa non c'era. Dolore e paura."Jess... lasciami in pace per favore" quel 'per favore' esce più come una minaccia che come una richiesta. Non avrei mai voluto risponderle in quel modo. Ma è diventato naturale cercare di allontarla."John non ti fa bene rimanere da solo... lasciami entrare... ti prego" risponde lei. Riesco quasi a vedere i suoi occhi anche attraverso la porta.Anche se la voce si tinge di speranza, so che si sta sforzando di trattenere le lacrime... al di là di quella porta che diventa ogni giorno sempre più spessa."LASCIAMI IN PACE" grido, scagliando contro la porta il bicchiere che si infrange in mille pezzi.Dio... non avrei mai voluto farlo... ma non posso farne a meno.La sento piangere.Ma non mi alzo.Vorrei tanto correre da lei, abbracciarla, dirle che si aggiusterà tutto. Ma non posso. Non riesco. Qualcosa mi blocca qui.Tutto quello che riesco a fare è borbottare un "al diavolo il bicchiere" e attaccarmi direttamente alla bottiglia.E' proprio vero. Quando pensi di avere toccato il fondo, puoi sempre metterti a scavare.Solo un foglietto è rimasto nel cassetto. Un piccolo cartoncino rosso.Una calligrafia malferma ed incerta."Buon natale papà. Ti voglio bene. Erik"Lascio cadere la bottiglia cercando di portarmi le mani alla bocca per non gridare.Ero sicuro di avere portato in soffitta tutte le cose di nostro figlio, come ci aveva detto di fare il terapista.Evidentemente non era così. Avevo dimenticato quel piccolo, minuscolo pezzo di carta.Tremo, mentre la mano cerca di afferrarlo tra le mani, delicatamente, quasi potessi fargli male.E riesco solamente a ripetere "mi manchi Erik". Tra le lacrime. All'infinito.
Un altro John Lee Hooker
Le luci della città filtrano nel mio studio e mi trovano ancora qui, tra tutti i miei vecchi ricordi.Seduto nella mia poltrona continuo a guardare fisso nel vuoto, cercando qualcosa che non arriva.Come se quel qualcosa potesse scuotermi dall'apatia in cui mi sono rinchiuso.Mie unici compagni, le tre bottiglie oramai vuote e un bicchiere a metà. Un altro John Lee Hooker. 1/3 Bourbon 1/3 Scotch 1/3 Birra. Ma ho finito il Bourbon e verso al suo posto Whiskey del Tennessee. Spero il buon vecchio John Lee non se la prenda per questa licenza poetica.Anche se qui di poetico c'è ben poco.Fossi in "Casablanca", il barman mi servirebbe il drink e io mi accenderei una sigaretta ascoltando le note del pianista. Aspetterei fino alla fine prima di dirgli "Suonala ancora Sam".Ma io non sono Rick Blaine. E questo non è un film.Apro il cassetto della scrivania, cercando qualcosa per pulire qualche goccia di birra che è caduta sul tavolo.O forse per cercare il motivo che mi tiene qui, in questa stanza... al buio e in silenzio.Lentamente dal cassetto spunta il mio distintivo. "Jonathan Francis Coleman - 47esimo distretto - Dipartimento di polizia di Hell City".Ricordo come fosse ieri il mio primo giorno di lavoro. L'orgoglio di mostrare quel distintivo, la convinzione di poter fare qualcosa per gli altri, la sicurezza che chiunque, nel suo piccolo, può fare qualcosa per rendere il mondo migliore.Lo riguardo adesso, dieci anni dopo. Non è così brillante come un tempo, intaccato dalle macchie del tempo e non solo.Quanti criminali ho visto entrare e uscire di prigione il giorno dopo per un cavillo burocratico, perchè parenti di qualche pezzo grosso o per "questioni di forza maggiore".Li ho visti uscire per poi ridere di noi appena fuori dalle sbarre.No. Oramai non ci credo più in quel distintivo.Bevo in un sorso tutto il bicchiere e torno al cassetto.Due volti mi fissano dentro una cornice nera. Due ragazzi giovani, felici nel giorno del loro matrimonio. Sotto di loro una scritta a pennarello. "Nei giorni belli e in quelli brutti. Nella luce e nel buio. In salute e in malattia. Per sempre. Jessica Cassidy"Jess. Sembrano passati secoli. Quando l'uno era il mondo dell'altra e mi bastava guardare i suoi occhi per sapere che non avevo bisogno di altro.Quando rimanevamo svegli fino al mattino per parlare del futuro, dei nostri sogni, della vita che avevamo davanti. Perchè non riesco più a parlare con te ? Perchè non riesco più a piangere e a ridere con te ?Non ti sento più. Non riesco più a sentirti vicino, anche quando dormi accanto a me, quando pranziamo insieme. Sei distante. O forse lo sono io.Ti ho persa. Mi hai perso. Anche se non te ne sei ancora accorta, anche se ti aggrappi disperatamente a me, non è rimasto più nulla.Sento le lacrime scendermi dalle guance, ma le asciugo subito. "Gli uomini non piangono John" diceva sempre il mio vecchio. Ma io vorrei tanto farlo.Sposto la foto, anche se gli occhi sembrano non volersi muovere da quella fotografia.Mi verso un altro bicchiere. Dietro alla foto il numero 104 di Capitan America. Un pezzo da collezione.Da piccolo adoravo Capitan America. Lui combatte per la giustizia e la libertà, aiuta i deboli e gli indifesi, arresta i malvagi e senza neppure versare una goccia di sangue... lui sa sempre qual'è la cosa giusta da fare.Non come me. Io ho una predisposizione naturale solo per sbagliare.Comincio a sfogliare il vecchio giornalino, ridendo come un bambino. Ma sto mentendo a me stesso. Perchè vorrei tanto urlare invece.Qualcuno bussa alla porta."Che c'è ?" dico e il sorriso muore sulle mie labbra. Chi vuoi che sia John ? "John... sono io... Jess... posso entrare ?" la sua voce è rimasta la stessa di quando ci siamo conosciuti al liceo. Ma c'è qualcosa che quindici anni fa non c'era. Dolore e paura."Jess... lasciami in pace per favore" quel 'per favore' esce più come una minaccia che come una richiesta. Non avrei mai voluto risponderle in quel modo. Ma è diventato naturale cercare di allontarla."John non ti fa bene rimanere da solo... lasciami entrare... ti prego" risponde lei. Riesco quasi a vedere i suoi occhi anche attraverso la porta.Anche se la voce si tinge di speranza, so che si sta sforzando di trattenere le lacrime... al di là di quella porta che diventa ogni giorno sempre più spessa."LASCIAMI IN PACE" grido, scagliando contro la porta il bicchiere che si infrange in mille pezzi.Dio... non avrei mai voluto farlo... ma non posso farne a meno.La sento piangere.Ma non mi alzo.Vorrei tanto correre da lei, abbracciarla, dirle che si aggiusterà tutto. Ma non posso. Non riesco. Qualcosa mi blocca qui.Tutto quello che riesco a fare è borbottare un "al diavolo il bicchiere" e attaccarmi direttamente alla bottiglia.E' proprio vero. Quando pensi di avere toccato il fondo, puoi sempre metterti a scavare.Solo un foglietto è rimasto nel cassetto. Un piccolo cartoncino rosso.Una calligrafia malferma ed incerta."Buon natale papà. Ti voglio bene. Erik"Lascio cadere la bottiglia cercando di portarmi le mani alla bocca per non gridare.Ero sicuro di avere portato in soffitta tutte le cose di nostro figlio, come ci aveva detto di fare il terapista.Evidentemente non era così. Avevo dimenticato quel piccolo, minuscolo pezzo di carta.Tremo, mentre la mano cerca di afferrarlo tra le mani, delicatamente, quasi potessi fargli male.E riesco solamente a ripetere "mi manchi Erik". Tra le lacrime. All'infinito.