Nel 1968 scoppia il caso di Alberto B. e di Villa Azzurra per contenzioni e violenze.Alberto era un bambino di 8 anni, collocato dal Centro di tutela minori in un collegio della provincia. Il piccolo durante il gioco inghiottì una biglia, edal collegio venne portato in ospedale, dove il suo comportamento vivace ed irrequieto, la suamalinconia, frutto di carenze affettive, non furono tollerate. Così anziché essere sottoposto ad una visita per analizzare i motivi della sua condotta, fu subito trasferito a Collegno, solo e abbandonato tra i malati di mente adulti e anziani. In quell’ospedale, Alberto, soggiornò per circa due mesi poiché non si trovava l’ente che dovessepagare la retta del bambino. Di questa situazione non fu informato il Centro tutela, per cui, quando esso ne fu a conoscenza,non poté far altro che ricoverare il piccoloimmediatamente a Villa Azzurra. In tale occasione venne consegnato al dott. Coda, allora direttore, un dossier in cui il centro tutelaforniva tutte le informazioni riguardanti il bambinoin attesa di conoscerne la diagnosi.Dopo circa cinque mesi di soggiorno, il Centro tutela inviò una propria assistente sociale per visitareil piccolo; ad essa venne riferito che il bambino era ribelle, chela sua condotta era pessima e che sarebbe stato meglioritirarlo, in caso contrario avrebbero dovuto inviarloa Collegno o in una casa di rieducazione. Prima però di prendere qualsiasi decisione, il Centrotutela ottenne di poter inviare una propria assistentesociale che lo potesse seguire anche affettivamente. Le visite fecero scoprire la tragica realtà di Villa Azzurra: un bambino vivace, con una intelligenza al di sopra della norma, di cui furono conferma i successi scolastici, fu sottoposto a cure a base di sedativi.Inoltre, dai racconti del fanciullo si venne a sapereche ogni forma di protesta poteva essere gravementepunita; così non di rado, come si faceva coi malati più gravi,il piccolo veniva messo a letto legato ai polsi e allecaviglie, un castigo a cui fu sottoposto parecchie volte, persino per quattro giorni di fila. Alberto riferì inoltre che durante la contenzione se ne stava solo interi giorni, visitato soltanto dal compagnoche all’ora di pranzo gli portava il cibo.Le cinghie, erano lente solo se l’infermiera rinunciavaa fare il suo dovere altrimenti rimaneva pressochéimmobilizzato 24 ore su 24.In ultimo, durante i litigi tra piccoli ricoverati, il dott. Coda incitava i contendenti a lottare fino a quandouno dei due non fosse sconfitto, cioè non cadesse a terra pesto e sanguinante.Il Centro tutela decise di togliere immediatamente Alberto da Villa Azzurra, dopo aver trovato una famiglia alla quale forse sarebbe stato possibile affidarlo. Si chiese alla Direzione di preparare il bambino perpoterlo presentare alla famiglia in questione. La risposta fu negativa , non vollero consegnare il bambino perché a letto in castigo.Si chiese l’intervento della psicologa, la qualedichiarò che Alberto necessitava di una “frustrazione”e quindi non era possibile privarlo di questa “indispensabile” cura. Dopo tali dichiarazioni il Centro di tutela ne premetteil recupero e finalmente il piccolo uscì da Villa Azzurra.Il dott. Coda fu condannato per abuso di mezzi dicorrezione. Mesi dopo, per una denuncia dell’Associazione per lalotta delle malattie mentali, prese corpo il vero e propriocaso Coda che portò alla sua condanna in primo gradonel luglio del 1974.Verso il mese di gennaio del 1970, la Commissione di Tutela per i Diritti dei Ricoverati cominciò ad occuparsi anche di Villa Azzurra, l’occasione fu la segnalazione diuna riunione interna, tra il personale di Villa Azzurra e medici e infermieri del reparto 10; l’Associazione partecipò senza essere invitata.La riunione cominciò in modo idillico, con una relazionedel prof. Signorato, Direttore, che parlava di carenze a cui porre rimedio, ma si vantava soprattutto dei meriti:i bambini erano andati in gita, boy-scouts andavano periodicamente ad intrattenerli ecc.Gli interventi più significativi furono del personale cheesprimeva il proprio disagio.L’Associazione dunque colse l’occasione per sostenereche era necessario interessare anche i genitori, di cuiera preciso diritto e dovere di intervenire, soprattutto invista di una riorganizzazione dell’Istituto.La prima riunione con i genitori, una rappresentazionedell’Associazione Malattie mentali e dell’ANFFA, dirigenti dell’istituto, Direttore dell’O.P. e Presidentedell’Opera Pia avvenne il 1° febbraio 1970. Alcuni parenti lamentarono apertamente le deplorevolicondizioni dei bambini, dissero che ne costatavano il grave peggioramento, mentre era assicurato loro chesarebbero stati curati e ne sarebbe stato tentato ilrecupero.Dopo questa prima assemblea le famiglieincominciarono a ricevere lettere dalla direzione cheinvitava le stesse a riprendere a casa i bambini, anchei più gravi.In un’altra assemblea, svoltasi a marzo, venne denunciato il carattere ricattatorio di tale iniziativa efu ribadito che, pur restando il ritorno in famiglia lamiglior soluzione possibile, non si poteva continuarea ignorare quanto utopica potesse essere questa premessa se le famiglie stesse non venivano messe incondizione di assistere un bambino malato da tuttauna serie di strutture ausiliari (centri di rieducazione motoria e del linguaggio, classi speciali, centri dipsicoterapia ecc.) efficienti ed accessibili.Contemporaneamente, per avere una conoscenza diretta, vennero effettuate visite ai due reparti di Villa Azzurra.Venne costatato che il reparto B, dove eranoricoverati i bambini che presentavano patologie organiche anche gravi, era in condizione pessime. I bambini stavano quasi sempre a letto, legati mani e piedi, fin dalle 16 del pomeriggio. Spesso mangiavano anche a letto; non disponevano di alcun oggetto personale, neanche gli abiti. Non erano state fatte diagnosi differenziali:cerebropatici e probabili psicotici vivevano in unambiente utile solo ad aggravare le loro condizioni.Legati e inattivi vegetavano nel più assoluto squallore.Vi erano bambini coperti di mosche. Le infermiere si limitavano a provvedere alla pulizia;la pesante contenzione veniva giustificata sia dal loro scarso numero sia dalla distruttività dei bambini, dal fatto che avrebbero potuto farsi male o far male ai compagni, avrebbero messo in bocca qualunqueoggetto e strappato e distrutto qualunque cosa venisseloro a tiro.Accadeva spesso di sentire le infermiere dire,riferendosi ai piccoli, che questo non sentiva niente el’altro non capiva nulla, affermazioni subito smentite dall’affettuosità dei piccoli, dal fatto che chiamavano“mamma” e “papà” i membri dell’associazione in visita,e dal modo in cui stringevano la mano o reclamavanol’attenzione.Per le infermiere in bambini non avevano storia, il medico non le informava mai sulla situazione clinica o familiare del bambino. L’ascolto e il rapporto con le famiglie era pressochéinesistente.Secondo i membri dell’associazione non sarebbebastato aumentare il numero delle persone addettealla cura dei bambini, se non fosse cambiata la percezione dei loro bisogni; se non ci si fosse convinti che non era necessariolegarli perché distruttivi, ma al contrario, che tale comportamento era conseguenza della mancanza dicure adeguate e di stimoli affettivi, conoscitivi e sociali, e della violenza fisica cui furono sottoposticon la contenzione usata anche come sostituto dellarieducazione motoria.Il Reparto A era un po’ più confortevole ed ospitavabambini che a volte erano diventati casi psichiatricimentre all’origine erano solo casi sociali.A Villa Azzurra l’inefficienza riabilitativa e terapeuticaera dovuta anche al fatto che il personale non disponeva di una possibilità di formazione in èquipe. Il personale infermieristico inoltre doveva affrontareil problema di un’irrazionale distribuzione dell’orario di lavoro e della mancanza di formazione professionale.Vista la situazione la Direzione decise che i bambini del Reparto A dovessero essere sistemati altrove, perfar posto a quelli del Reparto B cui si diceva di volergarantire una migliore assistenza.In una riunione tenutasi il 21 giugno 1970, a cuiparteciparono i genitori e i cittadini, si votò una mozione su due importanti problemi. Il primo, relativo alla dimissione dei bambini del Reparto A, imponeva di contrastare l’improvvisafretta della Direzione che, dopo tanti anni di letargo,pose un ultimatum “Via entro tre mesi i bambini delReparto A o nessuna situazione migliorativa per il Reparto B”. Era necessario controllare la destinazione dei bambinidel Reparto A, fino a quel momento trattati come oggetti che potevano essere spostati a piacere, per evitare che finissero fuori provincia, che fossetroncato il legame con la famiglia, che non ci fossepiù nessuna possibilità di controllarne le condizioni di vita.Era da tener presente anche un accorgimento che la Direzione di Villa Azzurra aveva escogitato per evitareresponsabilità: alcuni tra i bambini più gravi, venivanoinviati al “Centro di osservazione neuropsichiatricadell’età evolutiva” di Piazza Massaua (TO). L’iter era questo: Villa Azzurra li dimetteva, PiazzaMassaua li accoglieva temporaneamente e li inviava, con catastrofiche diagnosi di irrecuperabilità all’O.P.Il secondo problema riguardava la riorganizzazione del reparto B.Dalle assemblee di Villa Azzurra fu espressa ancheun’altra richiesta esplicita all’Amministrazione Provinciale: gli istituti o luoghi di cura in cui sarebberofiniti i minori, e per i quali si sarebbe pagata una retta spesso anche cospicua (8.000 lire giornaliere, ad esempio,per i bambini del reparto A) avrebbero dovuto garantirecerti standard terapeutici, educativi ed assistenziali; la Provincia avrebbe dovuto permanentemente controllare che fossero rispettati e una commissione digenitori avrebbe dovuto partecipare a questo controllo.Per discutere queste richieste vennero invitati tutti i responsabili (amministratori e tecnici) ad una riunioneche si sarebbe tenuta il 1 luglio presso la sede dell’ANFFAS. A questa riunione non si presentò nessuna delle autorità responsabili invitate. I genitori e l’associazione decisero pertanto di informarel’opinione pubblica di quanto stava accadendo a Villa Azzurra, centro Medico Pedagogico dell’Ospedale Psichiatrico di Grugliasco. Nei giorni successivi fu inviato ad alcuni quotidiani un documento sulla situazione.Il 26 luglio l’”Espresso” pubblicò, corredato da impressionanti fotografie dei bambini legati, un articoloche destò scalpore. In questo articolo veniva descritto ciò che si poteva trovare al reparto B di Villa Azzurra. In uno dei padiglioni c’erano strisce di carta moschicidaappese al soffitto nere di mosche. In un lettino vi era una bambina sdraiata su tela ceratamarrone. Era nuda, i suoi polsi erano fissati alle due sponde del letto con due cappi di tela; le caviglie erano legate assieme ed anch’esse legate al letto. Quando i visitatori si avvicinarono a lei per accarezzarleil viso, la piccola, contenta, cercò di alzarsi, di prenderela mano, ma non poteva perché la cinghia era tropo corta, riuscì solo a sollevare un pochino la testa. Le mosche le ronzavano intorno posandosi su ogniparte del suo corpicino.Venne descritto inoltre il parco di Villa Azzurra, belloma piccolo per i 43 bambini del reparto.I piccoli erano seduti su quattro panche verdi dispostea quadrato, quasi tutti erano legati alla spalliera per il polso sinistro;pochi di loro giocavano liberi, ma ognuno da solo e senza giochi, arrangiandosi con dei sassolini, vecchi giornali strappati e una palla di filo bianco.Erano tutti vestiti uguali con pantaloni corti e camicia blu. Due bambini e una bambina molto piccoli erano richiusi in camice di forza con le braccia incrociatesul petto, dentro maniche abbastanza lunghe per esserelegate dietro la schiena. Ad una rete metallica in fondo al cortile c’era un altrobambino legato, fu spiegato che era così per fargli unpiacere dato che cercava di infilare la mano tra i buchi della rete.Le infermiere non sapevano né il nome dei piccoli né la patologia di cui erano affetti, chiamavano inoltre i bambini “arnesi”.I carabinieri aprirono un’inchiesta. I bambini del reparto A furono frettolosamente dispersi[69]: alcuni tornarono in famiglia, e la Provincia che spendeva per ciascuno di loro 240.000lire al mese per tenerli a Villa Azzurra si limitò a elargire alle famiglie sussidi di non più di 12.000 mensili. Altri piccoli finirono in luoghi anche peggiori di Villa Azzurra come a Mogliano Veneto e Thiene.I bambini del reparto B, sulla scia dello scandalofurono trasferiti nei locali del reparto A e, conqualche eccezione, slegati.Con lo scandalo di Villa Azzurra l’AmministrazioneProvinciale gettò le basi dell’operazione del distacco del problema degli handicappati dalla psichiatria:nacque la figura dell’educatore.Venne fatta la proposta di dividere i bambini in gruppi-famiglia di sette, otto unità e la loro giornatasarebbe dovuta essere divisa in tre momenti: il momento della scuola, costituito in buona parte daesercizi fisici; il momento della socialità, durante il quale i piccoli stanno da soli; e quello della famiglia, in cui essi hanno un rapportopiù diretto con le educatrici, che aveva la funzione disostituire idealmente la madre. Si sarebbero curati i rapporti del bambino con lafamiglia, perché quest’ultima potesse gradualmenteformarsi ad accettare il piccolo almeno durante i giorni festivi.Vennero licenziate le maestre ortofreniche in quantonon vi era più ragione che rimanessero, tenuto contodel fatto che i minori scolarizzabili erano stati dimessied il reparto ormai ospitava solo minori non scolarizzabili o addirittura bambini con gravi patologie.Si ritenne invece di aumentare il numero delle maestregiardiniere.Il 1° aprile 1971 i piccoli ospiti di Villa Azzurra scesero, dagli iniziali 150 a circa 60.Nel maggio dello stesso anno il numero dei piccoliscese ancora di due unità.Nell’Agosto del 72 i bambini presenti a Villa Azzurraerano 36, di cui 11 di età superiore e 25 di età inferioreai 14 anni.Il 15 novembre dello stesso anno i piccoli di età inferiore ai 14 anni vennero trasferiti all’Istituto VillaManiero, a totale gestione provinciale. A Villa Azzurra invece rimasero 12 minori che avevanosuperato i 14 anni in attesa di altra soluzione ad iniziativa della Provincia di Torino.L’11 dicembre 1979, gli ultimi sette ricoverati vennerotrasferiti in un apposito servizio residenziale realizzatodalla Provincia, e finalmente l’Istituto Villa Azzurrapresso l’Ospedale Psichiatrico di Grugliasco vennesoppresso .FONTE: DARK GHOTIC LOLITA