LA PIMPACCIA , OVVERO DONNAOLIMPIA PANPHILJDonna Olimpia Maidalchini (Viterbo, 26 maggio 1594 – 26 settembre 1657) èstata una nobile italiana. Fu una delle protagoniste della storia di Roma nel XVII secolo. Figlia di un appaltatore viterbese, il capitano Sforza Maidalchini, e di VittoriaGualterio, Patrizia di Orvieto, Patrizia Romana e Nobile di Viterbo.Il padre, fermamente intenzionato a lasciareunico erede il figlio maschio, aveva destinatole tre figlie femmine al convento, come accadeva normalmente all'epoca (si pensi alla storia della Monaca di Monza, ambientata nello stesso periodo).Olimpia però non aveva nessunissimaintenzione di lasciarsi rinchiudere: affidata adun direttore spirituale incaricato di convincerlaa prendere il velo, lo accusò di tentata seduzione procurando uno scandalo tale che il pover'uomofu sospeso a divinis e sembrò destinato atristissima sorte. Ma siccome questa vicenda le aveva consentito di costringere il padre a permetterle di prendere marito (che era una spesa, all'epoca, essendo i padritenuti a dotare le figlie), Olimpia dovette serbargli una qualche gratitudine per averla sottratta allareclusione, e anni dopo, divenuta "la papessa", lo fece nominare vescovo.Si sposò dunque, Olimpia, giovanissima, con un ricco Paolo Pini che la lasciò vedova, ricca e liberadopo soli tre anni."La papessa"La giovane donna, forse di natura ambiziosa e ancheavida, ma certo estremamente volitiva e che avevaben imparato sulla propria pelle che l'unica difesa da un mondo fondato sulla prepotenza l'avidità e l'ipocrisia era combatterlo con le stesse armi, scelse come secondo marito un romano di famiglia nobile ma impoverita più vecchio di lei di 31 anni, PamphilioPamphilj, che sposò nel 1612. Questi la introdusse nella società romana e, soprattutto,la imparentò con suo fratello Giovanni Battista, brillanteavvocato di curia e futuro papa Innocenzo X.La presenza di Olimpia (ed il suo supporto economico) accompagnò la carriera del cognato Giovanni BattistaPamphilj fino al conclave ed oltre il soglio di Pietro, e non fu una presenza discreta: tutta Roma (a cominciareda Pasquino) parlava e sparlava di come DonnaOlimpia apparisse molto più legata al cognato che al marito, di come chiunque volesse arrivareall'ecclesiastico Pamphilj dovesse passare attraverso la cognata, e di come costassero cari i suoi favori.È certo che, così come era stata la principale artefice dell'elezione a papa del cognato, quando questa fuconclusa Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma.Si disse che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la protezione assicurata alle cortigianemascherasse una vera e propria organizzazione del traffico della prostituzione, che i comitati caritatevoli per l'assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero organizzati a scopo di lucro, che il Bernini, allora in disgrazia, avesse ottenuto la commessa per lafontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona solo per aver fatto omaggio alla Pimpaccia di un modello in argento alto un metro e mezzo del lavoro che volevaeseguire.Rimasta vedova nel 1639 di Pamphilio (che naturalmente la vox populi voleva morto di veleno), ricevette dal cognato papa il titolo di principessa di San Martino al Cimino nel 1645.Alla morte di Innocenzo X, si dice,« ella trasse di sotto il letto papale due casse piened'oro, se le portò via, e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: "Che cosa può fare una povera vedova?" »Ritiratasi da Roma dopo la morte del papa nel 1655, Donna Olimpia morì di peste nelle sue tenute viterbesi di San Martino al Cimino nel 1657,lasciando in eredità 2 milioni di scudi.Donna Olimpia Maidalchini, è sepolta sotto la navata centrale della Basilica di San Martino al Cimino.La leggendaL'aspetto più interessante della figura di donna Olimpia è che gli eccessi che le furono attribuiti erano soprattutto relativi ad un'ossessiva avidità di denaro e di potere, tipica degli uomini ma nonfrequentissima, in maniera così esplicita eprevalente, nelle donne.Il popolo romano, che tollera male le donne potenti che competono con gli uomini sul loro stesso terreno, fece proprie le accuse di arroganzae avidità che le venivano mosse dalla corte papale e le volgarizzò chiamandola "la papessa", o anche"la Pimpaccia di piazza Navona". Tra le pasquinate rimaste celebri sul suo conto:Chi dice donna, dice danno - chi dice femmina, dice malanno - chi dice Olimpia Maidalchina, dicedonna, danno e rovina.Una leggenda vuole che il 7 aprile, giorno anniversario della morte di Innocenzo X, la Pimpaccia corresse ancora per le strade del centrodi Roma su una carrozza fiammeggiante, dal palazzo di Piazza Navona, passando il Tevere a Ponte Sisto, per andare a sprofondare nel Tevere con i tesori cheaveva accumulato, o semplicemente per spaventare ipassanti nottambuli.Fino al 1914 esisteva, fuori Porta San Pancrazio nei pressi di villa Pamphili, una Via Tiradiavoli, così denominata perché si diceva (secondo un'altraversione della stessa leggenda) che lo stesso carro di fuoco la percorresse di gran carriera per portare la Pimpaccia alla villa papale, e che i diavoli vi avessero aperto una voragine per riportarsi all'inferno la Pimpaccia, il carro e tutto...
APPROFONDIMENTI
LA PIMPACCIA , OVVERO DONNAOLIMPIA PANPHILJDonna Olimpia Maidalchini (Viterbo, 26 maggio 1594 – 26 settembre 1657) èstata una nobile italiana. Fu una delle protagoniste della storia di Roma nel XVII secolo. Figlia di un appaltatore viterbese, il capitano Sforza Maidalchini, e di VittoriaGualterio, Patrizia di Orvieto, Patrizia Romana e Nobile di Viterbo.Il padre, fermamente intenzionato a lasciareunico erede il figlio maschio, aveva destinatole tre figlie femmine al convento, come accadeva normalmente all'epoca (si pensi alla storia della Monaca di Monza, ambientata nello stesso periodo).Olimpia però non aveva nessunissimaintenzione di lasciarsi rinchiudere: affidata adun direttore spirituale incaricato di convincerlaa prendere il velo, lo accusò di tentata seduzione procurando uno scandalo tale che il pover'uomofu sospeso a divinis e sembrò destinato atristissima sorte. Ma siccome questa vicenda le aveva consentito di costringere il padre a permetterle di prendere marito (che era una spesa, all'epoca, essendo i padritenuti a dotare le figlie), Olimpia dovette serbargli una qualche gratitudine per averla sottratta allareclusione, e anni dopo, divenuta "la papessa", lo fece nominare vescovo.Si sposò dunque, Olimpia, giovanissima, con un ricco Paolo Pini che la lasciò vedova, ricca e liberadopo soli tre anni."La papessa"La giovane donna, forse di natura ambiziosa e ancheavida, ma certo estremamente volitiva e che avevaben imparato sulla propria pelle che l'unica difesa da un mondo fondato sulla prepotenza l'avidità e l'ipocrisia era combatterlo con le stesse armi, scelse come secondo marito un romano di famiglia nobile ma impoverita più vecchio di lei di 31 anni, PamphilioPamphilj, che sposò nel 1612. Questi la introdusse nella società romana e, soprattutto,la imparentò con suo fratello Giovanni Battista, brillanteavvocato di curia e futuro papa Innocenzo X.La presenza di Olimpia (ed il suo supporto economico) accompagnò la carriera del cognato Giovanni BattistaPamphilj fino al conclave ed oltre il soglio di Pietro, e non fu una presenza discreta: tutta Roma (a cominciareda Pasquino) parlava e sparlava di come DonnaOlimpia apparisse molto più legata al cognato che al marito, di come chiunque volesse arrivareall'ecclesiastico Pamphilj dovesse passare attraverso la cognata, e di come costassero cari i suoi favori.È certo che, così come era stata la principale artefice dell'elezione a papa del cognato, quando questa fuconclusa Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma.Si disse che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la protezione assicurata alle cortigianemascherasse una vera e propria organizzazione del traffico della prostituzione, che i comitati caritatevoli per l'assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero organizzati a scopo di lucro, che il Bernini, allora in disgrazia, avesse ottenuto la commessa per lafontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona solo per aver fatto omaggio alla Pimpaccia di un modello in argento alto un metro e mezzo del lavoro che volevaeseguire.Rimasta vedova nel 1639 di Pamphilio (che naturalmente la vox populi voleva morto di veleno), ricevette dal cognato papa il titolo di principessa di San Martino al Cimino nel 1645.Alla morte di Innocenzo X, si dice,« ella trasse di sotto il letto papale due casse piened'oro, se le portò via, e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: "Che cosa può fare una povera vedova?" »Ritiratasi da Roma dopo la morte del papa nel 1655, Donna Olimpia morì di peste nelle sue tenute viterbesi di San Martino al Cimino nel 1657,lasciando in eredità 2 milioni di scudi.Donna Olimpia Maidalchini, è sepolta sotto la navata centrale della Basilica di San Martino al Cimino.La leggendaL'aspetto più interessante della figura di donna Olimpia è che gli eccessi che le furono attribuiti erano soprattutto relativi ad un'ossessiva avidità di denaro e di potere, tipica degli uomini ma nonfrequentissima, in maniera così esplicita eprevalente, nelle donne.Il popolo romano, che tollera male le donne potenti che competono con gli uomini sul loro stesso terreno, fece proprie le accuse di arroganzae avidità che le venivano mosse dalla corte papale e le volgarizzò chiamandola "la papessa", o anche"la Pimpaccia di piazza Navona". Tra le pasquinate rimaste celebri sul suo conto:Chi dice donna, dice danno - chi dice femmina, dice malanno - chi dice Olimpia Maidalchina, dicedonna, danno e rovina.Una leggenda vuole che il 7 aprile, giorno anniversario della morte di Innocenzo X, la Pimpaccia corresse ancora per le strade del centrodi Roma su una carrozza fiammeggiante, dal palazzo di Piazza Navona, passando il Tevere a Ponte Sisto, per andare a sprofondare nel Tevere con i tesori cheaveva accumulato, o semplicemente per spaventare ipassanti nottambuli.Fino al 1914 esisteva, fuori Porta San Pancrazio nei pressi di villa Pamphili, una Via Tiradiavoli, così denominata perché si diceva (secondo un'altraversione della stessa leggenda) che lo stesso carro di fuoco la percorresse di gran carriera per portare la Pimpaccia alla villa papale, e che i diavoli vi avessero aperto una voragine per riportarsi all'inferno la Pimpaccia, il carro e tutto...