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Usa: “Intelligenza artificiale porterà a guerra nucleare”

Post n°4221 pubblicato il 26 Aprile 2018 da ninograg1
 

Fonte: W. S. I. 26 aprile 2018, di Alessandra Caparello

 

NEW YORK (WSI) – L’intelligenza artificiale potrebbe portare ad una guerra nucleare entro il 2040. A lanciare l’allarme non i soliti complottisti ma un gruppo di ricercatori di una think tank statunintense, la Rand Corporation.

“L’intelligenza artificiale in futuro potrebbe incoraggiare gli attori umani a prendere decisioni catastrofiche, erodendo la stabilità geopolitica e rimuovendo lo status di armi nucleari come mezzo di deterrenza”.

Se la pace è stata mantenuta per decenni grazie al deterrente che qualsiasi attacco nucleare potrebbe innescare la distruzione, il potenziale dispiegato che ha in sé l’intelligenza artificiale e l’apprendimento che conquisteranno le macchine per decidere sulle azioni militari potrebbe significare che la garanzia di stabilità si romperà.  Per i ricercatori, che hanno basato il loro lavoro su una serie di workshop con esperti, i miglioramenti della tecnologia sensoriale, ad esempio, potrebbero portare alla distruzione di forze di ritorsione come i missili sottomarini e quelli mobili.

L’IA potrebbe anche tentare le nazioni a lanciare un attacco preventivo contro un’altra nazione per ottenere potere contrattuale, hanno detto i ricercatori.

“Alcuni esperti temono che una maggiore dipendenza dall’intelligenza artificiale possa portare a nuovi tipi di errori catastrofici”,  così  Andrew Lohn, co-autore del documento  e ingegnere associato di Rand Corporation.

“Ci può essere pressione per usare l’intelligenza artificiale prima che sia tecnologicamente matura, o può essere suscettibile di sovversione conflittuale. Pertanto, mantenere la stabilità strategica nei prossimi decenni può rivelarsi estremamente difficile e tutte le potenze nucleari devono partecipare a crescere  istituzioni che contribuiscano a limitare il rischio nucleare”.

 

 
 
 

I BRICS e l’uso delle monete nazionali

Post n°4220 pubblicato il 24 Aprile 2018 da ninograg1
 

Fonte: W. S. I. 24 aprile 2018, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

 

Da anni i paesi del BRICS stanno sperimentando l’utilizzo delle loro monete nazionali nei commerci e negli accordi interni all’alleanza e anche con altri paesi emergenti. L’accordo più clamoroso è quello siglato in renminbi e in rubli per la grandissima fornitura di gas russo alla Cina per l’equivalente di circa 400 miliardi di dollari.

Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è sempre più criticato. Spesso le economie emergenti hanno sofferto per le ricadute destabilizzanti delle politiche monetarie americane che hanno provocato bolle finanziarie e speculative.

Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio “Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries” pubblicato dall’Istituto Russo di Studi Strategici (RISS).

Fino al 2016 il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l’1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%.

Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava situazioni simili. Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro quale moneta di riferimento, con un paniere di monete.

Intanto il Fondo Monetario internazionale ha dovuto rivedere le suo quote di controllo riconoscendo il peso maggiore della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete dei diritti speciali di prelieivo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.

La Cina ha dovuto affrontare un processo di svalutazione della sua valuta e la sfida della contrapposizione tra l’apertura dei movimenti dei capitali e la stabilità finanziaria interna.

Anche la Russia ha rimosso quasi tutte le restrizioni sulle transazioni in rubli dei non residenti. Però ciò non ha ancora portato a un allargamento dell’uso internazionale del rublo. Forse perché il mercato finanziario russo è ancora poco sviluppato.

L’India, per il momento, si è limitata a sviluppare un mercato obbligazionario off shore denominato in rupie con lo scopo di ridurre il fabbisogno di dollari per pagare gli interessi sui suoi debiti esteri.

Interessante è il caso del Brasile che dal 2009 ha creato un sistema dei pagamenti regionale, il Sistema de Pagamentos em Moeda Local, usando le monete nazionali dei paesi coinvolti, quali l’Argentina e l’Uruguay.

Il Sudafrica, che ha un mercato finanziario più avanzato rispetto agli altri paesi BRICS, ha però un’economia troppo dipendente dalle sue materie prime, per cui tenta di diversificarla per rendere il rand protagonista del sistema monetario internazionale. Johannesburg nel 2018, con la sua presidenza del BRICS, intende promuovere lo sviluppo dell’intero continente africano e, quindi, dare maggior impulso alla sua moneta nazionale nei commerci con gli altri paesi dell’Africa.

Certo è che l’utilizzo delle monete nazionali nei regolamenti internazionali presume una transizione complicata. Di fatto i BRICS sono ai loro primi passi e sono consapevoli dei rischi insiti nell’internazionalizzazione delle loro monete.

Ma, nonostante le innegabili difficoltà di muoversi in un campo dominato da potenti forze economiche e politiche, essi puntano a creare gli strumenti di una reale politica multilaterale per dare alle monete locali un ruolo sempre maggiore anche nei mercati finanziari.

C’è da chiedersi: i Paesi europei e l’Unione europea dove si collocano in questo processo? Continueranno a essere succubi del dollaro o vorranno riconoscere che i loro interessi potranno essere meglio tutelati in un mondo multipolare?

 

 
 
 

Criptovalute, si infiamma guerra tra Coinbase e Wikileaks

Post n°4219 pubblicato il 23 Aprile 2018 da ninograg1
 

Fonte: W. S. I. 23 aprile 2018, di Livia Liberatore

 

Wikileaks lancia via Twitter un boicottaggio globale di Coinbase. La piattaforma di scambio di criptovaluta statunitense ha deciso di sospendere l’account di WikiLeaksShop, il negozio di articoli online ufficiale di Wikileaks, che vende merchandise come magliette, felpe e cappellini per aiutare l’organizzazione a continuare le proprie operazioni.

Wikileaks, nota per essere stata al centro di una lunga serie di scandali internazionali ancor prima delle elezioni presidenziali del 2016, non ha preso bene la decisione e ha già minacciato il boicottaggio la scorsa settimana. L’annuncio della sospensione non è stato confermato da Coinbase ma ha agitato la community di Bitcoin. Secondo una nota che Wikileaks afferma di aver ricevuto da Coinbase, i regolamenti finanziari del governo degli Stati Uniti sarebbero una delle ragioni della sospensione.

“Il nostro interesse primario è quello di rendere la criptovaluta sicura per i nostri utenti. Coinbase è un’organizzazione Money Services Business regolata da FinCEN, e per raggiungere questo obiettivo siamo obbligati per legge ad implementare meccanismi di conformità regolativa. Dopo un’attenta revisione, crediamo che il vostro account abbia fatto un uso proibito violando i nostri Termini e Condizioni e ci dispiace informarvi che non vi daremo più accesso al nostro servizio”, si legge nella nota pubblicata su Twitter da Wikileaks.

Nel testo non si legge però alcuna indicazione su come Wikileaks abbia violato queste regole. La sospensione da parte di Coinbase non impedirà a Wikileaks di accettare pagamenti o donazioni tramite Bitcoin, ma l’organizzazione potrebbe dover dedicare più risorse alla gestione dei suoi account, e potrebbe trovare molto più difficile convertire Bitcoin in valute come il dollaro.

 

 
 
 

Giornata Mondiale della Terra

Post n°4218 pubblicato il 22 Aprile 2018 da ninograg1
 

fonte: earthday.org

 

 

L’Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.

Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e due giorni dopo l'equinozio di primavera, il 22 aprile.

Nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Come movimento universitario, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l'inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l'esaurimento delle risorse non rinnovabili. Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell'uomo; queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.

L'idea della creazione di una “Giornata per la Terra” fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento, ed al senatore Nelson venne l'idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.

L'Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oi al largo di Santa Barbara, in California, a seguito del quale il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all'attenzione dell'opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall'etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

Il 22 aprile 1970, ispirandosi a questo principio, 20 milioni di cittadini americani si mobilitarono per una manifestazione a difesa della Terra. I gruppi che singolarmente avevano combattuto contro l'inquinamento da combustibili fossili, contro l'inquinamento delle fabbriche e delle centrali elettriche, i rifiuti tossici, i pesticidi, la progressiva desertificazione e l'estinzione della fauna selvatica, improvvisamente compresero di condividere valori comuni. Migliaia di college e università organizzarono proteste contro il degrado ambientale: da allora il 22 aprile prese il nome di Earth Day, la Giornata della Terra.

La copertura mediatica della prima Giornata Mondiale della Terra venne realizzata da Walter Cronkite della CBS News con un servizio intitolato "Giornata della Terra: una questione di sopravvivenza”. Fra i protagonisti della manifestazione anche alcuni grandi nomi dello spettacolo statunitense tra cui Pete Seeger, Paul Newman e Ali McGraw.

La Giornata della Terra diede una spinta determinante alle iniziative ambientali in tutto il mondo e contribuì a spianare la strada al Vertice delle Nazioni Unite del 1992 a Rio de Janeiro.

Nel corso degli anni l'organizzazione dell'Earth Day si dota di strumenti di comunicazione più potenti arrivando a celebrare il proprio ventesimo anno di fondazione con una storica scalata sul monte Everest in cui un team formato da alpinisti statunitensi, sovietici e cinesi, realizzò un collegamento mondiale via satellite. Al termine della spedizione tutta la squadra trasportò a valle oltre 2 tonnellate di rifiuti lasciati sul monte Everest da precedenti missioni.

Nel 2000, grazie alla diffusione di internet, lo spirito fondante dell'Earth Day ed in generale la celebrazione dell'evento vennero promosse a livello globale. L'evento che ne conseguì riuscì a coinvolgere oltre 5.000 gruppi ambientalisti al di fuori degli Stati Uniti, raggiungendo centinaia di milioni di persone, e molti noti personaggi dello spettacolo come l'attore Leonardo di Caprio.

Nel corso degli anni la partecipazione internazionale all'Earth Day è cresciuta superando oltre il miliardo di persone in tutto il mondo: è l'affermazione della “Green Generation”, che guarda ad un futuro libero dall'energia da combustibili fossili, in favore di fonti rinnovabili, alla responsabilizzazione individuale verso un consumo sostenibile, allo sviluppo di una green economy e a un sistema educativo ispirato alle tematiche ambientali.

 
 
 

Siria, gli Usa non hanno mantenuto gli accordi. Per questo non sono più credibili

Post n°4217 pubblicato il 18 Aprile 2018 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo | 18 aprile 2018  di Federico Maiocchi

 

L’attacco anglo-franco-americano ci dice molto della volontà occidentale rispetto al disimpegno in Siria.

Il 10 aprile, qualche giorno prima dell’attacco missilistico a guida statunitense contro il regime di Damasco, è uscito un interessante articolo di Stephen Walt per Foreign Policy dal titolo “America can’t be trusted anymore”. L’articolo evidenzia come gli Stati Uniti sistematicamente non abbiano mantenuto gli accordi presi con i cosiddetti “Stati canaglia”; dalla Corea del nord alla Libia di Gheddafi, quando Washington si è relazionata con i regimi non democratici molto spesso non ha rispettato i patti da lei stessa siglati. Niente di eclatante se si intende la politica tra le nazioni come il gioco della sopravvivenza tra grandi potenze in lotta per la gerarchia internazionale; lo stesso Walt cita il Dialogo dei Meli, “chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede”. Ma la prospettiva cambia se si introduce la variabile della virtù, o per meglio dire il presentare sé stessi come una potenza non solo invincibile, ma anche e soprattutto benevola. Come può dunque, in questo caso, la parola degli Stati Uniti risultare credibile nell’arena internazionale, se lo stato più virtuoso del mondo non mantiene i propri impegni con gli stati inseriti nella lista delle “canaglie”?

Oltre a ciò, è possibile pensare che l’America possa non essere più credibile anche da quello della capacità di imporre la propria volontà tramite la forza militare? Come la maggior parte degli studiosi di politica internazionale di matrice realistica hanno suggerito, la politica estera statunitense da un decennio almeno vive di una sorta di sindrome di auto-intrappolamento nel proprio potere.

Gli Stati Uniti, innanzitutto, non sembrano più in grado di gestire il loro strapotere militare. Non sono, come ogni democrazia nell’era post bipolare, in grado di sopportare perdite rilevanti in una situazione, quella di guerra, che per definizione prevede la possibilità della morte dei propri soldati, come Luttwak aveva già definito nella sua concezione di guerra post eroica. Gli Stati Uniti quindi non sembrano in grado di sopportare che ad un intervento militare seguano le naturali conseguenze di tale intervento. Affrontare una guerra significa farsi carico della responsabilità di condurla e, in un’ottica clausewitziana, vincere o perdere il duello.

Una responsabilità che gli Stati Uniti hanno cercato inizialmente di evitare tangenzialmente modificando la conduzione dei loro interventi attraverso la fantasia strategica della “guerra a costo zero”, cioè un intervento chirurgico che è tale solo per chi attacca; una strategia che ha pagato, come nell’intervento militare in Kosovo, ma che è diventata, in seguito ai disastri delle campagne militari in Iraq e Afghanistan, la modalità con cui Washington cerca di incidere in medio oriente pur senza esservi presenti materialmente. Gli Stati Uniti, quindi, non sembrano in questo momento storico avere la volontà di risolvere attraverso l’uso del loro strapotere militare, una qualsiasi vicenda internazionale. Un paradosso che ha pochi precedenti nella storia delle relazioni internazionali: la nazione militarmente più forte è al contempo la meno influente, poiché incapace di proiettare il proprio strapotere militare.

Ma non è solo questo il fattore principale che blocca la “Nazione necessaria”, per ricordare la formula con cui negli anni novanta il presidente Clinton definiva gli Stati Uniti come i garanti ultimi dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti non sembrano più in grado di gestire il “monopolio della verità”. Di più, e in conseguenza di ciò, non paiono più in grado di imporre il loro primato sulla giustizia internazionale, il potere cioè di stabilire insindacabilmente, che cosa sia lecito e cosa non lo sia nell’ordine internazionale e di punire le violazioni.

Fin dallo sciagurato intervento militare iracheno, gli Stati Uniti non hanno saputo mantenere il delicato equilibrio tra etica della responsabilità – la retorica dell’intervento umanitario e del primato delle democrazie – e un tipo di politica estera di matrice più realista, preferendo alla ricerca dell’equilibrio di potenza una sorta di equilibrismo tra il tentativo di continuare a presentarsi come i garanti dell’etica internazionale e il desiderio di sganciarsi, militarmente ed economicamente, dalle aree più calde del globo.

L’intervento missilistico in Siria dei giorni scorsi sembra andare in questa direzione. Da un lato, esso appare come un tentativo di contare nella vicenda siriana secondo la canonica modalità dell’intervento umanitario; intervenire, cioè, per sanzionare un crimine contro l’umanità che può essere risolto ormai unilateralmente, bypassando il coinvolgimento delle Nazioni Unite, che discutevano da giorni sulla creazione di una commissione d’inchiesta sull’utilizzo delle armi chimiche. Dall’altro lato, però, si limita a livelli quasi incredibili la concretezza di tale intervento, tanto da renderlo più che ininfluente, se non paradossale. In tale chiave deve essere visto infatti l’aver concordato con la Russia dove e che cosa colpire, una pratica che ha preso l’orwelliano nome di “De-Confliction”, e che più che la volontà di evitare un’escalation russo-statunitense sembra la testimonianza strategica americana di non volere altro che qualche giornata di attenzione mediatica, ben lontana dai propositi nominali di imporre il Diritto internazionale nel teatro siriano.

 

 

 
 
 
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