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Irlanda del Nord, dopo Brexit si teme il ritorno della violenza politica

Post n°4635 pubblicato il 11 Aprile 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo - 11 Aprile 2021 Loretta Napoleoni

Era prevedibile che l’accordo stipulato tra l’Unione Europea e il Regno Unito riguardo al confine irlandese riattivasse nell’Irlanda del Nord le tensioni politiche tra unionisti e filo-repubblicani. Ma nessuno aveva previsto una ripresa tanto rapida e feroce della violenza politica. A 100 giorni dalla Brexit nelle città dell’Irlanda del Nord tornano gli scontri tra cattolici e protestanti e le immagini di gruppi di ragazzini incappucciati e adulti che bruciano gli autobus, che si scontrano con le forze dell’ordine e si tirano le molotov sopra i muri divisori tra un quartiere e l’altro fanno presagire la fine di un periodo di pace che sembrava aver per sempre relegato la violenza dell’Ira e dei gruppi paramilitari degli Orange, i Loyalist, nel passato remoto dell’isola.

La genesi della rinascita della violenza politica nell’Irlanda del Nord va ricercata nei trattati stipulati da un governo britannico disattento, che ha voluto raggiungere un compromesso a tutti i costi, e dalla burocrazia governativa di Bruxelles, che in materia politica è decisamente poco professionale perché fondamentalmente autoreferenziale. La lista degli errori della Von der Leyen è lunga e continuerà ad esserlo fino alla fine del suo mandato, senza alcuna conseguenza tangibile per lei o il suo entourage perché non è stata eletta e quindi non potrà mai esserlo di nuovo. Eppure, l’ostinazione ad imporre un confine ‘duro’, con controlli e verifiche sui movimenti di merci e persone tra l’Unione Europea e il Regno Unito, sta avendo un impatto politico tremendo sulla popolazione dell’Irlanda del Nord, della Repubblica Irlandese e del Regno Unito.

Per tutta la durata delle negoziazioni Londra si è rifiutata di accettare le richieste di Bruxelles di erigere un confine in Irlanda. Lo scopo era prevenire il ritorno della violenza settaria che tra il 1960 ed il 1998, quando venne firmato il Good Friday agreement, aveva mietuto tremila vittime.

L’accordo firmato in extremis a ridosso della Brexit da Londra e Bruxelles prevede così lo spostamento del confine nel mare d’Irlanda, quindi all’interno del Regno Unito: ciò significa che de facto l’Irlanda del Nord rimane parte dell’Unione Europea e del Regno Unito allo stesso tempo, con l’obbligo però di non diventare una porta secondaria di accesso tra i due.

Tutto ciò ha creato distorsioni economiche prevedibili che hanno confermato i timori di molti: che l’Irlanda del Nord venisse tagliata fuori dall’unione britannica, costretta a gestire i flussi di merci come se de facto fosse nell’Unione Europea. Già a gennaio giravano le immagini dei supermercati di Belfast o Londonderry vuoti: molte spedizioni dal Regno Unito si sono infatti arrestate a causa delle lunghissime pratiche burocratiche introdotte per attraversare il confine e dell’incertezza su come svolgerle. Gli importatori irlandesi hanno denunciato l’aumento dei costi dei prodotti britannici dovuti alle spese doganali, una situazione surreale.

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la minaccia da parte dell’Unione Europea di ignorare parte dell’accordo, onde evitare che i vaccini europei raggiungessero il Regno Unito attraverso l’Irlanda del Nord. L’idea, anche remota, che si erigesse un confine all’interno dell’Irlanda ha scatenato le ire delle forze Loyalist, già preoccupate che il confine nel mare del Nord facesse gravitare l’Irlanda del Nord sempre più verso la Repubblica Irlandese, fomentando la spinta a diventarne parte. Non è bastata la dichiarazione della Von der Leyen che tale minaccia era stata un errore del suo ufficio a placare gli animi.

Insufficienti sono state anche le rassicurazioni di Londra riguardo alla possibilità di posporre la ratificazione dell’accordo riguardo al confine nel mare d’Irlanda al 2024, quando le forze politiche dell’Irlanda del Nord potranno esprimersi a riguardo. Naturalmente Bruxelles non ne vuole sapere e ha minacciato altre ritorsioni.

A 100 giorni dalla Brexit il pensiero che nell’Irlanda del Nord torni la violenza politica degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta fa paura, e ci si augura che sia Boris Johnson che Ursula Von der Leyen non vogliano passare alla storia come coloro che ne hanno riacceso la miccia.

 
 
 

Sofagate, l’Ue si defila.....

Post n°4634 pubblicato il 09 Aprile 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

| 9 Aprile 2021


Dalla Turchia continuano gli attacchi nei confronti di Mario Draghi, dopo che il presidente del Consiglio, nel corso della conferenza stampa di giovedì, ha definito il capo dello Stato turco, Recep Tayyip Erdoğan, “un dittatore con cui si deve cooperare”. A parlare è il vicepresidente turco Fuat Oktay che, senza giri di parole, ricorda al premier il passato fascista del Paese: “Se vuole vedere cosa sia una dittatura – ha dichiarato – deve guardare alla storia recente” del suo Paese “e lo vedrà molto chiaramente”. E mentre da Ankara chiede che il presidente del Consiglio ritiri le proprie affermazioni e si scusi, l’Europa si defila, e sembra voler lasciare che a risolvere il caso diplomatico che si è innescato siano solo Roma e Ankara, al fine di non compromettere i rapporti con Bruxelles, fondamentali per diversi dossier, su tutti la gestione dei flussi migratori.

L’Ue si defila dalla polemica Draghi-Erdoğan: “Non sta a noi giudicare le persone”. “No comment” della Germania
L’imbarazzo nei corridoi dell’Unione europea e tra gli Stati membri, in particolare la Germania, è palpabile. Da una parte la consapevolezza che le parole di Draghi, seppur scomposte e poco diplomatiche, non si discostino molto dalla realtà, tenendo conto che, oltre allo sgarbo protocollare nei confronti di Ursula von der Leyen, stiamo parlando di un Paese che dal fallito golpe del 2016 sta usando la scusa della sicurezza nazionale per incarcerare migliaia di giornalisti, professori, attivisti e, in generale, critici del governo di Ankara. Dall’altra, però, l’evidenza del fatto che la Turchia rappresenta un Paese fondamentale per l’Europa, in particolar modo sul dossier migranti.

Così, la Commissione Ue con uno dei suoi portavoce, nel corso del consueto midday briefing a Palazzo Berlaymont, ha dichiarato che “la Turchia è un Paese che ha un Parlamento eletto e un presidente eletto, verso il quale nutriamo una serie di preoccupazioni e con il quale cooperiamo in molti settori. Si tratta di un quadro complesso, ma non spetta all’Ue qualificare un sistema o una persona“. E ha poi aggiunto che le preoccupazioni nutrite dall’Ue verso Ankara “riguardano la libertà di espressione, i diritti fondamentali, la situazione del sistema giudiziario”. Una posizione abbastanza tiepida, visto che è stato proprio il capo della commissione stessa a subire quello che in molti hanno letto come un affronto diretto a una leader donna.

D’altra parte, nemmeno da Berlino, principale sponsor degli accordi con Ankara ma anche governo amico di Draghi, arrivano prese di posizione. In due occasioni, la portavoce del governo federale, Ulrike Demmer, ha infatti preferito ricorrere al ‘no comment’ per evitare di urtare la sensibilità delle parti in causa. Sia quando le è stato chiesto di commentare le parole di Draghi (“non commentiamo affermazioni di capi di Stato e di governo”) che quando è stata invitata a dare un parere sul protocollo adottato nel corso della visita di von der Leyen e Michel ad Ankara (“non commento questioni protocollari. Bisogna rivolgersi alla Commissione europea e al segretariato del Consiglio europeo, che si sono già espressi”). Una posizione difficile da tenere, quella tedesca: se da una parte stiamo parlando del Paese più importante tra quelli membri dell’Unione europea e che più volte si è esposto a sostegno dei diritti umani, ultimo caso la vicenda Navalny, dall’altro Berlino è anche il principale sponsor degli accordi con la Turchia. Questo perché Ankara, ormai dal 2015, tiene la mano sul rubinetto dei flussi migratori lungo la rotta balcanica, continuando a minacciare di inviare al confine con la Grecia i circa 4 milioni di rifugiati siriani ospitati secondo gli accordi raggiunti proprio con Bruxelles. Migranti che arriverebbero in massa anche e soprattutto in Germania, Paese che più di tutti ha aperto le porte ai rifugiati mediorientali. Inoltre, si deve ricordare che la comunità turca in Germania è molto numerosa e uno scontro con il presidente Erdoğan rischierebbe di generare anche tensioni interne.

Gli unici a prendere posizione a sostegno di Draghi a bruxelles sono gli eurodeputati che compongono la commissione per la difesa dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere, secondo cui la “misoginia del presidente turco e l’inerzia del presidente del Consiglio europeo Charles Michel” devono essere sottolineate. Evelyn Regner dei Socialisti, presidente della commissione, ha parlato di “mancanza di rispetto” che “va oltre la persona e l’istituzione” e che “dimostra ancora una volta quanto vada fatto per sostenere le donne in posizione di leadership”. Non meno duri gli altri componenti, a partire dalla vicepresidente Eugenia Rodríguez Palop (Gue/Ngl) convinta che “il disprezzo mostrato verso la presidente von der Leyen, rimasta senza sedia, sia un esempio della campagna contro i diritti delle donne in Turchia”. A farle eco la terza vicepresidente Elissavet Vozemberg (Ppe) che ha parlato di “comportamento inaccettabile e denigratorio di Erdoğan nei confronti della presidente della Commissione”. Robert Biedron (Socialisti), quarto vicepresidente, ha criticato la “totale mancanza di rispetto di Erdoğan non solo verso l’uguaglianza di genere, ma anche nei confronti del protocollo diplomatico”. L’eurodeputato Frances Fitzgerald (Ppe) ha invece parlato di “sessismo quotidiano ai livelli più alti della politica e della diplomazia”, mentre Maria Noichl (S&D) ha sottolineato la “chiara responsabilità anche da parte di Charles Michel”.

Il vicepresidente turco: “Vogliamo le scuse di Draghi”
Oktay ha “condannato” su Twitter le parole del premier italiano e ha fatto sapere che il governo di Ankara esige delle “scuse”: “Condanno – ha spiegato – le dichiarazioni sfrontate e scandalose del premier Draghi riguardo al nostro presidente che per tutta la sua vita ha fatto gli interessi del suo Paese e della sua Nazione, si è opposto a ogni forma di fascismo e patronaggio e ha vinto ogni elezione con grande fiducia da parte del popolo”.

Ieri sera, poco dopo le parole pronunciate da Draghi, l’ambasciatore italiano ad Ankara, Massimo Gaiani, è stato convocato dal ministero degli Esteri turco che ha protestato ufficialmente per “le inaccettabili dichiarazioni del presidente del Consiglio italiano”. Nel corso del colloquio con Gaiani, si legge in una nota, il vice ministro degli Esteri e direttore degli Affari Ue, Faruk Kaymakci, ha affermato che la Turchia “condanna fermamente le dichiarazioni del presidente del Consiglio italiano nominato”, sottolineando che Erdoğan è “un leader che è stato eletto con il più alto voto popolare di sostegno in Europa e che noi ci aspettiamo che queste dichiarazioni impertinenti e inopportune, che non possiamo collegare in alcun modo all’amicizia e alleanza turco-italiana, vengano immediatamente ritirate”. Kaymakci ha inoltre sostenuto che “le dichiarazioni, rese senza conoscenza degli accordi protocollari riguardanti le visite dei presidenti del Consiglio Ue e della Commissione Ue nel Paese sono inaccettabili, che nessuno dovrebbe mettere in dubbio l’ospitalità della Turchia, che la Turchia non prenderà parte a discussioni senza senso e malintenzionate all’interno dell’Ue e che trova vani gli sforzi per minare l’agenda positiva Turchia-Ue”.
 
 
 

Una Carbon Tax serve, ma non è abbastanza

Post n°4633 pubblicato il 07 Aprile 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni - 6 Aprile 2021  Fridays For Future Italia

Nel mezzo delle tenebre, mentre la terza ondata del virus si infrange contro le nostre imbarcazioni già precarie, intravediamo una luce. La campagna vaccinale, su cui il governo punta, ci porterà fuori da questo incubo. Ma la tanto agognata serenità e spensieratezza non durerà a lungo. Come ha scritto all’inizio della pandemia l’ex direttore del The Guardian Alan Rusbridger, il virus è solo l’antipasto della crisi climatica. Non è quindi più il tempo di vuoti proclami o discorsi strappalacrime: è ora di agire.

Tra le proposte più gettonate per combattere la crisi climatica occupa un posto privilegiato la Carbon Tax.
Questa tassa affonda le sue radici nella teoria economica mainstream: le emissioni nocive sono, infatti, un chiaro esempio di esternalità negative. Semplificando: un’azienda ha come obiettivo il profitto, quindi si tratta di ridurre i costi e aumentare i guadagni. Ma nel computo, in questo caso dei costi, ve ne sono alcuni che non ricadono sull’azienda ma sull’intera comunità. Siamo quindi in presenza di un fallimento del mercato, condizione necessaria per un intervento dello Stato.

La suddetta tassa sarebbe imposta sul consumo da parte delle attività economiche e produttive dei combustibili fossili – dal gas al carbone. Non ha funzione di gettito, e anzi nel lungo periodo esso dovrebbe essere nullo: nonostante ciò, con quanto ottenuto nel breve periodo si potrebbe finanziare una parte della transizione ecologica. Tuttavia è necessario porre l’accento su alcune importanti questioni.

 

Primo: da sola la Carbon Tax non solo non è sufficiente, ma rischia di essere dannosa. Innanzitutto, è necessario – perché sia efficace – che essa sia implementata in maniera graduale, il che significa non ritardare troppo la sua imposizione, considerati i pochi anni che rimangono per riuscire ad agire contro la crisi climatica. È dunque opportuno che una tassazione di questo tipo sia posta il prima possibile. Inoltre, a livello di Unione Europea, da una parte manca un’armonia fiscale (che sarebbe invece assolutamente necessaria al funzionamento di una tassazione di questo tipo), dall’altra senza una sua controparte “alla frontiera” (i.e. una tassazione sui prodotti di importazione basata sulla CO2, ed equivalenti, emessa per la produzione di tale prodotto) rischia semplicemente di portare alla delocalizzazione della attività produttive.

Secondo – ma non certo per importanza – c’è da tenere di conto del principio fondamentale che deve essere posto alla guida della transizione ecologica: la giustizia sociale. Se da una parte il concetto di imposta sull’esternalità risponde all’ideale di fondo – patrimonio anche del diritto Ue vedasi l’Art. 191, comma 2 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea – del “chi inquina paga”, senza una riforma complessiva del sistema fiscale e una estrema attenzione alla questione sociale e lavorativa l’onere di una tassa del genere rischia di ricadere sul lato rigido del mercato, e conseguentemente sulle fasce meno abbienti della popolazione.

Infine, per impedire il collasso climatico e per garantire una giusta transizione ecologica è necessario abbandonare il paradigma del non-interventismo statale nell’economia. Per fronteggiare la crisi climatica serve un ripensamento della politica industriale. Ovviamente questo punto non è indolore: il rischio di un’eccessiva politicizzazione è sempre dietro l’angolo. Per questo il rinnovato interesse per l’intervento statale nell’economia si deve accompagnare a una seria riflessione sulla governance e sulle strategie da adottare.

Il nostro Paese non ha ancora implementato una Carbon Tax e invece di sussidiare attività che vanno nella direzione della transizione ecologica fa l’esatto opposto, dando 19 miliardi all’anno ai combustibili fossili. Con il gettito ottenuto nel breve periodo, oltre a finanziare la transizione, si potrebbe intervenire sulla tassazione: abbassare infatti le aliquote marginali più basse dell’Irpef porterebbe a un aumento dei consumi, quindi della domanda. Questo, unito a un programma di incentivi statali, ci avvierebbe sulla strada di quella che potremmo chiamare “transizione ecologica gentile”.

Per agire sul lato della domanda è altresì necessario un piano di investimenti pubblici, sulla falsariga del “Green New Deal” presentato al Congresso da Alexandria Ocasio Cortez. Così facendo, inoltre, si andrebbero a creare “good jobs”, in grado di aumentare la produttività stagnante del nostro Paese.

Questo perché gli investimenti nella transizione creano molta più occupazione di qualsiasi investimento fatto nel fossile. Si parla, infatti, di un rapporto di circa 3:1. Tirando le somme, dunque, come direbbero i matematici: la Carbon Tax è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

 

 
 
 

Spionaggio russo, si fa presto a dire Guerra Fredda

Post n°4632 pubblicato il 04 Aprile 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Stefania Limiti Cronaca - 31 Marzo 2021

Si fa presto a dire Guerra Fredda ma allora, quando veniva scoperta una spia, non seguiva un comunicato stampa. L’incredibile vicenda del capitano di Fregata beccato con le pive nel sacco dal Ros dei Carabinieri scuote gli ambienti diplomatici e militari ed evoca la Guerra Fredda. Gli ingredienti ci sono tutti: un ufficiale della Marina e un militare russo, accreditato all’ambasciata di Mosca a Roma, i due da tempo si scambiano documenti, non sanno che l’Aisi, l’Agenzia Informazioni Sicurezza Interna, li tiene d’occhio e ha già informato lo Stato Maggiore della Difesa.

L’affaire potrebbe avere contorni pazzeschi, vedremo. Se non fosse per quei miseri 5000 euro: tanto ha intascato il capitano di Fregata per passare documenti top secret che riguarderebbero sistemi di telecomunicazione militare e carte della Nato. Ora l’uomo si trova in stato di fermo per spionaggio e rivelazione di segreto mentre il cittadino russo e un suo complice sono stati immediatamente espulsi dalla Farnesina. Non sappiamo dunque da quanto tempo andasse avanti questo mercato e quali danni possa aver creato alle informazioni riservate, ma quei 5mila euro e questo immediato rimbalzo delle notizie....

Un tempo, stanato lo sporco traffico, si sarebbe stappata una bottiglia al chiuso di un ufficio impregnato di fumo, se proprio si voleva festeggiare. Poi si passava a studiare la faccenda e lì iniziava un contorto dialogo a distanza da una sponda all’altra, si aprivano trattative o ricatti, c’era sempre qualcosa da scambiare. Di certo non arrivava il pm di turno, a nessuno veniva in mente di condurre le operazioni chiedendo permesso. Roba da far tremare i polsi a pensarci oggi, ma allora era così.

La storia della Guerra Fredda è accaduta fuori da ogni ufficialità, ancorché gli storici cerchino documenti ufficiali. Figurarsi cosa accadeva per le faccende di spie. Vi immaginate il folle James Angleton chiamare l’ufficio del procuratore per spiegare come veniva reclutate le ex spie naziste? O il mitico colonnello Yuri Drozdov, immortalato ne Il ponte delle spie da Steven Spielberg, discutere i particolari di un comunicato stampa?

La brutta storia di oggi ci fa pensare, piuttosto, a poveracci in cerca di soldi, magari persi al gioco, improvvisati felloni che si vendono carte nell’era del digitale, più che a spie. Ci ricorda, in definitiva, che la Guerra Fredda è lontana.

 
 
 

Perché si parla poco del costante calo del quoziente intellettivo della popolazione

Post n°4631 pubblicato il 29 Marzo 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Ercolani Società - 28 Marzo 2021

 

Uno degli esempi più lampanti di quanto poco la nostra epoca si preoccupi dell’intelligenza è dato dall’hashish. Legalizzarlo sì, legalizzarlo no, un favore alla malavita, però lenisce le sofferenze dei malati terminali (vero), placa l’ansia (vero solo in alcuni casi). Nessuno, però, che si concentri sull’unico effetto accertato: i danni provocati al cervello, in particolare la riduzione del volume della materia grigia orbito-frontale, in molti casi con un riscontrato calo del quoziente intellettivo.

Già, il quoziente intellettivo. Al netto di tutte le critiche legittime sui criteri, e sulla pretesa di misurare un fenomeno così complesso come l’intelligenza, se ci atteniamo ai dati degli ultimi cento anni facciamo una scoperta interessante. Per larga parte del XX secolo e fino al 2009 il livello medio di intelligenza della popolazione è aumentato (fenomeno noto come “effetto Flynn”). Ciò è dovuto a vari fattori, tra cui un ambiente sociale e intellettuale più stimolante, il protrarsi e l’intensificarsi degli studi scolastici, le sfide intellettuali lanciate quotidianamente dalla società (attraverso libri, giornali, inchieste eccetera), i progressi della Scienza dell’educazione e, infine, la maggiore attenzione dei genitori nel curare il livello e la qualità dell’apprendimento dei loro figli.

Insomma, la società lavorava per l’intelligenza della popolazione. Fino alla notizia shock del 2016, a cui stranamente si dette scarsa risonanza. Un nuovo studio condotto da Richard Flynn e da un suo collega mostrò che tra il 1990 e il 2009 il Q.i. aveva cominciato lentamente ma inesorabilmente a calare. Un calo costante che, oggi, è diventato vero e proprio tracollo, se pensiamo alla percentuale di persone afflitte dal cosiddetto analfabetismo funzionale (sanno leggere, ma non capiscono il senso né sono in grado di rielaborarlo e spiegarlo). Le cause di questo tracollo sono molteplici, come sempre, ma una emerge su tutte le altre: la comparsa di nuove tecnologie digitali che, specialmente nel caso dei più giovani, rappresentano un potentissimo e pervasivo elemento di degradazione delle facoltà cognitive, emotive e relazionali.

E dire che l’uomo, fra le creature più deboli fisicamente e povere di istinti di tutto il pianeta, ha un bisogno fondamentale della propria intelligenza, perché è con essa che riesce a sopperire ai limiti di cui sopra e adattarsi alle insidie del mondo esterno. Il processo che consiste nell’immagazzinare dati, creando così la memoria, per poi elaborarli creando un ordine di senso con cui “afferrare” le cose del mondo, si chiama apprendimento. Il fatto che ogni individuo impari il processo di cui sopra in maniera funzionale e singolare, rende possibile la formazione di un pensiero “autonomo e critico”, che significa non meccanicamente generato da dogmi superiori né passivamente omologato alle “leggi” imposte da un regime.

Il guaio è che oggigiorno è l’Intelligenza Artificiale a occuparsi del processo di immagazzinamento, memoria ed elaborazione dei dati, con l’intelligenza umana ridotta a svolgere un ruolo ausiliario e sempre più ininfluente. Ecco cosa scrive a tal proposito il neurobiologo Laurent Alexandre, a pagina 73 del suo La guerra delle intelligenze. Intelligenza artificiale contro intelligenza umana, EDT, Torino 2017: “Laddove il libro favoriva una concentrazione duratura e creativa, Internet incoraggia la rapidità, il campionamento distratto di piccoli frammenti d’informazioni provenienti da fonti diverse. Un’evoluzione che ci rende più che mai dipendenti dalle macchine, assuefatti alla connessione, incapaci di procurarci un’informazione senza l’aiuto di un motore di ricerca, dotati di una memoria difettosa e alla fine più vulnerabili a manipolazioni di ogni sorta”.

Spogliati da ogni pregiudizio o istinto reazionario, bisognerebbe riflettere su tutto questo prima di aderire acriticamente alle politiche di diffusione entusiasta delle nuove tecnologie presso i ragazzi. Penso, solo a titolo di esempio, alla recente campagna “Digitali e uguali”, promossa dal gruppo editoriale Gedi, guarda caso in collaborazione con una nota impresa che vende prodotti rigorosamente online. L’iniziativa è eticamente ineccepibile (dotare di un computer ogni ragazzo nell’epoca della Didattica a distanza), ma condotta con finalità economiche più che pedagogiche. Non contesto le ragioni economiche, perché sebbene il comparto delle imprese online sia l’unico che sta facendo riscontrare profitti enormi in questa epoca di lockdown, la cosa è perfettamente legittima.

Quanto piuttosto dovrebbe allarmare l’entusiasmo acritico con cui la nostra società, con tanto di testimonial illustri (le luci della ribalta hanno un prezzo), non si preoccupi per nulla dei danni irreparabili che l’abuso di queste nuove tecnologie provoca sui giovani. Mi può stare anche bene l’idea di un computer a “testa”, ma vorrei che si spendessero energie (e finanze) anche per occuparsi della qualità di quelle “teste”, quando in realtà si spendono cifre astronomiche per potenziare l’Intelligenza Artificiale e quasi più nulla per quella umana. A farlo dovrebbe essere un mondo politico e sociale seriamente interessato alla formazione cognitiva dei propri cittadini, e non appiattita sulla logica finanziaria di chi, per tante ragioni, sembra interessato soltanto a crescere quelli che Charles Wright Mills chiamava i “docili robot”...

 

 

 
 
 
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