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Messaggi di Giugno 2019

Brexit, Boris Johnson sta per finire in una trappola. Come ne uscirà?

Post n°4463 pubblicato il 24 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 23 Giugno 2019 


Sembra ormai inevitabile che alla fine di luglio Boris Johnson verrà eletto primo ministro dai membri del partito conservatore. Boris vincerà perché il partito conservatore è per il 90 per cento sicuro che il Regno Unito debba guardare a ovest, verso l’Atlantico, e mettersi dietro le spalle la pessima esperienza con il Vecchio Continente, tutto ciò nonostante soltanto il 48 per cento dell’elettorato del Regno Unito molto probabilmente è a favore dell’uscita dall’Europa mentre il 52 per cento è contro. La scollatura tra politica istituzionale e politica vera è evidente.

La vittoria di Boris, comunque, non sarà un grosso problema dal momento che non cambierà proprio nulla né per la Brexit, né per la politica del Regno Unito. Lo stallo continuerà come pure l’erosione dei partiti tradizionali, quello conservatore e quello laburista. In primis è estremamente improbabile che il nuovo primo ministro riuscirà ad assicurarsi una maggioranza parlamentare sufficientemente solida da far passare ciò che vuole riguardo alla Brexit (ancora nessuno ha capito bene di cosa si tratti). Ma anche tra i parlamentari conservatori a favore della Brexit sarà difficile trovare consensi, ce ne sono molti che lo detestano e che saranno ben felici di vederlo fallire. Non dimentichiamo che regnare sulla nazione di Shakespeare significa guardarsi le spalle ogni istante dai coltelli pronti per essere conficcati nella schiena dei primi ministri, che spesso periscono per mano dei propri amici o colleghi. Michael Gove, ad esempio, è un ex grande amico e collega di Boris, ha già fatto capire a tutti che se quest’ultimo verrà eletto primo ministro sarà suo compito perseguitarlo.

Altro motivo per il quale il regno di Boris Johnson non cambierà proprio nulla è l’atteggiamento ostile di Bruxelles. Il centro del potere dell’Unione Europea non lascerà che l’uomo che ha appoggiato apertamente il movimento Brexit durante il referendum abbia alcuno spazio per rinegoziare gli accordi sottoscritti da Theresa May. Anche a Bruxelles l’ex sindaco di Londra ha molti, forse anche troppi nemici, quindi non ci sarà alcuna rinegoziazione. Non si prenderanno in considerazione i nuovi piani da lui suggeriti per il confine irlandese né i commenti sul libero scambio entrambi eccessivamente vaghi e poco chiari, si pensi solo al prolungamento del processo della Brexit fino alla fine del 2021.

In conclusione Boris sta per finire in una bella trappola politica. E come ne uscirà? Certo non può suggerire un nuovo referendum, se lo facesse la sua testa rotolerebbe lungo i corridoi del parlamento ed a tagliarla sarebbero proprio i membri del suo partito. Probabilmente finirà per fare quello che ha fatto Theresa May, indirà nuove elezioni politiche. Secondo lui, naturalmente, si tratterebbe di un plebiscito popolare a suo favore, plebiscito che dovrebbe confermare la decisione del partito conservatore a nominarlo primo ministro. Ma affinché ciò avvenga, il partito conservatore dovrebbe essere l’indiscusso vincitore delle elezioni. Peccato che questo sia un sogno difficilmente realizzabile. Le elezioni, come quelle europee, non avranno nulla a che fare con la politica o le scelte del partito conservatore o degli altri partiti, ma saranno sulla Brexit, un nuovo referendum mascherato, dunque. A quel punto Boris, se sopravvive alle perdite di consensi, dovrà fare i conti con Nigel Farage e i
Liberal Democrats, e, chissà, forse anche con i verdi.

Morale: la Brexit rimarrà disordinata, confusa e destabilizzante con Boris Johnson come lo fu con Theresa May perché il Paese è spaccato in due e i partiti sono di parte, non esiste un vero consenso di maggioranza. Tuttavia, a lungo termine la Brexit è solo un altro ostacolo, non una catastrofe. Certo, il Regno Unito ci inciamperà di nuovo sopra e farà altri bei capitomboli ma si riprenderà, e reinventandosi forse riuscirà ad inserirsi meglio nella nuova economia globale. Naturalmente con un primo ministro diverso da Johnson e un partito nuovo, né conservatore né laburista.

Zonaeuro | 23 Giugno 2019

 

 
 
 

Fondi per il Sud, chi li spende davvero?

Post n°4462 pubblicato il 23 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 23 Giugno 2019 

A proposito di un emendamento che prevedeva di usare i fondi per il Sud nelle Regioni, il Ministro Barbara Lezzi ha dichiarato: “Questo emendamento, che aveva anche il parere contrario della Ragioneria dello Stato e che non verrà mai votato dai parlamentari del Sud del M5s – ha aggiunto – ha rappresentato un atto di totale scorrettezza. Chiunque lo abbia presentato, Lega o non Lega, dovrà chiedere scusa e dare delle spiegazioni”.

Dal punto di vista dei cittadini, l’idea di spostare sulle Regioni i fondi per il Sud può non essere malvagia, purché queste siano in grado di spenderli, i fondi. E purché siano Regioni del Sud, (come pare fosse scritto nell’emendamento, leggendo il pezzo sul Sole24Ore) visto che di fondi per il Sud si tratta. Invero, disponendo di un ministero per il Sud, ci si aspetta una visione dell’intervento che trascenda le prospettive limitate degli enti locali, in previsione di una visione di sistema e non localistica. Quindi, il processo innescato dall’emendamento, pare quantomeno contraddittorio.

 

E qui, va detto, i tanti eventi precedenti fanno sorgere qualche perplessità, visto che è una vecchia abitudine quella di parlare male, a bocca piena, del Sud spendaccione, usando con una mano i suoi soldi. Ripercorriamo allora, a grandi passi, le consuetudini invalse negli ultimi trent’anni di storia di patria e di spesa di fondi per il Sud. Ricordiamo che i fondi di Sviluppo e Coesione costituiscono uno strumento finanziario con cui si attuano le politiche per la rimozione degli squilibri economici e sociali nel paese, in attuazione dell’art. 119 della nostra Costituzione. Ricordiamo che la Legge di Stabilità per il 2014 (Letta Premier) aveva introdotto il principio di territorialità per i Piani di Sviluppo e Coesione, stabilendo che l’80% della spesa dovesse riguardare le regioni meridionali, proprio per attenuare i divari e realizzare le infrastrutture mancanti. Se quella percentuale è stata fissata, ci sarà una ragione, no? Una ripassata può far bene (qui prendo dati da La questione italiana di Francesco Barbagallo e da La questione meridionale in breve, di Guido Pescosolido). Quando nel 1994-95 Berlusconi e Dini definirono le “aree depresse del territorio nazionale”, beneficiarie dei finanziamenti europei, la Lega (all’epoca Lega Nord), già al Governo del Paese, vi incluse, tramite il proprio ministro, alcune delle aree più ricche e industrializzate d’Europa, in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. E qui la Cassa per il Mezzogiorno era già defunta, si badi bene. Questi interventi, poi, furono anche defiscalizzati. Dei trenta milioni di italiani che dovevano risultare beneficiari dei fondi europei in aree depresse, ben 11,5 erano settentrionali di “ricche aree depresse”.

Nel 2002, ancora, il governo Berlusconi istituì il Fondo per le Aree Sottoutilizzate (Fas), orientato all’unificazione delle risorse aggiuntive nazionali da destinare alle aree depresse. Il Cnel, però, ha valutato in 26 miliardi le risorse Fas dirottate verso impieghi diversi dalle originarie finalità del Fondo, contribuendo a sminuire, nel corso di un decennio, l’efficacia anche di questa misura, inizialmente pensata per le politiche di coesione. Come scrive Guido Pescosolido, la gestione dei fondi strutturali europei nei primi anni Duemila, affidata alle regioni, riuscì “a scrivere una storia di fallimenti a fronte della quale l’efficienza della Cassa (per il Mezzogiorno) rifulge di luce purissima”.

Proprio in quegli anni, la spesa pubblica per il Sud, in conto capitale, scendeva dal 41% al 32%. Scrive Francesco Barbagallo, “Tra il 2008 e il 2010 le risorse del Fas saranno destinate verso aree non comprese nelle politiche di coesione dirottate verso le tante emergenze prodotte dalla crisi”. Intanto, gli effetti si cumulano e il federalismo fiscale fa sentire il suo peso: già nel 2011 Svimez osservava che, in rapporto al Pil di area, i cittadini meridionali pagano più imposte degli abitanti del Centro-Nord. Le imposte comunali sono aumentate del 151% al Sud, nel resto del Paese dell’82%.

Come faceva osservare Adriano Giannola, tutto ciò comportava aumento della pressione fiscale e una contestuale fornitura di servizi insufficienti. Veniamo, infine, alla Legge di Stabilità 2015: come spiega bene Andrea Del Monaco nel saggio Sud Colonia tedesca – La questione meridionale oggi, Renzi decise di violare tale principio di territorialità, pagando gli sgravi contributivi del Jobs Act su tutto il territorio nazionale, prelevando ben 3,5 miliardi di euro. C’è da restar “depressi”, in effetti.

Economia & Lobby | 23 Giugno 2019

 

 

 
 
 

Svizzera e Norvegia, due modelli destinati a deludere le promesse di Brexit

Post n°4461 pubblicato il 21 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 21 Giugno 2019, di Alberto Battaglia

 

Trovare un accordo sulla Brexit si è rivelato, finora, un’impresa impossibile. Ciò è dovuto, in primo luogo, ad una fondamentale incompatibilità fra le promesse dei promotori dell’uscita dall’Ue e gli accordi che sono materialmente praticabili. Infatti, si è palesato con chiarezza che è, ad esempio, impossibile mantenere l’accesso al mercato unico europeo senza accettare la libera circolazione delle persone – una delle libertà che i Brexiteer avrebbero voluto mettere a freno. Allo stesso tempo, riconquistare la libertà nella politica commerciale, non aderendo all’unione doganale, imporrebbe la costituzione di un confine e di una dogana fra la Repubblica d’Irlanda, che resterà nell’Ue, e i vicini del Nord, appartenenti al Regno Unito.

Eppure, altri Paesi europei mantengono rapporti di vicinato più o meno stretti con l’Ue, senza farne parte a pieno titolo. L’agenzia di rating Dbrs ha fatto il punto sugli accordi che regolano le relazioni fra l’Ue e la Norvegia e quelli fra Ue e Svizzera. In nessuno dei due casi, è bene precisarlo subito, le istanze dei Brexiteers sarebbero pienamente accolte. Pur di non diventare uno “stato vassallo” (l’espressione cara al possibile successore di May, Boris Johnson), il Regno Unito potrebbe dunque imboccare la strada di un recesso traumatico, senza accordo.

Dei due modelli, il più facile da replicare in tempi brevi, sarebbe quello norvegese. A differenza della Svizzera, la Norvegia non è solo membro dell’Area di libero scambio europea (Efta), ma anche dell’Area economica europea (Eea). Nei fatti, i norvegesi contribuiscono in misura ridotta al budget europeo e ottengono piena autonomia dalle leggi Ue in materia di gestione della pesca e dell’agricoltura. Inoltre, il Paese scandinavo non è soggetto alla politica di sicurezza comune e, cosa assai importante, può adottare in autonomia la politica commerciale e stringere accordi bilaterali. Per il resto, la Norvegia si potrebbe considerare un membro Ue che accetta in modo automatico le decisioni del blocco relative al mercato unico, senza sedere ai tavoli in cui tali regole vengono scritte. La Norvegia, inoltre, accetta la libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali.

Il modello svizzero si distingue da quello norvegese per il ben più corposo numero di accordi bilaterali (20 i principali, più ulteriori 100) che regolano le diverse materie della relazione. Essi sono stati raggiunti in un arco di tempo assai lungo, a partire dal 1972 (dall’adesione svizzera all’Efta). “Questi accordi garantiscono l’accesso per le imprese svizzere al mercato unico dell’Ue e disciplinano una serie di settori di cooperazione tra la Svizzera e l’Ue” scrive Dbrs, ricordando fra i passi fondamentali anche l’adesione al trattato di Schengen, nel 2004. Oltre al numero dei trattati, nella sostanza la differenza è che ciascun cambiamento nelle leggi che regolano il mercato unico europeo non viene automaticamente recepito, ma deve essere approvato via referendum. Questo sistema rende i rapporti fra Ue e Svizzera maggiormente “personalizzabili”. E’ stato spesso ribadito, però, che nel caso britannico non sarebbe mai stata concessa una Unione Europea à la carte. “Sebbene l’esclusivo modello della Svizzera con l’Ue offra flessibilità, sta subendo esso stesso dei cambiamenti e potrebbe non essere accettato dall’Ue come opzione per il Regno Unito nella sua forma attuale”, ha precisato l’agenzia di rating. Inoltre, anche se venisse realizzato quest’ultimo modello, il controllo sull’immigrazione dall’Europa resterebbe una promessa disattesa da parte dei promotori del Leave.

 

 
 
 

Bce, svolta di Weidmann mentre si avvicina scadenza del mandato di Draghi: “Il suo piano anti spread era legale”

Post n°4460 pubblicato il 20 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 19 Giugno 2019   

Mentre l’economia dell’Eurozona e quella della “locomotiva tedesca” rallentano, il governatore della Bundesbank Jens Weidmann ammette di essersi sbagliato sullo scudo anti spread” concepito da Mario Draghi durante la crisi dei debiti sovrani dei Paesi della moneta unica. In un’intervista concessa all’edizione online del quotidiano tedesco Die Zeit, l'(ex) falco tedesco ricorda che “la Corte europea di giustizia ha preso in esame l’Omt e ha stabilito che è legale” e ammette: “La mia posizione non aveva una base legale. Era dettata dalla preoccupazione che la politica monetaria sarebbe finita nel vortice della politica di bilancio. Naturalmente, una banca centrale deve agire decisivamente nel peggior scenario, ma data la sua indipendenza, non dev’esserci alcun dubbio che agisce all’interno del suo mandato”.

Il tedesco, che per anni si è opposto alla politica accomodante dell’Eurotower e anche al quantitative easing rilanciato ieri da Draghi, era l’unico in seno al board Bce ad essersi sempre detto contrario al programma di acquisto illimitato di titoli di Stato Outright Monetary Transactions (Omt), messo a punto nell’estate 2012 dopo il famoso “whatever it takes” e mai utilizzato. Nel 2013 decine di migliaia di cittadini tedeschi coordinati e politici locali chiesero alla Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe di valutare se l’Omt travalicava il mandato dell’Eurotower. E Weidmann andò addirittura a testimoniare in aula contro il piano, sostenendo che ”non può essere compito della politica monetaria comprare tempo per l’azione sui bilanci”. Tre anni dopo la stessa Corte di Karlsruhe ha stabilito che il piano era compatibile con le regole europee

Weidmann, con questa mossa, ottiene anche di riposizionarsi nel tentativo di spianarsi la strada verso la poltrona di vertice della Bce, che Draghi lascerà a fine ottobre. Il tedesco è uno dei candidati con maggiori chance ma rischia di dover fare i conti con l’ostilità di paesi del Sud Europa.

 

di | 19 Giugno 2019

 
 
 

Berlino, abbiamo un problema – con la crescita

Post n°4459 pubblicato il 18 Giugno 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 17 Giugno 2019, di Alberto Battaglia

 

“La Germania è il grande problema economico dell’Europa, ma nessuno, a parte Washington, osa dirlo”: secondo l’economista Michael Ivanovitch, ex senior economist all’Ocse, il rallentamento della locomotiva d’Europa sarebbe una minaccia superiore rispetto alle tensioni commerciali. “Mario Draghi”, ha scritto Ivanovitch in un commento comparso su Cnbc, dovrebbe preoccuparsi piuttosto “del mercantilismo destabilizzante della Germania”.

Un segnale di cambiamento è stato richiesto il mese scorso in occasione di un incontro della Confindustria tedesca, la Bundesverband der Deutschen Industrie. Alla presenza della cancelliera Merkel, le imprese “hanno chiesto politiche economiche e finanziarie efficaci per sostenere le pmi” che anche in Germania producono oltre metà del Pil. A frenare questa parte dell’economia tedesca sono elevate tasse sui redditi societari (31%) “costi energetici elevati, infrastrutture digitali inadeguate, mancanza di connessioni in fibra ottica ad alta velocità”.

Ma il vero punto su cui insiste l’economista, è che finora la Germania non ha mai del tutto abbandonato un politica economica fondata sulla forza delle sue esportazioni.

“La Francia e il resto d’Europa – e, per inciso, anche gli Stati Uniti – avrebbero dovuto aspettarsi che la Germania spingesse la propria economia e comprasse più beni e servizi dai suoi principali partner commerciali”, ha scritto Ivanovich, “con un’eccedenza di bilancio dell’1,7% del Pil, un debito pubblico del 60,9% e un’eccedenza commerciale su beni e servizi dell’8% del Pil, la Germania avrebbe dovuto guidare la ripresa economica europea (e globale) stimolando la spesa interna e aprendo i suoi mercati”.

Sarebbe stata la Germania, pertanto, la forza economica in grado di fare quel deficit di cui spesso si parla in Italia, come sostegno alla domanda interna.

“Ma non succederà. Come sempre, la Francia, il resto dell’Europa e gli Stati Uniti pagheranno il conto del risveglio economico tedesco quando le aziende tedesche aumenteranno le loro vendite sui mercati esterni per sopravvivere”.

 

 
 
 

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