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Fauci lancia l’allarme: “Coronavirus è mutato ed è più contagioso”

Post n°4591 pubblicato il 07 Luglio 2020 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. Alessandra Caparello

 

Mentre negli Stati Uniti si registrano in appena 24 ore circa 40mila nuovi casi di contagio da coronavirus, il consulente sanitario della Casa Bianca Anthony Fauci lancia l’allarme. Il virus può essere già mutato e diventato più contagioso.

La ricerca è in corso per confermare la possibile mutazione e le sue implicazioni, ha detto Fauci, aggiungendo che “c’è una piccola controversia al riguardo”. I virus mutano naturalmente e gli scienziati hanno già detto di aver osservato mutazioni minori nel coronavirus che non hanno influito sulla sua capacità di diffondersi o di causare il progredirsi della malattia in modo significativo.

Coronavirus: mutazione in corso?

La possibile mutazione che Fauci ha citato è stata riportata dagli ispettori del Los Alamos National Laboratory in un articolo pubblicato dalla rivista Cell e anche i virologi della Scripps Research in Florida hanno scritto sulla mutazione il mese scorso, dicendo che “migliora la trasmissione virale”. Non è chiaro quando la mutazione possa essersi verificata ma sottolinea Fauci “i dati mostrano che c’è una singola mutazione che rende il virus in grado di replicarsi meglio e forse di avere un alto carico virale”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il suo team di ricercatori globali hanno osservato più di 60.000 diverse sequenze genetiche del coronavirus raccolte da campioni prelevati in tutto il mondo.
Tutti i virus si evolvono, o mutano, nel corso della loro vita. I virus RNA come il coronavirus mutano più rapidamente di alcuni altri virus, ha detto il mese scorso i funzionari dell’OMS ai giornalisti, perché a differenza del DNA umano, i virus RNA non hanno un “controllo naturale degli errori”, il che significa che il codice del virus non può correggersi da solo.

I nuovi casi negli USA sono aumentati in 40 dei 50 stati americani, ma 25 mila dei 55mila nuovi casi di contagio sono concentrati in quattro stati: Arizona, California, Florida e Texas. L’amministrazione Trump continua a sostenere che l’alto numero di casi sia dovuto al gran numero di test effettuati,  ma ora le parole del virologo Fauci gettano nuove ombre sulla pandemia.

 

 
 
 

E se Immuni impazzisse? I primi segnali ci sono e finiremmo tutti ‘prigionieri’

Post n°4590 pubblicato il 28 Giugno 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Andrea Lisi Tecnologia - 26 Giugno 2020

L’app Immuni continua a far discutere e adesso inizia a mietere i suoi primi prigionieri, raccomandando a chi riceve l’alert di chiudersi in casa alla ricerca dell’agognato tampone. Molti si stupiscono, ma era tutto piuttosto prevedibile. Vediamo cosa e perché sta accadendo.

I primi segnali che ci fosse qualche problema con le segnalazioni di contatto con un positivo effettuate da Immuni le avevamo avute dalla Regione Marche, dove durante la prima sperimentazione dell’app di Stato era stata resa nota una comunicazione e-mail che la stessa Regione aveva inviato in via riservata alle Direzioni Sanitarie per “dare indicazioni agli operatori sanitari di disattivare il Bluetooth durante l’orario di lavoro al fine di evitare segnalazioni di falsi contatti”. Poi è toccato alla Puglia e qualche giorno fa a una signora barese è toccato disperarsi a causa dell’app Immuni, scaricata come dovere civico e poi diventato strumento di “prigionia di Stato”. E, solo dopo circa una settimana (e avrebbero potuto essere 14 giorni) di isolata disperazione, le è stata donata la libertà perché – come lei stessa aveva a gran voce segnalato – non aveva contratto il virus. Per arrivare infine a un’intera squadra del 118 che è stata messa in quarantena dopo essere stata in contatto con una signora che il giorno prima aveva ricevuto l’alert da Immuni senza averlo comunicato immediatamente agli operatori del 118. E l’Asl di competenza, informata dei fatti, ha così disposto ex lege l’isolamento preventivo domiciliare per tutto il personale medico intervenuto, che verrà sottoposto al tampone non prima di 7 giorni.

In realtà, ciò che sta accadendo è conseguenza ovvia nell’utilizzo dell’applicazione Immuni. Si riceve sul proprio smartphone un alert che ci informa che un determinato giorno per più di 15 minuti siamo stati a “stretto contatto” con persona risultata positiva e, secondo le disposizioni di legge applicabili, ci viene raccomandato un isolamento di almeno due settimane, salvo poter effettuare un tampone in tempi brevi e poter dimostrare di non aver contratto il virus. Ma tale verifica del proprio stato di salute non è detto che sia immediata ed è quindi inevitabile essere “invitati” a eseguire un lockdown personale (che andrebbe esteso a tutti i nostri prossimi congiunti).

In realtà, settimane fa, proprio qui sulle pagine del mio blog su ilfattoquotidiano.it, facendo riferimento all’sms partito per errore da Ats Milano in Lombardia che avvertiva ignari cittadini di essere stati contagiati, avevo provocato scrivendo “immaginate cosa potrebbe succedere se sul server centralizzato di Immuni, in mano a Sogei, arrivassero dati inesatti, poi gestiti per avvertire i cittadini italiani. Si bloccherebbe nuovamente un Paese generando panico incontrollato, senza neppure più abusare del lockdown”.

Ecco stiamo amaramente scoprendo che il rischio più grande di Immuni non è (solo) la nostra privacy, ma è proprio questo. Essere costretti a chiuderci in casa a causa di un alert che potrebbe rivelarsi inesatto e contenere quindi una falsa informazione, non verificabile nell’immediatezza. E del resto ci aveva anche avvertiti Sven Mattisson – co-inventore della tecnologica Bluetooth su cui si basa Immuni per avvisarci del contatto – del fatto che questa tecnologia non è stata inventata per questo e avrebbe senz’altro generato dati inesatti. La tecnologia Bluetooth non è in grado di misurare con esattezza la distanza tra due persone, non può riconoscere se c’è una parete porosa divisoria, non può verificare le condizioni ambientali in cui avviene il contatto con una persona positiva, non può sapere se indossiamo una mascherina, se siamo voltati di spalle etc.…e del resto c’è oggi un dibattito internazionale sui grandi limiti di tali soluzioni e molti Paesi si stanno interrogando sull’utilità di app che generano così tanti falsi positivi e negativi.

Il problema è che queste false informazioni generate da una tecnologia che non è stata sviluppata per risolvere problemi legati al contenimento di pandemie comportano serie conseguenze sulla nostra libertà di movimento con cui oggi stiamo facendo i conti. E già si paventano ipotesi di possibili richieste di risarcimento danni nei confronti dello Stato che non ha saputo gestire questo grave problema.

Non mi stancherò mai di ripetere che una tecnologia di questo tipo, se si vuole davvero utilizzarla, andrebbe prima testata su piccoli territori, andrebbe inserita in una corretta strategia sanitaria per contenere il rischio di falsi positivi, assicurando una verifica immediata del proprio stato di salute. Non si può sperimentare Immuni sull’intero territorio nazionale senza averne verificato in profondità i suoi limiti e senza averla incardinata in una strategia coordinata tra ministeri competenti (sanità e innovazione digitale).

Proviamo solo a immaginare cosa potrebbe succedere se fosse in atto oggi una pandemia e l’app immuni ci regalasse migliaia di alert impazziti di questo tipo. Intere comunità familiari sarebbero condannate all’isolamento, lasciate nel panico, senza possibilità di immediate verifiche sul proprio stato di salute.

Forse il governo dovrebbe essere più chiaro e trasparente sui limiti di Immuni e sulle conseguenze legate al suo utilizzo e magari finalmente coordinare meglio i suoi ministeri in modo che Immuni possa esprimersi tecnologicamente in modo più appropriato.

 

 

 
 
 

Coronavirus, la vera bussola in periodo di crisi è il prezzo dell’oro

Post n°4589 pubblicato il 22 Giugno 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 21 Giugno 2020 Loretta Napoleoni

 

Impossibile capire bene cosa stia succedendo all’economia mondiale in relazione alla crisi del Covid e alle politiche messe in atto per arginare il contagio. Altrettanto difficile è estrarre la verità scientifica dalla pandemia, le teorie sono tante – alcune decisamente imbevute di dietrologia – ma i fatti scarseggiano.

Che succede? Ma soprattutto cosa succederà? Una bussola economica che nei momenti di grande crisi raramente sbaglia è il prezzo dell’oro. E allora proviamo ad affidarci a questa per capire dove ci troviamo e dove stiamo andando.

Per renderci conto del valore politico del metallo giallo facciamo un piccolo passo indietro nella storia e torniamo agli anni ‘70. Dopo la tragica dichiarazione di Richard Nixon, che poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro, si pensò che l’oro fosse destinato solo all’industria dei gioielli, ma non fu così. Quando subito dopo lo shock petrolifero della metà degli anni 70 l’inflazione iniziò a galoppare, per difendersi dall’erosione del valore delle monete cartacee gli investitori comprarono oro, confermando che non c’è bene rifugio più popolare del metallo giallo. E questo è vero anche oggi.

Dallo scoppio del Covid la corsa all’oro è ricominciata e il prezzo ha ripreso a salire – oggi è per il 25 per cento più alto di un anno fa. Nell’incertezza chi ha liquidità la parcheggia in lingotti e azioni di miniere d’oro. Questo comportamento ci dice che nei momenti di pericolo e di grande incertezza il prezzo dell’oro sale perché sale la domanda. Anche dopo il crollo della Lehman Brothers si verificò lo stesso fenomeno e il prezzo dell’oro iniziò a salire vertiginosamente arrivando nel 2011 a ben 1.900 dollari l’oncia. Poi, improvvisamente, iniziò a scendere.

La natura politica dell’oro fa sì che sia estremamente sensibile agli eventi politici, vedi il Covid. Ma è anche vero che essendo un bene rifugio che appartiene ad un mercato molto piccolo è anche molto sensibile alle opportunità economiche e finanziarie alternative.

La discesa iniziata nel 2011 è legata all’impennata degli indici di borsa che attrassero liquidità. Gli investitori decisero di vendere le posizioni in oro per acquistare quelle in azioni e così il prezzo dell’oro quasi si dimezzò: ciò significa che chi lo aveva acquistato vicino al picco perse intorno al 40 per cento del proprio investimento. Una perdita di questo genere nel mercato azionario succede solo nei grandi crolli. E’ dunque importante usare l’oro con la massima cautela ed essere pronti ad abbandonarlo nel momento giusto.

E’ vero che negli ultimi trent’anni il prezzo del metallo giallo non ha fatto che salire – da 400 dollari l’oncia nel 1990 è passato a 1.900 nel 2011 – ma è anche vero che fino al 2007 il prezzo si è mosso di soli 200 dollari. Dal crollo della Lehman al 2011 il prezzo dell’oro in dollari è salito di ben 1200 dollari. Fu questo il grande momento di crescita.

Come può questa breve cronistoria dell’oro aiutarci a navigare l’incertezza del presente? La risposta è semplice: i mercati temono il ritorno dell’inflazione, i soldi dall’elicottero in circolazione nel sistema economico stanno già spingendo i prezzi di alcuni beni verso l’alto. Chi sostiene che ci troviamo in una fase recessiva sbaglia: in realtà i beni e i servizi operativi, ad esempio i prodotti alimentari, costano di più. E’ solo questione di tempo prima che le tendenze inflazioniste inizino a farsi sentire.

In fondo anche all’indomani della crisi finanziaria del 2007 il timore era l’inflazione. Lo stimolo da migliaia di miliardi di dollari immesso nel sistema e finito nelle tasche delle banche e finanziarie produsse la cosiddetta ‘asset inflation’, l’inflazione dei beni dalle case alle tenute ai beni durevoli come le automobili. Il lingotto offrì protezione a chi poteva acquistarlo.

Morale: prepariamoci all’ondata inflazionista, che a differenza della seconda ondata del Covid sicuramente ci travolgerà tutti. E se avete diverse migliaia di dollari a disposizione comprate qualche lingotto.

 

 
 
 

Ue, in vigore nuova norma choc. Rischio default del Paese e nessuno la blocca

Post n°4588 pubblicato il 20 Giugno 2020 da ninograg1
 

Venerdì, 19 giugno 2020 - 17:01:00 visto su Affari italiani

dovrebbe bastare questa immagine.. ma se volete andate al link suindicato e leggetevi l'articolo.... nche questa è l'europa che ci attende.

 
 
 

Savona (Consob): “Lo Stato emetta bond perpetui come in guerra”

Post n°4587 pubblicato il 16 Giugno 2020 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 16 Giugno 2020, di Alessandra Caparello

Far ripartire l’economia tricolore dopo l’emergenza sanitaria è l’obiettivo dei bond perpetui proposti dal presidente della Consob Paolo Savona nel suo messaggio al mercato.

I bond perpetui: cosa sono e come funzionano

I bond perpetui sono titoli pubblici senza scadenza, che garantiscono una cedola fissa esentasse, “uno strumento tipico delle fasi belliche, alle quali la vicenda sanitaria è stata sovente paragonata” ha detto Savona.

Le obbligazioni pubbliche irredimibili (consols) potrebbero riconoscere un tasso d’interesse, esonerato fiscalmente, pari al massimo dell’inflazione del 2% che la Bce si è impegnata a non superare nel medio termine. In parallelo, aggiunge, bisogna agevolare la formazione di capitale di rischio in sostituzione dell’indebitamento.

La sottoscrizione di obbligazioni irredimibili, ha precisato Savona, “sarebbe ovviamente volontaria e l’offerta quantitativamente aperta”.

In altri paesi le emissioni di consols sono state seriamente discusse e forme simili attuate, ma nessun esperimento pratico di questo tipo è stato tentato. Se i cittadini italiani non sottoscrivessero questi titoli, concorrerebbero a determinare decisioni che, ignorando gli effetti di lungo periodo di un maggiore indebitamento pubblico, creerebbero le condizioni per una maggiore imposizione fiscale. Emettere titoli irredimibili sarebbe quindi una scelta dai contenuti democratici più significativi perchè, se sottoscritti, limiterebbero i rischi per il futuro del Paese e, di conseguenza, gli oneri sulle generazioni future, quelle già in formazione e quelle che verranno”.

Savona rilancia la criptomoneta pubblica

Il presidente della Consob nel suo messaggio ha anche reiterato la proposta di una “criptomoneta pubblica” con cui “il sistema dei pagamenti si muoverebbe in modo indipendente dalla gestione del risparmio, che affluirebbe interamente sul mercato libero, cessando la simbiosi tra moneta e prodotti finanziari, affidandone la gestione in modo indipendente ai metodi messi a punto dai registri contabili decentrati e dalla Scienza dei dati”.

Alcuni Paesi come la Cina e la Russia, forti di loro autonomi protocolli, intendono realizzarla nell’intento sia di avvantaggiarsene a scopi di riequilibrio geopolitico economico, sia di proteggersi dagli effetti sgraditi, quali la perdita di controllo delle informazioni nazionali, e da quelli graditi, come l’impossessamento di quelle dei paesi concorrenti. Perciò, le relazioni internazionali, invece di convergere verso una soluzione comune, tendono a complicarsi ulteriormente”.

 

 
 
 
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