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Riscaldamento globale, un’estate ‘liquida’ nell’Artico

Post n°4494 pubblicato il 16 Agosto 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ugo Bardi  Ambiente & Veleni - 16 Agosto 2019

 

di Stefano Agustoni*

Provate a immaginare la quantità di acqua contenuta in 200 vasche da bagno e moltiplicate questa cifra per il numero della popolazione mondiale, circa 7,7 miliardi. Ora cercate di visualizzare una superficie pari ad una volta e mezza l’Unione europea, oltre sei milioni di chilometri quadrati. Queste mastodontiche cifre possono far capire meglio, forse, alcune condizioni ambientali inquietanti che stanno connotando la torrida e terribile estate artica del 2019.

L’acqua contenuta in circa 1600 miliardi di vasche da bagno corrisponde grossomodo alla quantità di ghiaccio che la Groenlandia ha perso nelle ultime settimane: con temperature che hanno oltrepassato i 20°C, dallo scorso mese di luglio se ne sono andati in mare circa 250 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Nella sola giornata del 30 luglio la Groenlandia ha perso 12,5 miliardi di tonnellate di ghiaccio, in altri termini s’è riversata in mare una quantità di acqua pari al contenuto di cinque milioni di piscine olimpioniche. La grande isola nordica perde ghiaccio sia attraverso fusione superficiale sia attraverso deflussi di ghiacciai di sbocco.

Questa è l’ennesima estate da fusione accelerante. L’ennesima estate…liquida. Un aspetto relativamente nuovo dei cambiamenti climatici, ben messo in evidenza dalle immagini satellitari raccolte dall’Agenzia spaziale europea e dalla Nasa, è anche l’aumento dei grandi incendi nell’area attorno e oltre il circolo polare artico. Un fenomeno che viene ricondotto all’anomalo ed estremo incremento delle temperature che segna anche questa ennesima estate nordica.
Nell’Artico, infatti, si batte un record climatico dopo l’altro. Per esempio in Siberia la temperatura dello scorso mese di giugno è stata di dieci gradi più calda della media del trentennio 1981-2010. In Alaska a inizio luglio sono stati raggiunti 32 gradi, 13 gradi sopra la media, tre in più del primato precedente. Sul mare di Bering non c’era mai stato così poco ghiaccio e giugno 2019 è stato il più caldo da oltre un secolo. Per quanto concerne estensione totale, volume e spessore della banchisa artica, siamo oggi vicini ai livelli del record negativo del 2012.

L’ondata di calore estremo che ha messo in ginocchio l’Europa nel mese di luglio, s’è infatti spostata nelle regioni artiche, dove le temperature hanno superato di 10-15 gradi quelle normali di stagione, causando, appunto, una fusione glaciale estrema.
E, come detto, vasti incendi. La coltre generata dai moltissimi roghi che stanno infiammando il grande nord – oltre cento quelli fotografati dallo spazio da due mesi a questa parte, dall’Alaska alla Siberia passando per Canada e Groenlandia– ricopre oggi un’area pari a oltre 6 milioni di kmq, la maggior parte dei quali nella sola Siberia.
Stiamo parlando di qualcosa che non ha precedenti: si tratta del numero più alto di incendi in questa regione nordica da 16 anni a questa parte, quando è iniziato un monitoraggio preciso.
Oltre che numerosi, i roghi sono anche persistenti perché intaccano un tipico terreno artico che – come spiegano gli esperti – è particolarmente favorevole alla propagazione e alla persistenza del fuoco.

“A bruciare non è solo il bosco, ma il terreno sottostante, la torba, ‘che può ardere anche per diverse settimane. Contrariamente agli incendi di boschi che si registrano nelle zone temperate, quelli dell’Artico si propagano infatti anche al sottosuolo– afferma il glaciologo ed esperto di Artico Konrad Steffen–, dove si nutrono degli spessi strati di torba. Bruciando in profondità possono durare settimane o addirittura mesi, anziché poche ore o giorni come per la maggior parte degli incendi boschivi alle nostre latitudini. Tutto ciò innesca un circolo vizioso perché vengono rilasciate grandi quantità di CO2, quella generata dalla combustione degli alberi ma anche quella generata dalla torba, una delle più grandi riserve di carbonio organico del mondo. E la CO2 alimenta il riscaldamento”.

Il fumo poi, essendo composto da particolato carbonioso, fuliggine e residui della combustione, provoca un annerimento dei ghiacci artici, che in questo modo assorbono maggior radiazione solare accelerando ulteriormente la loro fusione.
Acqua di fusione e fumi da incendi: due fenomeni allarmanti causati da un riscaldamento che nell’Artico è molto più intenso e rapido rispetto alla media globale, amplificato anche da un numero impressionante di circoli viziosi come quelli descritti sopra.

* Stefano Agustoni è diplomato in geografia e climatologia presso l’Eth di Zurigo docente di scienze della Terra e di geografia ed ecologia del turismo presso la Scuola specializzata superiore del Turismo di Bellinzona – Svizzera

 

 

 
 
 

Argentina, “la sconfitta di Macri figlia delle logiche fallimentari del Fmi”

Post n°4493 pubblicato il 15 Agosto 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 14 Agosto 2019, di Alberto Battaglia

 

La sconfitta del presidente argentino Mauricio Macri alle primarie, in vista delle prossime elezioni del 27 ottobre, è stata in gran parte attribuita alla durezza delle politiche economiche dell’ultimo anno. L’austerità è stata ancora una volta, la contropartita necessaria affinché il Fondo Monetario Internazionale accordasse all’Argentina un prestito da 57 miliardi di dollari – il più grande mai erogato dal Fondo. Prima di questo passo, compiuto lo scorso anno, la presidenza Macri aveva avviato una pericolosa tendenza all’indebitamento (aumentato di 30 punti sul Pil solo fra 2017 e 2018) unita ad una maggiore libertà del tasso di cambio, che ha consentito una svalutazione immediata del 30% nel dicembre 2015 e poi proseguita negli anni successivi. Da quando Macri è entrato in carica il peso argentino ha ceduto oltre l’80% del suo valore. Questo, peraltro, non ha consentito grandi miglioramenti al saldo delle partite correnti argentine fra 2015 e 2018 – e solo nel corso dello scorso anno le cose sono migliorate su questo versante grazie a una durissima dieta di austerità. Nel frattempo, però, il Pil è crollato, con quattro trimestri consecutivi a segno meno (l’ultimo, il primo quarto del 2019, è stato archiviato con un -5,8%).

Secondo Jayati Ghosh, professoressa di economia presso Jawaharlal Nehru University a New Delhi, questo tracollo è un parente stretto di quello visto in Grecia, dopo gli aiuti internazionali che non hanno consentito un vero e proprio default. Gli errori commessi dal Fmi in Grecia sono stati apertamente riconosciuti nel 2013. Ma, secondo quanto scrive Ghosh in un commento pubblicato su Project Syndacate, poco è cambiato nell’atteggiamento del Fmi rispetto ai suoi interventi finanziari sulle economie in crisi.

“In cambio della liquidità del Fmi, l’Argentina ha dovuto attuare enormi tagli, al fine di riequilibrare il suo bilancio primario nel 2019 e ridurre significativamente il suo deficit con l’estero. L’Argentina ha accettato – e l’economia è costantemente peggiorata”, afferma la professoressa, “oggi, l’inflazione sta superando il 55%, il tasso di povertà ha superato il 30% e la produzione e l’occupazione si stanno riducendo. L’Argentina non si avvicina in alcun modo agli obiettivi del Fmi sugli investimenti e sulla crescita del Pil, che sono già stati rivisti due volte. Ulteriori revisioni al ribasso stanno arrivando senza dubbio”.

Uno dei principi di fondo a sostegno della cosiddetta austerità espansiva è che la prudenza nel bilancio pubblico e le privatizzazioni conducano a un brusco aumento degli investimenti esteri verso il Paese in difficoltà, con la possibilità di far ripartire la crescita. “Un’economia in rovina, dovrebbe essere chiaro, non è attraente per il capitale privato”, argomenta Ghosh, citando un ulteriore piano di aiuti Fmi che sarebbe destinato al peggio, quello approvato lo scorso marzo per l’Ecuador. In attesa del ritorno degli investitori esteri, l’Argentina, come prima ancora era toccato alla Grecia, subisce le conseguenze sociali della crisi economica. Lo scenario, adesso, è che peronismo di sinistra possa ritornare al potere diminuendoo ulteriormente l’attrattività del Paese per i capitali esteri.

“Come può l’Fmi giustificare un approccio [verso i prestiti internazionali] con esperienze storiche così scarse?” si interroga l’accademica indiana, “una spiegazione potrebbe essere la mancanza di responsabilità che permea la burocrazia dell’istituzione, fino ai vertici”.

 

 
 
 

Riscaldamento globale, è ‘albedo’ la parola dell’estate

Post n°4492 pubblicato il 13 Agosto 2019 da ninograg1
 

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Martini Ambiente & Veleni - 13 Agosto 2019


L’estate delle brutte sorprese del riscaldamento globale ci ha portato anche una ventata d’esotismo entomologico. Conoscevamo già bene le zanzare tigre, ma ora con le famiglie West Nile e Usutu sono diventate infide, se non mortali. Portano malattie dai nomi altrettanto strani: dengue, chikungunya e zika virus. Ci mancavano solo le vespe samurai ed ecco che sono arrivate, poco prima di ferragosto, indicate dagli esperti come ultima spiaggia per contenere i danni devastanti alle culture ortofrutticole delle cimici asiatiche (halyoforma halys) e di altri parassiti orientali, come la drosophila suzukii: nemmeno i fitofarmaci con nomi da brivido, come il clorpirifos-metile e l’imidacloprid, tossici anche per l’uomo, riescono a fare pulizia come gli antagonisti naturali (le vespe samurai, ovvero il trissolcus japonicus e il t.mitsukurii), della famiglia terribile degli Imenotteri.

Dagli insetti alla storia: c’è stato persino un titolista giocoliere del Sole 24 ore che s’è divertito a mescolare il latino con l’inglese delle nuove espressioni che questa caldissima estate ha portato alla ribalta: “Tutta ‘culpa’ del climate change, così è caduto l’Impero romano”. Sic! Del resto, in pieno agosto ce ne vuole per far digerire ai pur colti lettori del domenicale allegato al quotidiano economico color salmone, un nuovo malloppo di 520 pagine sul destino di Roma, che del resto l’autore, un brillante storico dell’Oklahoma, Kyle Harper, svela chiaramente nel sottotitolo: “Clima, epidemie e fine di un Impero”.

È una fortuna se nel nostro circo mediatico sempre smanioso di novità, soprattutto se ansiogene, la narrazione degli effetti del riscaldamento globale non porta alla ribalta solo esotismi e anglicismi, ma anche antiche parole latine. E forse la più poetica che s’è riaffacciata nell’agenda di giornali e televisioni è “albedo“, che anche in inglese si conserva tale e quale l’originale, tutt’al più dietro a un suffisso “ice”.

Tra gli specialisti l’espressione ricorre dalla seconda metà dell’Ottocento, dopo che un climatologo autodidatta, James Croll, riuscì a formulare una prima teoria delle ere glaciali considerando anche l’effetto che si poteva imputare alla capacità di riflessione della luce da parte del ghiaccio, denominato “ice-albedo”. Già contadino, apprendista in una bottega di ruote, commerciante di tè, albergatore e agente delle assicurazioni, il geniale Croll affinò le sue intuizioni sul nostro albedo lavorando poi come bidello alla biblioteca dell’Anderson’s College dell’Università di Glasgow, e infine come custode delle mappe al servizio geologico scozzese.

Tornando ai giorni nostri, l’albedo entra nell’uso comune dei giornalisti con i primi approfondimenti sullo scioglimento dei ghiacciai alpini, un fenomeno che viene spiegato anche in conseguenza delle polveri da inquinamento e delle sabbie del Sahara che rendono più scuri, e quindi più caldi, gli strati superiori di queste riserve glaciali. L’albedo ha poi preso definitivamente il centro del discorso in seguito a uno degli eventi più tragici di questa estate, gli incendi che si sono portati via un grande patrimonio boschivo artico. Greenpeace ha parlato in prima battuta di qualcosa come tre milioni e 300mila ettari di foreste in fiamme, un’area più grande del Belgio, che avrebbe prodotto una quantità di CO2 in fumo pari a quasi 140 milioni di tonnellate, il doppio per esempio rispetto a quella dell’Austria.

“In un solo giorno, il 31 luglio, si sono sciolti dieci miliardi di tonnellate d’acqua e il 56% dei ghiacciai della Groenlandia si è assottigliato di un millimetro”, riassumeva un inquietante sommario de Il Manifesto, sotto al titolo: “Scioglimento record della calotta polare con gli incendi artici”. Bisogna considerare che non solo queste aree desertico-boschive funzionavano come uno dei più capaci polmoni di raffreddamento della terra, ma a preoccupare gli studiosi è anche la trasformazione di queste piante in fuliggine (il cosiddetto “black carbon“) che si sparge prima di tutto verso le zone artiche del pianeta e diminuisce ancor più l’albedo.

Tutte le foreste, a dire il vero, contribuiscono in modo fondamentale all’indice d’albedo del Pianeta: le tundre della Siberia e della Yakuzia che si sono incendiate lo facevano con percentuali maggiori, ma anche le fasce amazzoniche che Jair Bolsonaro sta lasciando abbattere per fare campi di soia avevano un ruolo notevole nell’equilibrio tra zone di maggiore riflessione e altre di maggiore assorbimento della luce. Che non importi nulla dell’ice-albedo alla stragrande maggioranza dei potenti della Terra è purtroppo arcinoto, ma questo è un triste discorso che non scalfisce il ‘plus’ poetico della parola.

Nella sua singolarità, l’albedo ha conosciuto una certa fortuna anche molto precedentemente allo studio del clima: se ne è cominciato a parlare secoli fa in alchimia, con la maiuscola, Albedo, a indicare la seconda fase della Grande Opera, dopo il nigredo e prima del rubedo, il rossore che accompagna la sublimazione e il compimento, tra fenice e pietra filosofale, nel sogno di trasformare in oro i metalli. Con echi meno esoterici, si può poi ritrovare d’uso comune l’albedo anche in botanica, per definire le parti bianche degli agrumi. Persino curiosando sul versante etimologico l’albedo moltiplica il suo effetto. Siamo nell’ambito dei vocaboli intorno all’alba, che nasce dal latino lux alba, ovvero luce bianca. A dire il vero è ancora incerto e misterioso l’originale remoto del femminile alba, che sarebbe “albus”, termine da cui vengono anche albo e album, intesi da secoli come tavolette appunto bianche da esporre per sovrascriverci gli avvisi pubblici.

Divagando ancora, viene naturale chiedersi quale sia stato il processo per cui ci siamo persi il bianco latino derivante da questo “albus”, per adottare il “blank” germanico: forse, in prima battuta, è stato traslitterato in cognome dai longobardi. Resta da notare che, mentre l’umanità intera si gioca il futuro facendo diminuire l’albedo alla terra, in italiano abbiamo accantonato il precedente “albèdine”: era questa, almeno fino al 1979, stando al grande dizionario di Cortellazzo-Zolli, l’unica e rara ricorrenza nella nostra lingua dell’albedo latino. E adesso, altro che l’eco soave di un’albedine perduta: stiamo per negare alle prossime generazioni anche l’esperienza del gelo nei boschi, un tesoro culturale senza cui non avremmo mai avuto i racconti di Jack London, per citare il primo esempio che viene in mente.

Ma del resto oggi, persino potendo trovare una foresta ancora nella fissità estrema di un inverno glaciale, immersi come siamo nei rumori permanenti delle nostre appendici elettroniche, pochi sarebbero ancor in grado di ascoltare – per dirla con un nostro grande poeta – “l’impercettibile sussurro” dell’albèdine tra gli alberi, “lieta dove non passa l’uomo”.

 
 
 

Cambiamenti climatici, “eventi estremi aumenteranno: così pregiudicata produzione agricola. Effetti maggiori in Africa e Asia”

Post n°4491 pubblicato il 08 Agosto 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 8 Agosto 2019


Sono le conclusioni del rapporto Cambiamento climatico e territorio, redatto dall'Ipcc, il comitato scientifico dell'Onu sul clima: "Ci saranno più guerre e migrazioni. È alto il rischio di desertificazione e incendi anche nel Mediterraneo". Le soluzioni: "Produzione sostenibile di cibo, gestione carbonio organico, conservazione ecosistemi e riduzione deforestazione"

 


Siccità e piogge estreme pregiudicheranno la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. Così i cambiamenti climatici influiranno già dai prossimi anni sull’offerta di cibo e acqua nel mondo, facendo aumentare i prezzi e riducendo le risorse a disposizione dei più poveri. È la previsione contenuta nel nuovo Special Report on Climate Change and Land del comitato scientifico dell’Onu sul clima, l’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) presentato oggi a Ginevra. Lo stesso, per intenderci, che a ottobre 2018 ha lanciato l’allarme globale su ciò che accadrà se non si ridurrà subito l’emissione dei gas serra: già nel 2030 il riscaldamento globale potrebbe superare la soglia di +1,5 gradi Celsius dai livelli pre-industriali con conseguenti devastanti. Il nuovo rapporto (scritto da 107 scienziati di spicco provenienti da 52 paesi di tutto il mondo) si è concentrato, invece, sugli effetti che i cambiamenti climatici avranno sull’offerta alimentare globale. Secondo l’Ipcc a pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, con guerre e migrazioni. Ma anche il Mediterraneo è ad alto rischio di desertificazione e incendi. Basti pensare che la diffusione del dossier arriva nelle stesse ore in cui, dopo l’impegno arrivato in Italia dal Consiglio regionale della Toscana a giugno scorso, l’Emilia-Romagna ha dichiarato emergenza climatica e ambientale con un atto già ufficializzato da una delibera della Giunta.

I dati – Dal rapporto emerge che dal periodo preindustriale la temperatura sulle terre emerse è già aumentata di 1,53 gradi centigradi. La media globale dell’aumento è di 0,87 tenendo conto della variazione di temperatura sopra gli oceani. Più di un quarto della terra del Pianeta è soggetta al “degrado indotto dall’uomo” e la produzione di bioenergia può rappresentare un pericolo consistente per la sicurezza alimentare e la degradazione del suolo. Il rischio, infatti, è quello di privarci di preziosi terreni agricoli, spostando piantagioni e pascoli per il bestiame in aree naturali di grande importanza per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia del clima, come le foreste. Il rapporto dell’Ipcc fornisce anche altri dati, importanti per capire gli squilibri che hanno portato al punto in cui siamo ora. Il 23% delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’attività umana derivano proprio da deforestazione, incendi e agricoltura industriale. Negli ultimi 60 anni il consumo di carne è più che raddoppiato e il suolo è stato convertito a uso agricolo a un ritmo senza precedenti nella storia umana. Così, mentre nel mondo ci sono circa due miliardi di adulti in sovrappeso o obesi, 821 milioni di persone sono denutrite. Questi i dati da cui si è partiti per arrivare a prevedere il prossimo futuro.

Rischi alti anche a 1,5 gradi – L’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima siglato nel 2015 è quello di rimanere con un riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Anche così, secondo gli scienziati dell’Ipcc, sono ‘alti’ i rischi che ci si ritrovi davanti a emergenze come scarsità d’acqua, incendi, instabilità nella fornitura di cibo e degrado del permafrost. Quest’ultimo è un fenomeno che avviene in risposta al riscaldamento della superficie del suolo che, a sua volta, è un effetto dell’aumento della temperatura dell’aria. Nell’ultimo mezzo secolo si sta verificando in molti settori dell’Artico.

Se si arriverà a +2 gradi – Ma il rapporto analizza anche le conseguenze che ci troveremo ad affrontare nell’ipotesi che il cambiamento climatico raggiungerà o supererà i 2 gradi (l’obiettivo minimo di Parigi). In quel caso, infatti, i rischi fin qui elencati vengono considerati ‘molto alti’. “Con l’aumento delle temperature – prevede lo studio – la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi collegati al caldo, comprese le ondate di calore, continueranno a crescere nel 21° secolo”. Aumenteranno quindi la frequenza e l’intensità delle siccità, particolarmente nella regione del Mediterraneo e dell’Africa meridionale, come pure gli eventi piovosi estremi. Si prevede un calo nella sicurezza rispetto alle forniture di cibo proporzionale all’aumento della grandezza e della frequenza degli eventi atmosferici estremi, che spezzeranno la catena alimentare. Se aumenteranno le emissioni di CO2, un’altra conseguenza potrebbe essere quella di un calo della qualità nutritive dei raccolti.

La mappa delle aree più a rischio – Nelle regioni aride, il cambiamento climatico e la desertificazione causeranno riduzioni nella produttività dei raccolti e del bestiame. Le zone tropicali e subtropicali saranno le più vulnerabili. Gli scienziati che hanno lavorato al rapporto prevedono il maggior numero di persone che patiranno direttamente le conseguenze dell’aumento della desertificazione vivono tra Asia e Africa, mentre Nord America, Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale vedranno aumentare il numero di incendi.

L’allarme incendi è già una realtà nelle aree più fredde del pianeta – D’altro canto ciò che è accaduto tra luglio e agosto 2019 è più che un campanello d’allarme. Da giugno decine e decine di incendi si sono sviluppati lungo le coste del mar Glaciale Artico, in Groenlandia, Russia, Canada e Alaska. Oltre 3,2 milioni di ettari di foresta sono andate in fumo in Russia: le regioni più colpite sono quelle di Krasnoyarsk e Irkutsk, in Siberia, e la Yakuzia, nell’estremo nord-est. E se in queste aree del pianeta i roghi sono frequenti tra maggio e ottobre, è pur vero che per intensità e durata quelli di quest’anno non avevano precedenti e hanno rappresentato una concreta minaccia per lo scioglimento dei ghiacci nell’Artide.

Le migrazioni e i conflitti – I cambiamenti climatici portano con sé altri effetti. “Possono amplificare le migrazioni sia all’interno dei paesi che fra un paese e l’altro” sottolineano gli scienziati. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare. D’altro canto già nel 2018 la Banca Mondiale ha pubblicato un report sul tema della migrazione forzata provocata dal cambiamento climatico, stimando che entro il 2050 saranno almeno 143 milioni le persone costrette a spostarsi all’interno del proprio paese per ragioni legate al cambiamento climatico. Di questi 143 milioni, oltre la metà saranno in Africa Sub-sahariana. “Il cambiamento climatico – conferma il rapporto dell’Ipcc – aumenterà gli impatti economici negativi della gestione non sostenibile del territorio”.

Gli strumenti per ridurre le emissioni – Ed è proprio la gestione del territorio, secondo il comitato scientifico dell’Onu sul clima, la chiave per poter trovare una soluzione e allontanare il disastro. Una gestione basata su produzione sostenibile di cibo, gestione sostenibile delle foreste, gestione del carbonio organico nel suolo, conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione, del degrado e della perdita e dello spreco di cibo. Tutte azioni che farebbero ridurre le emissioni di gas serra e, quindi, il riscaldamento globale. Secondo lo studio, alcune misure hanno un impatto immediato, mentre altre richiedono decenni per ottenere risultati. Sono immediatamente efficaci la conservazione degli ecosistemi che catturano grandi quantità di carbonio, “come le paludi, le zone umide, i pascoli, le mangrovie e le foreste”. Nelle grandi aree verdi, piante e alberi catturano l’anidride carbonica dell’atmosfera e la conservano in tronchi e foglie. Questi, in seguito, si decompongono a terra e lasciano la CO2 imprigionata nel terreno (il cosiddetto carbonio organico nel suolo). Misure di lungo periodo sono, invece, forestazione e riforestazione, attività forestali, ripristino di ecosistemi ad alta cattura di carbonio e dei suoli degradati. “Il suolo e la biodiversità stanno soffrendo una pressione enorme a causa dell’aumento della deforestazione in Amazzonia e degli incendi che proprio in questi giorni stanno devastando Siberia e Indonesia” ha commentato Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. Sottolineando che “alla luce del nuovo rapporto Ipcc, i governi dovranno aggiornare e migliorare i propri piani d’azione per mantenere l’innalzamento delle temperature globali sotto il grado e mezzo”.

 
 
 

Tassi di interesse negativi, così si puniscono i risparmiatori invece di premiarli

Post n°4490 pubblicato il 04 Agosto 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta - 4 Agosto 2019 Loretta Napoleoni

Questa settimana la Federal Reserve americana ha tagliato i tassi d’interesse dello 0,25%. Tutti se lo aspettavano ma questo non significa che il ritorno alle politiche monetarie espansionistiche non faccia paura in un momento come questo, quando i tassi negli Stati Uniti sono vicini allo zero e l’economia si dice cresca su base annuale del 3%. Tradizionalmente il tasso d’interesse è lo strumento primario, insieme alla pressione fiscale, per aiutare l’economia a superare periodi recessivi o per combattere l’inflazione. Da più di un decennio, infatti, da quando l’economia mondiale è scivolata sulla buccia di banana dei mutui sub prime, le banche centrali hanno perseguito politiche monetarie espansioniste, con modestissimi risultati però. Alcune hanno addirittura abbassato i tassi al di sotto dello zero, tra queste c’è la Banca Centrale Europea, e le banche centrali dei paesi scandinavi, quella del Giappone e quella della Svizzera.

Il perdurare dei tassi d’interesse negativi e gli scarsi risultati di questa politica hanno scardinato alcuni principi economici, così il risparmiatore invece di essere premiato viene punito. Poiché il denaro non frutta o frutta molto poco gli investitori si sono riversati sui beni immobili e sul mercato azionario, il finanziamento del debito pubblico è diventato sempre più difficile al punto che bisogna creare condizioni ad hoc vantaggiose per le banche affinché lo sottoscrivano (si pensi al meccanismo creato dalla Bce per acquistare titoli di stato dalle banche).

Queste distorsioni possono diventare pericolose qualora perdurino nel tempo. Ed ecco perché dopo più di un decennio economisti e banchieri centrali hanno iniziato a interrogarsi su quali manovre alternative possono essere usate per continuare a sostenere l’economia mantenendo i tassi intorno a zero o anche sotto zero ma evitando gli effetti negativi di questa politica sui risparmiatori. Il problema fondamentale, infatti, sono i risparmiatori, specialmente quelli piccoli e medi. Tra le proposte ventilate c’è l’introduzione di due tassi paralleli, uno per i risparmiatori, positivo, e uno per le banche, intorno a zero o negativo. Il primo genera profitti e il secondo riduce i costi di chi paga mutui e interessi sui prestiti. L’effetto congiunto dovrebbe far aumentare la spesa poiché il reddito disponibile salirebbe. Secondo questo schema la banca centrale per stimolare l’economia e contrastare le spinte recessive può far si che il tasso d’interesse sui depositi rimanga costante o che si alzi mentre quello sui prestiti scende.

Altra proposta interessante proviene dall’esperienza australiana. Durante la crisi del credito del 2007-2008 il governo ha distribuito soldi alla popolazione per evitare un crollo simile a quello avvenuto nel mercato immobiliare americano. Gli assegni inviati hanno evitato la catastrofe, motivo per cui oggi alcuni economisti suggeriscono di fare altrettanto. Non si tratta di lanciare bigliettoni dall’elicottero Bce, ma di sostenere la base della piramide del debito onde evitare che ci crolli addosso.

Dal Giappone arriva una terza alternativa: acquistare con i soldi stampati dalla banca centrale, e quindi attraverso il Quantitative Easing, le azioni detenute dagli investitori. In altre parole liquidare l’investimento che costoro hanno fatto fuori dal sistema bancario a causa dei tassi negativi. Il problema è l’alta concentrazione di investimenti sul mercato azionario. I grossi risparmiatori detengono la maggior parte dei pacchetti azionari e quindi la monetizzazione dei loro portafogli premierebbe principalmente i ricchi piuttosto che i piccoli e medi risparmiatori.

Naturalmente tutte queste proposte per funzionare al massimo hanno bisogno di politiche fiscali diverse da quelle attuali. L’idea che la tassazione debba essere il più possibile piatta per far sì che l’effetto cascata, il celeberrimo trickle down effect, funzioni non sta né in cielo né in terra dal momento che negli ultimi venti anni questo principio ha solo aumentato vertiginosamente le diseguaglianze economiche e prodotto la fuga dei cervelli. In Europa fino a ora soltanto il governo polacco ha concesso l’esenzione fiscale ai giovani laureati che decidono di rientrare in patria. Uscire dalla spirale recessiva è possibile anche con i tassi d’interesse intorno alla zero, o sotto zero, ma per farlo bisogna tassare pesantemente chi si è arricchito grazie alle anomalie economiche degli ultimi decenni, stampare denaro, insomma non basta, è necessario redistribuirlo tutto, non solo quello fresco delle presse.

Sarà interessante vedere come le nuove leadership europee, dalla Commissione fino alla guida della Bce, affronteranno il prossimo autunno il perdurare del clima recessivo, se avranno il coraggio di essere innovative e di lavorare per le masse invece che per le élite.

 
 
 
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NON LASCIAMOCISOLI & CHE

O siamo Capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, O DOBBIAMO lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza,perchè questo blocca il libero Sviluppo dell'intelligenza "
Ernesto Che Guevara
  

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