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Vice, la vera storia del braccio destro di George W. Bush è un film che ti lascia inerme

Post n°4369 pubblicato il 09 Gennaio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Cinema | 7 gennaio 2019 

Ci sono film che, quando esci dalla sala, ti lasciano con la sensazione di averti preso in giro. Il problema sorge quando quello che il film racconta è la realtà, nient’altro che la realtà. A quel punto l’essere stati presi in giro assume una gravità ben diversa. È tutto vero, ti ripeti in testa, perché il film fornisce dati specifici, informazioni accurate e prove di quello che sta raccontando, ed è lì che ti senti doppiamente raggirato, doppiamente incazzato. In quel preciso istante il film ha funzionato, ha raggiunto il suo scopo. È il caso di Vice – L’uomo nell’ombra, il biopic scritto e diretto dal regista premio Oscar (per La grande scommessa) Adam McKay.

Sono dovuti passare oltre 17 anni dall’attentato alle Torri Gemelle perché un prodotto cinematografico parlasse con questa efficacia di tutto quello che accade nel “dietro le quinte” prima e dopo quel fatidico giorno che sconvolse l’America e di lì a poco gli equilibri geopolitici del mondo intero. L’audace e dirompente pellicola ci regala uno sguardo inedito, per niente tenero, sull’ascesa al potere dell’ex vicepresidente Dick Cheney, da stagista del Congresso a uomo più potente del pianeta. Un personaggio che, all’ombra dei grandi Presidenti americani che si sono succeduti nel corso degli ultimi 50 anni, ha saputo influenzare scelte politiche e militari, cambiando di fatto la fisionomia del mondo che conosciamo oggi.

A prestare il volto e il fisico in tutta la sua abbondanza c’è un altro Premio Oscar, Christian Bale, che ha dato nuovamente prova del suo trasformismo maniacale, arrivando a lavorare con un nutrizionista per prendere peso in maniera salutare e con un vocal coach per poter adattare la sua voce il più fedelmente possibile a quella di Cheney. Per il regista non c’erano dubbi, questo ruolo doveva essere affidato a Bale per poter rispecchiare un personaggio così spinoso, e aveva ragione. Ma McKay ha puntato in alto non perdendo di vista le altre figure chiave che ruotano attorno al protagonista, accompagnandolo sul grande schermo con un cast stellare che include Steve Carell, nel ruolo dell’affabile e senza scrupoli Donald Rumsfeld, Amy Adams nei panni di Linney, la determinata moglie di Cheney e il premio Oscar Sam Rockwell, nel ruolo di George W. Bush, anche lui spaventosamente fedele all’originale.

McKay per poter realizzare un film su un personaggio così controverso ha dovuto documentarsi a fondo, non solo su Cheney, ma anche sul concetto allargato di potere. Il risultato è una sceneggiatura che raggiunge un’altissima carica emotiva e allo stesso tempo fornisce una rappresentazione storica accurata, dandoci modo di comprendere come siamo arrivati al momento storico attuale, con quali scelte politiche, mosse da quali interessi specifici, offrendoci una connessione articolata tra il passato, il presente e il probabile futuro che ci aspetta.

Attraversando mezzo secolo, l’ambizioso e spietato viaggio di Cheney da operaio elettrico in Wyoming a (Vice) Presidente degli Stati Uniti, ci regala una visione più chiara del suo percorso, attraverso l’uso sconsiderato del potere istituzionale, infiltrandosi a Washington prima con Nixon, poi come Capo di Gabinetto della Casa Bianca sotto Gerald Ford e, dopo cinque mandati nel Congresso come Segretario alla Difesa per George W. Bush, addirittura come suo Vice, con un inedito controllo sui poteri esecutivi. Senza dimenticare il ruolo chiave ricoperto da Cheney come Ceo della Halliburton, la compagnia petrolifera che dalla guerra in Iraq trasse enormi profitti.

L’intento, magistralmente riuscito, di McKay era quello di raccontare la cronologia storica che ha portato a questa situazione, ed è riuscito a farlo confezionando un film perfetto in tutto, con continue allusioni che al pubblico possono arrivare o meno, non importa, l’obbiettivo è far riflettere. Prima fra tutte la metafora dell’esca, fil rouge dell’intera pellicola. Cheney era un appassionato di pesca con la mosca, uno sport che richiede estrema pazienza e strategia. Lui ha saputo attendere virtuosamente, portando all’amo la sua ricompensa più ambita, tutti noi.

Le manovre politiche di Cheney hanno modificato il panorama geopolitico americano e mondiale in modi che continueranno a riecheggiare per i decenni a venire e questo film è un memorandum per comprendere meglio il futuro verso il quale ci stiamo affacciando.

Cinema | 7 gennaio 2019

 

 

 
 
 

Grecia, altro che successo. Il Paese affonda e Tsipras distribuisce regali

Post n°4368 pubblicato il 07 Gennaio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 6 gennaio 2019 

 

Il debito greco è al 178% del prodotto interno lordo: altro che successo, se si valutassero gli indici economico-finanziari si potrebbe azzardare che un nuovo default è non solo possibile ma anche probabile per la Grecia. Se ne sta accorgendo anche la stampa internazionale che il premier Alexis Tsipras, in vista delle elezioni anticipate (possibili a maggio con le europee), sta iniziando a distribuire prebende e bonus che però inficiano i conti pubblici già azzoppati dalle ruberie ante 2010 e dall’austerità post crisi.

Il nodo è sempre lo stesso: la politica non azzarda una mossa perché studiata, programmata e finalizzata verso un obiettivo di crescita ma solo perché tarata sulle prossime urne, contribuendo a peggiorare lo status quo e illudendo ancora una volta cittadini e imprese. La Grecia è sì ufficialmente uscita dal programma di prestiti della troika (Ue, Fmi e Bce) ma è attesa dalla prova del nove: riuscirà ad autofinanziarsi per “mandare avanti la baracca”? Potrà venire fuori dalla paralisi in cui versa la sua economia, asfittica, gravata oggi da una pressione fiscale record e senza un euro investito in formazione e sviluppo tecnologico?

I super poveri hanno ricevuto un bonus natalizio, inoltre il governo offre contributi per olio combustibile e carburante, per la tassa di proprietà, per il salario minimo, per gli agricoltori. E i tagli alle pensioni previsti per il primo gennaio, almeno fino a oggi non sono stati confermati. In sostanza il governo di Atene fa vedere all’Europa un surplus che nella vita reale di cittadini e imprese semplicemente non c’è, con il rischio di far scattare le clausole di salvaguardia, che tradotto in soldoni vuol dire più tasse per il futuro senza una ripresa vera (oggi altamente improbabile). Ma alla classe dirigente, sciatta e senza visione, ciò non interessa, perché orientata sulla cosiddetta politica dello specchietto retrovisore. Persino l’Albania ha accusato una crescita doppia rispetto alla Grecia, figlia di una programmazione orientata all’ingresso nell’Ue, a favorire l’ingresso di investitori stranieri, all’internazionalizzazione degli atenei, a una nuova infrastrutturazione come aeroporti da far realizzare ex novo a quei player che intendono affacciarsi sul costone Balcanico con un determinato peso specifico.

Il dramma ellenico è tutto in questo grottesco pertugio che si farà (di nuovo) straordinaria voragine: e investe, quindi, la futura infrastrutturazione dell’Ue.  Non solo debiti alle stelle, prestiti in rosso, sofferenze bancarie diversificate, tessuto imprenditoriale ormai inesistente: ma buio pesto tanto sul presente quanto sul futuro. Certo, alla Grecia resta il turismo. Ma quanto è stolto quel marinaio che, anziché puntare al mare aperto in cerca di nuove terre, si accontenta del suo piccolo ruscello. Che finisce per prosciugarsi.

Twitter @FDepalo

 

 

 

 
 
 

Vi dico che cosa penso della manovra modificata. L’articolo del ministro Savona

Post n°4367 pubblicato il 23 Dicembre 2018 da ninograg1
 

Fonte: startmag

di


“Ripristinare la supremazia della politica sulle soluzioni tecniche è il compito che ci attende in Italia e in Europa. Se si accetta l’opposto, la situazione può sfuggire di mano”. L’articolo del ministro degli Affari europei, Paolo Savona

 

La politica si nutre di realismo e l’accordo raggiunto con la Commissione europea porta chiara questa impronta; ma una politica che non sia ispirata da una politeia, una forma condivisa di organizzazione del bene comune, non ha lunga vita. In assenza di una istituzione monetaria dotata di poteri e volontà di svolgere le funzioni di lender of last resort contro la speculazione – protezione che in questi mesi ho insistentemente cercato – la realtà ha fatto premio sulle esigenze del Paese, che erano e restano quelle di garantire una crescita capace di ridurre la disoccupazione e la povertà e impedire il regresso del benessere dei cittadini.

Il governo ha retto nel difendere il minimo necessario per riaprire l’offerta di lavoro, soprattutto ai giovani, e combattere la povertà, mentre l’Unione europea non ha mostrato d’essere sensibile al primo anello di questa ineludibile catena di relazioni; la parola crescita appare solo nel dato statistico che indica una diminuzione del Pil preventivato dall’1,5 all’1%, fermo sui valori del 2018. Dati i vincoli, con la trattativa nulla di più si poteva ottenere, ma già questo dato richiede che l’azione di governo si concentri sul duplice obiettivo di riavviare gli investimenti, che restano lo strumento indispensabile per ostacolare la congiuntura negativa e non aggravare i ritardi di crescita accumulati, e di definire una politeia che restituisca prospettive di crescita all’Italia e di stabilità all’Unione europea.

I due obiettivi sono complementari ed è perciò che gli investimenti aggiuntivi non possono se non essere privati, salvo raggiungere uno specifico accordo europeo che escluda quelli pubblici dai parametri fiscali o rilanci la domanda aggregata a livello comunitario, mobilitando gli ingenti surplus di bilancia estera esistenti.

Una valutazione cautelativa suggerisce che nel corso del 2019 gli investimenti in Italia non possano essere inferiori all’1% del Pil, se si vuole raggiungere la crescita reale prevista; meglio se si raggiunge il 2%, se si vuole mettere il Paese in sicurezza dagli attacchi speculativi. Infatti la crescita del primo semestre sarà prossima a zero e gli effetti provenienti dai maggiori investimenti potrebbero ragionevolmente esplicarsi solo nel secondo semestre. Così facendo il rapporto debito pubblico/Pil, quello che maggiormente preoccupa i mercati e la stessa Commissione europea, riuscirebbe a mantenersi sia pure lievemente su una linea discendente nella prima ipotesi e ridursi ancor più nella seconda; se non accadesse, il quadro di riferimento della politica economica del Governo cambierebbe, per giunta in un contesto europeo di difficoltà decisionali (dalle elezioni al rinnovo dei principali incarichi).

La riunione tenutasi a Palazzo Chigi poche settimane orsono con le principali aziende partecipate dallo Stato e le informazioni di seguito raccolte consentono di affermare che esistono programmi di investimento di importo superiore a quello indispensabile per mettere in sicurezza dalle circostanze avverse la nostra crescita e la finanza pubblica. Il nuovo vertice della Cassa Depositi e Prestiti ha annunciato che le previsioni riguardanti le sue partecipate e i suoi stessi investimenti indicano possibile raggiungere i 200 miliardi di euro per il triennio 2019-2021. Queste iniziative, tuttavia, richiedono che vengano sbloccati piccoli o grandi intoppi che si frappongono alla loro realizzazione che, per alcuni aspetti, sono comuni agli investimenti pubblici ma, per altri, presentano specificità che vanno tenute in prioritaria considerazione nelle scelte del governo e del Parlamento. A tal fine si avverte la necessità di un Commissario ad acta.

La cintura di sicurezza che l’Italia sarà in condizione di attuare con le sue forze non basterà per portare il Paese fuori dalla crisi iniziata nel 2008. L’Ue deve sbloccare i vincoli che pone all’uso degli strumenti di politica economica ampliando i contenuti della sua funzione di utilità basata sulla stabilità, assegnando un peso anche alla crescita, dotandola di strumenti adeguati. Questa esigenza non è solo frutto di una visione positiva del futuro dell’Unione, ma delle divergenze di benessere socio-economico ereditate e di quelle frutto delle sue stesse istituzioni e delle politiche seguite. La necessità di una siffatta integrazione è attualmente molto sentita, tanto da indurre leader politici e opinionisti a chiedere con sempre maggiore insistenza non solo le riforme per i paesi membri, ma per la stessa Unione. Il presidente della Bce Draghi, nel discorso pronunciato recentemente a Pisa, ha dichiarato che l’Unione Monetaria è “incompleta”.

Non è un mistero che la divergenza tra le diverse concezioni dell’Ue è nei contenuti da dare all’incompletezza da rimuovere. Perciò ho chiesto a nome del governo di discuterne nell’ambito europeo di un Gruppo ad alto livello che analizzi la problematica; salvo eccezioni, si è finora fatto finta di non capire che l’invito rivolto era quello di interrompere la stretta relazione, indegna della convivenza democratica, tra la componente speculativa del mercato finanziario e le politiche scelte dai governi e parlamenti; l’Unione utilizza questa relazione per costringere i Paesi membri a seguire riforme che considera “risolutive” delle divergenze, che la realtà ancor prima della logica economica non ha asseverato, come dimostra il peggioramento della distribuzione del reddito intraeuropeo che mina l’intera costruzione comunitaria.

La messa in sicurezza dalla speculazione dei debiti sovrani da parte delle autorità europee rientra tra i doveri di sussidiarietà nascenti dai Trattati. Essa richiede una collaborazione con gli Stati membri che patiscono questa situazione, rinunciando tuttavia all’idea che questa sicurezza possa essere raggiunta perseguendo per decenni politiche deflazionistiche. Si possono individuare tecniche che consentono di farlo, evitando che i debiti di un Paese vengano messi a carico degli altri.

La soluzione del problema investe anche il tema continuamente invocato della protezione del risparmio che non si ottiene solo con norme adatte, ma diffondendo fiducia in chi possiede obbligazioni. A furia di insistere a livello ufficiale che esiste un problema di debito pubblico invece di indicare una soluzione – un cattivo vizio che si è molto diffuso – si è minata questa fiducia. Per chi ha investito i risparmi in titoli di Stato, questi sono ricchezza e la fondatezza di questo convincimento dipende anche dalla qualità della politica; ripristinare la supremazia della politica sulle soluzioni tecniche è il compito che ci attende in Italia e in Europa. Se si accetta l’opposto, la situazione può sfuggire di mano.

 

(articolo pubblicato da Milano Finanza)

 

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BUONE FESTE!

CI RISENTIAMO L'8 GENNAIO


 
 
 

Manovra: malumori nel governo. Pesa mina dell’IVA

Post n°4366 pubblicato il 20 Dicembre 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 20 dicembre 2018, di Alessandra Caparello

 

Aria di tempesta all’interno del governo. A fiutare malumori l’ex premier Silvio Berlusconi che, come rivela oggi l’Agi, avrebbe riunito i suoi confidandogli i suoi piani.

Ci mancano 6-8 voti al Senato e sarà ribaltone, stiamo portando avanti i contatti con i 5 stelle responsabili, presto ci saranno delle novità.

Berlusconi è convinto che l’esecutivo cadrà entro gennaio. Non c’è alcuna nuvola all’orizzonte per il governo. Così il vicepremier Luigi Di Maio risponde a chi sottolinea come l’impegno sulla manovra, culminato con la decisione da parte della Commissione europea di non procedere ad aprire alcuna infrazione, abbia minato la coalizione Lega-Cinque Stelle. Il vicepremier Luigi Di Maio ha sottolineato che il governo continuerà il suo programma di riforme e che inizierà a lavorare, a gennaio, per tagliare il numero di parlamentari.

Sia Di Maio che Salvini ieri hanno espresso molta soddisfazione sull’esito della trattativa con Bruxelles che per il momento evita di aprire una procedura di infrazione contro il nostro paese.

Desidero esprimere un sentito ringraziamento a tutti voi, di maggioranza e di opposizione, per la comprensione di questi giorni durante i quali l’iter della manovra ha proceduto con lentezza scontando ritardo con tempi previsti. Rinvii non causati da incertezze interne al governo: il rallentamento è stata l’inevitabile compressione a causa complessa interlocuzione con l’Ue alla quale abbiamo dedicato le nostre più risolute energie e impegno”.

Così il premier Giuseppe Conte riferendo in Parlamento.

“In queste settimane abbiamo lavorato per avvicinare le posizioni senza mai arretrare rispetto agli obiettivi che ci hanno dato gli italiani con il voto del 4 marzo  (…) Non abbiamo ceduto sui contenuti della manovra”.

Il premier si riferisce ai due cavalli di battaglia fatti da Lega e Cinque Stelle durante la campagna elettorale, ossia quota 100 e reddito di cittadinanza ma a ben vedere per soddisfare le promesse elettorali si introducono tagli e nuovi balzelli. A preoccupare maggiormente l’aumento Iva per il 2020 e il 2021. Nella sostanza l’aliquota ridotta del 10% passerebbe dal 2020 al 13% mentre l’aliquota al 22% passerebbe nel 2020 al 25,2% e nel 2021 al 26,5%.A conti fatti il prezzo pagato dal governo giallo-verde è di 4,6 miliardi di euro per il rinvio e la rimodulazione del reddito di cittadinanza e di quota 100 sulle pensioni a cui si aggiungono 4,2 miliardi di tagli agli investimenti e 450 milioni per l’aumento delle tasse su scommesse e gioco d’azzardo.

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per un quadro più chiaro sulle singole materie (con annessa lettera del Governo alla Commissione Europea) leggete quest'articolo su Il Fatto Quotidiano con quest'articolo:

Manovra, tutte le modifiche: dalle clausole di salvaguardia Iva ai 577 milioni di risparmi sulle pensioni alte


 

 
 
 

Economist elegge il “Paese dell’anno” per il 2018

Post n°4365 pubblicato il 19 Dicembre 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 19 dicembre 2018, di Alberto Battaglia

 

La storia più recente ha mostrato che essere incoronati dall’Economist come “Paese dell’anno”, un riconoscimento assegnato alla nazione che ha visto il maggior progresso economico o sociale, può anche portare sfortuna. L’anno scorso le lodi andarono alla Francia, premiata per aver respinto il populismo di Marine Le Pen ed eletto il potenziale “salvatore d’Europa”, Emmanuel Macron. Un anno dopo l’alloro della rivista britannica, i gilet gialli hanno segnato il punto più basso del declino che il presidente francese ha riscontrato molto presto nei consensi. In una certa misura, il populismo può perdere alle elezioni, ma ciò, di per sé, non cancella le condizioni economico-sociali che lo alimentano. E Macron, dal canto suo non ha dato risposte sufficienti a quella realtà.

 
Ancor più drammatici si sono rivelati gli sviluppi per il vincitore del 2015, la Birmania, che non molti mesi più tardi ha attirato l’attenzione di tutto il mondo per i, genocidio dei Rohingya, fuggiti in massa (si parla di almeno 720mila persone) verso il vicino Bangladesh. Una definizione, quella del genocidio, che non è arbitraria, bensì quella riconosciuta dal Tribunale internazionale permanente dei popoli.

 

Quest’anno l’Economist ha accarezzato l’idea di eleggere il proprio Paese, il Regno Unito, per offrire un monito sul fatto che rovinare politicamente una nazione è un compito dannatamente facile. “Persino un paese ricco, pacifico e apparentemente stabile può incendiare distrattamente le sue disposizioni costituzionali senza alcun serio piano su come sostituirle”, ha scritto il newspaper sul caso Brexit. Nonostante questo, il miglior esempio di progresso nel 2018 non proviene da Londra, ma da un Paese assai più piccolo e dalla storia travagliata l’Armenia. Un esempio, scrive l’Economist, di come in  rari casi anche le autocrazie possano svanire pacificamente.

 

“Il presidente, Serzh Sargsyan, ha cercato eludere i limiti di tempo del mandato trasformandosi in un primo ministro esecutivo. Le strade sono scoppiate in segno di protesta”, ha sintetizzato la rivista, “Nikol Pashinyan, un ex giornalista carismatico e barbuto, è stato trascinato al potere, legalmente e correttamente, in un’ondata di repulsione contro la corruzione e l’incompetenza”. Ed è così che un sostenitore di Putin, chiosa il giornale, è stato espulso senza che nessuno si sia fatto male. Non resta che sperare che, questa volta, alle lodi non seguano inaspettate sfortune.

 

 
 
 

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