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Tassi di interesse negativi, così si puniscono i risparmiatori invece di premiarli

Post n°4490 pubblicato il 04 Agosto 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta - 4 Agosto 2019 Loretta Napoleoni

Questa settimana la Federal Reserve americana ha tagliato i tassi d’interesse dello 0,25%. Tutti se lo aspettavano ma questo non significa che il ritorno alle politiche monetarie espansionistiche non faccia paura in un momento come questo, quando i tassi negli Stati Uniti sono vicini allo zero e l’economia si dice cresca su base annuale del 3%. Tradizionalmente il tasso d’interesse è lo strumento primario, insieme alla pressione fiscale, per aiutare l’economia a superare periodi recessivi o per combattere l’inflazione. Da più di un decennio, infatti, da quando l’economia mondiale è scivolata sulla buccia di banana dei mutui sub prime, le banche centrali hanno perseguito politiche monetarie espansioniste, con modestissimi risultati però. Alcune hanno addirittura abbassato i tassi al di sotto dello zero, tra queste c’è la Banca Centrale Europea, e le banche centrali dei paesi scandinavi, quella del Giappone e quella della Svizzera.

Il perdurare dei tassi d’interesse negativi e gli scarsi risultati di questa politica hanno scardinato alcuni principi economici, così il risparmiatore invece di essere premiato viene punito. Poiché il denaro non frutta o frutta molto poco gli investitori si sono riversati sui beni immobili e sul mercato azionario, il finanziamento del debito pubblico è diventato sempre più difficile al punto che bisogna creare condizioni ad hoc vantaggiose per le banche affinché lo sottoscrivano (si pensi al meccanismo creato dalla Bce per acquistare titoli di stato dalle banche).

Queste distorsioni possono diventare pericolose qualora perdurino nel tempo. Ed ecco perché dopo più di un decennio economisti e banchieri centrali hanno iniziato a interrogarsi su quali manovre alternative possono essere usate per continuare a sostenere l’economia mantenendo i tassi intorno a zero o anche sotto zero ma evitando gli effetti negativi di questa politica sui risparmiatori. Il problema fondamentale, infatti, sono i risparmiatori, specialmente quelli piccoli e medi. Tra le proposte ventilate c’è l’introduzione di due tassi paralleli, uno per i risparmiatori, positivo, e uno per le banche, intorno a zero o negativo. Il primo genera profitti e il secondo riduce i costi di chi paga mutui e interessi sui prestiti. L’effetto congiunto dovrebbe far aumentare la spesa poiché il reddito disponibile salirebbe. Secondo questo schema la banca centrale per stimolare l’economia e contrastare le spinte recessive può far si che il tasso d’interesse sui depositi rimanga costante o che si alzi mentre quello sui prestiti scende.

Altra proposta interessante proviene dall’esperienza australiana. Durante la crisi del credito del 2007-2008 il governo ha distribuito soldi alla popolazione per evitare un crollo simile a quello avvenuto nel mercato immobiliare americano. Gli assegni inviati hanno evitato la catastrofe, motivo per cui oggi alcuni economisti suggeriscono di fare altrettanto. Non si tratta di lanciare bigliettoni dall’elicottero Bce, ma di sostenere la base della piramide del debito onde evitare che ci crolli addosso.

Dal Giappone arriva una terza alternativa: acquistare con i soldi stampati dalla banca centrale, e quindi attraverso il Quantitative Easing, le azioni detenute dagli investitori. In altre parole liquidare l’investimento che costoro hanno fatto fuori dal sistema bancario a causa dei tassi negativi. Il problema è l’alta concentrazione di investimenti sul mercato azionario. I grossi risparmiatori detengono la maggior parte dei pacchetti azionari e quindi la monetizzazione dei loro portafogli premierebbe principalmente i ricchi piuttosto che i piccoli e medi risparmiatori.

Naturalmente tutte queste proposte per funzionare al massimo hanno bisogno di politiche fiscali diverse da quelle attuali. L’idea che la tassazione debba essere il più possibile piatta per far sì che l’effetto cascata, il celeberrimo trickle down effect, funzioni non sta né in cielo né in terra dal momento che negli ultimi venti anni questo principio ha solo aumentato vertiginosamente le diseguaglianze economiche e prodotto la fuga dei cervelli. In Europa fino a ora soltanto il governo polacco ha concesso l’esenzione fiscale ai giovani laureati che decidono di rientrare in patria. Uscire dalla spirale recessiva è possibile anche con i tassi d’interesse intorno alla zero, o sotto zero, ma per farlo bisogna tassare pesantemente chi si è arricchito grazie alle anomalie economiche degli ultimi decenni, stampare denaro, insomma non basta, è necessario redistribuirlo tutto, non solo quello fresco delle presse.

Sarà interessante vedere come le nuove leadership europee, dalla Commissione fino alla guida della Bce, affronteranno il prossimo autunno il perdurare del clima recessivo, se avranno il coraggio di essere innovative e di lavorare per le masse invece che per le élite.

 
 
 

Il Sud rallenta ancora, ma i motivi non sono quelli che ci dicono. I luoghi comuni invece continuano a crescere

Post n°4489 pubblicato il 02 Agosto 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 1 Agosto 2019 Alessandro Cannavale

Il Mezzogiorno rallenta ancora. Il Paese non se la cava neanche bene. Le emergenze vere del Sud non sono affatto quelle che animano il dibattito politico ormai da anni (immigrati e altro). Questo e altro dicono le anticipazioni del Rapporto Svimez 2019, presentate oggi dal direttore Luca Bianchi e dal presidente Adriano Giannola, a Roma.

Nel 2018 il Pil del Sud, secondo i dati Svimez, sarebbe cresciuto soltanto dello 0,6%, a fronte dello 0,9% dal Centro-Nord. Il divario tra le due aree del paese si sovrappone a quello, altrettanto preoccupante, tra l’Italia e l’Unione Europea. Si fa osservare che il rallentamento della crescita del Sud, dal 2018, si deve a un indebolimento della domanda interna, coerente col calo di capacità di spesa delle famiglie, oltre alla dinamica “divaricante della spesa pubblica tra Sud e Centro-Nord, anche contrariamente alla vulgata”, che vedrebbe nel Sud, ancora oggi e a torto, il luogo naturale della spesa.

Un dato che appare sorprendente, vista la propaganda politica costruita su questo luogo comune; dato peraltro confermato nel medio periodo, secondo Svimez, visto che negli ultimi dieci anni la spesa pubblica ha segnato una riduzione del -8,6% nel Sud ma è cresciuta del +1,4% nel Centro-Nord.

Tassi di crescita annuali e cumulati del Pil in termini reali (%) (Fonte Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)

Dalla metà del 2018 il trend occupazionale ha subito un calo rilevante nel Sud (-107mila), invertendo un trend consolidato di lenta crescita costante dal 2014. Nel Centro-Nord la crescita è bassa, ma resta una crescita (+48mila).

Andamento congiunturale degli occupati nel periodo T4_2008-T1_2019 nel Centro-Nord, nel Mezzogiorno (dati destagionalizzati T4 2008 =100) (Fonte Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)

Peraltro, sotto il profilo qualitativo, l’occupazione al Sud vede calare il numero di contratti a tempo indeterminato, con una dinamica molto evidente nei grafici riportati nelle anticipazioni Svimez. Aumentano, invece, i contratti a tempo determinato. Al Sud aumenta anche il part-time involontario, conseguente alla necessità delle imprese di ridurre la spesa per il lavoro.

Andamento congiunturale dei dipendenti nel periodo T4_2008-T1_2019 nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno per tipologia di contratto (dati destagionalizzati T4 2008 =100) (Fonte Anticipazioni del Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)

Svimez ha previsto, con specifici modelli, l’effetto negativo conseguente al possibile aumento dell’Iva nel 2020 (23 miliardi di euro): essa è un’imposta intrinsecamente “regressiva”, il cui impatto sarebbe maggiore nel Sud che, essendo caratterizzato da minori redditi, ne risentirebbe di più in termini di capacità di spesa e di aumento dei costi dei beni.

Sotto il profilo sociale, si conferma un’emergenza “emigrazione”, con flussi di uscita dal Mezzogiorno di circa 130mila persone, a fronte di 63mila rientri (nel solo 2017). Giovani e laureati, soprattutto. Si parla di 2 milioni di persone negli ultimi 15 anni. Di cui un milione sotto i 35 anni e 200mila circa i laureati. Solo 400mila i giovani rientrati nello stesso periodo.

Gli immigrati dall’estero che arrivano al Sud sono di gran lunga inferiori. Come prevedibile, il Sud non ha attrattività e perde popolazione con una concentrazione alta nei piccoli Comuni: un dato che riguarda perlopiù i comuni di collina e di montagna, con popolazione inferiore ai 5mila abitanti. Questi hanno perso, negli ultimi 15 anni, circa 250mila residenti. Questo dato segna l’ulteriore emergenza nazionale: la debolezza demografica delle cosiddette “aree interne”.

La dotazione infrastrutturale e la qualità dei servizi continuano a evidenziare un divario gravissimo tra Sud e Centro-Nord. Il numero delle corse giornaliere, soprattutto ad Alta Velocità, denuncia un dato gravissimo: il Sud ne è escluso in modo impressionante, senza bisogno di ulteriori commenti rispetto alla figura riportata sotto.

Servizi ferroviari (linee e corse giornaliere) ad Alta Velocità (AV) (Fonte Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)

Altrettanto grave l’accelerazione dei divari nelle “infrastrutture sociali”: il Rapporto cita il divario nel numero posti letto nelle strutture residenziali e l’assistenza integrata domiciliare dei servizi sanitari (i rapporti sono di circa un quarto tra Sud e Centro-Nord). Non cambia molto, quando si passa all’edilizia scolastica e relativi servizi offerti. Fa ben sperare la crescita delle start-up al Sud, che conferma l’esigenza di innovazione e la presenza di energie positive. Per Bianchi occorre un nuovo piano di investimenti, coi suoi positivi effetti moltiplicativi, di cui si è più volte discusso in passato: è stato ribadito che un euro al Sud produrrebbe circa 1,80 euro in termini di Pil.

Occorre, senz’altro, una nuova visione del rapporto Nord-Sud, che non strizzi l’occhio a rivendicazionismi miopi, cercando soluzioni che non siano “per parti”. Nella stessa occasione, Adriano Giannola ha sottolineato che la “terapia” del disimpegno degli investimenti nel Sud ha impoverito, finora, tutto il paese. Ha fatto notare che due regioni ad alto contenuto di capitale sociale, come Marche e Umbria, rischiano di entrare nel novero delle regioni del “Mezzogiorno”, in termini di figure di merito, dando “un segnale di estremo allarme per il Paese”, ulteriore evidenza di un problema strutturale che riguarda tutta l’Italia. L’idea di un Nord “contoterzista della Germania” costituirebbe, secondo Giannola, un’illusione pericolosa e inevitabilmente deludente. E l’austerità sarebbe stata pagata prevalentemente dal Sud, avendo minor disponibilità di risorse, con ripercussioni sul Nord.

Oltre questo, è stato fatto osservare che, coi numeri attuali, l’Italia recupererà le performance del 2007 (pre-crisi) soltanto nel 2025 nel Centro-Nord e nel 2030 nel Sud. Secondo Giannola, gli interventi sociali non possono essere risolutivi dei problemi strutturali del paese. Al contempo, il Sud non deve più permettersi di perdere prezioso capitale umano.

Giannola ha concluso sottolineando l’esigenza di un ragionamento sull’Italia, eliminando sentenze e luoghi comuni sul Sud che, cialtronescamente, non tengono conto del fatto che “grazie al meccanismo della spesa storica, le risorse nel complesso da dieci anni sono redistribuite con un costante flusso in eccesso di miliardi di euro dal Sud verso il Nord”.

 

 
 
 

Clima, il summit di New York ha un’agenda nobile. Ma la realtà è molto diversa

Post n°4488 pubblicato il 01 Agosto 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Marco Iane Ambiente & Veleni - 1 Agosto 2019

 

Il prossimo 23 settembre, a New York, si terrà un importante evento, dove le Nazioni Unite si riuniranno per fare il punto della situazione sullo stato dei cambiamenti climatici e su alcuni temi programmatici da sviluppare per tentare di limitare l’impatto antropico sull’evoluzione di tali cambiamenti. In questo summit, condensato in una sola giornata e qui mi pare davvero che il tempo a disposizione sia davvero pochino, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres porrà in risalto alcuni temi fondamentali per uno sviluppo sostenibile, sollecitando le nazioni ad implementare gli sforzi per una conversione economica verso la sostenibilità ambientale.

I want to hear about how we are going to stop the increase in emissions by 2020, and dramatically reduce emissions to reach net-zero emissions by mid-century: questa la dichiarazione del segretario generale dell’Onu, che ascolterà come i paesi intendano applicare quanto concordato nella convenzione di Parigi, la famosa Cop21. Un’agenda che intende dettare alcuni passaggi importanti per raggiungere l’obiettivo di rientrare in armonia con la nostra madre Terra, qui riassunta:

Finanza: muovere risorse pubbliche e private per guidare la decarbonizzazione in tutti i settori principali;

Transizione energetica: accelerare il passaggio dalle energie fossili a quelle rinnovabili, passando dall’efficientamento energetico;

Trasformazione del mondo industriale: con lo sviluppo sostenibile delle industrie petrolifere e del gas, dell’acciaio, cemento, chimiche e information technology;

Soluzioni naturali e sostenibili: riduzione delle emissioni e sviluppo di un’economia che valorizzi la biodiversità e l’agricoltura biologica; sviluppo di città che attuino azioni localizzate, rispettose degli intenti dettati dalle necessità impellenti di ridurre l’impatto antropico sul clima.

Un’agenda interessante che, però, contrasta molto con le realtà politiche di molte nazioni, che sono ancora orientate a mantenere e sviluppare economie basate sul fossil fuel e su dinamiche progettuali che mantengono l’attuale situazione, anzi addirittura aggravandola. Penso proprio agli Usa, che ospitano il meeting e sono guidati da un presidente che rappresenta il massimo esponente del negazionismo dei cambiamenti climatici in corso. Come farà un’agenda con tali nobili intenzioni a trovare applicazione in un programma politico che va proprio nella direzione opposta?

Se, poi, scendiamo a livelli molto più vicini a noi, penso alla mia città , che pure ha delle proposte progettuali sostenibili, con numerosi interventi sul risparmio energetico e, poi, invece, approva la realizzazione di un bacino di raccolta acqua per innevamento artificiale, su una montagna “alta” 1600 metri, dove lo zero termico si alza di anno in anno e, quindi, anche innevare artificialmente sarà semplicemente assurdo. Ecco: quando dal basso, cioè da dove deve necessariamente partire la vera rivoluzione economica per un’economia sostenibile, si continua a procedere con i vecchi sistemi, qui cadono tutte le credibilità di agende programmatiche nobili e di ampio respiro.

Intanto, i giovani protestano e ci accuseranno di aver lasciato loro un mondo devastato che spinge l’umanità all’estinzione. Forse, la piccola ma grande Greta Thunberg ci richiama alla coerenza e lo fa anche con gesti significativi importanti.

Per cambiare è necessario, però, lottare per far crescere progetti sostenibili e tentare di fermare quelli in antitesi con l’agenda nobile. Per esempio, la petizione per fermare lo scempio sul monte Bondone.

 


 
 
 

Sanders e Warren, fronte comune contro i moderati

Post n°4487 pubblicato il 31 Luglio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 31 Luglio 2019, di Mariangela Tessa

 

Entra nel vivo il dibattito politico negli Stati Uniti, in vista delle elezioni presidenziali Usa 2020. Ieri sera a tenere banco il duello tra i due candidati democratici Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, che si impongono nel secondo dibattito democratico tenutosi al teatro Fox di Detroit.

Deludendo chi si aspettava uno scontro, i due candidati hanno fatto fronte comune: incisivi e precisi, hanno difeso politiche progressiste, mentre i rivali più moderati hanno criticato le loro proposte come irrealistiche e insostenibili.

Tra gli altri candidati, Pete Buttigieg pur non brillando si dimostra disinvolto. Delude invece ancora una volta Beto O’Rourke. Si fa notare invece Marianne Williamson che, pur parlando per pochi minuti, incassa applausi quando chiamata in causa sul razzismo.

Sanders e Warren si battono a spada tratta anche per i loro simili piani per la sanità, tema che ha aperto il dibattito e sui i toni sono saliti immediatamente mostrando differenze nella varie ricette proposte.

Fronte compatto i democratici lo mostrano nel condannare le politiche sull’immigrazione di Donald Trump e il suo razzismo.

 “Dobbiamo chiamare la supremazia bianca con il suo nome, terrorismo interno” ha detto secca Warren.

L’attesa sale ora per il dibattito di stasera, dopo il quale si inizieranno a tirare le somme e, probabilmente, si sfoltirà il campo dei candidati. Per guadagnare l’accesso al dibattito di settembre i requisiti fissati sono più stringenti e per ora li centrano solo in sette. Per coloro che perdono l’occasione di imporsi nel secondo dibattito la partita per la Casa Bianca potrebbe essere chiusa.

A poche ore dal secondo dibattito tv tra i candidati presidenziali democratici, intanto, secondo un sondaggio della Quinnpiac University, Joe Biden stacca tutti risalendo dal 22% in cui era caduto dopo il primo confronto al 34%, .

Balza al secondo posto la senatrice Elizabeth Warren, che guadagna un punto: dal 14% al 15%. Scende alla terza posizione quasi dimezzando la percentuale la senatrice Kamala Harris, scivolando dal 20% al 12%. Segue il collega Bernie Sanders, che cala all’11% (dal 13%). In lieve crescita il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, dal 4% al 6%, e l’ex deputato texano Beto O’Rourke (dall’1% al 2%).

 

 
 
 

Spiagge, in Italia meno di metà sono libere. E gli stabilimenti più remunerativi continuano a pagare canoni bassissimi

Post n°4486 pubblicato il 29 Luglio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 29 Luglio 2019

Il Rapporto 2019 di Legambiente evidenzia luci e ombre. Quasi il 10% delle coste è interdetto alla balneazione per inquinamento e ci sono situazioni di illegalità: a Ostia o di Pozzuoli "muri e barriere impediscono addirittura di vedere il mare". Non mancano però gli esempi virtuosi di stabilimenti green e plastic free. E in Puglia da tredici anni la legge prevede che il 60% delle spiagge sia ad accesso libero

In Italia la percentuale di spiaggia libera è inferiore al 50% delle coste sabbiose ed è sempre più spesso una spiaggia di serie b, vicino a foci dei fiumi, fossi o fognature dove la balneazione è vietata. E nel nostro Paese quasi il 10 per cento delle coste è interdetto alla balneazione per inquinamento. A ciò va aggiunto l’impatto di cambiamenti climatici, erosione cementificazione selvaggia, ma anche i problemi legati ad accessibilità negata e concessioni senza controlli. In Liguria ed Emilia Romagna solo il 30 per cento del litorale è ‘free’, ma è pur vero che dal nord al sud della Penisola è boom degli stabilimenti green e sostenibili. Questa la fotografia scattata da Legambiente nel dossier ‘Spiagge 2019’, con dati e storie sulle spiagge libere e sul mondo delle concessioni balneari tra esempi virtuosi e diritti negati. “L’errore che non va commesso – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente – è quello di continuare ad affrontare gli argomenti separatamente, inseguendo la cronaca nel periodo estivo dei danni da cicloni o erosione, di spiagge libere e in concessione (con le polemiche sui canoni e sulla famigerata Direttiva Bolkestein), dell’inquinamento dei tratti di costa. Il paradosso, da cui dobbiamo assolutamente uscire, è che nel nostro Paese nessuno si occupa di coste”.

LE SPIAGGE LIBERE, UN MIRAGGIO – In Italia sono 52.619 le concessioni demaniali marittime, di cui 11.104 per stabilimenti balneari, 1.231 per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, mentre le restanti riguardano altri utilizzi. Le sole concessioni relative a stabilimenti e campeggi superano il 42% di occupazione delle spiagge, ma se si aggiungono quelle relative ad altre attività turistiche si supera il 50%. In Liguria ed Emilia-Romagna, ad esempio, quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti, in Campania è il 67,7%, nelle Marche il 61,8%. In alcune aree il continuum di stabilimenti assume forme incredibili, come in Versilia, dove sono presenti 683 stabilimenti sui 1.291 dell’intera regione. Risalendo dal Porto di Viareggio fino al confine Nord del Comune di Massa si possono percorrere lungo la spiaggia 23 chilometri a piedi con accanto stabilimenti di ogni tipo e dimensione, dove saltuariamente sopravvivono alcune strisce di spiagge libere che tutte assieme non arrivano a un chilometro di lunghezza.

ILLEGALITÀ E DIVIETI DI BALNEAZIONE – Ci sono poi situazioni di illegalità che riguardano le coste come il caso di Ostia, nel Comune di Roma, o quello di Pozzuoli “dove muri e barriere – racconta Legambiente – impediscono addirittura di vedere e di accedere al mare, o di dune sbancate nel Salento per realizzare parcheggi e tirare su stabilimenti balneari”. Tutto ciò va aggiunto al fatto che quasi il 10% delle coste è interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento. In Veneto oltre un quarto della costa è in queste condizioni, mentre in Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Lazio oltre il 10% della costa rientra in questa categoria. Se si considerano i tratti di costa non balneabili, un ulteriore 9,5% della costa risulta, quindi, non fruibile.

SPIAGGE E CONCESSIONI – D’altro canto, in Italia non esiste una norma nazionale che stabilisca una percentuale massima di spiagge che si possono dare in concessione, ma tale scelta viene lasciata alle Regioni che il più delle volte optano per percentuali molto basse. In Molise, ad esempio, la Legge Regionale del 2006 prevede il 30% di spiagge libere, ma non è applicata dai Piani strutturali comunali dei 4 Comuni costieri. In Calabria la quota è del 30%, nelle Marche del 25%, mentre in Campania ed Abruzzo solo del 20%. Addirittura in 5 Regioni (Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Veneto) non esiste nessuna norma che specifichi una percentuale minima di costa destinata alle spiagge libere o libere attrezzate. La Sicilia non ha limiti per le spiagge in concessione, ma ha approvato di recente nuove linee guida per il rilascio delle concessioni demaniali marittime.

GLI ESEMPI VIRTUOSI – Nel rapporto emergono, però, anche esempi virtuosi come quello della Puglia che da tredici anni, grazie alla Legge Regionale 17/2006 (la cosiddetta Legge ‘Minervini’), ha stabilito il principio del diritto di accesso al mare per tutti e fissa una percentuale di spiagge libere del 60%. La Sardegna ha disciplinato l’esercizio delle funzioni amministrative in materia di demanio marittimo destinato ad uso turistico-ricreativo, attraverso le ‘Linee guida per la predisposizione del Piano di utilizzo dei litorali’. Legambiente ricorda che diverse sentenze della magistratura hanno ribadito i poteri dei Comuni nel garantire i diritti dei cittadini di fronte a concessioni balneari che impediscono il libero accesso al mare.

IL NODO DEI CANONI – “Sul fronte economico – spiega Legambiente – permane la forte sperequazione nella definizione dei canoni concessori, con situazioni paradossali che fanno registrare il pagamento di canoni demaniali bassissimi per concessioni spesso molto remunerative (spesso meno di 2 euro al metro quadrato all’anno). Ad esempio a Santa Margherita Ligure, il Lido Punta Pedale versa 7.500 euro all’anno, mentre l’hotel Regina Elena 6mila. Il Metropole versa 3.614 euro, il Continental 1.989. A Marina di Pietrasanta il Twiga di Briatore occupa una superficie di 4.485 metri quadri, per un canone di 16mila euro all’anno. A Forte dei Marmi il Bagno Felice versa 6.560 euro per 4.860 metri quadri. Nel complesso nel 2016 lo Stato ha incassato poco più di 103 milioni di euro dalle concessioni a fronte di un giro di affari stimato da Nomisma in almeno 15 miliardi di euro annui.

SCELTE SOSTENIBILI – In questi anni, però, c’è stato un boom degli stabilimenti green. “Dal Cilento al Salento, da Ravenna a Viareggio, passando per il Parco di Migliarino San Rossore per arrivare all’area protetta di Torre del Cerrano – racconta il report – sono tanti gli stabilimenti che vivono una svolta green, scegliendo ad esempio di essere ‘plastic free’ e di coinvolgere i bambini in progetti di educazione ambientale”. Lo fa il Lido Idelmery, ad Arma di Taggia in Liguria, con un progetto di gestione della Posidonia spiaggiata. Ci sono stabilimenti impegnati nel recupero delle dune costiere come la Poseidonia Beach Club (Marina di Ascesa, in Campania) e la Rete delle imprese della Marina del Parco (Toscana). Quest’ultima, costituita da 20 stabilimenti di Viareggio e dell’area della Darsena e poi Bagno Teresa, ha ricostruito la duna sabbiosa rinunciando alla vista mare del ristorante dello stabilimento, che usa prodotti a km zero. C’è chi è in prima linea per difendere le tartarughe marine come i Lidi Tartalove – Maremma e chi, come il comune di Montesilvano, in Abruzzo, ha attivato dal 2009 il progetto delle spiagge accessibili, due spiagge libere prive di barriere, allestite dal comune. Non mancano, infine, le esperienze virtuose su scala regionale come quelle sulla costa veneta e sulla costa pugliese, dove Confartigianato ha promosso l’opzione plastic free su 200 stabilimenti balneari e quella del progetto Costa Toscana Sostenibile.

 

 
 
 

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