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Manovra d’autunno: cosa cambia per gli italiani dopo bocciatura Ue

Post n°4434 pubblicato il 09 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 9 Maggio 2019, di Alessandra Caparello

 

E alla fine Bruxelles ha tagliato al ribasso le stime di crescita per l’Italia nel 2019. Nel dettaglio secondo le previsioni economiche diffuse dall’esecutivo Ue quest’anno il Pil italiano crescerà dello 0,1%, e nel 2020 dello 0,7% contro rispettivamente un +0,2% e +0,8% previsto a febbraio.

Ma è soprattutto sul debito pubblico e sul deficit che Bruxelles fa scattare l’allarme per il nostro paese. Nella nuova stima della Commissione il primo schizza a 133,7% quest’anno e 135,2% il prossimo, mentre il secondo sale a 2,5% nel 2019 e 3,5% nel 2020. Alla luce di questi nuovi numeri la prossima manovra d’autunno del governo giallo-verde partirà da 35 miliardi di euro.

La cifra la fornisce un articolo de Il Sole 24 Ore secondo cui “per recuperare le mancate correzioni del deficit degli ultimi due anni e gestire gli aumenti di Iva e accise già messi nei conti” serviranno almeno 35-40 miliardi di euro. Il quotidiano di Confindustria poi sottolinea come, stante tali cifre, non mancano i Paesi che tornano a spingere per imporre all’Italia di avviare subito la correzione con un intervento in corso d’anno.

Ma la resa dei conti sarà con la manovra di autunno, che porterà inevitabilmente le autorità ad aumentare le tasse. A conti fatti per i contribuenti pare del tutto scontato l’aumento Iva che nella versione prevista dall’ultima legge di Bilancio innalza le due aliquote principali dal 10% al 13% e dal 22% 25,3% e vale 23,1 miliardi. Oltre all’Iva potrebbero farsi strade tagli della spesa che non potranno che incidere sui servizi. Per i contribuenti si prepara l’ennesimo conto, salato, da pagare.

 

 
 
 

Toscana, niente multe a chi usa pesticidi vicino all’acqua. Ma la salute va tutelata

Post n°4433 pubblicato il 08 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 8 Maggio 2019 


L’esaustivo servizio della giornalista Monica Pelliccia ha riportato l’attenzione sul Piano di utilizzo di fertilizzanti e fitosanitari (Puff) della regione Toscana approvato il 30 luglio scorso e di cui già mi ero occupata. Come appare chiaramente dal video, è fuor di dubbio che il glifosato venga utilizzato anche in prossimità dei punti di captazione di acque destinate al consumo umano, perlomeno all’interno del distretto vivaistico pistoiese; tuttavia, se prima chi lo faceva poteva essere – almeno in teoria – sanzionato con multe da 600 a 6mila euro, ora, “grazie” al Puff, può farlo senza timore di multe. Peccato che glifosato, clorpirifos e gli altri pesticidi autorizzati siano tutti più o meno tossici non solo per l’ambiente, ma anche per la salute umana e una sintesi sui loro effetti è stata pubblicata.

La conoscenza sullo stato delle acque della piana pistoiese non è certo soddisfacente, visto che dai report di Arpat glifosato e Ampa (le sostanze che l’esperienza insegna essere le più frequenti) sono stati ricercati solo in cinque pozzi della Val di Nievole sui 15 complessivamente esaminati, ritrovandoli nel 100% dei casi; purtroppo però l’erbicida o il suo metabolita Ampa non sono stati ricercati in nessuno dei pozzi più direttamente interessati dall’attività vivaistica. Inoltre in uno dei pozzi della Val di Nievole, dove è presente Ampa, è stato trovato anche il clorpirifos, sostanza altamente tossica per il neurosviluppo, con concentrazione analoga a quella di Ampa: vorrei quindi soffermarmi proprio sugli effetti di glifosato e clorpirifos emersi dalla più recente letteratura scientifica.

Ricordo che il ruolo svolto dall’ambiente microbico intestinale (microbiota) nel garantire funzioni essenziali per la salute umana – quali assorbimento di nutrienti, sintesi di vitamine, buon funzionamento del sistema immunitario e nervoso – è sempre più riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale. Purtroppo il microbiota è anche il primo bersaglio dell’inquinamento, specie nelle prime fasi della vita, sia per la cattiva qualità dell’aria che per i residui di pesticidi che attraverso gli alimenti arrivano nell’intestino.

Da uno studio recente condotto su animali da laboratorio è emerso che l’esposizione cronica a clorpirifos altera l’integrità della barriera intestinale, promuovendo la liberazione di lipopolisaccaridi che a loro volta inducono un’infiammazione di basso grado, all’origine di obesità e insulino-resistenza. Da notare che il ruolo del clorpirifos nell’insorgenza di tali patologie si è dimostrato superiore a quello della predisposizione genetica e di una dieta ricca di grassi.

Un altro recentissimo studio condotto su animali da laboratorio mostra che l’esposizione a dosi molto basse di glifosato (metà della dose considerata “sicura” dalla tossicologia ufficiale) in gravidanza, anche per una sola settimana, può causare un incremento di obesità, gravi alterazioni ovariche, testicolari, prostatiche, renali, pubertà precoce, predisposizione a pluripatologia e tumori nelle tre generazioni successive.

Per non parlare di un vastissimo studio caso-controllo condotto non in laboratorio, ma su 2961 soggetti con diagnosi di disturbi dello spettro autistico nati nel periodo 1998-2010 in California – di cui 445 con disabilità intellettiva – confrontati in rapporto 1:10 con soggetti sani, in cui è stata valutata in tutti i soggetti, sani e malati, l’esposizione a pesticidi (espressa come libbre/acro/mese) entro 2 km dalla residenza materna. Rischi statisticamente significativi di autismo sono emersi per esposizione prenatale a glifosato, clorpirifos, diazionon, malathion, avermectin e permetrina variabili dal +10% al +16%. Per il disturbo dello spettro autistico con disabilità intellettiva gli aumenti del rischio sono risultati nettamente più elevati e variabili, dal +27% al +46%.

Credo che soprattutto i genitori che il prossimo 19 maggio parteciperanno in tante parti d’Italia alla marcia per lo stop ai pesticidi siano l’espressione migliore di chi finalmente ha capito che difendere la salute dei propri figli è ormai un irrinunciabile dovere morale.

Ambiente & Veleni | 8 Maggio 2019

 

 
 
 

Una volta per tutte: sì, in Italia fa freddo ma il cambiamento climatico esiste eccome

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 7 Maggio 2019 

Sono bastati due o tre giorni di temperature sotto la media per far rispuntare sui quotidiani la solita trita polemica sul riscaldamento globale che non c’è. Non vi sto a tediare con dettagli su cose che ormai dovremmo sapere tutti: che c’è differenza fra tempo atmosferico e clima globale, che qualche giorno di freddo o di caldo non vogliono dire niente, che bisogna fare la media su parecchi anni, che mentre qui tutti dicono che è freddo in altri posti, per esempio in Groenlandia, hanno oltre 10 gradi in più della media, eccetera.

Ma non c’è niente da fare: su certi giornali non riescono a rinunciare alle solite battute. Così, Libero spara un titolone in prima pagina: “Riscaldamento del Pianeta? Ma se fa Freddo”. Oltre che stupido, anche banale. E poi non trovano nessuna idea migliore che prendersela con Greta Thunberg che, in un numero precedente, avevano chiamata con grande finezza “Rompiballe”. Ci si impegna anche Il Tempo, con un altro titolone in prima pagina: “Anche il tempo si è rotto di Greta”. E tutti usano il termine “gretini”, non so se perché gli sembra una battuta divertente ma, in ogni caso, ci da un’idea della considerazione che hanno dell’intelligenza dei loro lettori.

Questa storia si ripete più o meno ogni anno, ogni volta che c’è qualche giornata un po’ più fredda. Ma sono ormai trent’anni che gli scienziati ci stanno dicendo che siamo nei guai con il riscaldamento globale, è possibile che nessuno si sia ancora accorto che è una cosa seria? E, in effetti, qualcosa sembra si sta muovendo. Una è l’irruzione di Greta Thunberg, ma la ragazza svedese è solo uno dei sintomi di un cambiamento in azione.

Qualche anno fa, l’esistenza di un movimento chiamato “Extinction Rebellion” sarebbe stata semplicemente impensabile, ma ora il messaggio sta passando che il riscaldamento globale non è soltanto una questione di un grado o due in più. Non è come diceva Vittorio Feltri qualche giorno fa che “A Bergamo con due gradi in più si sta meglio”. No, la faccenda del riscaldamento globale è uno stravolgimento di tutto l’ecosistema terrestre: è un cambiamento profondo di tutto il pianeta, incluso i cicli biologici che ci fanno vivere.

Rischiamo veramente l’estinzione della specie umana? Probabilmente no, ma la vicenda si sta facendo drammatica e molta gente comincia ad accorgersene. Per esempio, un dissidente americano abbastanza noto, Tim Ball, ha annunciato pubblicamente che “smetterà di cercare di educare la gente sul fatto che il riscaldamento globale è un imbroglio”.

Un altro sintomo del cambio di percezione è un piccolo episodio di cui parla Nicola Porro in un post dove anche lui se la prende (indovinate!) con il “gretinismo”. Racconta che il Prof. Franco Battaglia, noto per le sue posizioni dissidenti rispetto alla scienza del clima, avrebbe dovuto presenziare a un dibattito per “confrontarsi pubblicamente a Modena con i sostenitori del riscaldamento globale causato dall’attività umana”.

Bene, Battaglia si è confrontato solo con se stesso perché nessun esperto di clima ha accettato di dibattere con lui. Questo da la possibilità a Porro di indignarsi con loro, anche perché “allo stesso orario la Cgil Scuola di Modena… ha organizzato altrove un incontro sullo stesso tema”. Mi sa che Porro cerchi di giustificare il fatto che a questo non-dibattito è venuta ben poca gente (come si vede dalle foto). Ma non è vero quello che dice: l’incontro della Cgil non era in contemporanea, era due giorni dopo).

Non so cosa si aspettasse Battaglia dai veri esperti dopo che in un suo libro sul cambiamento climatico era riuscito a inanellare 112 errori in 31 pagine! Ma, a parte Battaglia e i suoi errori, gli esperti non accettano più questo tipo di dibattito fuori dai canali scientifici normali. E’ perché ormai certe cose sono chiare: il cambiamento climatico è un rischio grave per la vita di tutti e su certe cose non ci si scherza sopra. E’ una sfida globale molto difficile, ma possiamo ancora vincerla se ci lavoriamo sopra seriamente. E allora smettiamola con le battute che non fanno più ridere nessuno.

Ambiente & Veleni | 7 Maggio 2019

 

 

 
 
 

Economia mondiale batte le stime e smentisce Fmi

Post n°4431 pubblicato il 06 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 6 Maggio 2019, di Alberto Battaglia

 

I dati preliminari sull’andamento del Pil, nonostante non manchino interpretazioni prudenti, si sono rivelati migliori delle attese in tutte le maggiori aree economiche mondiali. In particolare, i continui tagli alle previsioni sul Pil globale per il 2019, da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi), avevano tratto giustificazione da uno stato di salute “precario” per l’economia, sul fronte dell’apertura ai commerci e della produzione manifatturiera.

“Probabilmente non c’è stata sufficiente attenzione alla crescita del reddito delle famiglie, alla bassa disoccupazione e alla forza del settore servizi”, ha commentato il Financial Times ricordando come importanti istituzioni finanziarie come Citigroup abbiano già provveduto a rivedere al rialzo le previsioni per fine anno. Le maggiori preoccupazioni, d’altro canto, restano localizzate sul terreno degli scambi internazionali – che risultano in calo negli scorsi tre mesi rispetto a un anno fa.

Se si escludono casi particolari come quello della Turchia o dell’Iran (la prima colpita dall’elevata inflazione, il secondo dal giro di vite americano sulle esportazioni di petrolio del Paese), le performance di aree come gli Usa o l’Eurozona hanno superato le aspettative per il primo quarto del 2019. Gli Stati Uniti hanno messo a segno un incremento sul trimestre dello 0,8% (per quanto abbiano inciso l’incremento delle scorte e l’andamento delle esportazioni nette); l’Eurozona è cresciuta nello stesso periodo dello 0,4%, con un contributo della ripresa italiana (+0,2%) in qualche modo inatteso.

“Questo decennio sarà probabilmente ricordato per una crescita economica sostenuta”, ha detto al Ft Jagjit Chadha, economista presso il National Institute of Economic and Social Research, “sebbene vi siano chiari rischi derivanti dall’accumulo di debito pubblico e privato, i dati non hanno ancora supportato l’opinione del Fondo monetario internazionale” che avevano tratteggiato “una crescita mondiale estremamente precaria”.

 

 
 
 

Usa-Cina: tutte le paure di Donald Trump

Post n°4430 pubblicato il 04 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 24 Aprile 2019, di Alessandro Piu

 

Con l’ascesa di una Cina sempre più potente, influente e tecnologicamente avanzata, gli Stati Uniti si trovano di fronte al primo vero rivale dai tempi della Guerra fredda

Come reagirà Donald Trump all’invito dell’ambasciatore cinese negli Usa, Cui Tiankai, ad abbracciare la Belt and Road Initiative «il progetto di sviluppo più ambizioso della storia»? Vista da Washington il programma varato dal presidente Xi Jinping sei anni fa è solo un modo per portare i Paesi che vi aderiscono, soprattutto quelli emergenti, sotto l’influenza della Cina.

È solo una delle faglie che separano le due potenze economiche, impegnate in trattative per raggiungere un accordo commerciale e invertire la tendenza che ha visto l’amministrazione Trump porre in essere dazi per 250 miliardi di dollari sulle importazioni di beni cinesi e la Cina rispondere con 110 miliardi di tariffe su prodotti statunitensi.

Guerra tecnologica, guerra commerciale o qualcosa di peggio?

È la domanda che si pone Gary Greenberg responsabile mercati emergenti di Hermes IM.

«L’emergere della Cina sulla scena mondiale rappresenta una vera minaccia al dominio statunitense», prosegue.

Delle tre opzioni la terza, un conflitto armato, è la più spaventosa. Per quanto improbabile allo stato attuale, Graham Allison professore ad Harvard e consigliere dei segretari alla Difesa Usa nelle amministrazioni Reagan, Clinton e Obama non ne nasconde il rischio:

«La tensione tra Stati Uniti e Cina è un esempio di trappola di Tucidide: il rischio di un conflitto armato quando una potenza nascente rivaleggia con una dominante. Questo fenomeno ha portato a spargimenti di sangue in 12 dei 16 casi in cui si è verificato negli ultimi 500 anni».

Una prospettiva da brividi. A cui non è necessario arrivare.

Battaglia per la supremazia tecnologica

«Vi sono modalità differenti per ottenere il predominio senza seguire la strada della forza militare»

riprende Greenberg che riporta la discussione sulla seconda opzione, la guerra tecnologica. E continua:

«I cinesi si stanno muovendo nella direzione di creare una società civile e militare “intelligente”, dove città, fabbriche, automobili e persino le persone possono rimanere in contatto e migliorare continuamente le funzionalità attraverso il ricorso all’intelligenza artificiale, che richiede una rete 5G estremamente pervasiva».

Proprio l’importanza di questa tecnologia può spiegare le tensioni generatesi intorno alla società cinese di telefonia Huawei, tra i leader nel settore. Risale allo scorso dicembre l’arresto di Meng Wanzhou, direttore finanziario e nipote del fondatore dell’azienda. Più recenti le accuse della Cia, riportate in un articolo del Times, secondo cui Huawei riceverebbe finanziamenti dall’Esercito popolare cinese, dalla Commissione cinese per la sicurezza nazionale e da un terzo ramo della rete di intelligence statale di Pechino.

«Negli ultimi anni Huawei ha superato tanto Ericsson quanto Nokia – aggiunge Greenberg -. Inoltre le controparti nordamericane sono inesistenti. I giganti delle telecomunicazioni del passato come Lucent e Nortel sono ormai staccatissimi. La prospettiva di un America che dipende da una rete 5G progettata in Cina aumenta i punti interrogativi per coloro che si occupano della difesa degli Stati Uniti».

Intelligenza artificiale: la Cina ha quasi colmato il ritardo

In questo campo gli Stati Uniti sono ancora davanti ma il vantaggio si sta assottigliando in maniera preoccupante. Gregory Allen, del Center for a New American Security, sostiene che

«le prospettive della Cina nel mercato dei chip sui semiconduttori per l’Intelligenza Artificiale siano solide. La Cina spera di utilizzate il proprio successo nei chip per costruire un vantaggio duraturo nell’intera industria dell’IA».

È generalmente riconosciuto che le imprese cinesi siano ancora in ritardo rispetto ai concorrenti statunitensi e taiwanesi nella tecnologia dei semiconduttori. Ma Allen dice che per quanto riguarda sia L’IA sia i semiconduttori:

«le aziende cinesi stanno colmando il divario e che entro cinque anni il Paese si assicurerà un vantaggio competitivo difendibile in molti mercati di applicazione dell’IA».

 

 
 
 

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