Il nostro governo ha fatto ben poco per affrontare la crisi, a differenza di altri più maltrattati (dai propri elettorati) governanti europei. La storia del “stiamo comunque facendo meglio noi” sembra reggere poco, visto che, al contrario, le previsioni indicano che se si esclude la Germania, nel 2009 faremo peggio di tutti gli altri grandi paesi europei, compresa la bistrattata Gran Bretagna, rea di aver creduto più alla finanza e meno all’industria di quanto abbiamo fatto noi. Qualche spiegazione urge, tolte quelle già gettonate dell’insipienza dell’opposizione, del controllo del presidente del Consiglio sui media e di una lunga luna di miele verso un nuovo governo. Una possibile spiegazione è che in realtà, come sempre succede, nelle crisi ci sono i perdenti e ci sono i vincenti (o i meno perdenti). E questo è vero soprattutto nel breve periodo; nel lungo, per le interazioni del sistema economico e il peggioramento delle finanze pubbliche, finiamo con il rimetterci tutti. La crisi sta avendo infatti effetti molto asimmetrici, dal punto di vista geografico, generazionale e di settore produttivo e occupazionale. Poco colpiti dalla crisi sono stati sicuramente i dipendenti pubblici con un contratto a tempo indeterminato, che oltre a non rischiare nulla sul piano occupazionale hanno appena visto un incremento considerevole dei propri stipendi. Anche i pensionati sono stati poco colpiti e anzi, avendo un reddito indicizzato all’inflazione ma non all’andamento del Pil, la mancata crescita rappresenta un miglioramento nella loro posizione relativa. Queste categorie a reddito fisso godono anche della decelerazione nella crescita dei prezzi, che ne aumenta il potere d’acquisto. Molto più colpiti i lavoratori del settore privato, oltretutto già massacrati dall’annoso problema della mancata crescita dei salari, tra i più bassi d’Europa secondo le stime Oecd, e i lavoratori autonomi, che però, rispetto ai lavoratori dipendenti, possono contare di più sul buffer stock dell’evasione fiscale. Ma anche in questo caso, la crisi non è generale e colpisce a macchia di leopardo, a seconda del settore di specializzazione. Molto colpito appare il Nord-Ovest, assieme a Toscana e Emilia Romagna, meno il Veneto e il Sud, almeno a giudicare da un indicatore imperfetto, perché utilizzabile solo da alcune categorie di lavoratori, come l’uso della cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Gli assoluti perdenti sono, come di consueto, i precari, cioè generalmente i giovani. Solo a dicembre 2008, 40mila contratti a termine erano in scadenza nel settore privato e in buona parte non sono stati rinnovati. E i molti precari della pubblica amministrazione hanno risentito, oltre che della crisi, delle cure Gelmini e Brunetta.
C'è crisi e crisi, e da noi favorisce il Governo
Il nostro governo ha fatto ben poco per affrontare la crisi, a differenza di altri più maltrattati (dai propri elettorati) governanti europei. La storia del “stiamo comunque facendo meglio noi” sembra reggere poco, visto che, al contrario, le previsioni indicano che se si esclude la Germania, nel 2009 faremo peggio di tutti gli altri grandi paesi europei, compresa la bistrattata Gran Bretagna, rea di aver creduto più alla finanza e meno all’industria di quanto abbiamo fatto noi. Qualche spiegazione urge, tolte quelle già gettonate dell’insipienza dell’opposizione, del controllo del presidente del Consiglio sui media e di una lunga luna di miele verso un nuovo governo. Una possibile spiegazione è che in realtà, come sempre succede, nelle crisi ci sono i perdenti e ci sono i vincenti (o i meno perdenti). E questo è vero soprattutto nel breve periodo; nel lungo, per le interazioni del sistema economico e il peggioramento delle finanze pubbliche, finiamo con il rimetterci tutti. La crisi sta avendo infatti effetti molto asimmetrici, dal punto di vista geografico, generazionale e di settore produttivo e occupazionale. Poco colpiti dalla crisi sono stati sicuramente i dipendenti pubblici con un contratto a tempo indeterminato, che oltre a non rischiare nulla sul piano occupazionale hanno appena visto un incremento considerevole dei propri stipendi. Anche i pensionati sono stati poco colpiti e anzi, avendo un reddito indicizzato all’inflazione ma non all’andamento del Pil, la mancata crescita rappresenta un miglioramento nella loro posizione relativa. Queste categorie a reddito fisso godono anche della decelerazione nella crescita dei prezzi, che ne aumenta il potere d’acquisto. Molto più colpiti i lavoratori del settore privato, oltretutto già massacrati dall’annoso problema della mancata crescita dei salari, tra i più bassi d’Europa secondo le stime Oecd, e i lavoratori autonomi, che però, rispetto ai lavoratori dipendenti, possono contare di più sul buffer stock dell’evasione fiscale. Ma anche in questo caso, la crisi non è generale e colpisce a macchia di leopardo, a seconda del settore di specializzazione. Molto colpito appare il Nord-Ovest, assieme a Toscana e Emilia Romagna, meno il Veneto e il Sud, almeno a giudicare da un indicatore imperfetto, perché utilizzabile solo da alcune categorie di lavoratori, come l’uso della cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Gli assoluti perdenti sono, come di consueto, i precari, cioè generalmente i giovani. Solo a dicembre 2008, 40mila contratti a termine erano in scadenza nel settore privato e in buona parte non sono stati rinnovati. E i molti precari della pubblica amministrazione hanno risentito, oltre che della crisi, delle cure Gelmini e Brunetta.