Mattina speciale questa che ci circonda; ci inoltriamo lenti fra i corpi che scansiamo sui vicoli affollati di esseri viventi. Entriamo d'istinto in quel bar, io prendo l'espressino mio solito e con lui mi siedo.Dopo lo zucchero, bevo. Col dito carezzo la liscia formica del tavolo scuro e mi adagio a gambe incrociate sul divanetto, riflessi di vetro, aria che inspiro; lei seduta al mio fianco si leva e mi abbaglia, apro gli occhi, distinta e garbata, fasciata per bene, in un lusso mai stanco di un vestitino che si adagia sul suo corpo. Inspiro di nuovo, e questa volta facendo incetta di aroma di caffè tostato per bene, la inseguo con gli occhi in una danza di curve, col suo tratto segnato in un longilineo altalenare da alga felice, che affonda nel marasma di gente. La seguo ancora, come sempre, notando l'incanto che per me è malia, malia dal colore che sussulta, partendo dalle sue carni dolci e dal calore che immagino della sua nuca, sussulto, tamburo dell'immagine e del niente che si ode fino al centro delle mie gambe, mi imbarazzo in un apice di ciclo mattutino.Tutto si trasforma, l'insignificante diventa un fiore dal profumo inatteso, è lei che nel suo perpetuo evolversi regala movimento all'inaspettato..Usciamo, mentre le stringo la mano viaggio sul mio tappeto volante inseguendo una banda di guerrieri tuareg che alza la sabbia e mi trasporta all'oasi che cerco, affondo cosi' lo sguardo nei suoi occhi, la scruto.Sommessi singhiozzi fanno capolino alle mie orecchie, sento che piange, intuisco le mani nei capelli, il viso chino a fissare le venature del tavolo, disperazione di schiava. Deve aver una gran forza, credo, a vivere così, distante dal mondo eppure immersa, come un alga, circondata dal mare. Mi chiedo quanto resisterà ancora. Già da tempo ne soffre. Me lo ha detto, lo so.Chiusa nella sua stanza, senza vedere la luce, senza mai uscire, sofferenza della mia sofferenza, la vedo.Respiro profondo: sento un peso schiacciarmi sullo sterno, petto che implode stritolandomi i polmoni, sento la pelle rizzarsi come un pettine di celluloide, sento il cuore schizzarmi in gola, tentando di togliermi il respiro. Abbasso il capo e stringo con le mani il mio dolore.Tanto lo so, anche oggi non sarà mia, sarà ancora troppo irritata, e ci terrà ad esser distante: si manterrà in bilico, sull'orlo della disperazione e del disincanto, cercando di non cadere, e non cedendo neppure all'allettante comodità del desiderio.Carne equiparata all'anima, dunque. Si, vorrà così, e così sarà.Ora scruto me, sembro un cane rabbioso, mi accorgo della mia sofferenza, mi accorgo di essere prigioniero di un sistema di immagini e media, schiavo della necessità di apparire, sciocco e disilluso costretto a rinunciare al proprio respiro, un vile che nasconde al mondo il proprio desiderio di viverle accanto, in ogni momento, in ogni istante..
Post N° 86
Mattina speciale questa che ci circonda; ci inoltriamo lenti fra i corpi che scansiamo sui vicoli affollati di esseri viventi. Entriamo d'istinto in quel bar, io prendo l'espressino mio solito e con lui mi siedo.Dopo lo zucchero, bevo. Col dito carezzo la liscia formica del tavolo scuro e mi adagio a gambe incrociate sul divanetto, riflessi di vetro, aria che inspiro; lei seduta al mio fianco si leva e mi abbaglia, apro gli occhi, distinta e garbata, fasciata per bene, in un lusso mai stanco di un vestitino che si adagia sul suo corpo. Inspiro di nuovo, e questa volta facendo incetta di aroma di caffè tostato per bene, la inseguo con gli occhi in una danza di curve, col suo tratto segnato in un longilineo altalenare da alga felice, che affonda nel marasma di gente. La seguo ancora, come sempre, notando l'incanto che per me è malia, malia dal colore che sussulta, partendo dalle sue carni dolci e dal calore che immagino della sua nuca, sussulto, tamburo dell'immagine e del niente che si ode fino al centro delle mie gambe, mi imbarazzo in un apice di ciclo mattutino.Tutto si trasforma, l'insignificante diventa un fiore dal profumo inatteso, è lei che nel suo perpetuo evolversi regala movimento all'inaspettato..Usciamo, mentre le stringo la mano viaggio sul mio tappeto volante inseguendo una banda di guerrieri tuareg che alza la sabbia e mi trasporta all'oasi che cerco, affondo cosi' lo sguardo nei suoi occhi, la scruto.Sommessi singhiozzi fanno capolino alle mie orecchie, sento che piange, intuisco le mani nei capelli, il viso chino a fissare le venature del tavolo, disperazione di schiava. Deve aver una gran forza, credo, a vivere così, distante dal mondo eppure immersa, come un alga, circondata dal mare. Mi chiedo quanto resisterà ancora. Già da tempo ne soffre. Me lo ha detto, lo so.Chiusa nella sua stanza, senza vedere la luce, senza mai uscire, sofferenza della mia sofferenza, la vedo.Respiro profondo: sento un peso schiacciarmi sullo sterno, petto che implode stritolandomi i polmoni, sento la pelle rizzarsi come un pettine di celluloide, sento il cuore schizzarmi in gola, tentando di togliermi il respiro. Abbasso il capo e stringo con le mani il mio dolore.Tanto lo so, anche oggi non sarà mia, sarà ancora troppo irritata, e ci terrà ad esser distante: si manterrà in bilico, sull'orlo della disperazione e del disincanto, cercando di non cadere, e non cedendo neppure all'allettante comodità del desiderio.Carne equiparata all'anima, dunque. Si, vorrà così, e così sarà.Ora scruto me, sembro un cane rabbioso, mi accorgo della mia sofferenza, mi accorgo di essere prigioniero di un sistema di immagini e media, schiavo della necessità di apparire, sciocco e disilluso costretto a rinunciare al proprio respiro, un vile che nasconde al mondo il proprio desiderio di viverle accanto, in ogni momento, in ogni istante..