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Milano, senzatetto sgomberati e dormitori aperti. Comune: “Erano in condizioni disumane e pericolose”. Mutuo Soccorso: “Gli avet

Post n°1047 pubblicato il 18 Dicembre 2021 da BLACKDIAMOND63
 



Sono le 18.30 di una fredda serata di dicembre. La temperatura sfiora gli zero gradi e decine di agenti della polizia locale iniziano a bloccare l’accesso ai tunnel dietro la stazione Centrale di Milano. Si tratta degli attraversamenti stradali che passano sotto i binari della ferrovia, utile snodo per il traffico cittadino e, ormai da tempo, uno dei ripari preferiti dei senza fissa dimora che trovano protezione dalla pioggia e dalle intemperie del rigido inverno milanese. L’arrivo delle volanti giovedì sera segna l’inizio dell’operazione di sgombero degli accampamenti di fortuna presenti nei 4 tunnel (Mortirolo, Zuccoli, Lumiere, Lunigiana).

Un intervento durato diverse ore: i senza fissa dimora vengono invitati a recuperare i beni essenziali e a trasferirsi, per la notte, nel più vicino dormitorio attivato dal Comune con il “Piano freddo”. L’imperativo è uno: da lì devono andare via. Tutto quello che rimane (materassi, coperte, sacchi a pelo e altri oggetti) viene smaltito e portato via dagli operatori e dai mezzi dell’Amsa. In piena notte l’operazione è conclusa, i sottopassi sono vuoti e puliti e i senzatetto spariti.

La notizia però si diffonde, alcune associazioni denunciano sui social quanto accaduto: “Polizia e Amsa si mobilitano per buttare le coperte, i materassi e le tende dei senzatetto della città. Quindi è questa la Milano inclusiva di cui tanto ci si vanta?”, scrive su Facebook l’associazione Mutuo Soccorso, una delle più attive in città nel sostegno ai senzatetto. La polemica è aperta. Poche ore dopo l’assessore alla sicurezza del Comune usa lo stesso mezzo per chiarire il punto di vista dell’Amministrazione: “Bivaccare sotto i tunnel non è umano e decoroso, è anche molto rischioso. Spesso si generano episodi di violenza. Meglio dormire nelle accoglienze, a partire da quelle a bassa soglia come il mezzanino”, scrive su Facebook l’assessore Marco Granelli che ha coordinato l’operazione. “Questo intervento del Comune di Milano con Polizia Locale, Servizi sociali con le unità mobili del piano freddo, ha evitato a numerose persone che ogni notte dormono nei tunnel una situazione inaccettabile”, aggiunge.

E qui arriva la prima contestazione delle associazioni. “Passavo per caso nei pressi di uno dei tunnel e ho assistito a tutto. C’erano 40 agenti e un funzionario dell’assessorato alla sicurezza”, racconta al FattoQuotidiano.it uno dei volontari di Mutuo Soccorso: “Quando abbiamo chiesto dove fossero gli assistenti sociali ci ha risposto, allargando le braccia, che li stavano aspettando”. “Arriveranno solo dopo un’ora e mezza” quando quasi tutti i senzatetto erano già andati via. “Molti di loro sono migranti irregolari e, alla vista delle forze dell’ordine, sono scappati via per paura di finire in un centro di rimpatrio”, aggiunge. “Il fatto che gli assistenti sociali siano arrivati con un’ora e mezza di ritardo è una prova del fatto che quello non era un intervento per la dignità dei senzatetto, ma solo un’operazione di sicurezza pubblica per ripristinare il decoro di un’area centrale di Milano”, commenta. Tutto questo mentre la polizia locale diffidava i presenti a scattare foto e video (e, proprio per evitare problemi, il volontario di Mutuo Soccorso ha chiesto di omettere il suo nome).

“Non è stato un intervento di sgombero”, replicano dall’ufficio stampa dell’assessore Granelli: “La polizia locale è intervenuta anche per la sicurezza di queste persone. È stato detto loro che ci sono dei posti nel Comune dove andare a dormire. Se volete andate lì, se non volete vi chiediamo comunque di allontanarvi. Non vi è stata nessuna costrizione”. Subito dopo è partito l’intervento di smaltimento e pulizia dell’Amsa. “A queste persone – ribattono da Mutuo Soccorso – è stato detto di portare via quello che volevano perché il resto sarebbe stato buttato, ma come potevano fare? Mica potevano chiamare l’amico con il furgone per portare via il materasso. Quella era tutta roba recuperata, loro non avevano altro”. Smaltiti tra i rifiuti anche le tende e gli accampamenti di chi non era presente, commentano dalle associazioni. “Ma se li lasciano lì nel corso della giornata forse vuol dire che per loro non sono elementi primari”, è la replica alla contestazioni dell’ufficio stampa. Sta di fatto che, alla fine, come rende noto l’assessore Marco Granelli, “nel mezzanino della stazione Centrale sono arrivate 30 persone alle quali, in questo modo, è stato evitato di passare la notte all’addiaccio ed è stata data una sistemazione dignitosa e un pasto caldo”.

Ma anche su questo punto arrivano altre critiche. “I dormitori di Milano sono una barzelletta, di quelle che non fanno ridere”, scrive Mutuo Soccorso: “Sono posti freddi, senza acqua calda, con letti pieni di cimici e liste d’attesa infinite. Ogni dormitorio ha una lista e chiamarli tutti ogni giorno, per scoprire se c’è posto è assolutamente disfunzionale per chi è in situazione di fragilità”. “Invece è dignitoso dormire per strada in mezzo alle macchine?”, replicano dall’ufficio stampa dell’assessore, sottolineando che si tratta di “posti riscaldati, con dei letti e non dei materassi per terra. Viene dato loro da mangiare e se hanno bisogno si possono lavare”. “Così come sono i dormitori non funzionano, per questo la gente preferisce dormire fuori sotto i ponti”, ci dice Roberto, un altro membro di Mutuo Soccorso: “Queste strutture dovrebbero essere meglio organizzate, con più posti e meno concentrati. Queste persone vanno seguite di più”. Dormitori che, ovviamente, sono aperti solo la sera: di giorno, anche nelle giornate fredde e piovose, i senzatetto tornano per le strade di Milano. E alcuni di loro, da giovedì, hanno anche qualche coperta in meno per proteggersi dal freddo.

 
 
 

Caterpillar chiude a Jesi, gli operai in presidio dopo l’annuncio. “Solo capitalismo estremo. L’azienda è sana e si lavora su tr

Post n°1046 pubblicato il 12 Dicembre 2021 da BLACKDIAMOND63
 

L’appuntamento nella sede di Confindustria Ancona lo scorso venerdì mattina tra vertici della Caterpillar di Jesi e delegati dell’Rsu doveva essere un incontro di routine, come tanti altri ce n’erano stati in passato. All’ordine del giorno, in soldoni, i risultati dei sei mesi precedenti a livello produttivo e la pianificazione dei sei mesi a venire, con l’imminente trasformazione di 15-20 contratti interinali a tempo indeterminato. Nulla lasciava presagire il dramma che avrebbe travolto 270 famiglie, una città intera e la storia industriale del territorio. Anche perché la multinazionale statunitense ha ricavi e profitti in crescita (1,2 miliardi di euro solo nel 3o trimestre 2021) e da 27 anni i dividendi pagati ai soci sono continuamente aumentati.
Tra i delegati arrivati ad Ancona c’era anche Donato Acampora, 52 anni compiuti proprio venerdì: “Già pregustavo la serata con la famiglia e con gli amici, le candeline sulla torta da spegnere, anche se era un normale giorno di lavoro e, nello specifico, di impegni sindacali. In mattinata sono andato al lavoro in fabbrica e mi aveva incuriosito il fatto che l’incontro in Confindustria, di solito fissato verso le 9, era stato posticipato alle 11. La curiosità si è trasformata in allarme quando ad Ancona abbiamo trovato solo il nuovo direttore di Caterpillar Jesi (Jean Mathieu Chatain, nominato a fine novembre, aveva preso il posto dell’ingegner Roberto Lorenzoni, ndr): al posto del capo del personale, del direttore di produzione e del capo della logistica c’erano un avvocato e i suoi bodyguards. Chatain ha iniziato a dire che l’azienda avrebbe chiuso entro pochi mesi perché i cilindri prodotti a Jesi sarebbero costati il 20% in meno se realizzati in un altro stabilimento Caterpillar e il 25% in meno se fatti all’esterno. Una botta durissima, mi ha devastato. Lo ammetto, ho pianto, non riuscivo a parlare, a capire cosa stesse accadendo. Sono tornato a Jesi, in fabbrica, col cuore in gola per dare la notizia ai colleghi”.

La multinazionale statunitense delle macchine movimento terra ha recapitato ad Acampora il vero regalo di compleanno dopo quasi 27 anni di lavoro dentro quelle mura: “Nel primo pomeriggio è arrivata la Pec con l’avviso dell’apertura della procedura di licenziamento collettivo – ricorda Acampora, da poco eletto segretario del Pd di Monte San Vito, un piccolo comune della zona. Più tardi, quando ho visto mia moglie, ci siamo abbracciati e detto che sarà dura, ma insieme ne usciremo. Lei lavora in un Caf, abbiamo una persona disabile da seguire in famiglia, ci sarà da stringere i denti, sperando di poter salvare il lavoro. In serata c’è stata la festa, ma ho faticato a sorridere”.

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L’area industriale dell’anconetano, scossa da una serie di crisi, passa dal buon esito della vertenza Elica – esuberi ridotti e nessun licenziamento – al baratro annunciato della Caterpillar. Tutto in meno di 24 ore. I tempi tecnici parlano di 75 giorni per la procedura di chiusura e poi di altri 120 giorno in cui verranno attivate le eventuali misure-paracadute, dalla cassa integrazione alla mobilità. Fino alla fine di febbraio la Caterpillar continuerà la produzione, una prerogativa che non è mai venuta meno: “L’azienda è così in salute che si lavora su tre turni e con gli straordinari – spiega Emanuele Belegni, 44 anni di cui 23 trascorsi dentro la fabbrica di via Roncaglia . Una fabbrica in crisi non è attiva pure la notte. Per Caterpillar ogni minuto è oro. “Venerdì mattina sono uscito di casa come un qualsiasi altro giorno di lavoro, la sera poi sono tornato a casa e ho guardato negli occhi mia figlia di 22 anni che frequenta l’Accademia del Fumetto e sogna un futuro in quel campo. A cena era come se ci fosse un morto in casa. Non è stato facile (qui Belegni si commuove e chiede una pausa, ndr). Come si fa a pianificare nuove assunzioni, aumenti di produzione e poi, di botto, annunciare che siamo tutti licenziati? Nei mesi scorsi ho seguito con apprensione le sorti dei nostri colleghi dell’Elica, una crisi, come la nostra, che colpisce tutto un territorio. Jesi non è Milano. Quella vertenza toccava altri è vero, ma in fondo interessava tutti. Sono sempre stato abituato a pensare al collettivo e non al benessere personale”.

Ieri il maltempo, oltre a causare danni nell’anconetano, ha di fatto limitato la giornata di protesta dei lavoratori Caterpillar. In mattinata, sotto una pioggia battente, è comunque scattato il sit-in davanti ai cancelli della fabbrica e poi nel pomeriggio c’è stato un volantinaggio in centro tra il corso e piazza della Repubblica. Il tutto in attesa dell’assemblea dei lavoratori di lunedì prossimo. Con la decisione di chiudere lo stabilimento di Jesi è probabile che l’azienda proponga per alcuni la soluzione di trasferirsi in una delle altre due sedi italiane in Emilia, a Castelvetro (Modena) e Bazzano (Bologna): “Spostarsi in un’altra città non è così facile anche se si tratta di lavoro. Speriamo non sia necessario” commenta Belegni. Ci sono colleghi che, smaltito lo stupore e la rabbia per un provvedimento-choc pensano al male minore: “Conosco la galassia Caterpillar, il modello applicato del capitalismo più estremo. Loro non si fanno intenerire dalle storie dei lavoratori e dalle proteste, se hanno deciso così andranno fino in fondo. Noi dobbiamo vendere cara la pelle e, come si dice in gergo, allungare il brodo. Loro sono un’azienda sana e questo è un vantaggio, per cui dovremo bloccare i licenziamenti, strappare ogni mezzo di supporto per poi reinserirci nel mercato del lavoro qui nel territorio”.

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Davide Fiordelmondo, 24 anni in Caterpillar, è pragmatico, poi analizza le conseguenze a breve termine: “Sono separato e con due figlie, quindi una situazione abbastanza border-line. Con le finanze non sarà facile, ma cercherò di fare il possibile per limitare i danni”. La chiusura dello stabilimento jesino non è solo una crisi occupazionale, ma anche una ferita aperta nella storia della cittadina che ha dato i natali, tra gli altri, al tecnico della nazionale di calcio Roberto Mancini. La ‘Ferrari’ del settore del movimento terra è arrivata a certi risultati partendo da una storia ultrasecolare. Nel 2019 lo scrittore e storico jesino Tullio Bugari ha pubblicato il libro “La Simeide”. Una lotta vincente’ in cui racconta l’epopea dello stabilimento Sima, rilevato da Caterpillar nel 1996. Narra Bugari che la nascita del marchio risalga addirittura alla fine dell’800 e poi, nel secondo dopoguerra, ne diventa proprietario il marchese Fantauzzi.

Si inizia a respirare aria di Fiat: “Il marchese era un erede diretto di Vittorio Giuseppe Valletta, uno dei più grandi dirigenti della storia nella casa automobilistica torinese – spiega Tullio Bugari. Negli anni ’60 la Sima era leader in Europa per la produzione di cilindri oleodinamici. Lavorava per la Iveco e anche per la Caterpillar già al tempo. Quella pagina di storia poi finì male. Gli anni caldi sono stati quelli tra il 1977 e il 1989, dalla crisi al commissariamento, tra lotte cruente e una capacità politica non comune. In quegli anni si riuscì addirittura a dirottare un viaggio del presidente Sandro Pertini per fargli incontrare gli operai. Dall’89 è nata la Nuova Sima e poi sette anni dopo la Caterpillar”. La crisi odierna è molto pericolosa: “Senza quella fabbrica si distrugge un’identità, un pezzo di storia di Jesi. Una fabbrica all’avanguardia, con maestranze di qualità. Il sottotitolo del mio libro e il finale dei miei reading musicali parlano di una lotta vittoriosa: spero di non dover cambiare l’epilogo” conclude Tullio Bugari.

 
 
 

Ancona, procedura di licenziamento collettivo alla Caterpillar di Jesi: colpirà 270 lavoratori. “Doccia fredda, nessun preavviso

Post n°1045 pubblicato il 12 Dicembre 2021 da BLACKDIAMOND63
 

Sindacati e lavoratori l’hanno definita una “doccia gelata”, una comunicazione totalmente inaspettata. Ma stamattina, intorno alle 11, il nuovo direttore dello stabilimento Caterpillar di Jesi, in provincia di Ancona, Jean-Matthieu Chatain, ha comunicato l’intenzione dell’azienda di avviare una procedura di licenziamento collettivo che colpirà 270 lavoratori, di cui 70 interinali. Le motivazioni dietro la decisione della compagnia, decisa nel corso del consiglio d’amministrazione del 2 dicembre, sono legate al fatto che la produzione di cilindri idraulici per macchine di movimento terra non è più conveniente e si è quindi deciso di acquistarli da altri produttori.“Con i rappresentanti delle Rsu, attendevamo di parlare di dati della semestrale e di contratto integrativo, addirittura di assunzioni – raccontano i sindacalisti della Fiom-Cgil e della Fim-Cisl presenti all’incontro – Non c’era nemmeno il sentore di una chiusura. Ci hanno detto che la qualità c’era, la produzione c’era, gli ordinativi anche. E invece è arrivata la doccia gelata”. A far insospettire i sindacati è stata la delegazione che si sono trovati davanti all’incontro: “L’azienda è arrivata a ranghi ridotti con il nuovo direttore dello stabilimento, due guardie del corpo, un avvocato giuslavorista, una delegazione molto strana – racconta Tiziano Beldomenico, segretario regionale Fiom – La comunicazione è stata veloce e secca, e cioè che il Cda ha deliberato la cessazione dello stabilimento di Jesi perché fare i cilindri non conviene e conviene prenderli da produttori terzi. A quel punto abbiamo abbandonato il tavolo e tutti i lavoratori si sono messi in sciopero“. Chatain è poi uscito fuori dai cancelli dello stabilimento per incontrare i lavoratori presenti e comunicare di persona la decisione dell’azienda: “Purtroppo la Caterpillar deve fare i conti con un problema di sovraccapacità”, ha detto, ma la tensione è presto salita e il dirigente ha dovuto interrompere il faccia a faccia con i dipendenti. “Vergogna, ladri, pagliaccio. Tu guadagni miliardi”, hanno iniziato a gridargli fino a costringerlo ad andarsene su consiglio della polizia intervenuta sul posto.Un modo di comunicare, questo, che i rappresentanti di Fim e Fiom hanno giudicato irrituale: “Siamo in sciopero, le comunicazioni si fanno nelle assemblee in orario di lavoro, pagato. Al peggio non c’è mai fine – ha aggiunto Beldomedico – Neanche il tempo di gioire un attimo per l’accordo raggiunto ieri sera al Mise con l’Elica, dopo mesi di scioperi e di battaglie”. Luigi Imperiale, della Fim-Cisl, parla di “annuncio cinico per la tempistica. La procedura potrebbe partire anche domani e con essa il countdown di 75 giorni per arrivare a un accordo. Con il periodo festivo si perdono una ventina di giorni di trattativa”. Lo sciopero continuerà anche lunedì 13 dicembre e sarà invitato a partecipare anche l’assessore regionale al lavoro Stefano Aguzzi.

(IL FATTO QUOTIDIANO) 

 
 
 

Torino, dipendenti Yazaki licenziati online: “Nessun preavviso, in un’ora hanno disattivato il pc”.

Post n°1044 pubblicato il 12 Dicembre 2021 da BLACKDIAMOND63
 

“Non è giusto che possa cascare un licenziamento come una tegola dal tetto sulla testa di chi passa”. Anche il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, interviene sul caso di Alessandra Cielidoni, dipendente della sede di Grugliasco, vicino a Torino, della Yazaki, big che produce e commercializza cablaggi e sistemi di distribuzione elettrica per autoveicoli, licenziata con una semplice chiamata vocale su Teams senza alcun preavviso. La storia, raccontata dal Corriere, è solo l’ultimo episodio di licenziamenti comunicati per mail o attraverso le piattaforme di teleconferenza, spesso con effetto immediato e senza alcun preavviso. “Oggi c’è la notizia di un’azienda collocata nella cintura di Torino nella quale i lavoratori sono stati licenziati su Teams. Non è possibile che questo avvenga, non corrisponde alle indicazioni della nostra Costituzione e soprattutto butta via un patrimonio che si è costruito con la fatica. Non possiamo diventare un Paese dove si viene a fare le vacanze, ma un Paese che deve mantenere un patrimonio industriale”, ha concluso il ministro.

La donna, che per 18 anni ha lavorato nello stabilimento Yazaki, ha ricostruito il giorno del licenziamento che ha coinvolto tutto il suo reparto (altre due persone), tranne il responsabile che è stato ricollocato: “Ci hanno trattato come se fossimo trasparenti. Capisco che le multinazionali licenzino, ma almeno un incontro, la possibilità di darmi del tempo per cercare un’altra occupazione”, si è lamentata. Ma le cose sono andate diversamente: “Venerdì scorso ero a lavorare in smart working e mi arriva una telefonata, non una videochiamata, ma una telefonata via Teams – racconta – Mi dicono ‘per scelta aziendale il vostro ente viene chiuso con effetto immediato pertanto tutta l’attività verrà trasferita in Portogallo, siete esonerati dal prestare preavviso e non vi è richiesto di lavorare oggi, riceverà la raccomandata di fine lavoro’. Nel giro di un’ora mi hanno disattivato la rete aziendale, l’accesso al pc e alla posta. Ormai lavorando da casa possono fare di tutto. Il mio collega ha avuto la prontezza di chiedere se c’era la possibilità di essere ricollocato, e gli hanno risposto di no”.

Cielidoni adesso si trova senza un impiego a 50 anni, con due figli a carico e separata da sei anni. E subito il pensiero è andato al futuro, a come poter andare avanti adesso che, di punto in bianco, si ritrova senza un lavoro: “Ho iniziato a piangere e ho pianto tutto il giorno – continua – È stato uno choc dopo 18 anni di lavoro. Io ero anche Rsu in azienda e rappresentante al Comitato Aziendale Europeo. A settembre avevamo incontrato l’azienda chiedendo se c’erano ipotesi di ristrutturazione. I sentori sono quelli, sono anni che faccio questo lavoro e non sono stupida”. Ma come successo, ad esempio, anche nelle settimane precedenti al licenziamento collettivo annunciato ieri alla Caterpillar di Jesi, in provincia di Ancona, dall’azienda erano arrivate rassicurazioni: “Ci avevano tranquillizzato, quindi non mi aspettavo quello che è successo. Avrei gradito un incontro di persona, che mi dicessero ‘ragazzi dobbiamo ridurre personale’. Mi puoi chiamare e dirmi ‘troviamo una ricollocazione, ti diamo tempo per guardarti intorno’, insomma più umanità. Poi capisco le scelte delle multinazionali, ma c’è modo e modo. Gli altri colleghi hanno lavorato qui 28 e 11 anni, non si fa così”. (IL FATTO QUOTIDIANO)


 
 
 

il gusto delle nocciole

Post n°1043 pubblicato il 23 Giugno 2019 da BLACKDIAMOND63
 

L'odore si sente prima ancora di entrare: un miscuglio di cacao e nocciole tostate che risveglia ricordi d’infanzia. Dentro il capannone, un macchinario fa scivolare su un nastro pannelli di cialde concave, che vengono riempite una a una di crema di cioccolato. Su un nastro parallelo scorrono altre cialde, su cui sono fatte cadere delle nocciole intere. Il processo è totalmente meccanizzato. Ma a ogni fase due operai controllano che non ci siano sbavature: che la crema di cacao non tracimi, che le nocciole siano della giusta dimensione, che le forme siano perfette. Poi le cialde sono chiuse e i gusci sono inondati da due colate di cioccolato fuso e granella di nocciole. Alla fine del percorso, confezionati nel tipico incarto color oro, compaiono i Ferrero Rocher. La fabbrica della Ferrero è a due passi dal centro di Alba, la cittadina piemontese dove più di settant’anni fa cominciò l’attività di questa impresa familiare che ha conquistato il mondo. Dallo stabilimento escono alcuni dei suoi prodotti più famosi: oltre al celebre cioccolatino alla nocciola, i Kinder Bueno, le Tic Tac, i Mon Chéri. E naturalmente la Nutella, la crema spalmabile più venduta nel mondo. Quella della Ferrero è la storia di una famiglia di pasticcieri diventati proprietari di un’azienda che nel 2018 aveva un fatturato di 10,7 miliardi di euro, 94 società e 25 impianti produttivi sparsi in cinque continenti. Un’azienda che, nonostante le dimensioni e le ambizioni crescenti, rimane a gestione familiare: non si quota in borsa e vuole mantenere, per quanto possibile, un profilo basso e una discrezione quasi ossessiva. Rarissime sono le visite allo stabilimento concesse ai giornalisti. All’interno è vietato fare foto. Alcune linee di produzione non sono visitabili. “Gli impianti sono progettati e brevettati da personale interno alla ditta, in modo da impedire al massimo la diffusione di segreti industriali”, sottolinea all’inizio della visita un responsabile della comunicazione. Radici nel territorio La storia della Ferrero è simbolo e paradigma del capitalismo familiare italiano, un misto di inventiva e talento artigianale, capacità di crescita e valorizzazione del prodotto. Il capostipite Pietro Ferrero era un pasticciere di Alba con il dono della sperimentazione. È lui che, durante la seconda guerra mondiale, ha l’idea di usare le nocciole delle Langhe come sostituto del cioccolato, diventato troppo caro e difficile da reperire. Crea un pastone di cacao in polvere, olio di cocco e nocciole che commercializza sotto forma di tavolette con il nome di Giandujot. Il prodotto, che si può spalmare sul pane, va a ruba. Le richieste aumentano, le commesse si moltiplicano. Lui intensifica la produzione. Insieme al fratello Giovanni fonda un’industria di trasformazione. Nel 1952 la barretta diventa una miscela spalmabile venduta in vasetto con il nome di Supercrema. Si gettano così le basi per la nascita di quel prodotto di largo consumo che nel 1964 il figlio Michele chiamerà Nutella, creando un marchio destinato a imporsi come la crema al cioccolato per antonomasia. Nocciole nel magazzino di un produttore della provincia di Viterbo, il 5 giugno 2019. - Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject Nocciole nel magazzino di un produttore della provincia di Viterbo, il 5 giugno 2019. (Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject) Diventato presidente a 32 anni dopo la morte del padre Pietro e poi dello zio Giovanni, Michele fa compiere all’azienda notevoli salti in avanti: inventa nuove linee di produzione (il Mon Chéri nel 1956, le Tic Tac nel 1969, gli Ovetti Kinder nel 1974, il Ferrero Rocher nel 1982), conquista mercati esteri (prima la Germania, poi la Francia, l’Irlanda, il Regno Unito, fino allo sbarco negli Stati Uniti e da lì in tutti i principali paesi fuori dall’Europa). Moltiplica il fatturato, mantenendo alcune regole: non indebitarsi, crescere senza lanciarsi in operazioni azzardate, conservare un rapporto solido con il territorio d’origine. Il cuore della produzione rimane ad Alba, anche se il quartier generale si sposta in Lussemburgo, paese noto per le politiche fiscali più flessibili. Lavoratore instancabile, rispettato dai suoi dipendenti – a cui garantisce premi di produzione generosi, cure mediche, asili nido e colonie estive per i figli –, fervente cattolico devoto alla Madonna di Lourdes, tanto da esigere che in ogni stabilimento nel mondo ce ne sia una statua, Michele muore nel 2015, a 89 anni. Al suo funerale ad Alba partecipano diecimila persone, venute a rendere omaggio al principale artefice del benessere della città: se le Langhe maledette raccontate da Beppe Fenoglio nel romanzo La malora sono oggi una regione dall’invidiabile agiatezza è soprattutto merito della Ferrero, che ha puntato sul territorio, distribuendo valore e ricchezza. Alba lo celebra intitolandogli la sua piazza principale, mentre le redini del gruppo passano nelle mani del figlio Giovanni. Quasi subito, l’erede annuncia una nuova politica aziendale, che rappresenta un ulteriore salto in avanti, basato anche sul superamento dei confini stabiliti dal padre: non fare acquisizioni, tenere i piedi saldi nel territorio, crescere ma con cautela. Olio di palma e zuccheri Dietro l’apparenza mite, Giovanni è più impetuoso. Pensa che per competere in un mercato globale bisogna diventare grandi. “Ogni generazione deve esplorare nuove frontiere e possibilmente portarsi oltre le colonne d’Ercole”, dice in un discorso durante Expo 2015 che diventa un manifesto programmatico. E così avvia una politica di grandi acquisizioni: nel 2015 rileva il gruppo dolciario britannico Thorntons per 112 milioni di sterline (157 milioni di euro), pochi mesi dopo compra il comparto delle caramelle di Nestlé Usa per 2,8 miliardi di dollari (2,3 miliardi di euro), poi il business dei biscotti della Kellogg company per 1,3 miliardi di dollari. Acquisisce per più di cento milioni di euro – è cronaca di poche settimane fa – la maggioranza della Ice Cream Factory Comaker, produttore spagnolo di gelati. Mentre molti marchi del made in Italy vengono ceduti a interessi stranieri, la Ferrero percorre la strada opposta: sfida i grandi gruppi sul loro stesso terreno, quello della competizione globale. La multinazionale di Alba oggi è il terzo gruppo dolciario del mondo e punta a crescere ancora. Giovanni Ferrero, con un patrimonio personale stimato da Forbes sui 22 miliardi di dollari, è l’uomo più ricco d’Italia. Voltando pagina rispetto al passato, il nuovo presidente ha impresso un’accelerazione destinata a modificare in modo sostanziale la struttura dell’azienda. Alla Ferrero non mancano i soldi per tentare anche alcune operazioni apparentemente rischiose: a guardare le acquisizioni, l’azienda si sta lanciando in settori teoricamente non molto appetibili, e da cui altri stanno uscendo, come quello dei prodotti alimentari ricchi di zuccheri. Ma la Ferrero ha dalla sua il successo della Nutella e di decine di altri prodotti che hanno resistito negli anni sia agli attacchi della concorrenza sia alla diffusione di consumi più attenti e critici. Quando, nell’immediato dopoguerra, Pietro ebbe l’idea di usare nella sua Supercrema le nocciole delle Langhe come sostituto del cioccolato, probabilmente non immaginava che avrebbe creato un prodotto di culto “mai di moda ma sempre alla moda, interclassista e intergenerazionale”, come scrive il giornalista Gigi Padovani nel suo libro Nutella. Un mito italiano (Rizzoli 2004). Noccioleti vicino al lago di Vico, Ronciglione, in provincia di Viterbo, giugno 2019. - Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject Noccioleti vicino al lago di Vico, Ronciglione, in provincia di Viterbo, giugno 2019. (Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject) Ogni giorno nel mondo si consumano 350mila tonnellate di Nutella: secondo i calcoli della Ferrero, la produzione di un anno coprirebbe una distanza pari quasi a due volte la circonferenza del pianeta. Di sicuro la crema è conosciuta ovunque: è presente in 170 paesi. Il posto dove se ne consuma di più è la Germania. Seguono Francia e Italia, poi altri stati europei. Venerata da generazioni di consumatori, la Nutella rimane un mistero insondabile. I suoi ingredienti sono la cosa meno in linea con le attuali tendenze di consumo: 56 per cento di zucchero, circa il 20 per cento di olio di palma e poi emulsionanti vari. La crema non spicca per essere l’alimento più sano in circolazione. La Ferrero ne è consapevole: quando, nel 2012, una donna negli Stati Uniti l’ha chiamata in causa in una class action per “pubblicità ingannevole” – sostenendo di averla data alla figlia di quattro anni, convinta da uno spot che ne parlava come di un “alimento per una colazione equilibrata” – l’azienda di Alba ha accettato di pagare una multa di tre milioni di dollari. Ha poi cambiato la pubblicità e le etichette dei prodotti. Nonostante questo, la Nutella non solo resiste, ma cresce. Nel 2015 l’allora ministra francese dell’ecologia Ségolène Royal aveva osato affermare in tv che bisognava “smettere di mangiarla perché è causa di deforestazione”, ma è stata sommersa dalle critiche e ha dovuto scusarsi. Anche in Italia, dove la campagna contro l’olio di palma ha travolto come uno tsunami l’intera industria dolciaria, il prodotto di punta della Ferrero è stato risparmiato. Oggi la Nutella continua a esibire fieramente in etichetta quell’ingrediente vituperato, senza che la cosa scoraggi gli acquisti (per ribattere alle accuse contro l’olio di palma, responsabile della progressiva scomparsa della foresta del Borneo e potenzialmente cancerogeno se raffinato a elevate temperature, la Ferrero ha avviato un programma “olio di palma sostenibile”, assicurando che il suo prodotto è lavorato a temperature controllate e proviene da coltivazioni certificate e monitorate con i satelliti). Lavoro e sfruttamento Oggi si direbbe che la Nutella è un prodotto glocal, capace di mescolare sapientemente il locale con il globale. La fabbrica principale è ad Alba, ma le materie prime con cui la si confeziona vengono da mezzo pianeta: olio di palma dal sudest asiatico (Indonesia e Malesia), cacao dall’Africa occidentale e dall’Ecuador, zucchero da barbabietola europeo e da canna sudamericano. E poi le nocciole. Oggi la richiesta da parte dell’azienda è diventata gigantesca. “Usiamo nocciole che provengono da diverse aree del mondo”, sottolinea Marco Gonçalves, amministratore delegato della Ferrero Hazelnut company, la divisione dedicata alla nocciola. “La nostra politica è diversificare le fonti di approvvigionamento, ma il principale mercato di rifornimento rimane la Turchia”. Con circa il 70 per cento della produzione mondiale, la Turchia è la leader del mercato. Lungo le rive del mar Nero, a partire dalle zone a poca distanza da Istanbul fino al confine con la Georgia, i noccioleti dominano incontrastati il paesaggio. Sono 700mila ettari, fatti per lo più di appezzamenti di dimensioni ridotte, gestiti da piccoli proprietari che vendono a intermediari, i quali a loro volta rivendono agli esportatori e alle industrie di trasformazione. Qui la produzione di nocciole risale a secoli fa: già nel 1403, prima della caduta dell’Impero romano d’oriente, si registravano scambi tra le zone del mar Nero e la capitale Costantinopoli. Nelle cittadine di Ordu e Giresun, cuore nevralgico e culla della produzione, la findik (nocciola, in turco) è regina. Immagini del frutto in guscio campeggiano ovunque, sui muri delle case, sulle vetrine di botteghe di intermediari che spuntano a ogni angolo, nei piccoli laboratori di trasformazione. - Ogni incontro è preceduto da un rituale che si ripete sempre uguale, in cui all’ospite straniero viene offerto un piatto straripante di nocciole locali, immancabilmente definite le “più saporite e nutrienti del mondo”. Il frutto è un elemento essenziale dell’identità della regione. Alcuni ne esaltano le proprietà afrodisiache e, data l’abbondanza, lo somministrano in quantità anche al pollame d’allevamento per stimolare la riproduzione. Le nocciole raccolte in questa regione si vendono tostate, come granella per i dolciumi, pasta per i gelati. Si esportano in decine di paesi. Ma un acquirente spicca su tutti gli altri: la Ferrero. Se non ci fossero i frutti turchi, il gruppo piemontese avrebbe difficoltà a produrre le sue delizie. Suggellato di recente da un gemellaggio tra le città di Alba e di Giresun, il legame tra questa regione e l’azienda italiana somiglia a un matrimonio d’interesse: la Ferrero compra circa un terzo della produzione turca di nocciole, i produttori locali trovano nell’azienda piemontese un partner di cui non possono più fare a meno. Ma ultimamente la relazione soffre. Su un muro del villaggio di Aydindere, nell’entroterra, è comparsa una scritta: “Ferrero assassina di nocciole! Fuori dal nostro paese. Via le tue sporche mani dalle nostre nocciole”. Con toni meno aggressivi, molti puntano il dito contro la multinazionale italiana, accusata di gestire il mercato in un regime di monopolio. “Ferrero è il vero ministro dell’agricoltura”, dice Rifki Karabulut, direttore dell’unione degli ingegneri agricoli di Giresun, che offre supporto ai produttori. “È l’azienda italiana a stabilire i prezzi e a rendere gli agricoltori dipendenti dalle loro politiche”. Tra le rappresentanze agricole e gli industriali trasformatori, il coro è unanime: la Ferrero ha un potere sproporzionato e vuole mettere le mani sul settore, assumendo il controllo di tutta la filiera. Nel 2014 l’azienda ha acquisito la Oltan, primo gruppo turco nella commercializzazione delle nocciole, con più di 500 milioni di dollari di fatturato. L’impresa nata dalla fusione controlla oggi tra il venti e il trenta per cento del commercio mondiale di nocciole. La Commissione europea ha dato il via libera all’operazione, affermando che il gruppo non ha acquisito una posizione dominante nel mercato. Ma con questa mossa la Ferrero, oltre a garantirsi la fornitura, ha assunto un nuovo ruolo: non più semplice compratrice, ma anche venditrice di materia prima ai propri concorrenti. “Il mercato si concentrando sempre di più, con una manciata di aziende che di fatto possono dettare le condizioni”, sottolinea Dursun Oğuz Gürsoy, presidente dell’omonimo gruppo industriale che vende nocciole e prodotti trasformati sia ad altre industrie sia direttamente nei supermercati. Nella sua fabbrica subito fuori Ordu, questo signore sulla sessantina, “quarantadue anni d’esperienza nel settore”, analizza gli andamenti del mercato. “Oggi ci sono cinque grandi ditte esportatrici. Vent’anni fa erano 55. La Ferrero ha il potere di determinare il prezzo, perché ha i soldi e la capacità di mettere fuori gioco i concorrenti”. Ma la multinazionale del cioccolato sta giocando sporco o sta semplicemente facendo il suo mestiere, assicurandosi il rifornimento di una materia prima essenziale per i suoi prodotti? “Io farei la stessa politica aziendale, se fossi in loro”, ammette Gürsoy. “Il problema è che lo stato ha abdicato al suo ruolo di regolatore e in un regime di libero mercato il più forte inevitabilmente divora i più deboli”. Un settore in crisi Se gli industriali turchi fanno fatica a fronteggiare la concorrenza del gigante Ferrero, gli agricoltori appaiono ancora più indifesi. E In Italia, secondo produttore mondiale, la Ferrero ha lanciato il progetto Nocciola Italia, per aumentare le superfici coltivate di circa 20mila ettari, passando dagli attuali 70mila ad almeno 90mila, anche in regioni dove le nocciole non sono un prodotto tipico come l’Abruzzo, il Molise, l’Umbria e la Toscana. Con i suoi 22mila ettari, quasi un terzo del totale nazionale, la provincia di Viterbo è la principale area di produzione italiana di nocciole. È da tempo immemore che qui gli alberi sono presenti nelle aree di sottobosco: gli storici narrano che gli antichi romani bruciavano legno di nocciolo nei sacrifici al dio Giano e lo impiegavano per le torce augurali in occasione delle nozze. Ma la produzione intensiva è cominciata negli anni cinquanta del secolo scorso ed è aumentata negli anni ottanta, quando è cresciuta la domanda dell’industria: in queste aree le rese sono alte, tra i venti e i trenta quintali a ettaro, il doppio o il triplo di quelle turche. I bassi costi di gestione e la possibilità di raccogliere a macchina rendono la coltivazione redditizia, soprattutto se paragonata ad altre colture. Quando va a produzione, dopo circa cinque anni, un ettaro di noccioleto può garantire un utile annuo fino a cinquemila euro, cifra tutt’altro che piccola nel comparto agricolo italiano. Anche grazie al sostegno della regione Lazio, la Ferrero punta ad aumentare qui le superfici di altri diecimila ettari entro il 2025. Così nuovi impianti stanno proliferando, occupando zone dove normalmente gli alberi non c’erano. “Questo piano sta portando alla radicale trasformazione del paesaggio e a un’irreversibile perdita di biodiversità”, dice Famiano Crucianelli, ex sottosegretario del ministero degli esteri, oggi presidente del biodistretto della via Amerina e delle Forre, un’area che interessa tredici comuni della bassa Tuscia e dei monti Cimini. “La nocciola è una grande risorsa per questa zona, ma va coltivata nel rispetto dell’ambiente. Qui si fa un uso eccessivo di chimica e si sta compromettendo un territorio intero, convertendolo in una monocoltura”. Il piano di espansione ha portato a una polarizzazione senza precedenti: da una parte il biodistretto e un pezzo di società civile più sensibile ai temi ambientali, dall’altra le principali organizzazioni dei produttori, che accusano i primi di avere una visione romantica dell’agricoltura e di non conoscere i fondamentali della produzione. - “La nocciola è la coltura che richiede meno trattamenti in assoluto”, sostiene Pompeo Mascagna, presidente di Assofrutti, la principale Organizzazione di produttori (Op) della zona, che ha stretto un accordo pluriennale con la Ferrero per consegnare all’azienda piemontese il 75 per cento della produzione. “Trovo assurdo parlare di monocoltura, quando abbiamo 22mila ettari coltivati a nocciola su 260mila totali nella provincia di Viterbo, è meno del nove per cento. Poi, certo, in alcune aree come il lago di Vico, la concentrazione è più alta”. Percorrendo le strade che costeggiano il lago, i filari di noccioli si susseguono senza soluzione di continuità. Molti alberi sono di dimensioni ridotte, piantati di recente, a conferma che l’interesse della Ferrero sta imprimendo un’accelerazione al processo. Da un balcone naturale che permette allo sguardo di spaziare sulla caldara vulcanica, lo specchio d’acqua appare circondato da quest’unica coltivazione. “L’aumento della produzione negli ultimi anni ha portato a una pesante eutrofizzazione delle acque, determinata dalla presenza di fosforo e azoto, che sono elementi costitutivi di fertilizzanti e pesticidi. Oggi il lago di Vico è in uno stato comatoso”, spiega Giuseppe Nascetti, direttore del dipartimento di ecologia e biologia dell’università della Tuscia. Nel suo studio, il professore mostra delle mappe che registrano l’andamento delle sostanze nelle acque del lago, con la conseguente variazione della flora e della fauna. Il docente, che ha condotto studi trentennali nell’area, lancia oggi un avvertimento: “Bisogna considerare produzioni più sostenibili, ragionare insieme a tutti i soggetti interessati per portare avanti un sistema di sviluppo più in equilibrio con l’ambiente. Abbiamo parlato con la Ferrero qualche anno fa, per lanciare un progetto pilota con effetti meno negativi sull’ambiente, ma alla fine non se n’è fatto nulla”. Il dilemma sembra quello ricorrente in agricoltura: la scelta tra un modello di produzione che garantisce un buon reddito agli agricoltori ma ha un certo tipo di impatto e uno con rese minori ma più in armonia con il territorio. “Qui nella Tuscia la Ferrero persegue una logica estrattiva, non valorizza il nostro prodotto e si rifiuta di comprare nocciole biologiche, orientando tutta la produzione verso il convenzionale e l’uso pesante di fitofarmaci”, continua Crucianelli. Merce indistinta Per politica aziendale, la Ferrero non compra nocciole biologiche e richiede percentuali talmente basse di cimiciato – una piccola variazione di gusto determinata dall’azione delle cimici sul frutto – che è necessario sottoporre gli alberi a diversi trattamenti. “La nostra priorità sono gli alti standard qualitativi, perché ai consumatori vogliamo dare sempre il meglio”, afferma Gonçalves. Il manager non esclude un cambio di rotta sul biologico in futuro, consapevole che l’aspetto ambientale sarà sempre più un elemento decisivo nelle scelte di acquisto. “Il consumatore medio oggi ha un’altra idea di qualità rispetto al passato. Se il mercato si evolve in questa direzione, sicuramente lo seguiremo. In alcune parti del mondo stiamo testando metodi di coltivazione più naturali. Nel viterbese, in collaborazione con l’università, stiamo per cominciare un progetto per misurare le conseguenze sulla biodiversità della coltivazione di nocciole. È un percorso lungo, ma l’abbiamo avviato”. In verità, il rapporto che l’azienda di Alba ha qui con la produzione ricorda per certi versi quello che ha in Turchia: controllo delle varie fasi della filiera, ma scarsa valorizzazione del prodotto in sé. Nel 2012 la Ferrero ha acquisito il gruppo Stelliferi, principale azienda di commercializzazione di nocciole in guscio e semilavorati, con un’operazione simile a quella conclusa successivamente con la Oltan in Turchia. Non ha tuttavia creato impianti di trasformazione come quelli di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, o di Balvano (Potenza), aperti dal patron Michele all’indomani del terremoto del 1980. Così, la nocciola viterbese è una pura commodity, una merce indistinta, che lascia il territorio per essere trasformata altrove. Terreni di una fattoria biologica nel viterbese, giugno 2019. - Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject Terreni di una fattoria biologica nel viterbese, giugno 2019. (Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject) Anche se è nella lista dei prodotti a denominazione di origine protetta (dop) stilata dal ministero dell’agricoltura, la varietà “tonda gentile romana” è del tutto sconosciuta ai più. Risultato della mancanza di politiche pubbliche, della scarsa imprenditorialità locale e del disinteresse mostrato finora dalla multinazionale di Alba, l’assenza di impianti di trasformazione mostra in modo paradossale come la principale area italiana di coltivazione della nocciola non dia alcun valore aggiunto al suo prodotto di punta. Manuela De Angelis è l’eccezione che conferma la regola. La sua Dea Nocciola acquista nocciole “locali e rigorosamente biologiche” e le usa per produrre creme spalmabili, che poi vende con il marchio del distributore nei supermercati italiani ed esteri. “Già diversi anni fa, mio padre sosteneva che l’unico modo per valorizzare una risorsa è trasformarla. Qui purtroppo è una cultura che ancora manca”, racconta questa imprenditrice quarantenne mentre mostra il suo impianto di duemila metri quadri a Gallese, non lontano dall’uscita autostradale di Magliano Sabina. “All’inizio noi scrivevamo sulle nostre etichette ‘nocciole della Tuscia’. Ma poi abbiamo visto che non funzionava perché nessuno capiva il senso di quest’indicazione e abbiamo cambiato la dicitura in ‘nocciole italiane’”. De Angelis ha visto crescere l’azienda di famiglia. Il fatturato aumenta di anno in anno e nuovi canali si aprono. “Ma rimaniamo una nicchia nella nicchia, neanche lontanamente paragonabile alla Ferrero. Noi operiamo in tutta un’altra filiera, che per il momento ci sta premiando: abbiamo scelto il biologico e il locale”. In un mondo sempre più esigente in termini di rispetto dell’ambiente e sempre più attento ai valori nutrizionali e agli effetti del cibo sulla salute, la Ferrero sembra aver scelto una sua personale terza via: aumentare il più possibile la sostenibilità e la tracciabilità delle filiere, ma mantenere immutata la composizione dei prodotti, anche se gli ingredienti sono sempre meno in linea con le tendenze di consumo. Una filosofia che appare confermata dalle nuove operazioni lanciate dal gruppo su entrambe le sponde dell’Atlantico. Giovanni Ferrero rimane ottimista, fiducioso che la sua famiglia abbia creato un mito che la ripara dalle contingenze del presente. Mentre porta avanti la sua strategia globale di acquisizioni a suon di miliardi, sembra sussurrare agli scettici: che mondo sarebbe senza Nutella? Leggi anche La produzione forzata delle nocciole in Italia Da sapere: il diserbante pericoloso Uno dei maggiori produttori di nocciole al mondo è il Cile, che nel 2018 ha raggiunto un totale di 23mila tonnellate. Nel dicembre dello stesso anno il giornale online cileno Interferencia ha denunciato che il Paraquat, un erbicida ad azione disseccante, è usato nelle coltivazioni di nocciola nella regione del Maule, nel centro del paese sudamericano. La denuncia arrivava dalla Red de acción de plaguicidas en Chile – una rete di organizzazioni contrarie all’uso indiscriminato di pesticidi – che aveva scoperto l’uso dell’erbicida nel novembre del 2017. Il Paraquat è legale in Cile, ma è proibito nell’Unione europea dal 2009. La sua inalazione può provocare danni polmonari immediati. AgriChile, il rappresentante della Ferrero nel paese, ha smentito la notizia. Nel novembre del 2018 anche Das Erste, la prima rete televisiva pubblica tedesca, aveva pubblicato un reportage sull’uso del Paraquat in Cile. La Ferrero ha replicato: “Da anni nelle nostre piantagioni cilene non si usa il Paraquat”. Da sapere: tutti i numeri della Ferrero L’azienda Il gruppo Ferrero commercializza i suoi prodotti in più di 170 paesi. Ha 94 società nel mondo e 25 stabilimenti produttivi. Fatturato Secondo il bilancio consolidato al 31 agosto 2018, la Ferrero ha fatturato 10,7 miliardi di euro, con una crescita del 2,1 per cento rispetto al 2017. Organico Al 31 agosto 2018 i dipendenti erano 35.146, rispetto ai 34.543 del 2017. Mercati importanti Le vendite di prodotti sono aumentate del 3,5 per cento rispetto al 2017, trainate dai mercati di Germania, Francia, Italia, Polonia, Regno Unito e Stati Uniti. Investimenti La parte più significativa è stata fatta su immobili, impianti e macchinari (596 milioni di euro su 673), principalmente in Italia, Germania, Canada, Polonia, e Belgio. In Italia L’utile della Ferrero al 31 agosto 2018 è stato di 203,9 milioni di euro. Ferrero Questo articolo è uscito il 21 giugno 2019 a pagina 38 del numero 1312 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati FERRERO Sostieni il giornalismo indipendente Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo. Contribuisci

 

 
 
 
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