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Decreto Popolari, De Benedetti: “Compra, ho parlato con Renzi”

Post n°1038 pubblicato il 10 Gennaio 2018 da BLACKDIAMOND63
 

“Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”. Il 16 gennaio 2015, l’ingegnere Carlo De Benedetti chiama il suo broker Gianluca Bolengo per invitarlo a comprare azioni di banche popolari. L’allora presidente del Gruppo Espresso (che edita Repubblica) gli spiega di aver saputo che a breve il governo varerà la riforma del settore: è stato il premier in persona – dice – a riferirglielo il giorno prima. La clamorosa circostanza è contenuta nella richiesta di archiviazione della Procura di Roma nei confronti di Bolengo, amministratore delegato di Intermonte Spa, indagato per ostacolo alla vigilanza, e consegnata alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. La frase di De Benedetti chiarisce una vicenda anche più delicata dei conflitti d’interessi di Maria Elena Boschi su Etruria. Il 20 gennaio 2015, il governo Renzi approva la riforma delle banche popolari. Un terremoto: le prime 10 si devono quotare in Borsa e trasformarsi in Spa, abbandonando il voto capitario (una testa un voto a prescindere dal numero di azioni) che le rendeva non scalabili. Un pezzo del credito italiano viene consegnato al mercato, acquisendo valore da un giorno all’altro. La settimana prima del decreto, elaborato da Bankitalia, i titoli di alcune popolari già quotate hanno strani rialzi (Etruria sale del 65%). Qualcuno ha saputo prima e ha comprato grazie a informazioni privilegiate? Si chiama insider trading ed è un reato grave. L’11 febbraio alla Camera il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, spiega che prima dell’approvazione del decreto – quando già circolavano indiscrezioni – alcuni “soggetti hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva”, creando “plusvalenze effettive o potenziali stimabili in 10 milioni di euro”. La Consob apre un’istruttoria e affida le indagini alla Guardia di Finanza, ipotizzando, nel caso delle operazione di De Benedetti, che sia stato commesso un insider trading di “secondo livello” (dal 2004 depenalizzato a illecito amministrativo) e poi passa le carte alla Procura. L’indagine dell’Authority si concluderà con la decisione di archiviare il procedimento, votata a maggioranza dai commissari (Vegas si è astenuto). De Benedetti chiama Bolengo il 16 gennaio 2015. Poche ore dopo il broker effettua gli acquisti sui titoli di sei popolari poi coinvolte dalla riforma. Per espressa richiesta dell’imprenditore, nessun acquisto riguarderà la Popolare di Vicenza, dove un mese dopo entreranno gli ispettori della Bce scoprendo un buco di 1 miliardo. I titoli vengono rastrellati per conto della Romed, la cassaforte finanziaria dell’ingegnere (che all’epoca la presiedeva) che incasserà, con quest’operazione, una plusvalenza di 600mila euro. La Finanza acquisisce le registrazioni delle chiamate che gli intermediari finanziari sono obbligati a conservare per legge. E così si imbatte nello scambio. De Benedetti: Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto. Bolengo: Sì, ehm… però adesso stanno andando avanti… comunque non è… DB: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane. B: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio, città di 30 mila abitanti. DB: Quindi volevo capire una cosa… (incomprensibile) salgono le popolari? B: Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono. DB: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa. B: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle popolari. Se vuole glielo faccio studiare uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa. DB: Togliendo la Popolare di Vicenza. B: Sì. Il dettaglio del decreto (di cui parla il broker) è essenziale: con un provvedimento d’urgenza, al posto di un disegno di legge (con i suoi lunghi tempi parlamentari), i titoli salgono velocemente. Da qualche giorno infatti sui giornali ci sono indiscrezioni sui possibili contenuti della riforma (ne aveva scritto anche l’Ansa il 3 gennaio), ma non sul mezzo con cui sarà varata. Sono davvero in pochi a saperlo, anche perché è inusuale che una riforma del genere passi per decreto d’urgenza. È lo stesso pm Stefano Pesci, nella richiesta di archiviazione al gip Gaspare Sturzo di quasi due anni fa, a sottolinearlo. “Nel corso di una riunione ‘apicale’ tenuta l’8 gennaio 2015 – a cui partecipavano, tra gli altri, Renzi, Padoan (il ministro dell’Economia, ndr), Visco (il governatore, ndr) e (…) anche il vicedirettore di Bankitalia Fabio Panetta – fu deciso che l’intervento per eliminare il sistema di voto ‘capitario’ per le banche popolari sarebbe stato effettuato non mediante un disegno di legge (…), bensì con lo strumento, inatteso e inusuale in tale ambito, del decreto legge; si decise altresì che il decreto sarebbe stato varato nel Consiglio dei ministri del 20 gennaio”. Essendo già usciti rumors sull’imminente riforma, secondo la Procura le due “informazioni privilegiate” necessarie per commettere un insider trading sono quindi la scelta di usare un decreto legge e la data di emanazione. De Benedetti non è preciso sulla seconda (parla in sostanza di un intervento che si “sarebbe realizzato in tempi brevi”) e sulla prima la versione della Procura è che è Bolengo “a utilizzare in modo del tutto generico e, palesemente, senza connotazione tecnica, la parola ‘decreto’”. I pm interpretano le parole del broker così: ha detto decreto, ma non intendeva decreto. Per questo lo scagionano dall’aver omesso a Bankitalia il possesso delle informazioni. De Benedetti – riporta il testo – “nei giorni immediatamente precedenti il 16 gennaio”, incontrò “sia il dg di Bankitalia Panetta, sia il presidente del Consiglio”, ottenendo, a quanto fa capire nella registrazione, informazioni più precise solo dal premier. Renzi è stato interrogato dai pm e, come Panetta, ha riferito “che all’imminente riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e che non fu riferito di quei colloqui a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico”. Per la Procura la vicenda è chiusa: nessun reato né per Renzi, né per De Benedetti, né per Bolengo. Da quasi due anni il Gip deve decidere se questa linea è corretta. di Carlo Di Foggia e Valeria Pacelli | 10 gennaio 2018

 
 
 

FAKE BOT

Un'altra serie di "fake bot" negli scorsi mesi ha scritto un tweet identico sull'Europa e i partiti populisti. Molti di quei profili condivide contenuti di IsayData, una delle società della galassia Arves s.r.l. di Ruth Di Segni e Gianluca Pontecorvo, e pro-Ilva, per la quale lavora un'altra azienda dei due. Che dicono all'Agi: "Non ci riguarda in nessun modo. Mai lavorato per partiti politici". Ma una delle società ha collaborato con Ignazio Marino e Gianni Cuperlo di F. Q. | 30 dicembre 2017

La rete di account falsi che twittano in automatico non si ferma aifinti terremotati che rientrano nelle loro casette. È molto più ampia e abbraccia anche altri interessi. Assieme a Carlotta Minotta, Lucio Ruggero e altre decine di account fasulli, c’è un altro gruppo di persone inesistenti che “pressa” su alcuni temi e sembrerebbe riconducibile – come i finti sfollati tornati nelle loro abitazioni – a una gruppo di società romane, IsayData e IsayWeb. Queste società sono impegnate nella rassegna stampa web di grossi gruppi come Ilva e che in passato ha curato la parte web della campagna elettorale di Ignazio Marino e quella per le primarie Pd di Gianni Cuperlo, secondo quanto riportato sul profilo Linkedin di uno dei soci e sul sito di IsayWeb. Ma andiamo con ordine. Il link che legherebbe i falsi profili (“fake bot”) che si spacciavano per terremotati a IsayData è stato ricostruito dall’informatico David Puente: molti account che festeggiavano il ritorno a casa dopo il sisma “sono stati creati nel gennaio 2012”, scrive Puente, e hanno almeno una dozzina di migliaia di follower. “L’email usata per la gestione dell’account” è identica per quasi tutti i profili (is*********@g****.***). Inoltre, spesso, hanno rilanciato sui social i contenuti dell’azienda, il cui account è stato creato nello stesso mese dei fake bot. Cosa sia questa società, lo ha spiegato l’Agi: una “business unit dedicata all’analisi dei social della società di consulenza informatica Arves S.r.l.“. I fondatori hanno negato all’agenzia di stampa di aver creato né di avere nulla a che fare con questa rete di account falsi. “Cadiamo dalle nuvole, ci sembra il classico fulmine a ciel sereno”, hanno risposto Ralph Di Segni e Gianluca Pontecorvo, soci fondatori della società. I due hanno respinto la possibilità di aver creato i bot per influenzare la rete: “Non lo abbiamo mai fatto, non ci riguarda in nessun modo – dicono – I bot sono un fenomeno che conosciamo, ma che non ci appartiene. In un certo senso ci spaventa pure che questo sia successo, potremmo essere finiti in un gioco più grande di noi”. Di Segni e Pontecorvo, entrambi molto attivi nella Comunità ebraica romana, hanno inoltre negato di aver lavorato per partiti politici in passato: “Abbiamo monitorato in rete le primarie del Pd o l’elezione del sindaco di Roma, ma l’abbiamo fatto solo per farci conoscere”. In realtà i due compaiono anche nell’organico di IsayWeb, di cui Pontecorvo è co-fondatore. È lui stesso sul suo profilo Linkedin ha specificare di aver avuto il “piacere di lavorare” per la campagna a sindaco di Roma di Ignazio Marino, per la campagna primarie Pd di Gianni Cuperlo, il Padiglione Israele a Expo 2015 e per Ilva. Un impegno, quest’ultimo, confermato al ilfattoquotidiano.it dallo stesso gruppo: “Svolgono per noi la rassegna stampa web”, spiegano da Ilva. A questo punto bisogna ripartire da un tweet che tra il febbraio e l’ottobre 2016 è stato generato da decine di account in maniera identica: “Io so esattamente da quale Europa voglio fuggire: da quella di Marine Le Pen, di Alba Dorata e della Lega“. Il 29 luglio, ad esempio, il messaggio compare sulla timeline di tale Maddalena Nore, poi tocca a Lisa De Angelis, Isabella Caranti, Carletto Focia, Luigi Basco, Michele Verardi e Daniele Urtani. Profili che hanno diverse cose in comune con i “finti terremotati”: sono tutti stati creati nel gennaio 2012, scarsa interazione, tweet generici, un numero di follower oscillante nell’ordine dei 5-10mila utenti. Ma non solo. Isabella Caranti per tre volte nello scorso ottobre ha condiviso contenuti di IsayData. Daniele Urtani lo ha fatto il 14 ottobre e il 2 agosto aveva anche ritwittato Beny Raccah, che in IsayWeb e IsayData ci lavora. Il 5 ottobre era toccato a Michele Verardi e ventiquattr’ore dopo è il turno di Luigi Basco. Non è finita qui. Molti di questi utenti che interagiscono con l’account IsayData – appartenente alla galassia di IsayWeb che cura la rassegna stampa web di Ilva -sembrano anche assai interessati al futuro dell’acciaio italiano. Quando a fine novembre scoppia la lite tra il ministro Carlo Calenda e il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano sul piano ambientale Ilva, tale Daniele Fabrizi ritwitta un articolo del Fatto Quotidiano e commenta: “Ed ecco che quel genio di Michele Emiliano, vista la recente assenza di visibilità, impugna il piano ambientale Ilva con il suo amico Rinaldo Melucci, bloccando la copertura dei parchi minerari appena annunciata. Bra-vis-si-mi!”. Tra i 46 retweetcollezionati spuntano Nore e Urtani, che torna a interessarsene il 23 dicembre diffondendo la notizia di ArcelorMittal che chiede garanzie all’Italia dopo il ricorso della Regione Puglia e Comune di Taranto. Una notizia condivisa anche per Nore. A settembre era stato il profilo di Isabella Caranti a interessarsi di acciaio retweet un articolo di Repubblica che parlava della siderurgia italiana pronta a ripartire da Piombino, dove in realtà la crisi è tutt’altro che lontana, fino all’Ilva. Tra fine novembre e metà dicembre è l’account di Carletto Focia ad occuparsi di Ilva: prima retweetta un post del segretario dei metalmeccanici Cisl Marco Bentivogli che si scaglia contro Emiliano, poi il 13 per due volte condivide un pezzo del Sole 24Oresugli “scarti dell’Ilva non inquinanti”. Il 28, infine, era toccato a Lisa De Angelis condividere con i suoi oltre 11mila follower un tweet dell’account ufficiale del ministero dello Sviluppo Economico: “Ilva, Carlo Calenda: spero che il Comune di Taranto e la Regione Puglia abbiano ben ponderato le conseguenze delle loro iniziative”. Il 21 dicembre ben cinque di questi account sono interessati anche a una notizia che riguarda Israele. “Peccato per l’Italia. Anche questa volta abbiamo perso l’occasione per fare la cosa giusta all’Onu. Gerusalemme è la capitale d’Israele e nessuna risoluzione può negarlo”, scrive la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello. E il suo post viene condiviso da Urtani, Lamis, Basco, Nore e De Angelis. Non un caso isolato. Diversi di questi account hanno condiviso post riguardanti l’innovazione di Israele e l’account Luigi Basco lo scorso 27 marzo ha condiviso un post di Progetto Dreyfus, un think-thanksull’ebraismo. Il sito dell’associazione è stato costruito da IsayWeb e Gianluca Pontecorvo, co-fondatore di quell’azienda, è il vicepresidente.

 
 
 

Terremoto L’Aquila, il “miracolo” new town cade a pezzi: inagibile un alloggio su 10

Post n°1036 pubblicato il 11 Giugno 2017 da BLACKDIAMOND63
 

All’epoca Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso parlavano di “miracolo”. Il sindaco che sta per lasciare dopo dieci anni Massimo Cialente, invece, pure. Era il 29 settembre del 2009, il giorno del 73esimo compleanno dell’allora Cavaliere e si inauguravano i primi 400 appartamenti del progetto C.A.S.E. – così, con i puntini – tassello iniziale della fantomatica new town (all’inizio se ne parlava al singolare) che avrebbe dovuto rimpiazzare L’Aquila, distrutta dal terremoto del 6 aprile. Davanti ai nastri da tagliare, erano tutti entusiasti. Otto anni dopo, a dispetto del luogo comune che rimbalza qua e là, quel progetto avveniristico si rivela un fallimento. Gli appartamenti cadono a pezzi. Interi condomini vengono evacuati d’urgenza di fronte al rischio di crolli. Si prospetta, addirittura, l’esigenza di abbattere alcuni dei quei 19 quartieri costruiti in tutta fretta nell’emergenza post-sisma. In tutta fretta e con soldi pubblici, ovviamente: oltre un miliardo di euro. E inevitabilmente si riaccendono le polemiche, con Cialente e Bertolaso che si rinfacciano a vicenda le responsabilità del disastro nelle interviste rilasciate al quotidiano Il Centro, che ha riportato in auge la questione. Tanto più che L’Aquila vive la fase culminante della campagna elettorale per le amministrative dell’11 giugno: e nulla, come il progetto C.A.S.E., si presta bene per accuse incrociate e revisionismi.
Ma non è solo questione di propaganda, se proprio alla vigilia del voto si torna a parlare di quelle in città vengono spesso chiamate “le casette di Berlusconi”. I problemi, per chi in quelle casette ci vive, sono assai concreti. Lo sono, ad esempio, per le 70 famiglie che mercoledì mattina hanno appreso che presto potrebbero essere sgomberate. Sono solo gli ultimi episodi di una sequela ormai lunghissima di incidenti nelle new town berlusconiane. Dai balconi che crollano agli intonaci che si staccano, dalle caldaie non coibentate e perennemente in tilt agli isolatori sismici che si scoprono non omologati. L’assessore all’Assistenza alla popolazione, Fabio Pelini, tira le somme: “Gli alloggi inagibili, per vari motivi, sono oltre 500 su un totale di 4500”.

“Stiamo cercando di capire cosa ne sarà di noi, per il momento ci hanno solo detto che le nostre abitazioni non sono sicure”, si sfoga Anna. Il rischio che corrono, ora, è quello di dover abbandonare i loro alloggi, installati su piattaforme antisismiche in stato di grave deterioramento. Proprio come hanno dovuto fare, la settimana scorsa, i residenti della Piastra 1 di Coppito 2. Si tratta di 24 famiglie, costrette a sgomberare le loro abitazioni il 31 maggio. “Tutto è successo senza alcun preavviso – racconta Debora – I vigili del fuoco ci hanno lasciato appena 5 minuti per recuperare qualche oggetto, poi ci hanno trasferiti”. Per circa una settimana sono stati ospitati all’Hotel Amiternum, in attesa di una nuova destinazione. E nel frattempo la rabbia è montata. “Da mesi – racconta Roberto – facevamo segnalazioni: nei locali sotterranei pioveva vistosamente”. Risposte? “Nessuna”. Poi, però, l’intervento d’urgenza. Il problema, spiega ora Cialente a fattoquotidiano.it, stava in una guaina impermeabilizzante tagliata male. “Era stata montata al contrario e dunque non bloccava le infiltrazioni di acqua”. Risultato: travi e pannelli bagnati e rischio di crolli. “La responsabilità era evidentemente della ditta subappaltatrice: e a quel punto – prosegue il sindaco – abbiamo disposto i controlli sulle altre 11 piastre installate dalla Cosbau”. E così si è scoperto che altre 3 piattaforme – la numero 2 di Coppito 2, le numero 13 e 14 di Pagliare di Sassa – presentavano problemi analoghi. “Non è detto che in questi casi sia necessario procedere allo sgombero”, afferma Cialente. Ma dal suo staff lo pronosticano come “fortemente probabile, almeno per 2 delle 3 piastre”.


Una situazione difficile da gestire e che col passare del tempo sembra destinata a peggiorare. Secondo Guido Bertolaso, la colpa è di Cialente e della sua giunta, colpevoli di non avere effettuato i lavori di manutenzione necessari dal 2010 in poi. Il sindaco non ci sta e parla di oltre “30 milioni di euro spesi in interventi di manutenzione”. Il problema, secondo Cialente, è di ben altra natura. “Ha a che fare con la progettazione e la realizzazione di quelle strutture. L’esempio delle piastre evacuate in questi giorni è emblematico: lì ci sono delle guaine installate male da chi ha eseguito i lavori nel 2009. Cosa c’entra la manutenzione?”. Certo, le new town nascevano per durare negli anni, proprio in contrapposizione coi container dell’Umbria e del Belice. “Assurdo pensare che opere pensate con queste finalità cadano a pezzi dopo pochi anni” ragiona Cialente. Eppure, nell’autunno 2012, quando il Comune ha acquisito i “C.A.S.E.”, non ha effettuato verifiche sulla stabilità delle strutture. “Io mi sono fidato dei collaudi, che erano in regola. Cos’altro potevo fare?”.

Quando sarà terminata la carambola delle accuse reciproche, bisognerà poi anche capire cosa farne, di questo ingombrante e decrepito patrimonio. Cialente una proposta ce l’ha: “Smantellare le piastre. Tutte”. Una proposta che ha infiammato la settimana finale di campagna elettorale. Coi candidati del Pd e del centrodestra divisi sulle attribuzioni delle colpe, ma concordi di fatto nello smentire Cialente e nel prospettare “solo abbattimenti selettivi”. E coi comitati civici a sostegno dell’outsider Carla Cimoroni che denunciano “il vergognoso scaricabarile” tra le due opposte coalizioni, entrambe responsabili di quello che nel 2009 fu “un patto concordato tra le parti” che “ignorò puntualmente tutte le proposte alternative”. Cialente comunque insiste: risistemare tutti gli alloggi danneggiati avrebbe costi enormi, secondo il sindaco, e soprattutto “grava il parere dell’Unione europea, che ha finanziato il progetto C.A.S.E. solo a patto che si trattasse di alloggi temporanei, come previsto dal Fondo di solidarietà”. Ma se gli si chiede quale sarebbe, il limite della “temporaneità”, Cialente sorride sarcastico: “È quello che ho chiesto anche io a Bruxelles. Senza ricevere risposta. Ma resta il fatto che a breve bisognerà pensare di abbattere molte di quelle strutture”. Di un progetto mastodontico, finanziato per 700 milioni dallo Stato italiano e per circa 350 dall’Ue, resterebbero soltanto macerie? “Che fosse temporaneo, lo si sapeva fin dall’inizio. Semmai l’errore è stato rinunciare, nel 2009, a soluzioni meno onerose”. Peccato non averci pensato all’epoca, quando si tagliavano i nastri e si gridava al miracolo.

 
 
 

"Ci dicevano che era tutto a posto" Vittime dell'uranio, dimenticati dallo Stato

Post n°1035 pubblicato il 09 Giugno 2017 da BLACKDIAMOND63
 

Ci dicevano che era tutto a posto 

Vittime dell'uranio, dimenticati dallo Stato

Giovanni, orgoglio dell’Arma dei carabinieri, ex scorta di magistrati antimafia, veterano di missioni all’estero in Kosovo e Nassiriya, era un colosso d’uomo di novanta chili. Il suo calvario è iniziato con una serie di emicranie lancinanti, problemi alla vista, tremori alle gambe. “Ha solo bisogno di riposo”, minimizzavano i medici. Invece quei disturbi si sono trasformati in una diagnosi senza scampo: tumore al cervello. Che se lo è portato via in diciotto mesi e quindici giorni.

A Gaetano, vice brigadiere reduce da missioni in Bosnia, hanno dovuto asportare metà intestino. In cinque anni ha subito quattro interventi e oggi è inchiodato a un letto d’ospedale.


Paolo, quando è partito per la prima missione all’estero, aveva appena compiuto vent’anni. Oggi, 35enne, è sopravvissuto a una lunga lotta contro un tumore che gli ha portato via un testicolo.


Si sentono rinnegati da quello stesso Stato che hanno servito fin da ragazzi, dimenticati dalle istituzioni, snobbati dalle autorità alle quali hanno chiesto aiuto. Sarebbero quasi 3.700, secondo i più recenti dati a disposizione, i militari di ritorno da missioni all’estero che negli ultimi dieci anni si sono ammalati di tumore. Trecentoquattordici dal 1999 fino a oggi, invece, quelli già deceduti. L’ultimo caso si è verificato pochi mesi fa a Roma: un maresciallo capo della Croce Rossa ucciso da una neoplasia polmonare a piccole cellule.


Si tratta di uomini in divisa che hanno servito con onore la bandiera italiana – variegati per appartenenza militare - ma con un unico comune denominatore: una patologia provocata da esposizioni all’uranio impoverito o al radon, un gas radioattivo completamente inodore che deriva sempre dallo stesso metallo. Un esercito silenzioso, che ora chiede a gran voce di essere ascoltato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti.


La lista di morti e malati sottoposti a cure estenuanti continua infatti ad allungarsi, con segnalazioni dettagliate in tutta Italia, quasi ogni mese. Anche da parte di uomini giovanissimi, fra i 22 e i 45 anni. Eppure – denunciano avvocati e associazioni – il ministero della Difesa, che nel 2010 ha persino istituito un “gruppo progetto uranio impoverito” proprio per studiare il fenomeno e ha messo a disposizione un fondo di 30 milioni di euro (finanziato con 10 milioni di euro all’anno) per risarcire eventuali vittime, continua a non rispondere alle loro lettere, telefonate e richieste d’aiuto. Tanto da obbligarli a ricorrere ai tribunali civili, che in questi anni hanno registrato una lunga serie di condanne.


Di molti di loro si sta occupando la Procura di Rimini. Dove un pool di magistrati creato ad hoc ha messo insieme in poco più di un anno un totale di 27 casi, fra esposti e denunce. Segnalazioni che – come risulta a l’Espresso – continuano a crescere quasi ogni mese.

L’Italia, infatti, è uno dei pochissimi Paesi europei ancora scettico di fronte a un collegamento fra l’esposizione al materiale con cui sono costruite le teste di guerra delle munizioni usate dalla prima Guerra del Golfo ad oggi e l’insorgenza delle forme tumorali.

CI DICEVANO: E’ TUTTO A POSTO

Eppure i rischi delle esposizioni da uranio impoverito, alle autorità italiane, dovevano essere ben noti da tempo. In particolare dal 1999, da quanto l’U.S. Army divulgò un’informativa rivolta ai vertici militari di tutti i Paesi presenti in missioni nella ex Yugoslavia sulla pericolosità delle neoparticelle di uranio impoverito.


Il documento illustrava in inglese come difendersi dai rischi dovuti al contatto con l’uranio, per esempio lavandosi le mani e coprendo la pelle esposta. Inoltre, per quanto riguarda le missioni in Kosovo, una cartina segnalava le zone bombardate da armi di uranio impoverito.


Una polvere terribile, l’uranio, in grado di infilarsi nelle divise dei militari e di provocare negli anni malattie irreversibili. Spiega l’ammiraglio Falco Accame, oggi presidente dell’associazione Ana-Vafaf, che tutela le famiglie dei militari deceduti in tempo di pace: “Gli americani erano stati chiari: neanche un lembo di pelle doveva rimanere esposto a quel metallo, e i soldati erano tenuti a indossare tute completamente impermeabili. Invece i nostri erano vestiti poco più che in braghe di tela, si sedevano nelle camionette dove sui sedili era rimasta la polvere di uranio, che si infilava nelle mutande e nei pantaloni. E questo spiega l’anomala insorgenza di tumori non solo alle vie respiratorie, ma anche ai testicoli e rettali”.


I ricordi sono ben stampati nelle mente del capitano Enrico Laccetti, alto ufficiale della Croce Rossa, per quasi dieci anni in servizio nei Balcani, che al ritorno dalla missione di pace si è ritrovato un linfoma ai polmoni lungo 24 centimetri provocato – recita il referto della biopsia – “da nanoparticelle di metallo pesante”.

“Noi italiani operavamo a mani nude, con il volto scoperto, senza maschere, in territori altamente inquinati da proiettili di uranio impoverito, ancora conficcati al suolo”, ricorda oggi, “e poi vedevamo i soldati statunitensi tutti bardati, con divise ultratecnologiche che sembravano sbarcati da un film di fantascienza, ma quando abbiamo chiesto ai nostri superiori perché fossero così protetti - e noi invece no - loro ci rispondevano: sono americani, sono esagerati. Non preoccupatevi: è tutto a posto”.


INDAGINI A RIMINI

Tutto a posto però non era. I soldati hanno cominciato a scoprirlo sulla propria pelle una volta rientrati in Italia, nei primi anni Duemila. Gli strascichi continuano ancora oggi, perché gli effetti deleteri dell’uranio possono metterci anche quindici anni a manifestarsi. Come conferma il boom di segnalazioni arrivate nel corso di quest’anno ai centralini della Procura di Rimini, dove il pubblico ministero Davide Ercolani sta coordinando una delicatissima inchiesta, ancora nella fase delle indagini preliminari, che per ora riguarda 27 militari.


Il fascicolo d’indagine con l’accusa di omicidio colposo e omessa esecuzione di un incarico, fino ad oggi contro ignoti, potrebbe arrivare a dare un nome e un cognome ai vertici militari responsabili delle missioni di pace all’estero che avrebbero potuto sapere i rischi ai quali andavano incontro i soldati, inadeguatamente equipaggiati, mandati allo sbaraglio in territori fortemente inquinati dall’uranio impoverito. Chi erano e quanti erano, insomma, i comandanti consapevoli del rischio che stavano correndo i loro militari e che nonostante questo li hanno lasciati servire lo Stato in quelle condizioni?


Spiega a l’Espresso Ercolani: “Tutto è partito con il caso del brigadiere capo Giovanni Mancuso, stroncato da un tumore al cervello nel 2010. A sporgere denuncia sono stati i suoi familiari. Da lì è stato come scoprire la punta di un iceberg, e in poco tempo decine di persone hanno preso d’assalto i centralini della sezione polizia giudiziaria di Rimini per avere informazioni, rendere dichiarazioni e fare esposti. Ora saranno le indagini a stabilire se davvero i vertici della Difesa potevano non sapere i rischi dell’uranio”. “I casi che ci troviamo ad analizzare sono tanti e diversi”, aggiunge ancora il magistrato, “il comune denominatore è l’insorgenza di forme tumorali, tutte piuttosto simili fra loro, e il rientro da missioni di pace all’estero in Somalia, Kosovo, Jugoslavia e Afghanistan”.


Alcuni sono ancora vivi e lottano ogni giorno fra chemioterapie e cure più disparate. Spesso sembrano guariti e poi il tumore si risveglia, a distanza di anni, ancora più subdolo e feroce. Altri, invece, non ci sono più. E la loro voce arriva attraverso i familiari a colpi di cartelle cliniche, diari di guerra, documentazioni.


Soprattutto, infatti, parlano le carte. In particolar modo quelle raccomandate senza risposta, che in questi mesi e anni i militari hanno inoltrato al ministero della Difesa per chiedere informazioni e assistenza. Molte di queste – denunciano - rimaste lettera morta.


Come la lunga serie di missive che l’avvocato Stefano Caroli, difensore di un militare appartenente all’Esercito Italiano in servizio presso il reggimento Aviazione che si è ammalato di una grave forma di tumore al testicolo, sta inviando da un anno e mezzo a questa parte al ministero della Difesa. Spiega il legale: “Abbiamo formulato la richiesta di risarcimento allegando la documentazione che dimostra come il mio assistito si sia ammalato in seguito all’esposizione di munizioni all’uranio impoverito. Quando è partito in missione la prima volta aveva appena 20 anni. Oggi, seppur guarito, ha subito l’asportazione di un testicolo e per curarsi ha dovuto affrontare spese sanitarie molto alte”. Le lettere inviate sono state esattamente cinque, ma nessuna ha ricevuto risposta. L’ultima risale allo scorso 3 febbraio, dove si annuncia battaglia legale. “Ci hanno costretti a sporgere denuncia, e questo è inaccettabile”, spiega ancora Caroli, “così come è inaccettabile la mancanza di rispetto da parte di un ministero nei confronti di un soldato che fin da ragazzo ha fatto della difesa del proprio Paese una ragione di vita”.


“Ho ricevuto encomi durante le missioni, ho onorato la divisa che ancora oggi indosso, ma durante la malattia ho affrontato un incubo nel più totale abbandono”, racconta il militare, che oggi ha compiuto 35 anni, è ancora in servizio e per questo chiede di rimanere anonimo. “Oggi sono guarito, anche se le conseguenze di quella malattia sarò costretto a portarmele dietro per sempre”. 


Sembrava guarito, ma poi ha avuto una tremenda ricaduta, anche il vicebrigadiere dell’Arma dei carabinieri Gaetano Luppino, che tra il 2003 e il 2004 ha partecipato a missioni in Bosnia e in Kosovo con la Msu (Multinational Specialized Unit), l’unità di forze di polizia che aveva il compito di lotta al crimine organizzato e al terrorismo. Oggi si trova su un letto dell’ospedale San Martino di Genova, dove ha recentemente subito un delicato intervento al pancreas per rimuovere 15 centimetri di intestino. Si tratta della quarta operazione chirurgica dal 2008 a oggi. Nel settembre 2013, dopo una battaglia legale lunga quattro anni, gli è stata riconosciuta in primo grado la causa di servizio e un risarcimento pari a 150mila euro. Sentenza immediatamente esecutiva. Il ministero, però, ha fatto ricorso alla Corte d’Appello di Savona sezione lavoro, che lo ha rigettato il 3 gennaio 2014. Nonostante questa vittoria, da allora Gaetano Luppino giura di non aver mai visto neanche un euro di risarcimento. “Ho affrontato un anno di chemioterapia, cure domiciliari, trasferimenti in auto fino a Genova quasi ogni giorno. Tutto a mie spese”, racconta. “Questa è una lotta che mi ha umiliato, è la storia di un’Italia che dimentica i suoi figli più fedeli”.


Accuse dolorose, che però il ministero della Difesa respinge con forza. Come spiegano a l’Espresso: “Dedichiamo grande attenzione al problema dei militari che si ammalano in missione, tanto che oltre al fondo per le vittime abbiamo istituto anche degli ‘info point’ ai quali il personale può rivolgersi per chiedere informazioni e per avviare tutte le procedure per vedersi riconosciuta la causa di servizio”. Dalla Difesa, inoltre, fanno sapere che dal 2013, attraverso nuove regole, la possibilità di ottenere le indennità da parte dei militari si sono allargate non solo a chi si è ammalato di patologie collegate all’uranio impoverito, ma anche a chi è affetto da altre malattie invalidanti sorte durante il lavoro.


Per le vittime, nel 2010 è stato anche istituito un fondo da 10 milioni di euro all’anno. Che oggi ammonta a 30 milioni. Da allora agli sportelli del ministero sono arrivate 532 domande da parte di militari. Di queste, fanno sapere dalla Difesa, dopo essere state esaminate da una apposita commissione medica, “circa il 25% sono state accolte”. Oltre il 70%, va da sé, sono invece tornate indietro.



VITTORIE IN SEDE CIVILE

E così, di pari passo con le inchieste giudiziarie, procedono lentamente la giustizia civile e la Corte dei Conti. Fino a oggi si contano 25 sentenze di condanna in tutta Italia nei confronti del Ministero della Difesa. I giudici si spingono là dove i vertici militari rimangono scettici: riconoscono il nesso di causalità fra la malattia sviluppata dai militari e la loro esposizione in missione all’uranio impoverito. Quasi tutte queste cause, in tutta Italia, sono state portate avanti dallo studio legale dell’avvocato romano Angelo Fiore Tartaglia, in collaborazione con l’Osservatorio Militare presieduto dal maresciallo in pensione Domenico Leggiero.


Finora nessun militare ha riscosso un solo euro da parte del ministero della Difesa. Ma se queste condanne dovessero passare in giudicato, lo Stato potrebbe essere obbligato a versare una valanga di risarcimenti.


Come dimostra la sentenza della Corte dei Conti dell’Aquila, che due anni fa ha condannato il ministero della Difesa e quello dell’Economia a versare una pensione militare privilegiata al caporal maggiore Rinaldo Porretti, reduce da missioni in Bosnia e Albania, colpito da un carcinoma neuroendocrino metastatizzato.


“La permanenza in missione di pace – scrive il giudice nella sentenza – si è protratta senza alcun mezzo di protezione dalle esalazioni e residui tossici quali derivanti dalla combustione e ossidazione di metalli pesanti a seguito dell’esplosione di ordigni bellici e delle fabbriche di sostanze chimiche, anch’esse bombardate”. E poi ancora: “Questo giudice non può non riconoscere l’alta probabilità che le neoparticelle a sua volta generate da proiettili composti di uranio depleto, abbiano costituito un elemento determinante per la patologia stessa, che si è manifestata a diversi anni di distanza dal ritorno in patria”.


Un risarcimento danni da 400mila euro è stato riconosciuto in primo grado dal Tribunale civile di Roma alla famiglia del caporal maggiore dell’Esercito Amedeo D’Inverno, 30 anni, deceduto il 10 febbraio 2007 dopo il rientro da missioni in Bosnia per una forma fulminante di leucemia promielocita acuta. Condannando ancora una volta il ministero della Difesa, i giudici oltre a rilevare che dalle biopsie “sono emersi elementi chimici metallici non presenti nel corpo umano” attribuiscono una chiara responsabilità ai vertici della Difesa: “Appare logico pensare – scrivono le toghe – che il ministero della Difesa dell’epoca fosse a conoscenza dell’esistenza dell’uranio impoverito in Bosnia o come minimo del serio rischio di un suo utilizzo in quell’area”.


Poche settimane fa una sentenza definita “storica” della Corte di Cassazione ha sancito come la giurisdizione competente a valutare il danno per gli eredi dei militari morti sia quella dei tribunali ordinari. Una vittoria per le vittime e i loro familiari. Una sconfitta per lo Stato, che sarà chiamato a prendersi le proprie responsabilità e a fare i conti con decine di vite stroncate.


E IL TAR INVERTE L'ONERE DELLA PROVA

A ridare speranze ai militari e soprattutto un po’ di giustizia sta intervenendo ora anche il Tar. Sono in aumento i ricorsi accolti delle vittime di tumori che si erano viste negare gli indennizzi dallo Stato, ma a mettere con le spalle al muro il Ministero della difesa è stato soprattutto il Tribunale amministrativo del Lazio, con la sentenza a favore del caporal maggiore Giuseppe, arruolatosi nel 1999 e congedato nel 2010, dopo essere stato colpito da un linfoma di Hodgkin. I giudici hanno stabilito che deve essere la Difesa a dimostrare che i tumori non sono stati causati dall’uranio impoverito e non le vittime a provare il contrario. Malato e senza lavoro, l’ex paracadutista del Col Moschin di Livorno si era visto negare i benefici previsti dalla legge del 2010. Il Ministero aveva insistito sulla necessità della certezza scientifica, pressoché impossibile, sul nesso di causalità tra l’esposizione all’uranio e l’insorgere del cancro. Una tesi portata avanti anche davanti al Tar, specificando che il caporal maggiore non era mai stato in missione all’estero e si era occupato soltanto della bonifica dei mezzi di ritorno dal Kosovo, particolare che escluderebbe il rischio di contrarre la malattia.


Una posizione bocciata completamente dai giudici, specificando che è “in contrasto con quanto sostenuto dalla comunità scientifica internazionale e recepito dalla istituzioni politiche”. Il Tar ha poi evidenziato soprattutto che “il riconoscimento dell’indennità non richiede quel grado di certezza di dimostrazione del nesso causale”, essendo sufficiente la dimostrazione “in termini probabilistico-statistici”, con “inversione dell’ordine della prova”. Quando deve dunque essere riconosciuto il beneficio? “In tutti quei casi in cui l’Amministrazione non è in grado di escludere un nesso di causalità”. E così cambia tutto.

 
 
 

Fisco, spiegateci la scelta di Ruffini

Post n°1034 pubblicato il 09 Giugno 2017 da BLACKDIAMOND63
 

La nomina di Ernesto Maria Ruffini a capo della struttura che unificheràAgenzia delle entrate ed Equitalia rischia di rimanere intrappolata nella solita rete di ricorsi e burocrazie che impedisce di discutere nel merito. Ruffini, oggi capo della riscossione, deve prendere il posto di Rossella Orlandi alla guida del fisco italiano. Un sindacato di dirigenti – Dirpubblica – ha presentato due ricorsi al Tar del Lazio per fermare la nascita di “Agenzia delle Entrate – Riscossione”, il nuovo ente unificato, perché “quest’ultima non può dotarsi di impiegati e dirigenti provenienti da procedure diverse dal pubblico concorso, senza violare l’articolo 97 della Costituzione”. Equitalia è formalmente una società privata, anche se a controllo pubblico, i cui dirigenti diventerebbero dipendenti dello Stato senza concorso.

Poi c’è chi auspica l’intervento dell’Anac, l’autorità nazionale anti-corruzione: la legge Severino stabilisce che sono incompatibili incarichi di vertice in una amministrazione pubblica (Agenzia delle entrate) con “incarichi e cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dall’amministrazione o ente pubblico che conferisce l’incarico” (Equitalia). Al Tesoro sembrano non farsi problemi, all’Anac neppure, la nomina di Ruffini forse implica una violazione formale ma non dello spirito della legge (che vuole prevenire rischi di corruzione tra regolatore e regolato). Resta da capire se il Quirinale, cui spetta l’ultimo passaggio nell’iter di nomina, deciderà di ignorare la legge Severino.

C’è poi un livello politico della polemica, rinvigorito per ultimo ieri da Pier Luigi Bersani (Mdp): “È ingiusta e immotivata la sostituzione di Rossella Orlandi”. Dietro queste contestazioni, ci sono fatti che meriterebbero un chiarimento. Negli ultimi anni, l’ex premier e segretario del Pd Matteo Renzi ha magnificato i risultati della lotta all’evasione dell’Agenzia delle entrate, con i 19 miliardi recuperati nel 2016 (solo pochi scettici, incluso il Fatto, hanno obiettato che gran parte di questi arrivano da chi ha commesso errori od omissioni nelle dichiarazioni dei redditi e non dalla lotta al “nero” e al sommerso). Eppure il Consiglio dei ministri guidato da Paolo Gentiloninon ha esitato un attimo a cacciare la Orlandi, tuttora priva di un incarico definito, senza peraltro muoverle alcuna critica.

Ruffini è stato voluto da Renzi a Equitalia, la stessa Equitalia che l’ex premier ha sempre denunciato pubblicamente, al punto da cavalcare l’astio popolare annunciando prima la “rottamazione” delle cartelle esattoriali e poi la “abolizione” dell’ente di riscossione. Che però non viene abolito ma soltanto inglobato in una struttura più grande che solleva anche qualche dubbio di legittimità democratica: la nuova Agenzia scriverà di fatto le norme sul fisco per il Tesoro (come accade già ora), deciderà come applicarle e procederà alla riscossione, unendo tre funzioni in teoria diverse.

Lo Stato non riesce a recuperare dai contribuenti 817 miliardi. Di questi, ha spiegato Ruffini, si può sperare di averne indietro soltanto 84,6, quelli davvero aggredibili sono 51,9. Meglio di niente. Ma il compito di Ruffini sarà recuperarne il più possibile, non certo meno. Con metodi più civili che in passato e con quel pragmatismo che ha già dimostrato (con gesti simbolici come mandare i dirigenti allo sportello e rendendo molte procedure più snelle). Ma l’obiettivo resta “una gestione uniforme e più efficace dell’attività di recupero”. Rimarrà anche l’onere di riscossione(aggio).

Perché Renzi e Padoan hanno cacciato la Orlandi, di cui celebrano i record, e promosso Ruffini, la cui Equitalia hanno voluto riformare? Nessuno ha pensato che gli elettori – e i contribuenti – meritassero una spiegazione.


 
 
 
 

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