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Un blog creato da BLACKDIAMOND63 il 09/10/2010

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Tangenti, chiesto processo per Formigoni: vacanze e soldi dall’ex consigliere Guarischi

La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex governatore lombardo e senatore di Ap Roberto Formigoni, già condannato a 6 anni per corruzione per il caso Maugeri, e accusato sempre di corruzione per i suoi rapporti con il presunto intermediario ed ex consigliere lombardo Massimo Gianluca Guarischi, al quale sono già stati inflitti 5 anni in primo grado e in appello per il presunto giro di mazzette nella sanità lombarda. Il pm Eugenio Fusco ha inoltrato al gup Alessandra Del Corvo la richiesta di processo (dovrà essere valutata in udienza preliminare) per Formigoni e per altre persone, tra cui anche Paolo Alli, ex sottosegretario alla Presidenza della Regione. Chiesta l’archiviazione per l’ex assessore lombardo alla Sanità Luciano Bresciani. Stando all’avviso di chiusura indagini del maggio 2015, Formigoni avrebbe ricevuto oltre 400mila euro, tra contanti, orologi, spese per viaggi tra il Sudafrica e la Croazia e il noleggio di jet e barche da Guarischi, per conto di un imprenditore, in cambio dello sblocco di stanziamenti.

Stando agli atti dell’inchiesta, che venne chiusa più di due anni fa e coordinata allora dai pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio (poi passati in altre sedi giudiziarie), Formigoni avrebbe ottenuto da Guarischi una serie di utilitàtra cui il pagamento di vacanze in Sudafrica e in Croazia, somme in contanti, il noleggio di un aereo privato per raggiungere Olbia e di un elicottero per volare a Saint Moritz e l’acquisto di “un orologio da uomo in acciaio Bulgari dal valore di 3.530 euro”.  E ciò, secondo l’accusa, per garantire un “trattamento preferenziale” alla Hermex Italia dell’imprenditore Giuseppe Lo Presti nelle gare per la fornitura di apparecchiature mediche in alcuni ospedali, dandosi da fare per sbloccare gli stanziamenti regionali nel 2012. Al centro dell’indagine, in particolare, due forniture “dell’apparecchiatura diagnostica acceleratore lineare ‘Vero'” all’ospedale di Cremona e all’Istituto dei Tumori (quest’ultima non andò in porto). Tra gli indagati oltre a Formigoni, Alli e Lo Presti, anche l’ex dg della sanità lombarda Carlo Lucchina e Simona Mariani, ex dg dell’ospedale di Cremona.

 
 
 

Pasqua, proteste in tutta Italia contro aperture di centri commerciali: “La liberalizzazione non crea lavoro”

Post n°1032 pubblicato il 16 Aprile 2017 da BLACKDIAMOND63
 

Non solo Serravalle. La protesta contro le aperture degli esercizi commerciali nel week end di Pasqua si allarga un po’ in tutta Italia. “Serravalle è un emblema, ma il problema è nazionale”, dicono i responsabili del settore di CgilCisl e Uil, compatti nella battaglia contro quella che definiscono “una deumanizzazione del lavoro”. E così dalla Puglia all’Emilia Romagna, passando per LazioUmbria e Toscana, sono molte le regioni in cui sono state promosse, in maniera unitaria, forme di mobilitazione. In altre (dal Veneto alle Marche, dall’Abruzzo alla Campania), i sindacati hanno promosso campagne informative rivolte non solo a chi lavorerà a Pasqua e Pasquetta, ma anche ai consumatori che in quei giorni si recheranno nei centri commerciali.

Il motivo delle proteste? La liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi inaugurate dal decreto Salva Italia, promosso dal governo tecnico di Mario Monti a fine 2011. O meglio, “la degenerazione sempre più evidente di quella liberalizzazione”, precisa Anna Maria Furlan. Spiega la segretaria generale della Cisl: “Noi ci opponemmo sin dall’inizio, in modo compatto insieme alle altre sigle, a quella misura voluta da Monti. Di anno in anno, però, la situazione  diventata ormai inaccettabile. E proprio il caso di Serravalle sta lì a dimostrarlo”.

Nell’outlet più grande d’Europa, con 240 esercizi commerciali a pochi chilometri da Novi Ligure, i malumori si sono trasformati in voglia di mobilitazione a fine febbraio, quando la direzione del centro ha imposto l’apertura anche nelle giornate di Pasqua e Santo Stefano. “Di fatto, si è arrivati all’assurdità di 363 giorni all’anno”, denuncia Fabio Favola, segretario provinciale della Filcams-Cgil di Alessandria. È stata la “totale indisponibilità al dialogo da parte dei manager”, soprattutto, a generare risentimento. Prosegue Favola: “Dopo che la decisione unilaterale è stata resa pubblica, abbiamo chiesto un incontro. Ma la direzione ce l’ha sempre negato”. L’outlet di Serravalle è gestito dalla McArthur Glen, colosso del commercio anglo-americano con base a Londra, che in Italia possiede, oltre a quello alessandrino, altri quattro centri commerciali. I responsabili locali non sembrano aver molta voglia di parlare. “La direzione ha già detto in conferenza stampa quello che aveva da dire”. Nelle scorse ore Daniela Bricola, manager del Designer Outlet di Serravalle, sul quotidiano La Stampa ha liquidato la questione del mancato dialogo con lavoratori e sindacati in modo abbastanza sbrigativo: “La nostra decisione – ha dichiarato – non era revocabile. Si tratta di scelte effettuate in base a principi commerciali senza ritorno”. Insomma, “rivedere l’apertura di Pasqua” semplicemente “non era possibile”.

Secondo Furlan, situazioni del genere dimostrano la necessità di accogliere le richieste dei sindacati sul tema. “La legge del 2011 va corretta al più presto. Non vietando del tutto le aperture dei negozi nei giorni festivi, ma introducendo forme di contrattazione aziendale e territoriale, in modo da tener conto delle esigenze particolari dei lavoratori”. Pratica che, assicura Furlan, non è difficile da adottare: “Un esempio? Con Esselunga siamo riusciti a garantire ai genitori di bimbi sotto i 3 anni di essere esentati dai turni domenicali”.

Eppure, la direzione dell’outlet di Serravalle evidenzia che “tenere aperto a Pasqua” serve proprio a “valorizzare gli asset del territorio, per far fronte a un turismo nazionale e sempre più internazionale”. Ribatte Furlan: “È una motivazione che non regge. Si continua a lasciar intendere che l’Italia sia ancorata al passato, ma io ci tengo a dire che in quasi tutti i Paesi del Nord Europa le aperture domenicali son tutt’altro che libere. E lì McArthur Glen non se lo sogna nemmeno di richiedere l’apertura degli outlet nel giorno di Pasqua”.

Tener conto delle esigenze locali e tutelare i piccoli commercianti: sono queste le principali esigenze ribadite anche dalla Cgil. Alessio di Labio, responsabile per la Filcams della campagna contro le aperture nei giorni festivi, ci tiene a sottolineare che quella del suo sindacato “non è una contrarietà a priori al lavoro domenicale. Il punto invece è un altro”. Quale? “È il modello di sviluppo del commercio che non è sostenibile. Non tanto a Milano, Roma o Torino, dove l’impatto delle liberalizzazioni volute da Monti è stato limitato. Ma nelle città di provincia, l’apertura di outlet e grandi magazzini 365 giorni all’anno ha segnato lo svuotamento dei centri storici. Il piccolo esercente non può reggere questo tipo di concorrenza che si basa sull’abbattimento del costo del lavoro e risponde solo alle logiche della grande distribuzione”. Un approccio, dunque, che non vuole essere ideologico. “Tutt’altro”, conferma Marco Beretta, segretario della Filcams a Milano, dove Cgil, Cisl e Uil hanno invitato tutti i lavoratori, con una nota congiunta, a non prestare servizio in queste giornate di festa. “Guardiamo ai risultati raggiunti dal Salva Italia. Quando venne approvato, si disse che la liberalizzazione degli orari di apertura avrebbe rilanciato i consumi e aumentato l’occupazione. A distanza di oltre 5 anni, sfido chiunque a dimostrare che questi obiettivi sono stati raggiunti”.

 
 
 

Marianna Madia, il ministro ha mentito: non ha mai fatto la ricerca nella tesi

Marianna Madia non è mai stata nell’università olandese di Tilburg dove, stando a quanto dichiara nella sua tesi, avrebbe svolto la ricerca al centro del suo dottorato in Economia del lavoro. E ora l’Imt di Lucca, che ha conferito il titolo al ministro della Funzione pubblica nel 2008, ha deciso di aprire una “procedura istruttoria ufficiale sul caso”, come spiega al Fatto il direttore Pietro Pietrini. In casi simili all’estero l’esito dell’inchiesta universitaria ha portato alle dimissioni, come nel caso del ministro della Difesa tedesco Karl Theodor zu Guttenberg nel 2013. Il mistero olandese Nella tesi la Madia dichiara di aver trascorso un periodo come studente in visita a Tilburg nel 2008, per eseguire l’esperimento di economia comportamentale di cui parla nel capitolo 3 della tesi. “Marianna Madianon è mai stata studente in visita a Tilburg”, spiega però al Fatto Tineke Bennema, portavoce dell’Università di Tilburg. E aggiunge che “non troviamo nessuna presentazione o seminario dal titolo: Flexicurity pathways for Italy: Learning from Denmark”. Eppure, nella tesi, il ministro dichiara di aver tenuto, sempre nel 2008, quel seminario a Tilburg. Il titolo è lo stesso del capitolo 3 della tesi. A fine 2008, Marianna Madia ha sostenuto l’esame di dottorato in Economia del lavoro alla Scuola di alti studi Imt di Lucca, dopo essere stata eletta in Parlamento in aprile, con il Pd. “La tesi di Marianna Madia è approvata”, si legge sul lavoro finale: ci sono i nomi di Fabio Pammolli, allora direttore di Imt e tutor della Madia, e Giorgio Rodano, supervisore della tesi. Pammolli e Rodano non hanno voluto rispondere alle domande del Fatto su quanto dichiarato da Tilburg. La notizia si aggiunge a quanto già scoperto dal Fatto nei giorni scorsi: blocchi di frasi per oltre 4 mila parole senza virgolette e senza corretta attribuzione della fonte compaiono nella tesi del ministro identiche a quelle di altri autori. Queste frasi finiscono in alcune pubblicazioni successive, co-autorate dalla Madia e da una collega di dottorato a Imti, Caterina Giannetti. Il Cambridge Journal of Economics, che ha ospitato quei lavori, ha ora aperto un’indagine interna per sospetto plagio. Nel capitolo 2 della tesi del ministro, l’analisi della Madia è ripresa nella metodologia da altri autori senza correttamente citare la fonte. Alcune parti di quel capitolo si ritrovano nella tesi di dottorato di Caterina Giannetti, conseguito nello stesso anno a Imt (tutor Pammolli e supervisore Giampiero M. Gallo, oggi entrambi collaborano con il governo Gentiloni). A Tilburg nel 2008, spiega la portavoce dell’università, c’erano Caterina Giannetti e Maria Bigoni, colleghe di dottorato della Madia a Imt. Le stesse che nel capitolo 3 della sua tesi, il ministro ringrazia per “avermi aiutato a condurre l’esperimento” a Tilburg, specifica in una nota. La portavoce dell’università olandese conferma la loro presenza, ma specifica che “gli esperimenti della Bigoni a Tilburg non hanno nulla a che vedere con quello che compare nel capitolo 3 della tesi del ministro”. Chi ha condotto quindi quell’esperimento che dovrebbe spiegare come funziona la Flexicurity nel mercato del lavoro sottoponendo ai partecipanti, nel ruolo di aziende pronte ad assumere e di potenziali dipendenti, la scelta tra una serie di comportamenti? “Non mi pare di ricordare che Giannetti avesse condotto esperimenti a Tilburg”, dice al Fatto Hans Degreyse, oggi professore a Louvain, in Belgio. Nel 2008 anche Degreyse era a Tilburg. È stato revisore della tesi e commissario per l’esame di dottorato della Giannetti a Imt. La firma della co-autrice appare e scompare Il Fatto aveva già scoperto che il disegno e la metodologia di quell’esperimento “condotto a Tilburg” era stato in gran parte ripreso, parola per parola, da lavori scientifici di altri autori, senza virgolette e senza citare correttamente la fonte originale, se non in bibliografia. Non ci sono neppure informazioni su come e quando è stato condotto e con quanti partecipanti. Sulla base delle informazioni finora raccolte dal Fatto, o l’esperimento di Tilburg di cui si parla nel capitolo 3 non è mai stato condotto o è stato eseguito da Caterina Giannetti. Quello stesso esperimento ricompare nel capitolo di un volume – Labour Markets at Crossroads, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Cambridge Scholars – firmato, questa volta, sia dalla Madia che dalla Giannetti. La Giannetti non ha mai voluto rispondere al Fatto. Secondo dato importante: come il Fatto ha riscontrato, nella versione della tesi della Madia inviata ai revisori esterni il 25 agosto 2008, il capitolo 2 della tesi del ministro è firmato da Marianna Madia e Caterina Giannetti. Nella versione finale, pubblicata sul sito di Imt, il capitolo 2 è firmato solo dalla Madia. E nel capitolo 3 inviato ai revisori non c’è la parte riguardante l’esperimento condotto a Tilburg e i risultati conseguiti. I commissari dell’epoca “Imt dovrebbe procedere a una verifica interna, e lo dico anche a tutela di Marianna Madia, è nell’interesse di tutti sgombrare il campo da ogni dubbio”, dice oggi Davide Fiaschi, economista che insegna a Pisa, uno dei tre membri della commissione che nel 2008 ha esaminato la tesi. Concordano gli altri due: Carlo Cambini, professore di Economia al Politecnico di Torino, e Antonio Nicita, commissario dell’Agcom dal 2013. Nicita dice di aver incontrato la Madia per la prima volta il giorno dell’esame di dottorato, anche se in quegli anni hanno frequentato gli stessi ambienti della politica (oggi Nicita collabora con l’Arel di Enrico Letta dove all’epoca lavorava la Madia). Nicita conferma di aver avuto in quegli anni amicizie in comune con la Madia, come quella con Giulio Napolitano. Ma non ritiene che questo possa aver condizionato il suo giudizio sulla tesi. “In Europa la commissione esaminatrice è esterna e ha più importanza che negli Usa. Pertanto è essenziale che ogni potenziale conflitto di interessi sia del tutto evitato”, spiega al Fatto Nicholas Steneck, direttore del centro di Etica e Integrità della Ricerca all’Università del Michigan. di Laura Margottini | 7 aprile 2017

 
 
 

Sciopero fattorini Foodora, parlano i rider: “Noi, che rischiamo licenziamenti via WhatsApp, non accettiamo il cottimo”

Post n°1030 pubblicato il 20 Febbraio 2017 da BLACKDIAMOND63
 


Daniele: “Il cottimo? Inaccettabile e non meritocratico” – “L’aspetto più grave da affrontare è quello del cottimo”, spiega Daniele, 36enne di Torino laureato in storia, che con Foodora collabora da un anno. “Quando ho cominciato, l’azienda era appena sbarcata in Italia. Io avevo già lavorato con la bici come postino, e dunque mi sono convinto che quella delle consegne di cibo a domicilio potesse essere una buona soluzione, in attesa di qualcosa di meglio”. Daniele ha firmato un contratto di collaborazione che prevedeva una paga oraria: 5,70 euro lordi ogni 60 minuti. “Non molto, lo so – ammette Daniele – ma comunque meglio di niente. E poi all’epoca si trattava di una start-up: ero fiducioso che le condizioni sarebbero migliorate”. E invece? “E invece è accaduto il contrario. A novembre scadranno gli ultimi contratti con paga oraria, e i dirigenti di Foodora ci hanno fatto capire che i nuovi accordi di collaborazione prevedranno una paga per singola chiamata: 2,70 per ogni consegna effettuata“. Una prospettiva che spaventa i rider. Innanzitutto per questioni di sicurezza: “Un contratto del genere spinge tutti a correre di più, a commettere magari qualche infrazione stradale e a prendere dei rischi in mezzo al traffico. Senza contare che poi spesso andando a rotta di collo si rischia anche di ridurre in poltiglia le pietanze che trasportiamo”. Ma c’è di più: il cottimo, secondo i fattorini, introduce un sistema nient’affatto meritocratico, come invece Foodora vorrebbe far credere. “Può capitare di ricevere chiamate che ti costringono a fare anche 4 chilometri per raggiungere il ristorante. Poi magari devi aspettare che il cuoco finisca di preparare il piatto. E poi puoi dover fare un’altra lunga tratta per raggiungere la casa della persona che ha effettuato l’ordine. Altre volte, al contrario, tutto si risolve nel raggio di poche centinaia di metri. Che sistema è mai questo? È chiaro – spiega Daniele – che creerà disparità e frustrazione”.

“Licenziate via WhatsApp”: il caso di Ambra e Ilaria – Nei giorni della protesta, uno dei casi che più ha attirato l’attenzione dei media è stato quello di Ambra e Ilaria, le due promoter che per il solo fatto di aver partecipato ad un’assemblea dei rider in agitazione sarebbero state licenziate da Foodora.  Secondo quanto riportato dal quotidiano La Stampa la cessazione del loro incarico sarebbe avvenuta semplicemente attraverso la loro eliminazione da un gruppo WhatsApp su cui i promoter si relazionavano con i dirigenti. Le due ragazze, che secondo alcuni loro colleghi starebbero valutando l’ipotesi di adire le vie legali, non vogliono, per il momento, rilasciare dichiarazioni. L’ad Cocco ha comunque smentito questa ricostruzione, ma contattato da ilfattoquotidiano.it per fornire la sua versione dei fatti non ha voluto rispondere.

Valerio: “I miei turni di lavoro cancellati per un messaggio in chat” – Se confermato quello di Ambra e Ilaria non sarebbe un caso isolato. Valerio, ragazzo torinese di 29 anni, con Foodora collabora dal marzo scorso. Quando si parla di lui ai suoi colleghi, loro rispondono: “Valerio chi? Quello del ‘Quoto’?”. “Quoto” è il contenuto di un messaggio scritto da Valerio in una chat collettiva che è gli è costato una sospensione temporanea dall’azienda. “Qualche settimana fa – racconta il diretto interessato – ci fu un disguido con i nostri dirigenti connesso alla promozione di una nuova offerta. La sera stessa, sul nostro gruppo ‘Foodora Torino’ di WhatsApp ricevemmo tutti la strigliata di Cocco. Alcuni di noi fecero notare che le sue pretese andavano al di là dei limiti previsti dal nostro contratto. I toni si accesero. Io condivisi il parere di un mio collega con un semplice ‘Quoto’. Il giorno seguente – continua Valerio – fu Cocco in persona a rimuovere me e altri 3 o 4 dal gruppo. E a cancellare alcuni dei nostri turni”. Un provvedimento, questo, non solo punitivo. L’eliminazione dei turni si ripercuote anche sulla paga: “Se non maturiamo almeno 20 ore al mese, la paga non ci viene corrisposta e si cumula con quella della mensilità successiva. Se ti tagliano i turni, il rischio chiaramente aumenta. E i dirigenti lo sanno”.

Maurizio: “Alcuni ristoratori di Torino sono dalla nostra parte” – Maurizio ha 34 anni. Lui, come molti altri, ammette di aver accettato di collaborare con Foodora ben sapendo che si trattasse di un lavoro accessorio e dunque non definitivo. “Ho cominciato a gennaio. Ero disoccupato da qualche tempo e altre opportunità non c’erano a Torino”. I rider sono consapevoli che la loro condizione di estremo precariato li pone in una posizione di debolezza: Foodora, infatti, cambia in continuazione i suoi fattorini e propone contratti che vanno dai 2 ai 5 o 6 mesi. “Eppure – afferma Maurizio – io credo che anche chi, come noi, è un superprecario, non debba rinunciare a rivendicare i propri diritti, a pretendere un miglioramento delle proprie condizioni lavorative”. E alla vigilia della nuova scadenza posta ai dirigenti di Foodora – “domani è il grande giorno”, scherza Maurizio – arriva un messaggio di solidarietà ai rider in agitazione. Maurizio lo racconta orgoglioso: “Alcuni ristoranti di Torino hanno annullato la loro collaborazione con Foodora. Un esercente, in particolare, ha condiviso in pieno il senso della nostra lotta: ha annunciato che il suo locale rimarrà fuori dal network di Foodora fintanto che l’azienda non accoglierà, almeno in parte, le nostre richieste. E noi, francamente, ci auguriamo che questo possa avvenire già domani. Anche se non ci facciamo illusioni”.

Airaudo replica a Poletti – E intanto, il caso Foodora alimenta anche la polemica politica. “È curioso che Poletti scopra dai giornali che esiste un lavoro non tutelato e non normato”. Sono le parole dell’ex dirigente torinese della Fiom, oggi deputato di Sinistra Italiana, Giorgio Airaduo, intervenuto sulla questione già nei giorni scorsi. “Il ministro – ha proseguito –  non è un commentatore, ha un ruolo. Quindi convochi i manager di Foodora, non lasci soli i ragazzi e impegni il governo a coprire il vuoto normativo“.

 
 
 

I raider della protesta «licenziati» da Foodora.

Post n°1029 pubblicato il 19 Febbraio 2017 da BLACKDIAMOND63
 

Una storia che si conclude ricorrendo a un freddo neologismo. Dove al posto di licenziare si utilizza il verbo «sloggare», inteso come procedura che nega a un lavoratore il cosidetto log in di accesso alla piattaforma aziendale. È la legge dell’economia nell’epoca digitale. Dove domanda e offerta di lavoro si incrociano repentinamente quando Foodora, multinazionale tedesca specializzata nei servizi di consegna di pasti, cerca nelle città italiane fattorini per recapitare in bicicletta pranzi e cene a domicilio. Un meccanismo destinato, altrettanto rapidamente, al corto circuito quando, invece, si sposta sul terreno dei diritti e della negoziazione dei salari. A toccarlo con mano sono stati Giuseppe Cannizzo, 25 anni e un passo alla laurea di Giurisprudenza, e Valerio Giordano, 29 anni e una passione per le due ruote a pedali. Entrambi torinesi, entrambi interessati a un lavoro free lance agevolato dalla tecnologia, che tramite una app e un algoritmo assegna al fattorino più vicino al ristorante che sta preparando l’ordine destinato al cliente che ha scelto un pasto tramite Foodora. Un business tanto facile da attirare l’interesse di investitori a tutte le latitudini. I numeri dell’inglese Just Eat, quotata a Londra nella primavera del 2014 con un’Ipo da 2,1 miliardi di euro (il titolo è già cresciuto del 75%), suggeriscono i potenziali tassi di crescita di spuntini e cene a domicilio.
Pochi euro a consegna
Nella catena del valore ci sono anche i fattorini o rider (se si adotta una parola più cool), che come Giuseppe Cannizzo e Valerio Giordano nella primavera del 2016, all’inizio del rapporto di lavoro ottengono da Foodora circa 5,40 euro l’ora per le prestazioni di consegna. Durante l’estate cambia tutto. L’azienda passa dalla retribuzione oraria ad una a cottimo, cioè ad ogni consegna corrisponde un pagamento. Una mossa simile a Londra spinge i lavoratori delle multinazionali Deliveroo e Ubereats a scioperare. A Torino capita qualcosa di analogo: i rider di Foodora protestano contro l’introduzione di un pagamento di 2,70 euro a consegna. A presentare all’azienda le richieste dei fattorini sono proprio Cannizzo e Giordano. L’obiettivo è trattare la componente economica e la cornice di diritti a corredo del rapporto di lavoro. Foodora si sottrae alla trattativa sindacale e si limita a rilanciare offrendo 3,60 euro a consegna. Nel frattempo l’azienda ha reclutato senza difficoltà nuova forza lavoro. L’esito è scontato: ai promotori della protesta è negato l’accesso all’app che assegna le corse. Entrambi però hanno ricominciato a lavorare per il concorrente Deliveroo

 
 
 
 

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IN QUESTO BLOG HO VOLUTO RIPORTARE TUTTE QUELLE NOTIZIE CHE PASSANO INOSSERVATE O A CUI NON VIENE DATO IL RILIEVO CHE MERITANO.

SONO ESTREMAMENTE CONVINTO CHE IN ITALIA L'INFORMAZIONE, L'UNICA LIBERTA' CHE ANCORA ABBIAMO STIA PASSANDO SOTTO LO STRETTO CONTROLLO DELLA CLASSE DIRIGENTE CHE AL POTERE RITENGO CHE IL WEB SIA UN POTENTE AIUTO ALLO SVILUPPO DELLA DEMOCRAZIA, COSI' COME E' STATO CHIARAMENTE DIMOSTRATO DAI FATTI RELATIVI ALL'EGITTO, ALLA TUNISIA, LIBIA, MAROCCO, SIRIA.

MA COME SONO CONVINTO PER LE RADIO PRIVATE CHE TRASMETTERE CANZONETTE SIA IL MODO PIU' IDIOTA DI UTILIZZO DEL MEZZO RADIOFONICO, SONO ALTRESI' CONVINTO CHE UTILIZZARE UN BLOG PER RIPORTARE LE SOLITE POESIE DI KHALIL GIBRAN, LE SOLITE FOTO DI GABBIANI SUL MARE I SOLITI DISEGNI CON QUINTALI DI GLITTER, VI PUO' FAR GUADAGNARE QUALCHE SOLDO CON I BANNER MA CHE NON SIA DI NESSUN AIUTO ALLA COLLETTIVITA'.

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