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il gusto delle nocciole

Post n°1043 pubblicato il 23 Giugno 2019 da BLACKDIAMOND63
 

L'odore si sente prima ancora di entrare: un miscuglio di cacao e nocciole tostate che risveglia ricordi d’infanzia. Dentro il capannone, un macchinario fa scivolare su un nastro pannelli di cialde concave, che vengono riempite una a una di crema di cioccolato. Su un nastro parallelo scorrono altre cialde, su cui sono fatte cadere delle nocciole intere. Il processo è totalmente meccanizzato. Ma a ogni fase due operai controllano che non ci siano sbavature: che la crema di cacao non tracimi, che le nocciole siano della giusta dimensione, che le forme siano perfette. Poi le cialde sono chiuse e i gusci sono inondati da due colate di cioccolato fuso e granella di nocciole. Alla fine del percorso, confezionati nel tipico incarto color oro, compaiono i Ferrero Rocher. La fabbrica della Ferrero è a due passi dal centro di Alba, la cittadina piemontese dove più di settant’anni fa cominciò l’attività di questa impresa familiare che ha conquistato il mondo. Dallo stabilimento escono alcuni dei suoi prodotti più famosi: oltre al celebre cioccolatino alla nocciola, i Kinder Bueno, le Tic Tac, i Mon Chéri. E naturalmente la Nutella, la crema spalmabile più venduta nel mondo. Quella della Ferrero è la storia di una famiglia di pasticcieri diventati proprietari di un’azienda che nel 2018 aveva un fatturato di 10,7 miliardi di euro, 94 società e 25 impianti produttivi sparsi in cinque continenti. Un’azienda che, nonostante le dimensioni e le ambizioni crescenti, rimane a gestione familiare: non si quota in borsa e vuole mantenere, per quanto possibile, un profilo basso e una discrezione quasi ossessiva. Rarissime sono le visite allo stabilimento concesse ai giornalisti. All’interno è vietato fare foto. Alcune linee di produzione non sono visitabili. “Gli impianti sono progettati e brevettati da personale interno alla ditta, in modo da impedire al massimo la diffusione di segreti industriali”, sottolinea all’inizio della visita un responsabile della comunicazione. Radici nel territorio La storia della Ferrero è simbolo e paradigma del capitalismo familiare italiano, un misto di inventiva e talento artigianale, capacità di crescita e valorizzazione del prodotto. Il capostipite Pietro Ferrero era un pasticciere di Alba con il dono della sperimentazione. È lui che, durante la seconda guerra mondiale, ha l’idea di usare le nocciole delle Langhe come sostituto del cioccolato, diventato troppo caro e difficile da reperire. Crea un pastone di cacao in polvere, olio di cocco e nocciole che commercializza sotto forma di tavolette con il nome di Giandujot. Il prodotto, che si può spalmare sul pane, va a ruba. Le richieste aumentano, le commesse si moltiplicano. Lui intensifica la produzione. Insieme al fratello Giovanni fonda un’industria di trasformazione. Nel 1952 la barretta diventa una miscela spalmabile venduta in vasetto con il nome di Supercrema. Si gettano così le basi per la nascita di quel prodotto di largo consumo che nel 1964 il figlio Michele chiamerà Nutella, creando un marchio destinato a imporsi come la crema al cioccolato per antonomasia. Nocciole nel magazzino di un produttore della provincia di Viterbo, il 5 giugno 2019. - Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject Nocciole nel magazzino di un produttore della provincia di Viterbo, il 5 giugno 2019. (Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject) Diventato presidente a 32 anni dopo la morte del padre Pietro e poi dello zio Giovanni, Michele fa compiere all’azienda notevoli salti in avanti: inventa nuove linee di produzione (il Mon Chéri nel 1956, le Tic Tac nel 1969, gli Ovetti Kinder nel 1974, il Ferrero Rocher nel 1982), conquista mercati esteri (prima la Germania, poi la Francia, l’Irlanda, il Regno Unito, fino allo sbarco negli Stati Uniti e da lì in tutti i principali paesi fuori dall’Europa). Moltiplica il fatturato, mantenendo alcune regole: non indebitarsi, crescere senza lanciarsi in operazioni azzardate, conservare un rapporto solido con il territorio d’origine. Il cuore della produzione rimane ad Alba, anche se il quartier generale si sposta in Lussemburgo, paese noto per le politiche fiscali più flessibili. Lavoratore instancabile, rispettato dai suoi dipendenti – a cui garantisce premi di produzione generosi, cure mediche, asili nido e colonie estive per i figli –, fervente cattolico devoto alla Madonna di Lourdes, tanto da esigere che in ogni stabilimento nel mondo ce ne sia una statua, Michele muore nel 2015, a 89 anni. Al suo funerale ad Alba partecipano diecimila persone, venute a rendere omaggio al principale artefice del benessere della città: se le Langhe maledette raccontate da Beppe Fenoglio nel romanzo La malora sono oggi una regione dall’invidiabile agiatezza è soprattutto merito della Ferrero, che ha puntato sul territorio, distribuendo valore e ricchezza. Alba lo celebra intitolandogli la sua piazza principale, mentre le redini del gruppo passano nelle mani del figlio Giovanni. Quasi subito, l’erede annuncia una nuova politica aziendale, che rappresenta un ulteriore salto in avanti, basato anche sul superamento dei confini stabiliti dal padre: non fare acquisizioni, tenere i piedi saldi nel territorio, crescere ma con cautela. Olio di palma e zuccheri Dietro l’apparenza mite, Giovanni è più impetuoso. Pensa che per competere in un mercato globale bisogna diventare grandi. “Ogni generazione deve esplorare nuove frontiere e possibilmente portarsi oltre le colonne d’Ercole”, dice in un discorso durante Expo 2015 che diventa un manifesto programmatico. E così avvia una politica di grandi acquisizioni: nel 2015 rileva il gruppo dolciario britannico Thorntons per 112 milioni di sterline (157 milioni di euro), pochi mesi dopo compra il comparto delle caramelle di Nestlé Usa per 2,8 miliardi di dollari (2,3 miliardi di euro), poi il business dei biscotti della Kellogg company per 1,3 miliardi di dollari. Acquisisce per più di cento milioni di euro – è cronaca di poche settimane fa – la maggioranza della Ice Cream Factory Comaker, produttore spagnolo di gelati. Mentre molti marchi del made in Italy vengono ceduti a interessi stranieri, la Ferrero percorre la strada opposta: sfida i grandi gruppi sul loro stesso terreno, quello della competizione globale. La multinazionale di Alba oggi è il terzo gruppo dolciario del mondo e punta a crescere ancora. Giovanni Ferrero, con un patrimonio personale stimato da Forbes sui 22 miliardi di dollari, è l’uomo più ricco d’Italia. Voltando pagina rispetto al passato, il nuovo presidente ha impresso un’accelerazione destinata a modificare in modo sostanziale la struttura dell’azienda. Alla Ferrero non mancano i soldi per tentare anche alcune operazioni apparentemente rischiose: a guardare le acquisizioni, l’azienda si sta lanciando in settori teoricamente non molto appetibili, e da cui altri stanno uscendo, come quello dei prodotti alimentari ricchi di zuccheri. Ma la Ferrero ha dalla sua il successo della Nutella e di decine di altri prodotti che hanno resistito negli anni sia agli attacchi della concorrenza sia alla diffusione di consumi più attenti e critici. Quando, nell’immediato dopoguerra, Pietro ebbe l’idea di usare nella sua Supercrema le nocciole delle Langhe come sostituto del cioccolato, probabilmente non immaginava che avrebbe creato un prodotto di culto “mai di moda ma sempre alla moda, interclassista e intergenerazionale”, come scrive il giornalista Gigi Padovani nel suo libro Nutella. Un mito italiano (Rizzoli 2004). Noccioleti vicino al lago di Vico, Ronciglione, in provincia di Viterbo, giugno 2019. - Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject Noccioleti vicino al lago di Vico, Ronciglione, in provincia di Viterbo, giugno 2019. (Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject) Ogni giorno nel mondo si consumano 350mila tonnellate di Nutella: secondo i calcoli della Ferrero, la produzione di un anno coprirebbe una distanza pari quasi a due volte la circonferenza del pianeta. Di sicuro la crema è conosciuta ovunque: è presente in 170 paesi. Il posto dove se ne consuma di più è la Germania. Seguono Francia e Italia, poi altri stati europei. Venerata da generazioni di consumatori, la Nutella rimane un mistero insondabile. I suoi ingredienti sono la cosa meno in linea con le attuali tendenze di consumo: 56 per cento di zucchero, circa il 20 per cento di olio di palma e poi emulsionanti vari. La crema non spicca per essere l’alimento più sano in circolazione. La Ferrero ne è consapevole: quando, nel 2012, una donna negli Stati Uniti l’ha chiamata in causa in una class action per “pubblicità ingannevole” – sostenendo di averla data alla figlia di quattro anni, convinta da uno spot che ne parlava come di un “alimento per una colazione equilibrata” – l’azienda di Alba ha accettato di pagare una multa di tre milioni di dollari. Ha poi cambiato la pubblicità e le etichette dei prodotti. Nonostante questo, la Nutella non solo resiste, ma cresce. Nel 2015 l’allora ministra francese dell’ecologia Ségolène Royal aveva osato affermare in tv che bisognava “smettere di mangiarla perché è causa di deforestazione”, ma è stata sommersa dalle critiche e ha dovuto scusarsi. Anche in Italia, dove la campagna contro l’olio di palma ha travolto come uno tsunami l’intera industria dolciaria, il prodotto di punta della Ferrero è stato risparmiato. Oggi la Nutella continua a esibire fieramente in etichetta quell’ingrediente vituperato, senza che la cosa scoraggi gli acquisti (per ribattere alle accuse contro l’olio di palma, responsabile della progressiva scomparsa della foresta del Borneo e potenzialmente cancerogeno se raffinato a elevate temperature, la Ferrero ha avviato un programma “olio di palma sostenibile”, assicurando che il suo prodotto è lavorato a temperature controllate e proviene da coltivazioni certificate e monitorate con i satelliti). Lavoro e sfruttamento Oggi si direbbe che la Nutella è un prodotto glocal, capace di mescolare sapientemente il locale con il globale. La fabbrica principale è ad Alba, ma le materie prime con cui la si confeziona vengono da mezzo pianeta: olio di palma dal sudest asiatico (Indonesia e Malesia), cacao dall’Africa occidentale e dall’Ecuador, zucchero da barbabietola europeo e da canna sudamericano. E poi le nocciole. Oggi la richiesta da parte dell’azienda è diventata gigantesca. “Usiamo nocciole che provengono da diverse aree del mondo”, sottolinea Marco Gonçalves, amministratore delegato della Ferrero Hazelnut company, la divisione dedicata alla nocciola. “La nostra politica è diversificare le fonti di approvvigionamento, ma il principale mercato di rifornimento rimane la Turchia”. Con circa il 70 per cento della produzione mondiale, la Turchia è la leader del mercato. Lungo le rive del mar Nero, a partire dalle zone a poca distanza da Istanbul fino al confine con la Georgia, i noccioleti dominano incontrastati il paesaggio. Sono 700mila ettari, fatti per lo più di appezzamenti di dimensioni ridotte, gestiti da piccoli proprietari che vendono a intermediari, i quali a loro volta rivendono agli esportatori e alle industrie di trasformazione. Qui la produzione di nocciole risale a secoli fa: già nel 1403, prima della caduta dell’Impero romano d’oriente, si registravano scambi tra le zone del mar Nero e la capitale Costantinopoli. Nelle cittadine di Ordu e Giresun, cuore nevralgico e culla della produzione, la findik (nocciola, in turco) è regina. Immagini del frutto in guscio campeggiano ovunque, sui muri delle case, sulle vetrine di botteghe di intermediari che spuntano a ogni angolo, nei piccoli laboratori di trasformazione. - Ogni incontro è preceduto da un rituale che si ripete sempre uguale, in cui all’ospite straniero viene offerto un piatto straripante di nocciole locali, immancabilmente definite le “più saporite e nutrienti del mondo”. Il frutto è un elemento essenziale dell’identità della regione. Alcuni ne esaltano le proprietà afrodisiache e, data l’abbondanza, lo somministrano in quantità anche al pollame d’allevamento per stimolare la riproduzione. Le nocciole raccolte in questa regione si vendono tostate, come granella per i dolciumi, pasta per i gelati. Si esportano in decine di paesi. Ma un acquirente spicca su tutti gli altri: la Ferrero. Se non ci fossero i frutti turchi, il gruppo piemontese avrebbe difficoltà a produrre le sue delizie. Suggellato di recente da un gemellaggio tra le città di Alba e di Giresun, il legame tra questa regione e l’azienda italiana somiglia a un matrimonio d’interesse: la Ferrero compra circa un terzo della produzione turca di nocciole, i produttori locali trovano nell’azienda piemontese un partner di cui non possono più fare a meno. Ma ultimamente la relazione soffre. Su un muro del villaggio di Aydindere, nell’entroterra, è comparsa una scritta: “Ferrero assassina di nocciole! Fuori dal nostro paese. Via le tue sporche mani dalle nostre nocciole”. Con toni meno aggressivi, molti puntano il dito contro la multinazionale italiana, accusata di gestire il mercato in un regime di monopolio. “Ferrero è il vero ministro dell’agricoltura”, dice Rifki Karabulut, direttore dell’unione degli ingegneri agricoli di Giresun, che offre supporto ai produttori. “È l’azienda italiana a stabilire i prezzi e a rendere gli agricoltori dipendenti dalle loro politiche”. Tra le rappresentanze agricole e gli industriali trasformatori, il coro è unanime: la Ferrero ha un potere sproporzionato e vuole mettere le mani sul settore, assumendo il controllo di tutta la filiera. Nel 2014 l’azienda ha acquisito la Oltan, primo gruppo turco nella commercializzazione delle nocciole, con più di 500 milioni di dollari di fatturato. L’impresa nata dalla fusione controlla oggi tra il venti e il trenta per cento del commercio mondiale di nocciole. La Commissione europea ha dato il via libera all’operazione, affermando che il gruppo non ha acquisito una posizione dominante nel mercato. Ma con questa mossa la Ferrero, oltre a garantirsi la fornitura, ha assunto un nuovo ruolo: non più semplice compratrice, ma anche venditrice di materia prima ai propri concorrenti. “Il mercato si concentrando sempre di più, con una manciata di aziende che di fatto possono dettare le condizioni”, sottolinea Dursun Oğuz Gürsoy, presidente dell’omonimo gruppo industriale che vende nocciole e prodotti trasformati sia ad altre industrie sia direttamente nei supermercati. Nella sua fabbrica subito fuori Ordu, questo signore sulla sessantina, “quarantadue anni d’esperienza nel settore”, analizza gli andamenti del mercato. “Oggi ci sono cinque grandi ditte esportatrici. Vent’anni fa erano 55. La Ferrero ha il potere di determinare il prezzo, perché ha i soldi e la capacità di mettere fuori gioco i concorrenti”. Ma la multinazionale del cioccolato sta giocando sporco o sta semplicemente facendo il suo mestiere, assicurandosi il rifornimento di una materia prima essenziale per i suoi prodotti? “Io farei la stessa politica aziendale, se fossi in loro”, ammette Gürsoy. “Il problema è che lo stato ha abdicato al suo ruolo di regolatore e in un regime di libero mercato il più forte inevitabilmente divora i più deboli”. Un settore in crisi Se gli industriali turchi fanno fatica a fronteggiare la concorrenza del gigante Ferrero, gli agricoltori appaiono ancora più indifesi. E In Italia, secondo produttore mondiale, la Ferrero ha lanciato il progetto Nocciola Italia, per aumentare le superfici coltivate di circa 20mila ettari, passando dagli attuali 70mila ad almeno 90mila, anche in regioni dove le nocciole non sono un prodotto tipico come l’Abruzzo, il Molise, l’Umbria e la Toscana. Con i suoi 22mila ettari, quasi un terzo del totale nazionale, la provincia di Viterbo è la principale area di produzione italiana di nocciole. È da tempo immemore che qui gli alberi sono presenti nelle aree di sottobosco: gli storici narrano che gli antichi romani bruciavano legno di nocciolo nei sacrifici al dio Giano e lo impiegavano per le torce augurali in occasione delle nozze. Ma la produzione intensiva è cominciata negli anni cinquanta del secolo scorso ed è aumentata negli anni ottanta, quando è cresciuta la domanda dell’industria: in queste aree le rese sono alte, tra i venti e i trenta quintali a ettaro, il doppio o il triplo di quelle turche. I bassi costi di gestione e la possibilità di raccogliere a macchina rendono la coltivazione redditizia, soprattutto se paragonata ad altre colture. Quando va a produzione, dopo circa cinque anni, un ettaro di noccioleto può garantire un utile annuo fino a cinquemila euro, cifra tutt’altro che piccola nel comparto agricolo italiano. Anche grazie al sostegno della regione Lazio, la Ferrero punta ad aumentare qui le superfici di altri diecimila ettari entro il 2025. Così nuovi impianti stanno proliferando, occupando zone dove normalmente gli alberi non c’erano. “Questo piano sta portando alla radicale trasformazione del paesaggio e a un’irreversibile perdita di biodiversità”, dice Famiano Crucianelli, ex sottosegretario del ministero degli esteri, oggi presidente del biodistretto della via Amerina e delle Forre, un’area che interessa tredici comuni della bassa Tuscia e dei monti Cimini. “La nocciola è una grande risorsa per questa zona, ma va coltivata nel rispetto dell’ambiente. Qui si fa un uso eccessivo di chimica e si sta compromettendo un territorio intero, convertendolo in una monocoltura”. Il piano di espansione ha portato a una polarizzazione senza precedenti: da una parte il biodistretto e un pezzo di società civile più sensibile ai temi ambientali, dall’altra le principali organizzazioni dei produttori, che accusano i primi di avere una visione romantica dell’agricoltura e di non conoscere i fondamentali della produzione. - “La nocciola è la coltura che richiede meno trattamenti in assoluto”, sostiene Pompeo Mascagna, presidente di Assofrutti, la principale Organizzazione di produttori (Op) della zona, che ha stretto un accordo pluriennale con la Ferrero per consegnare all’azienda piemontese il 75 per cento della produzione. “Trovo assurdo parlare di monocoltura, quando abbiamo 22mila ettari coltivati a nocciola su 260mila totali nella provincia di Viterbo, è meno del nove per cento. Poi, certo, in alcune aree come il lago di Vico, la concentrazione è più alta”. Percorrendo le strade che costeggiano il lago, i filari di noccioli si susseguono senza soluzione di continuità. Molti alberi sono di dimensioni ridotte, piantati di recente, a conferma che l’interesse della Ferrero sta imprimendo un’accelerazione al processo. Da un balcone naturale che permette allo sguardo di spaziare sulla caldara vulcanica, lo specchio d’acqua appare circondato da quest’unica coltivazione. “L’aumento della produzione negli ultimi anni ha portato a una pesante eutrofizzazione delle acque, determinata dalla presenza di fosforo e azoto, che sono elementi costitutivi di fertilizzanti e pesticidi. Oggi il lago di Vico è in uno stato comatoso”, spiega Giuseppe Nascetti, direttore del dipartimento di ecologia e biologia dell’università della Tuscia. Nel suo studio, il professore mostra delle mappe che registrano l’andamento delle sostanze nelle acque del lago, con la conseguente variazione della flora e della fauna. Il docente, che ha condotto studi trentennali nell’area, lancia oggi un avvertimento: “Bisogna considerare produzioni più sostenibili, ragionare insieme a tutti i soggetti interessati per portare avanti un sistema di sviluppo più in equilibrio con l’ambiente. Abbiamo parlato con la Ferrero qualche anno fa, per lanciare un progetto pilota con effetti meno negativi sull’ambiente, ma alla fine non se n’è fatto nulla”. Il dilemma sembra quello ricorrente in agricoltura: la scelta tra un modello di produzione che garantisce un buon reddito agli agricoltori ma ha un certo tipo di impatto e uno con rese minori ma più in armonia con il territorio. “Qui nella Tuscia la Ferrero persegue una logica estrattiva, non valorizza il nostro prodotto e si rifiuta di comprare nocciole biologiche, orientando tutta la produzione verso il convenzionale e l’uso pesante di fitofarmaci”, continua Crucianelli. Merce indistinta Per politica aziendale, la Ferrero non compra nocciole biologiche e richiede percentuali talmente basse di cimiciato – una piccola variazione di gusto determinata dall’azione delle cimici sul frutto – che è necessario sottoporre gli alberi a diversi trattamenti. “La nostra priorità sono gli alti standard qualitativi, perché ai consumatori vogliamo dare sempre il meglio”, afferma Gonçalves. Il manager non esclude un cambio di rotta sul biologico in futuro, consapevole che l’aspetto ambientale sarà sempre più un elemento decisivo nelle scelte di acquisto. “Il consumatore medio oggi ha un’altra idea di qualità rispetto al passato. Se il mercato si evolve in questa direzione, sicuramente lo seguiremo. In alcune parti del mondo stiamo testando metodi di coltivazione più naturali. Nel viterbese, in collaborazione con l’università, stiamo per cominciare un progetto per misurare le conseguenze sulla biodiversità della coltivazione di nocciole. È un percorso lungo, ma l’abbiamo avviato”. In verità, il rapporto che l’azienda di Alba ha qui con la produzione ricorda per certi versi quello che ha in Turchia: controllo delle varie fasi della filiera, ma scarsa valorizzazione del prodotto in sé. Nel 2012 la Ferrero ha acquisito il gruppo Stelliferi, principale azienda di commercializzazione di nocciole in guscio e semilavorati, con un’operazione simile a quella conclusa successivamente con la Oltan in Turchia. Non ha tuttavia creato impianti di trasformazione come quelli di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, o di Balvano (Potenza), aperti dal patron Michele all’indomani del terremoto del 1980. Così, la nocciola viterbese è una pura commodity, una merce indistinta, che lascia il territorio per essere trasformata altrove. Terreni di una fattoria biologica nel viterbese, giugno 2019. - Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject Terreni di una fattoria biologica nel viterbese, giugno 2019. (Rocco Rorandelli per Internazionale, Terraproject) Anche se è nella lista dei prodotti a denominazione di origine protetta (dop) stilata dal ministero dell’agricoltura, la varietà “tonda gentile romana” è del tutto sconosciuta ai più. Risultato della mancanza di politiche pubbliche, della scarsa imprenditorialità locale e del disinteresse mostrato finora dalla multinazionale di Alba, l’assenza di impianti di trasformazione mostra in modo paradossale come la principale area italiana di coltivazione della nocciola non dia alcun valore aggiunto al suo prodotto di punta. Manuela De Angelis è l’eccezione che conferma la regola. La sua Dea Nocciola acquista nocciole “locali e rigorosamente biologiche” e le usa per produrre creme spalmabili, che poi vende con il marchio del distributore nei supermercati italiani ed esteri. “Già diversi anni fa, mio padre sosteneva che l’unico modo per valorizzare una risorsa è trasformarla. Qui purtroppo è una cultura che ancora manca”, racconta questa imprenditrice quarantenne mentre mostra il suo impianto di duemila metri quadri a Gallese, non lontano dall’uscita autostradale di Magliano Sabina. “All’inizio noi scrivevamo sulle nostre etichette ‘nocciole della Tuscia’. Ma poi abbiamo visto che non funzionava perché nessuno capiva il senso di quest’indicazione e abbiamo cambiato la dicitura in ‘nocciole italiane’”. De Angelis ha visto crescere l’azienda di famiglia. Il fatturato aumenta di anno in anno e nuovi canali si aprono. “Ma rimaniamo una nicchia nella nicchia, neanche lontanamente paragonabile alla Ferrero. Noi operiamo in tutta un’altra filiera, che per il momento ci sta premiando: abbiamo scelto il biologico e il locale”. In un mondo sempre più esigente in termini di rispetto dell’ambiente e sempre più attento ai valori nutrizionali e agli effetti del cibo sulla salute, la Ferrero sembra aver scelto una sua personale terza via: aumentare il più possibile la sostenibilità e la tracciabilità delle filiere, ma mantenere immutata la composizione dei prodotti, anche se gli ingredienti sono sempre meno in linea con le tendenze di consumo. Una filosofia che appare confermata dalle nuove operazioni lanciate dal gruppo su entrambe le sponde dell’Atlantico. Giovanni Ferrero rimane ottimista, fiducioso che la sua famiglia abbia creato un mito che la ripara dalle contingenze del presente. Mentre porta avanti la sua strategia globale di acquisizioni a suon di miliardi, sembra sussurrare agli scettici: che mondo sarebbe senza Nutella? Leggi anche La produzione forzata delle nocciole in Italia Da sapere: il diserbante pericoloso Uno dei maggiori produttori di nocciole al mondo è il Cile, che nel 2018 ha raggiunto un totale di 23mila tonnellate. Nel dicembre dello stesso anno il giornale online cileno Interferencia ha denunciato che il Paraquat, un erbicida ad azione disseccante, è usato nelle coltivazioni di nocciola nella regione del Maule, nel centro del paese sudamericano. La denuncia arrivava dalla Red de acción de plaguicidas en Chile – una rete di organizzazioni contrarie all’uso indiscriminato di pesticidi – che aveva scoperto l’uso dell’erbicida nel novembre del 2017. Il Paraquat è legale in Cile, ma è proibito nell’Unione europea dal 2009. La sua inalazione può provocare danni polmonari immediati. AgriChile, il rappresentante della Ferrero nel paese, ha smentito la notizia. Nel novembre del 2018 anche Das Erste, la prima rete televisiva pubblica tedesca, aveva pubblicato un reportage sull’uso del Paraquat in Cile. La Ferrero ha replicato: “Da anni nelle nostre piantagioni cilene non si usa il Paraquat”. Da sapere: tutti i numeri della Ferrero L’azienda Il gruppo Ferrero commercializza i suoi prodotti in più di 170 paesi. Ha 94 società nel mondo e 25 stabilimenti produttivi. Fatturato Secondo il bilancio consolidato al 31 agosto 2018, la Ferrero ha fatturato 10,7 miliardi di euro, con una crescita del 2,1 per cento rispetto al 2017. Organico Al 31 agosto 2018 i dipendenti erano 35.146, rispetto ai 34.543 del 2017. Mercati importanti Le vendite di prodotti sono aumentate del 3,5 per cento rispetto al 2017, trainate dai mercati di Germania, Francia, Italia, Polonia, Regno Unito e Stati Uniti. Investimenti La parte più significativa è stata fatta su immobili, impianti e macchinari (596 milioni di euro su 673), principalmente in Italia, Germania, Canada, Polonia, e Belgio. In Italia L’utile della Ferrero al 31 agosto 2018 è stato di 203,9 milioni di euro. Ferrero Questo articolo è uscito il 21 giugno 2019 a pagina 38 del numero 1312 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati FERRERO Sostieni il giornalismo indipendente Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo. Contribuisci

 

 
 
 

Commissione inchiesta sull’uranio, il caso dei vaccini ai militari: “Manca analisi pre vaccinale e le linee guida sono disattese

Il lavoro della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito non si è limitato a scandagliare missioni all’estero e poligoni militari parlando di “negazionismo” dei vertici e di “criticità sconvolgenti”, conclusioni contestate dallo Stato Maggiore. Diverse segnalazioni nei giorni successivi all’approvazione della relazione hanno sottolineato a Ilfattoquotidiano.it un altro aspetto affrontato dai commissari, quello relativo alla sorveglianza sanitaria e alla profilassi vaccinale sul personale dell’amministrazione della Difesa.

Le raccomandazioni
Deputati e senatori hanno dedicato un capitolo di circa 40 pagine agli “Effetti delle modalità di somministrazione dei vaccini sui miliari”. La Commissione – spiegando che la scelta dei vaccini da somministrare ai militari e le modalità di somministrazionesono regolate con decreto ministeriale del 2003 e sottolineando che reazioni avverse differiscono tra adulti e bambini  – spiega che “l’adozione di pratiche come le vaccinazioni multiplecompresse può rappresentare, di per sé, un rischio per la salute” perché “la quantità cumulativa dei vari componenti dei vaccini eccede il limite permesso per l’autorizzazione all’immissione in commercio del singolo vaccino”, “le ipersensibilità indicate nei dossier di registrazione e allegati tecnici ai vaccini anche solo singolarmente considerati confermano la necessità delle analisi pre vaccinali” e “le reazioni avverse indicate nei dossier di registrazione e allegati tecnici ai vaccini anche solo singolarmente considerati confermano la necessità di una valutazione dei rischi personalizzata sulla profilassi vaccinale e la necessità di un monitoraggio periodico a lungo termine su ogni singolo vaccinato”.

“Non a somministrazioni contemporanee”
E per questo, si legge, la Commissione “conferma ancora una volta le conclusioni già evidenziate dal progetto Signum” per quanto riguarda “la necessità di non somministrare contemporaneamente più di cinque vaccini monovalenti monodose sui militari”, perché questa modalità “appare, la più corretta per evitare l’insorgere di reazioni avverse”. Che in alcuni casi si erano verificate “con l’instaurarsi di patologie autoimmuni o neoplastiche sopravvenute, in una parte di popolazione militare non sottoposta a fattori di rischio diversi da quelli vaccinali”. Per questo viene raccomandata l’applicazione della nuova normativa e la “rigorosa verifica” che ciò accada, anche e soprattutto con “riferimento al personale militare da impegnare in missioni all’estero”. Anche perché dalle testimonianze, ricordano i commissari, “si sono tratti significativi elementi a conferma che non sempre sia stata richiesta, analizzata o comunque approfondita, da parte del medico vaccinatore l’analisi pre vaccinale del militare sottoposto”. Ed è inoltre emerso ” con preoccupante ricorrenza” che “alcuni medici vaccinatori non si attengono nel somministrare i vaccini alle norme di precauzione indicate dalle linee guida” imposte dopo il decreto ministeriale del 2003.

Le carenze/1, i dati dell’Aifa
I commissari sottolineano poi come per approfondire il proprio lavoro avessero richiesto all’Aifa una corposa documentazione nella primavera 2016 per “verificare se dalla profilassi vaccinale militare, potessero configurarsi pericoli per la salute”. La richiesta verteva attorno alle “specifiche tecniche, gli studi di sicurezza e la composizione dei vaccini, comprensivi degli elementi sotto soglia”. I dati sono giunti nel novembre 2017 e la “documentazione appare incompleta, sotto diversi aspetti”.

Le carenze/2, lo studio sull’impatto genotossico 
La Comissione ha proseguito anche la seconda fase del progetto Signum, che prevede l’osservazione longitudinale della coorte di militari in esame per almeno dieci anni, con controlli eseguiti a cadenza annuale, finalizzati a valutare l’esposizione a genotossici ambientali e l’eventuale presenza di marcatori di un danno a carico del Dna. Nell’ambito del progetto, sottolinea la relazione, “sono stati reclutati in tutte le Forze armate solo 981 militari“, due terzi dei quali dell’Esercito. “Alla luce di questi dati la Commissione ha dovuto riscontrare l’impossibilità di giungere a conclusione precise a causa della loro insufficienza”, si legge nella relazione anche perché “mancavano inoltre tutti i dati relativi ai soggetti congedati e i dati anagrafici dei militari della coorte di studio, nonché i dati sulle vaccinazioni multiple per ogni militare e i relativi effetti sul Dna per ogni singolo militare malato”.

 
 
 

attorini cibo a domicilio, a Bologna nuovo sciopero. “Vogliono pagarci a cottimo. Ma questo non è un hobby”

Post n°1041 pubblicato il 24 Febbraio 2018 da BLACKDIAMOND63
 

Venerdì sera i fattorini del food delivery di Bologna scioperano di nuovo. La protesta, si legge nel comunicato di Riders Union Bologna, arriva “dopo mesi di iniziative e pressioni nei confronti delle aziende e delle istituzioni cittadine per il miglioramento delle condizioni di lavoro e sicurezza. Nonostante l’impegno da parte del Comune ad aprire una trattativa tra le piattaforme e i ciclofattorini autorganizzati in Riders Union, che faceva presagire un’apertura nei nostri confronti, stiamo riscontrando un generale inasprimento delle condizioni di lavoro da parte delle aziende”.

Si tratta in particolare di “nuovi bonus sull’intensificazione dei ritmi lavorativi, decurtazione del minimo orario (come successo in Glovo), pressioni crescenti sui rider. Segnali di una tendenziale spinta al ribasso, in direzione del cottimo come unica forma di retribuzione, rispetto alla quale confermiamo la nostra netta contrarietà: vogliamo ribadire che il nostro non è un lavoretto né un hobby“. La rappresentanza dei fattorini continua spiegando: “Pretendiamo invece contratti adeguati che superino la collaborazione autonoma occasionale; un’assicurazione infortuni piena a carico dell’azienda e attrezzatura adeguata e gratuita; un monte-ore garantito, una retribuzione dignitosa senza cottimo e indennità sullo smog, in caso di pioggia e di lavoro nei festivi”.

Per questo “dalle 19 alle 21 proveremo a bloccare la maggior parte delle consegne adottando diverse modalità di sciopero. Ma non ci fermeremo a questo: parteciperemo alla critical mass che ogni mese attraversa le strade della città e volantineremo di fronte ai locali e ai ristoranti più frequentati, rivendicando i nostri diritti e, al contempo, una città più sostenibile, meno inquinata, con più spazi aperti, piste ciclabili e a misura della maggioranza delle persone e non delle multinazionali del food delivery”. Questo per spiegare a tutti, è la conclusione, che “la nostra battaglia è una battaglia di tutti e per tutti, per un modello di città dove i servizi on demand non minino i diritti ad un lavoro degno e sicuro e alla salute. Ecco quindi che chiunque voglia solidarizzare con noi può farlo, per esempio contattando il numero clienti delle piattaforme e dichiarando di sostenere le nostre rivendicazioni”.

 
 
 

Uranio, la relazione del deputato Pili: “Gravi interferenze del ministro Pinotti. E Mattarella tentò di mistificare la realtà”

Ci sono le “prove regina” che invece la relazione approvata dalla maggioranza dei commissari “non mette a fuoco”. Quelle “definizioni documentali che inchiodano i vertici” alle proprie responsabilità, compresi l’attuale ministro della Difesa Roberta Pinotti e Sergio Mattarella, titolare del dicastero dal 1999 al 2001.  “Omissioni di Stato per nascondere la verità: il ministero della Difesa ha coperto per anni omicidi plurimi e disastri ambientali”, dice Mauro Pili. In quelle carte ci sono anche 168 nomi delle “vittime della devastazione del poligono di Quirra, dove sono state usate migliaia di tonnellate di esplosivi con ogni genere di sostanze cancerogene e radioattive”. A ventiquattr’ore dalla divulgazione del documento finale prodotto dalla Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, il deputato sardo del Gruppo Misto – che non l’ha votata – rilancia con la propria relazione alternativa. Le oltre 900 pagine di documenti, foto, testimonianze, analisi, interrogatori sono ancora più dure nei confronti del ministero e delle Forze armate di quanto non lo sia già stato il presidente Gian Piero Scanu, al quale lo Stato Maggiore della Difesa ha risposto parlando di “accuse inaccettabili”. E anche Pinotti è tornata sull’argomento dicendo che è “sbagliato criminalizzare” le Forze armate perché “hanno in massima attenzione la salute dei militari” e apparati militari “di altre parti del mondo prendono ad esempio le nostre buone pratiche“, ribadendo che “in Italia non è mai stato utilizzato e acquistato un munizionamento con l’uranio impoverito”.

“L’Italia sapeva dal 1995” – Ma il punto affrontato dalle relazioni non è questo, quanto la presunta mancata prevenzione in scenari di guerra. Il parlamentare mette insieme documenti riservati, svela come un video delle Forze armate statunitensi ricevuto anche dall’Italia nel 1995 avvertisse sull’uso di uranio impoverito già in Bosnia. Mentre la testimonianza del generale Fernando Termentini, operativo in vari scenari esteri tra i quali la Bosnia e colpito dal male, chiarisce come nel corso degli interventi “non avevamo nessuna conoscenza, nessuno ci aveva informato, non avevamo nessun tipo di attrezzatura adeguata per fronteggiare il pericolo delle nanoparticelle e dell’uranio”. Ripercorre così “fatti di una gravità inaudita” che “costituiscono la prova evidente di un atteggiamento diffuso e di vertice teso a nascondere, manipolare e omettere la drammatica situazione che vede migliaia di militari malati e tanti civili vittime di questo sistema”. Che arriva a suo avviso fino a Roberta Pinotti.

“Gravi interferenze del ministro Pinotti” – L’accusa di Pili è duplice. Da un lato, ricorda, la ministra aveva dichiarato che la Difesa non si sarebbe costituita nel terzo grado di giudizio sul caso del militare Salvatore Vacca, deceduto dopo aver combattuto in Bosnia, e invece “lo ha fatto venti giorni dopo”. Ma soprattutto nella relazione si riporta il caso della recente intervista al Tg2 del generale Carmelo Covato. Pinotti, secondo Pili, “in totale dispregio della Commissione d’inchiesta e del suo lavoro disponeva, come emerso dall’esame testimoniale, attraverso il suo responsabile della comunicazione, una fraudolenta intervista su una rete pubblica nazionale con la quale faceva dichiarare (…) l’inesistenza del legame tra insorgenza della malattia e i teatri di guerra”. Un colloquio che – per ammissione dello stesso generale – è avvenuto negli uffici ministeriali. “Una grave interferenza con un evidente possibile abuso di potere” finalizzato, secondo Pili, “al negare responsabilità e precostituire tesi processualiprotese a minare gli stessi atti giudiziari”. Il presunto comportamento della Pinotti “merita di essere vagliato dal Tribunale dei ministri“, si legge nel documento. Anche perché è stato accertato, ribatte Pili che su questo concorda con la relazione approvata da 10 colleghi della Commissione d’inchiesta, “il nesso causale tra morti e luoghi dove hanno operato. Ci sono 70 sentenze che lo dicono”. Per questo tra le 6 proposte della sua relazione c’è il riconoscimento del nesso causale automatico. “Un atto morale e di responsabilità dello Stato”, lo chiama, come già avvenuto negli Stati Uniti con i militari colpiti dalla sclerosi multipla, mentre “da noi continua il calvario delle famiglie, costrette ad affrontare i processi”. 

 
 
 

Qui niente poveri né disabili” Le pubblicità classiste dei licei

La prosa con cui alcune scuole del Paese, spesso i licei più prestigiosi e selettivi, si sono offerte alle famiglie per attrarre l’iscrizione dei loro figli è da censura. Nell’ansia di far apparire un istituto privo di problemi, pronto a fornire la migliore didattica senza impacci con gli adolescenti stranieri o i ragazzi bisognosi di sostegno, i dirigenti scolastici hanno licenziato rapporti di autovalutazione classisti. È tutto visibile sul sito del ministero dell’Istruzione, “Scuola in chiaro”. Oltre ai numeri degli studenti presenti e alle informazioni sui percorsi di studio, ogni scuola ha offerto una valutazione di sé. Basata su parametri offerti dal ministero, ma restituita con una propria anima.

L’Ennio Quirino Visconti così si è raccontato: « L’essere il liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidati, molti personaggi illustri sono stati alunni » . L’illustrazione orgogliosa si addentra nei primi dettagli di censo: « Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio- alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo». Fin qui, un dato di fatto. « Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile » . La percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente » , mentre «si riscontra un leggero incremento dei casi di Dsa». Sono i Disturbi specifici di apprendimento. Il finale è una conclusione che spiazza: «Tutto ciò», e si intende la quasi assenza di stranieri e la totale assenza di poveri, « favorisce il processo di apprendimento » . Il buon apprendimento dei figli della buona borghesia di Roma Centro.

Al Visconti, « dove la maggior parte delle risorse economiche proviene dai privati, in primis le famiglie » , dove la presidente della Camera Laura Boldrini ha tenuto lezioni sulle fake news,la “ quota studenti con cittadinanza non italiana” è pari allo 0,75 per cento del totale. Lo dicono le tabelle. Solo che lo 0,75 per cento di 669 studenti non fa «un paio», ma cinque. E la quota di iscritti con «famiglie svantaggiate » è dello 0,8 per cento, un po’ più di «pressoché inesistente». Ecco, se si esce dalla pagina vetrina, quella che serve a far propaganda e richiamare iscrizioni, si scopre che i numeri del Visconti su stranieri e poveri sono più alti.

Anche l’intro dell’autovalutazione del liceo D’Oria di Genova, prestigioso e tradizionale classico, offre una presentazione di sé che accarezza l’idea per cui “ poveri e disagiati costituiscono un problema didattico”. Ecco cosa c’è scritto nel Rav: « Il contesto socio- economico e culturale complessivamente di medio- alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale ( come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata » . Senza altre questioni da affrontare, sembra di capire, ci possiamo dedicare ai limitati e ricchi studenti indigeni. Infatti: «Il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l’ampliamento dell’offerta formativa».

Il Parini di Milano, altro classico storico, anche questo statale, illustra nella presentazione: « Gli studenti del liceo classico in genere hanno, per tradizione, una provenienza sociale più elevata rispetto alla media. Questo è particolarmente avvertito nella nostra scuola. A partire da tale situazione favorevole, la scuola ha il compito ( obbligo) di contribuire a elevare il livello culturale dei suoi allievi » . La dirigente scolastica del Parini, non a caso, ammette «qualche criticità nelle attività di inclusione».

È un classico parificato, però, ad utilizzare il linguaggio più esplicito sul tema. Il Giuliana Falconieri, Roma Parioli. Così la sua autovalutazione: « Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. La spiccata omogeneità socio- economica e territoriale dell’utenza facilita l’interazione sociale ». Ci si parla solo tra pari grado, e poi: «Non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate » . In questa scuola, tuttavia, c’è una questione particolare: « Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi».

Clara Rech, preside del Visconti di Roma, autrice di una delle autovalutazioni da censura, dice: «Il numero di battute a disposizione era limitato e pago un eccesso di sintesi. Rettificherò quel passaggio. Sono stata onesta nel rappresentare un dato oggettivo: al Visconti ci sono pochi studenti stranieri e non abbiamo disabili. Volevo dire che la didattica ordinaria, così, è più semplice: recuperare l’italiano di uno straniero chiede risorse e tempo. Credo che tutti gli studenti, ricchi e poveri, debbano crescere insieme e credo nella multiculturalità ».
Da la Repubblica.It

 
 
 
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