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BUONGIORNO OLIMPICO...


Il sesso forteSono contento di essere un connazionale di Valentina Vezzali perché ieri mi ha fatto piangere. E’ successo quando, con quella faccia spalancata da italiana svelta ma non furbetta, ha dedicato la sua terza vittoria olimpica al maestro di scherma che la educò e che in cielo, ha spiegato lei, si stava sicuramente grattando i baffi per la soddisfazione. Poi, ma lì avevo già un fazzolettino sugli occhi e la sentivo soltanto, all’intervistatore che le chiedeva un messaggio per gli italiani spolpati dalla crisi economica, la fiorettista più grande di tutti i tempi ha risposto: «L’importante non è portare i colpi, ma reagire a quelli che si ricevono». Prendano nota i catastrofisti, i lagnosi, gli assuefatti al peggio. Ciò che distingue i fuoriclasse dagli atleti normali è che nell’istante in cui stanno per perdere essi estraggono dal cuore la magia che li farà vincere. Ma ciò che distingue anche il meno atletico degli umani da una patata lessa è sempre la capacità di rimontare. Di adattarsi ai colpi della vita come se fossero quelli di una schermitrice coreana, che va lasciata sfogare in santa pace prima di infilzarla in contropiede. Sono contento di essere un connazionale di Giulia Quintavalle perché ieri mi ha fatto ridere. E’ successo quando la prima judoka italiana a vincere l’oro in un’Olimpiade si è messa a ballare l’inno di Mameli, saltellando sul podio con la medaglia che le sbatteva da una parte all’altra del collo come un pendolo. Fino a metà mattina ignoravo la sua esistenza. Poi l’ho vista dentro un kimono azzurro, contorcersi sul tatami dopo una botta al gomito. Le telecamere avevano inquadrato il gomito e io avevo pensato: questa si ritira. Dopo però le avevano inquadrato gli occhi. Erano di bragia e ho immediatamente cambiato pensiero: questa il gomito piuttosto se lo mangia, ma non scenderà da quel tappeto finché le altre non la buttano fuori a calci. Infatti le ha buttate fuori lei. Sono contento di essere un connazionale di Federica Pellegrini perché ieri l’avrei inseguita volentieri con un fiore. Un fiore a forma di bastone. Mi aveva fatto mettere la sveglia alle cinque del mattino solo per scoprire che la cavallina abituata a nuotare con il paraocchi, senza mai nemmeno considerare la presenza intorno alla sua corsia delle avversarie, si era invece lasciata trascinare in una gara tattica e ovviamente l’aveva persa, annegando il suo furore rattrappito nelle retrovie. Ma sono ancor più contento di essere un suo connazionale perché nel pomeriggio un bastone a forma di fiore me lo avrebbe tirato in testa lei, dopo una dimostrazione di carattere che lascia senza fiato: un primato del mondo stabilito a poche ore di distanza dalla delusione più cocente della sua carriera. Guai se adesso si ritoglie il paraocchi, però. Sono contento di essere un connazionale acquisito di Tai Aguero perché ieri sono cascato per terra insieme al pallone della sua ultima schiacciata contro il Kazakistan e mi sono rialzato con le compagne di squadra che la soffocavano di abbracci. Bisogna avere dentro qualcosa di speciale per reggere lo sconquasso emotivo di una madre che ti sta morendo in una patria lontana mentre tu sei all’Olimpiade, il traguardo della vita, e cerchi lo stesso di raggiungerla, ma a Cuba si degnano di darti il visto d’ingresso quando lei ormai se n’è andata. Bisogna davvero averlo, questo qualcosa, per rimetterti la tuta e riprendere a saltare e picchiare, picchiare e saltare, come se niente fosse, anche se quel niente è tutto. Valentina, Giulia, Federica, Tai. Sono contento di essere un connazionale, maschio, di quattro femmine così. Femmine con dei valori che non sono soltanto quelli quotati (sempre meno) in Borsa. Femmine che non si lamentano e non si rassegnano. E non lamentandosi e non rassegnandosi, indicano a noi, maschi e femmine, la strada. Ricordate la poesia If di Kipling? «Se saprai assistere alla distruzione di ciò per cui hai dato la vita e, chino, ricominciare con i frantumi rimasti. Se saprai forzare il tuo cuore e i tuoi tendini affinché ti servano anche se sono già sfiniti, tuo sarà il mondo e quanto esso contiene. E quel che più conta tu sarai finalmente un uomo». Ma ieri ho capito che Kipling intendeva dire: «una donna». (M. Gramellini  8/08/08)