...E CHISSENEFREGA DELLE(MIE) LACRIME...:-)Amore e morte alla Thyssen
Marco
schiavone è il fratello di Antonio, il primo a perdere la vita nella
fabbrica. Marco fa il corriere. Laura De Masi è la sorella di Giuseppe,
l'ultimo dei sette operai della Thyssen a morire per le ustioni. Fa la
maestra d'asilo
Love story tra il fratello e la sorella di due vittime: “Uniti dalla disperazione che abbiamo dentro”
GRAZIA LONGO
TORINOL’amore
che strappa i capelli. L’amore che vince. Su tutto. Anche su un vuoto
lancinante e profondo per un fratello che non c’è più. Il dolore spesso
separa una coppia, anche la più affiatata. Nel caso di Laura e Marco
no, anzi. Lo ha fatto nascere. Laura, 23 anni, maestra
d’asilo, è la sorella di Giuseppe Demasi, l’ultimo dei 7 operai Thyssen
a morire, a soli 26 anni, per le ustioni del rogo del 6 dicembre
scorso. Marco, 30 anni, corriere, è il fratello di Antonio Schiavone,
il primo a perdere la vita nella fabbrica, quella maledetta notte. Oggi
Laura e Marco sono innamorati. All’inizio non ci sono state classiche
cenette a lume di candela o spensierate gite al mare. Solo incontri in
ospedale, poi al cimitero. Romanticismo zero, ma l’amore, al di là di
ogni retorica, ha vinto comunque. «Siamo una coppia un po’
strana, lo so - prova a scherzare lei, minuta, bionda, grandi occhi
nocciola ombreggiati da ciglia lunghissime -. Ci siamo fidanzati a
dispetto di noi stessi, perché per il modo in cui ci siamo conosciuti
mai avremmo immaginato che nella nostra vita ci sarebbe stato posto per
l’amore». E invece è successo. La vita ti sorprende, ti avvolge, ti
conquista. «Come mi ha conquistato Marco: è stata la prima persona con
cui, a fine agosto, sono riuscita a ridere. Non lo facevo più da quando
era morto mio fratello».Marco, occhi verdi, fisico atletico
allenato in palestra, la guarda, l’accarezza e dice che «forse è stato
proprio tutta quella disperazione che avevamo e abbiamo dentro ad
unirci. Nessuno meglio di noi due sa cosa vuol dire essere privati
dell’unico fratello che hai in un modo tanto assurdo e crudele. Antonio
aveva 36 anni, una moglie e tre figli piccoli che non fanno che
chiedermi “quando torna papà?”. Laura capisce quanto sto male. Non so
se un’altra ragazza avrebbe potuto sopportarmi».Laura abbassa
lo sguardo, gli prende la mano e ammette che «sì, vale anche per me: a
lungo andare, a forza di vedermi piangere, un altro ragazzo potrebbe
dirmi che devo guardare avanti, pensare al futuro, smettere di pensare
a mio fratello. Marco non me lo dice e non me lo dirà mai. Lui sta male
come e quanto me».Ma non c’è soltanto sofferenza. Non ci sono
solo lacrime e malinconia. La vita accade, scandita al tempo dei sogni
e dei desideri. «Vogliamo due figli - azzarda Laura -. Due figli
maschi, così non scontentiamo nessuno: uno lo chiameremo Giuseppe,
l’altro Antonio. Lo dico veramente, sai? E non pensare che sono poco
più di una ragazzina. Mio fratello è sempre nel mio cuore e un figlio
col nome suo sarebbe il regalo più bello. Non credo che avrei potuto
sognare una cosa così se non avessi incontrato Marco. È un ragazzo
meraviglioso, che mi aiuta a colmare il vuoto lasciato da Giuseppe.
Ecco, vedi, se c’è una cosa triste nella nostra storia d’amore è
proprio questo: il senso di colpa per esserci conosciuti a causa della
morte dei nostri fratelli». Gli occhi nocciola si scuriscono e
la voce si incrina, ma Laura non cede al pianto: «Si vede che doveva
andare così, ce lo dicono anche le nostre mamme, contente che siamo
fidanzati». L’unico a saperlo all’ultimo minuto è stato il padre della
ragazza. «Non me la sono sentita di dirglielo subito, non so come
spiegare, non volevo che fraintendesse. Però sono sicura che adesso
approva anche lui». La storia di Laura e Marco va avanti come
quella di tanti altri ragazzi, qualche serata con gli amici, qualche
altra in pizzeria. Una vita di luci e ombre, come tutti. Solo che qui
le ombre sono più lunghe e difficili da cancellare. Continuano ad
andare al cimitero quasi ogni giorno. Lo hanno fatto anche ieri
pomeriggio, dopo una mattinata trascorsa in tribunale, per l’udienza
preliminare contro i vertici dell’acciaieria che ha inghiottito i loro
fratelli. «Tra poco più di un mese sarà un anno esatto - sussurra Laura
- e noi non abbiamo ancora la garanzia che i colpevoli paghino. Il
processo va avanti, ma chissà come finirà». Ieri mattina, come
tutti gli altri parenti delle 7 vittime Thyssen, Laura e Marco
indossavano una T-shirt con la foto dei loro cari, «anche quello è un
modo per ricordarli, per chiedere giustizia. Per far vedere quanto
erano giovani e belli. Avevano tanta voglia di vivere, qualcuno gliene
ha tolto la possibilità». Ieri pomeriggio, via la
maglietta-denuncia, un salto al cimitero e poi un breve giro in
macchina. Con il volume della radio a palla quando suona la loro
canzone, «E», di Vasco Rossi. «La conosci? La senti quanto è bella?»
chiede Laura. E forse, in fondo, è proprio nelle parole di Vasco che
c’è il succo di questo giovane amore: «E...ho un pensiero che parla di
te, tutto muore ma tu sei la cosa più cara che ho».