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Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla èl
 

 

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EDS - La puzza

Post n°707 pubblicato il 03 Marzo 2013 da LaDonnaCamel
 

Le aveva alzato la sottana e l'aveva spinta a faccia in giù sui sacchi della farina. Rosi non aveva nemmeno urlato, aveva appoggiato la guancia sulla iuta ruvida - le erano poi rimasti dei graffi - e aveva respirato forte. Il padrone le teneva i polsi dietro la schiena con una mano e con l'altra si apriva la strada dentro di lei. Rimase ferma e buona senza dire niente, aveva paura e poi non sapeva. Aveva respirato solo un po' più forte quando, con un colpo secco, le era entrato dentro fino in fondo. Non aveva urlato, aveva sentito uno strappo e aveva morso l'orlo del sacco, lasciando che le lacrime le riempissero gli occhi.
Il padrone le alitava nell'orecchio e sapeva di tabacco e di sudore e anche di polvere e di polenta. La teneva giù in ginocchio spingendola forte in mezzo alla schiena, a ogni colpo le faceva sbattere la testa contro il mastello della brovade, l'odore delle vinacce usciva a fiotti e le venivano le vertigini.
Quando lui era andato via si era alzata piano e aveva pulito il sangue col fazzoletto bagnato di saliva.
Quella notte, mentre tutti dormivano era andata in cortile, aveva preso un secchio d'acqua e l'aveva portato nel sottoscala dove c'era il suo pagliericcio. Si era lavata pezzo a pezzo con il sapone della domenica, la puzza le dava la nausea.
 
La puzza era dentro il retrobottega, un budello stretto e lungo, senza finestre, solo una lampadina polverosa illuminava malamente le merci accatastate e vi stagnava pesante. Era unta di forme di formaggio messe in fila a stagionare, era umida di muffa negli angoli e sul pavimento di terra battuta, era soffocante per la farina di polenta, ma anche dolce di origano secco e lavanda. E acida per il tino della brovade che aveva un coperchio pieno di crepe e chiudeva male e lasciava uscire i fiati della fermentazione. Il tino era accanto ai sacchi della farina della polenta, quella gialla macinata fine e quella bianca da mischiare insieme. C'erano i sacchi aperti, messi su in piedi con l'orlo arrotolato in alto e la paletta del misura ficcata dentro. Di fianco c'erano i sacchi interi, coricati e ammucchiati uno sopra l'altro che sembravano guanciali, o i materassi della principessa del pisello. Così era sembrato a Rosi la prima volta che era entrata lì.
 
A tredici anni era andata a servizio in paese come cameriera, i padroni l'avevano detto ai suoi genitori su ai Musi, ma già dalla prima settimana  aveva capito che la maggior parte del lavoro sarebbe stata in negozio. Dopo aver spolverato i mobili di legno scuro del salotto al primo piano, che comunque restava sempre chiuso, e aver rigovernato le tazze della colazione, Rosi doveva scendere nella bottega dove si vendeva qualsiasi cosa. Il cortile era ingombro di scatole, ceste e fagotti, toccava a lei portarli dentro e sistemarli negli scaffali del retro. Ogni giorno aveva la sua prevalenza, al sabato vendevano la mostarda per il lesso della domenica sera, al venerdì la lisciva per le pulizie di fino del sabato, il lunedì la farina per il pane della settimana. Invece la farina per la polenta tutti i giorni.  Vendevano la merce sfusa pesandone le quantità richieste con la bilancia a due bracci e l'avvolgevano in cartocci e involti di carta oleata.
 
La mattina dopo la puzza era ancora sui vestiti, nei capelli, dappertutto. Rosi rubò un limone dalla cesta e lo nascose nella tasca del grembiule. Quella notte, quando tutti dormivano, andò in cortile e prese un secchio d'acqua, lo portò nel suo angolino e lavò le mutande, le calze, la sottoveste. Lavò anche la maglia di lana e si strofinò il limone sulle braccia e sulle gambe, da tutte le parti di sopra e di sotto anche se bruciava, si era riempita di vesciche.
 
A mezzogiorno la padrona le dava la polenta e il radicchio e il formaggio. Il mangiare non glielo faceva mancare perché aveva paura che le rubasse, pensava che se aveva la pancia piena teneva le mani a posto. Alla sera le dava la minestra con le erbe. Era di più di quello che mangiava a casa sua, quando era scesa dalla montagna era secca come una scopa di saggina, adesso le si erano impienite le cosce e sul davanti faticava a chiudere i bottoni del grembiule. Si era accorta che il padrone la guardava, ma non sapeva.
 
Quella sera aveva preso la bottiglia della candeggina e l'aveva messa da parte. Poi, nella notte, quando tutti dormivano ne aveva versato un bel fiotto in un secchio d'acqua e con una pezza si era lavata tutta, i piedi, le cosce, la pancia e le ascelle, i capelli. Si era lavata sotto e sopra e aveva lavato di nuovo nel secchio tutti i vestiti. Li aveva stesi contro la stufa, chissà mai che la legna profumata di bosco andasse a coprire la puzza.
 
I vestiti si erano sbiaditi ma la puzza non andava più via. Era arrivato l'inverno, aveva provato la lavanda, la menta, si era sfregata con l'alcool delle punture, aveva messo la segatura nel letto ma non serviva a niente. Se la sentiva addosso e le dava la nausea, alla mattina, quando entrava nel magazzino le venivano i conati di vomito, si tappava la bocca con la mano per ricacciarlo indietro e le si riempivano gli occhi di lacrime. Il padrone faceva finta di niente. Lei teneva gli occhi bassi come aveva sempre fatto e gli girava al largo ma ne sentiva la puzza da lontano e le veniva da svenire.
 
Difatti, una mattina svenne proprio, lunga e distesa. La padrona le aprì il grembiule per farla respirare e si accorse della pancia. Si mise a gridare, la insultò e la cacciò via a bastonate.
 
(La storia sarebbe finita qui ma non ho cuore di piantarti in asso. Non so chi diceva che la differenza tra le storie e la realtà è che le storie hanno un inizio e una fine mentre la realtà fa come cazzo gli pare e spesso sono i buoni quelli che perdono, anche se non se lo meritano. In questi casi sembra che tutto sia stato preparato per convergere in una tragedia, per quanto non voglio fare la morale e quel che è stato è stato, ora non è più così e speriamo che in futuro vada ancora meglio.
So che lo sai e per questo approfitto dell'onnipotenza del narratore per donare a Rosi un finalino meno peggio ma non ti abituare, la prossima volta potrebbero essere solo mazzate.)

 
Sola e senza più un lavoro, tornò in montagna dai suoi genitori dove l'aria era più fina.
Aveva buttato via il grembiule e la sottoveste, si era rapata i capelli, si era rotolata nella neve e ancora prima che nascesse il bambino, senza sapere come e perché, la puzza era miracolosamente sparita.

farina

Questo racconto partecipa all'EDS Sniff sniff gli odori antichi come pure

S.Sebastiano di Dario

Terre lontane di Melusina

Ucci ucci di Hombre

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L'abbondanza di cozze - Fevarin e carnazza

L'odore della SIPE di Pendolante ma anche questo qui

Profumo di marsiglia ancora Lillina

Il profumo del rinnovamento di Mai Maturo

Odore della domenica di F.


 
 
 
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