La Posta di Luna

Al dio che non c'è


Moonkey  sedeva sulla sponda del fiume e l’acqua del fiume scorreva lenta“Tutto scorre, nulla può bagnarsi due volte nella stessa acqua”Moonkey fissava immobile lo scorrere lento e rivedeva nei riflessi il suo viso bambino; quante rughe da allora e quanta acqua era trascorsa. Il giovane dio aveva giocato quando era il tempo dei giochi; aveva corso contro il vento a piedi nudi sull’erba bagnata potendone percepire la brezza per tutte le membra e ridendo aveva visto innalzarsi i mille colori di un aquilone nell’azzurro. Quante volte aveva sognato un mondo al di là del celo e quante volte era decollato con l’aquilone oltre l’azzurro al di là delle nuvole in una dimensione che da tempo non sentiva più sua. Ci aveva provato qualche volta, aveva di nuovo lasciato scorrere il filo, ma non era stata la stessa cosa di allora: aveva chiuso gli occhi, ma il cielo era molto al di sotto del celo che aveva concepito e non era neppure quel cielo che in definitiva avrebbe voluto, molto più avanti di ogni sua più azzardata teoria. Da bambino aveva avvertito il frenetico scorrere del filo tra le piccole mani e aveva corso e corso fino a sentire le gambe rigide tremare e il fiato come vento.Aveva ascoltato le mille fiabe del vecchio nonno tra le ombre nere e rosse che vibravano al chiarore del fuoco e stanco era crollato tra l’erba e ne aveva succhiato il nettare perdendosi dietro il volo delle rondini. Era stato principe e ladrone, aveva visto serpenti resuscitare perché sfiorati da una rosa e principesse scomparire in una goccia di rugiada. Aveva attraversato ruscelli seguito da un cane morbido e bianco, corso con farfalle gialle e nere su di un filo di paglia sognando praterie e con gli occhi bendati, girato su se stesso,  aveva cercato la forma di un viso ignoto tra le mani. “Quando sarò grande- aveva detto pensando ad una dimensione lontana che non aveva ancora né forme, né colori- quando sarò grande avrò una donna dai capelli di seta nera”  Ma non sapeva cosa fosse una donna, ne’ la seta, ne’ il perché di quei capelli.E quante volte aveva giocato ed imitato e recitato la parte dell’adulto. Una volta i dieci anni gli sembravano belli e lontani “DIECI” esclamava e gli occhi gli brillavano. Poi toccò ai sedici e dopo poco ai diciotto… il tempo cominciò a rotolare e con se portò gli anni e i giochi e i sorrisi spensierati.Moonkey aveva amato quando era il tempo dell’amoreAveva avuto paura di ciò che stava per nascere, che poco a poco si impadroniva di lui e lo trascinava.Non capiva e ne aveva terrore: la metamorfosi era cominciata dalle radici, dalle ossa.Tutto si confondeva per lui con quell’odore di ciclamino e di pelle calda ed umida di sangue, mentre il suo giardino vibrava di colori e di foglie vellutate.Le aveva stretto le spalle e baciato il collo.”Non svegliarmi se è un sogno, non svegliarmi… amami, amami ancora”Le aveva sussurrato in un orgasmo senza tempo mentre l’aria vibrava di labbra morse a sangue. D’improvviso l’abisso davanti ai suoi piedi, un baratro senza tempo, né luci era lì ad attenderlo. Aveva cercato di forgiarla come oggetto prezioso dandole la forma delle sue mani; avrebbe voluto trasmetterle la metamorfosi ingannatrice della luna nelle sere d’autunno, darle il colore del cielo tra le onde ed i profumi dei fiori tutti, ma la sua mente, come terra arida, aveva rigettato il seme. Era stata lei infondo, solo e sempre lei a decidere: da quando aveva iniziato all’ultimo bacio e come per lui così con gli altri, senza rimorsi, né pudore alcuno. Ma lui l’aveva amata, l’amava e non l’avrebbe persa per nulla al mondo.Ora che il suo castello di sabbia era stato frantumato dall’orma del tempo non gli restava più nulla dei sogni di ragazzo, né le rondini avevano lo stesso volo, né le nubi la stessa forma.Quegli stessi piaceri, però, e colori e tepori li aveva ritrovati maturati nella forma di lei e nel suo sguardo e nel suo volo               “Non svegliarmi se sogno, non svgegliarmi…”E aveva desiderato che quella donna fosse la madre dei suoi figli e di amarla anche sciupata e cianotica mentre stanca gli riscaldava la cena. Aveva creduto a lungo che insieme avessero potuto fermare l’istante o correre più in fretta del tempo.Il giovane dio che avrebbe voluto cambiare il mondo, il disobbediente, il ribelle, lo sconfitto in partenza, che pur riconoscendo il colore dell’utopia tra i suoi pensieri aveva continuato a lottare.Avrebbe voluto cambiare il mondo con la rabbia degli occhi grandi e scuri di tunnel dei bimbi consumati dalla fame, del grasso flaccido e bianco della povertà, della solitudine invalicabile dei diseredati, dei vecchi, dei drogati di tutti coloro che si perdono cercando una via di scampo alla solitudine ed alla miseria.Una volta aveva baciato un vecchio ubriaco che vomitava sangue e l’aveva visto piangere di gioia e ridere e ridere e poi ancora ridere.Il giovane dio per eccellenza, colui che aveva trascinato le masse con la sola forza delle parole, delle suggestioni, che per essere vendute non hanno bisogno né di forme, né di materia.Le idee non hanno bisogno di essere viste, toccate e Moonkey era pronto alla competizione pur giocando in diretta, senza rete ed aveva  aspettato il giorno del riscatto immaginando l’angelo biondo nel fuoco suonare la tromba e le pecore belanti in un fiume di lana divenire piovre che strozzano.IL TRIONFO DEL GRANDE DIO!Ora, però, con l’avvicinarsi della sera, al tramonto, ora che anche il sogno tace, cosa sarà del giovane dio?Si ricorderanno ancora di lui i bimbi del parco, i vecchi, i poveri, tutti coloro che sono nati perdendo? Sono molto egoisti gli uomini.Sarebbero tornati ancora una volta da lui una volta sfondata la porta della loro terrificante emarginazione?Moonkey sedeva sulla sponda del fiume sorridendo stupidamente e l’acqua del fiume scorreva lenta “TUTTO SCORRE, NULLA PUO’ BAGNARSI DUE VOLTE NELLA STESSA ACQUA”Moonkey fissava immobile lo scorre lento ed il cuore gli scoppiava per la tristezza e la malinconia.Dal romanzo "Gocce di rugi@da" di donatella de bartolomeis