Labyrinthe

DELL' ALCHIMIA


Quando si parla di alchimia, si pensa immeditamente a unpersonaggio sapiente, inquietante, un poco folle o illuminato,all'opera nel suo laboratorio, intento a operazioni misteriose,immerso in un' atmosfera medioevale.L' alchimista è Faust, un essere maledetto o marginale cheesercita un potere quasi divino sulla materia e che, proprioper questo, commette un grave oltraggio. Non è forse lostesso oltraggio alla sacralità della vita che ci inquietao ci fa ribellare quando osserviamo gli studi e i tentatividi manipolazioni genetiche, di esperimenti di cui si occupanocerti scienziati a proposito dei quali è lecito chiedersi se,giocando con la vita, non sono sul punto di generare unprocesso irreversibile dalle conseguenze imprevedibili edisastrose per l'umanità?
Esiste un legame storico fra l'alchimia e le scienze moderne,tra i lavori di laboratorio dell'adepto e quelli del ricercatore.Adesso  occorre, invece, riposizionare l'alchimia, la cui dottrina,le cui regole e leggi furono enunciate e stabilite soprattuttonel Medioevo, nel suo contesto storico universale. Ancora unavolta, infatti, si tratta di una scienza del passato che i nostriantenati hanno esercitato ai quattro angoli del globo.In prticolre, l'alchimia veniva praticata nel vicino Oriente,in Egitto e nella Grecia antica, oltre che in Cina.Per l'uomo dell'antichità, la vita e tutti gli elementi della natura che la compongono hanno un'innegabile connotazionesacra. Sembra che tutti questi elementi siano stati registratiper la prima volta dai sapienti mesopotamici, perlomeno stando ai ritrovamenti archeologici, anche se nulla impediscedi pensare che ci sia stato un precedente.Basta pensare, ad esempio, al mito di Oannès e ai "settebrillanti apkallu", per accorgersi di come i Sumeri, questomisterioso popolo proveniente dal mare e di cui si ignoranole origini, disponessero già di un certo sapere che insegnaronoagli uomini.Ora, malgrado il loro senso sacro, la loro interpretazione divinae mitica della vita, le loro motivazioni non consistevanoforse nel voler esercitare un potere sui suddetti elementi,innalzarsi al livello degli dei che adoravano, veneravano e temevano, certo, ma che desideravano anche imitare, poichè essi costituivano i "loro" modelli?
Quindi, ancora una volta, fu in Mesopotamia che apparvero i primi alchimisti, mentre è nell'Antico Egitto che possiamoritrovare degli autentici sistemi, dottrine e tecniche elaborateche non lasciano alcun dubbio sulla natura dei lavori ai qualigià si dedicavano certi sapienti egizi.Contemporaneamente, secondo alcune leggende giunte fino  a noi, in Cina l'alchimia avrebbe  visto la luce già nella metàdel III millennio a.C.In queste civiltà, tuttavia, non si parlava ancora di alchimiacosì come oggi la intendiamo e così come venne soprattuttodefinita nel Medioevo.Possiamo comunque considerare che tutte le tecniche messea punto e impiegate nell'antichità, nel vicino Oriente, inEgitto o in Cina, tra gli altri, riguardassero tutte le scienzeche più tardi sarebbero state raggruppate sotto il terminegenerico di alchimia.Gli artigiani, i fabbri, i medici e perfino i cuochi, nello sviluppare tecniche moderne potevano fungere da alchimisti"ante litteram". In effetti, il più delle volte, combinandocerti elementi e materiali, essi creavano o producevano prodotti nuovi, trasformavano la natura.Possiamo allora affermare che, nello stabilire regole e limitialle loro ricerche, ai loro lavori e alle applicazioni pratiche,i nostri antenati si preoccupassero già di etica.
Erano, infatti, fermamente convinti che ci fossero certeleggi da non trasgredire ed è in questo spirito che sono nati i grandi principi dai quali ha avuto origine l'alchimia.Non è forse questa una preoccupazione fra le più attuali?I progressi della genetica non ci spingono a definire nuoveregole? Non siamo forse sul punto di creare un nuova eticasenza la quale l'uomo contemporaneo potrebbe esseretentato di creare dei mostri?