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Andrea Liponi

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« adolescenza e letteraturaElisabeth è scomparsa »

UN ROMANZO MERANESE

Post n°142 pubblicato il 17 Aprile 2020 da livio203

UN ROMANZO …LOCALE (la quarta coronolettura)

 Il fatto che un libro parli di noi, della nostra Provincia o, magari, sia scritto da una persona che vive in questa nostra limitata area geografica, lo rende certamente più interessante.   In fondo, la nostra letteratura, le opere letterarie, ma anche saggistiche, scritte da persone di lingua italiana sono di per sé rare, anche per la recente tradizione culturale italiana a Bolzano e provincia.

 

E’ questo uno dei motivi che un paio di anni fa ci ha fatto acquistare questo libro auto-pubblicato da una misteriosa scrittrice dal nome perlomeno stravagante, ma, tutto sommato, in linea con il suo contenuto romanzesco: “Come foglie d’autunno” di Clarissa Horse.   Un po’ difficile pensare che tale nome non sia uno pseudonimo, anche se nell’ultima di copertina si dice che si tratta di una laureata in legge con tesi di criminologia che vive in Alto Adige con un figlio, un marito un cane e delle cocorite e che, ”per passione e per non dare i numeri.. si dedica alla scrittura”.  In effetti, della stessa autrice avevo già letto il romanzo precedente, un giallo ambientato a Merano.

Non è l’unica autrice locale, basti pensare all’ormai notissimo Luca D’Andrea, ma anche al nostro sindaco Renzo Caramaschi, prolifico autore di romanzi a sfondo storico, senza contare la stellare Lilli Gruber.    

A differenza dagli altri autori, però, questa si è lanciata nel mercato del romanzo senza passare per una Casa editrice.   E la cosa si sente, oltre che per la difficoltà della distribuzione, anche nella forma narrativa.   Probabilmente una casa editrice fornisce all’autore un’assistenza nella rifinitura del testo che si sente mancare a quest’opera, tuttavia interessante.  

Il pregio maggiore di questo romanzo sta nel suo intreccio, piuttosto articolato, anche se l’azione si svolge prevalentemente a Merano e nel suo immediato circondario, in un ambiente sociale abbastanza ristretto, quello degli studi legali, anzi di due studi legali importanti e prestigiosi, che rappresentano l’ambiente di riferimento della protagonista, un’avvocatessa ancora giovane e graziosa, lanciata sulla via del successo professionale.   Ma pesano sul personaggio l’ambiente di origine, un maso di montagna e la storia travagliata della sua famiglia. Un padre assente che ben presto lascia moglie e figlie in balia di se stesse, una sorella scapestrata, una nonna rigida e poco empatica, una madre perennemente scontenta e infelice.   Bisogna dire che, da questa materia non entusiasmante, l’autrice riesce a ricavare una vicenda che via via riesce a interessare il lettore e a coinvolgerlo, per quasi settecento pagine, proprio per l’invenzione di vicende sempre più complesse e imprevedibili.  

Il leitmotiv, come in tutti i romanzi rosa, è l’amore: la ricerca di un amore definitivo, unico, completo… che, ovviamente, arriva solo alla fine.     Infatti, l’avvocatessa ha un presente - legato ad un avvocato di successo più anziano di lei, ma, ovviamente, fascinoso e donnaiolo - ma anche un passato, ovvero un matrimonio fallito nel peggiore dei modi.   Di qui l’aggrovigliarsi della vicenda, con colpi di scena, scene di sesso e litigate furiose.    Ma improvvisamente un deus ex machina, una donna serena, piena di attenzioni e di saggezza appare all’orizzonte a sgomberare il terreno dalle troppe macerie di più vite aggrovigliate e contorte insieme, fino al lieto fine.    

Bisogna dire che fino a metà romanzo si fa fatica a seguire tutta quella serie di dialoghi, un po’ stucchevoli e spesso anche non proprio raffinati.  Ma poi l’inventiva dell’autrice prende il volo e la vicenda si fa sempre più complessa e intrigante.    

Una nuova Liala è nata in quel di Merano… peccato, come dicevo prima, che si senta la mancanza di una maggiore rifinitura sia nella forma espressiva, sia nella materia narrativa.

C’è un motivo, che in qualche modo, coinvolge anche noi di Penelope.  La sorella della protagonista ogni tanto sparisce, poi ritorna, poi sparisce di nuovo…  Si direbbe il tipico caso di “non” scomparsa, di allontanamento volontario non “allarmante”: quello che noi tendiamo a dire che non esiste… Come si fa, infatti, a sapere che la persona che si allontana e fa perdere le proprie tracce poi tornerà?

Noi diremmo: mancato rientro allarmante?

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