C’erano un bergamasco, un napoletano, un calabrese e un extracomunitario…. Non si tratta di una barzelletta ma dello spettacolo andato in scena lo scorso sabato 17 febbraio, ad opera della compagnia “ IL PENTAGONO” di Milano, che ha portato sul palco del San Giuseppe, due atti comico brillanti ambientati in un cantiere edile. Protagonisti, con le loro storie, le loro caratteristiche e il loro vissuto quotidiano, i muratori, che nell’immaginario collettivo, sono visti come coloro che non hanno avuto voglia di studiare e che nemmeno si sono tanto impegnati a cercare un lavoro. Un' attività nella quale oggi, gli extracomunitari, trovano la speranza di una vita migliore. Un mestiere duro, polveroso, fatto di fatica e di pericoli. Gli attori, hanno portato in scena la figura del muratore come colui che ha sempre il pranzo riscaldato nella gavetta ammaccata, che usa un gergo che non supera i cento vocaboli, che fischia alle ragazze di passaggio, che ha la pelle abbronzata dal sole e il segno della canottiera. Una storia molto divertente i cui personaggi emergono con le loro peculiarità, l’accento dialettale del loro luogo d’origine, la semplicità del loro linguaggio, la battuta spiritosa. L’evolversi di una vicenda che ha un risvolto molto profondo, che invita a riflettere. Le “Nuvole” protagoniste, filo conduttore dello spettacolo, sono quelle che il muratore bergamasco fa inseguire al ragazzo disabile a cui resta meno di un anno di vita, al quale dedica il suo tempo libero, facendolo fantasticare sulle buffe forme che assumono nel cielo. Le “Nuvole” sono quelle cariche di pioggia che consentono all’anziano collega, un paio d’ore di libertà nel giorno del suo compleanno, da trascorrere con una donna che l’amico gli ha fatto conoscere via internet. Proprio il collega decide con gli altri, di fargli questo regalo di compleanno, a lui che compie 60 anni e non ha mai avuto una donna. Nel cantiere c’è anche l’extracomunitario che ha lasciato la sua famiglia e che cerca di inserirsi nel nuovo ambiente cominciando ad imparare le prime parole. C’è l’esuberanza del bergamasco, la praticità del napoletano acculturato e lo spirito del calabrese, titolare del cantiere. In maniera molto sottile, nascosta tra le pieghe delle esilaranti battute, ecco la morale dello spettacolo: l’amore, il motore del mondo, il sentimento e la certezza delle cose a noi più care che spesso vengono date per scontate. La vicinanza di una persona amata che ci è al fianco ogni giorno e che noi non consideriamo come merita, sentendone poi la mancanza quando non c’è più. La libertà dell’anima di poter volare, librandosi alta nel cielo al di sopra di ogni diversità umana, di ogni pregiudizio. Il voler donare se stessi agli altri in un gesto d’amore che non si aspetta nulla in cambio, nella semplicità della vita quotidiana, alla ricerca di quella felicità che non si può comprare con il denaro. La sala era gremita, tutti i posti esauriti per uno spettacolo che era già stato proposto con successo nel giorno di S. Stefano e che è tornato in scena anche domenica 18 febbraio, nel pomeriggio. Un cast fatto di soli uomini che hanno saputo calarsi nel personaggio in maniera semplice, dando però il meglio di ogni carattere rappresentato. Lunghi gli applausi a fine spettacolo e parecchi minuti per consentire al folto pubblico di defluire dal teatro. Un pubblico composto anche da moltissimi giovani che negli ultimi anni, hanno riscoperto il gusto del teatro.
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C’erano un bergamasco, un napoletano, un calabrese e un extracomunitario…. Non si tratta di una barzelletta ma dello spettacolo andato in scena lo scorso sabato 17 febbraio, ad opera della compagnia “ IL PENTAGONO” di Milano, che ha portato sul palco del San Giuseppe, due atti comico brillanti ambientati in un cantiere edile. Protagonisti, con le loro storie, le loro caratteristiche e il loro vissuto quotidiano, i muratori, che nell’immaginario collettivo, sono visti come coloro che non hanno avuto voglia di studiare e che nemmeno si sono tanto impegnati a cercare un lavoro. Un' attività nella quale oggi, gli extracomunitari, trovano la speranza di una vita migliore. Un mestiere duro, polveroso, fatto di fatica e di pericoli. Gli attori, hanno portato in scena la figura del muratore come colui che ha sempre il pranzo riscaldato nella gavetta ammaccata, che usa un gergo che non supera i cento vocaboli, che fischia alle ragazze di passaggio, che ha la pelle abbronzata dal sole e il segno della canottiera. Una storia molto divertente i cui personaggi emergono con le loro peculiarità, l’accento dialettale del loro luogo d’origine, la semplicità del loro linguaggio, la battuta spiritosa. L’evolversi di una vicenda che ha un risvolto molto profondo, che invita a riflettere. Le “Nuvole” protagoniste, filo conduttore dello spettacolo, sono quelle che il muratore bergamasco fa inseguire al ragazzo disabile a cui resta meno di un anno di vita, al quale dedica il suo tempo libero, facendolo fantasticare sulle buffe forme che assumono nel cielo. Le “Nuvole” sono quelle cariche di pioggia che consentono all’anziano collega, un paio d’ore di libertà nel giorno del suo compleanno, da trascorrere con una donna che l’amico gli ha fatto conoscere via internet. Proprio il collega decide con gli altri, di fargli questo regalo di compleanno, a lui che compie 60 anni e non ha mai avuto una donna. Nel cantiere c’è anche l’extracomunitario che ha lasciato la sua famiglia e che cerca di inserirsi nel nuovo ambiente cominciando ad imparare le prime parole. C’è l’esuberanza del bergamasco, la praticità del napoletano acculturato e lo spirito del calabrese, titolare del cantiere. In maniera molto sottile, nascosta tra le pieghe delle esilaranti battute, ecco la morale dello spettacolo: l’amore, il motore del mondo, il sentimento e la certezza delle cose a noi più care che spesso vengono date per scontate. La vicinanza di una persona amata che ci è al fianco ogni giorno e che noi non consideriamo come merita, sentendone poi la mancanza quando non c’è più. La libertà dell’anima di poter volare, librandosi alta nel cielo al di sopra di ogni diversità umana, di ogni pregiudizio. Il voler donare se stessi agli altri in un gesto d’amore che non si aspetta nulla in cambio, nella semplicità della vita quotidiana, alla ricerca di quella felicità che non si può comprare con il denaro. La sala era gremita, tutti i posti esauriti per uno spettacolo che era già stato proposto con successo nel giorno di S. Stefano e che è tornato in scena anche domenica 18 febbraio, nel pomeriggio. Un cast fatto di soli uomini che hanno saputo calarsi nel personaggio in maniera semplice, dando però il meglio di ogni carattere rappresentato. Lunghi gli applausi a fine spettacolo e parecchi minuti per consentire al folto pubblico di defluire dal teatro. Un pubblico composto anche da moltissimi giovani che negli ultimi anni, hanno riscoperto il gusto del teatro.