Aprii gli occhi. Non sapevo chi ero, né che luogo era quello.Lentamente un dolore diffuso in tutto il corpo ed uno ancora più profondo ed incomprensibile nell’animo si fecero presenti. Poi avvertii un odore così improvviso da stordirmi: odore di sangue, urina e sudore. Lo stomaco mi si strinse in una morsa dolorosa ed un conato mi indusse a girarmi d’istinto. Solo allora compresi che avevo le mani legate oltre la testa, bloccate a terra. La bile mi riempì la bocca. Mi rivoltai con l’aiuto delle gambe e, mentre una tosse convulsa mi liberava dall’acido presente in gola, sentii i polsi quasi spezzarsi. Prostrata, posai la faccia a terra, nel mio stesso vomito. Cercai di ripulirmi il viso strisciandolo sulle braccia, ma il dolore mi indusse ad alzare lo sguardo verso le mani e vidi il mio sangue colare lentamente lungo una corta catena. La disperazione si stava impadronendo della mia volontà; appoggiai la testa e chiusi gli occhi.Improvvisamente percepii dei rumori di zoccoli, dei nitriti, qualche sbuffo. La speranza. Sollevai nuovamente il viso e questa volta notai che il luogo dove mi trovavo poteva essere una stalla di discrete dimensioni.- La ragazza è ancora viva.Un rimbombo di passi e grida eccitate si unirono al coro di voci già presenti nella mia mente e riportate alla luce della coscienza. Le stesse voci, gli stessi suoni e poi gli stessi volti… e ricordai. Qualcuno mi strattonò i polsi, qualcun altro mi prese per le caviglie. Sentii il mio corpo strisciare nella terra; occhi, naso e bocca mi si riempirono di polvere. Giunse quindi l’acqua, che lavò la polvere ma riempì i polmoni.- Tiratela fuori di lì o soffocherà.- Morta o viva ce la facciamo lo stesso.- Io la preferisco viva, quando me la sono provata prima era svenuta e mi sono divertito poco.Riso, sputi, e ancora mani su tutto il corpo… Nuovamente polvere, sangue e dolore. Poi più nulla. Aprii gli occhi. Qualunque cosa fosse stata presente prima, ora non era più lì.Il cielo azzurro giocava a nascondino tra le foglie mosse dalla brezza; l’acqua del ruscello scorreva tranquilla, accarezzando con piccoli borbottii le pietre che incontrava. Una parte di me voleva che mi lasciassi cullare da quei suoni, come un figlio tra le braccia della madre. Dormire si, per sempre.- Ha aperto gli occhi.Mi alzai di scatto. Senza una apparente ragione cominciai a correre.- Andiamocene, credo sia impazzita - disse un’altra voce, dura, impaziente.Caddi, mi rialzai e caddi nuovamente sulle ginocchia. Il respiro si bloccava a metà strada, come se non volesse saperne di uscire. Lacrime salate cominciarono a cadere come piccole gocce di rugiada sulla terra polverosa, mentre i singhiozzi rimanevano sospesi nell’aria.Mi misi a sedere. In lontananza due cavalieri si stavano dirigendo verso la strada maestra seguiti da altri due cavalli di un bianco candido. Non molto lontano da me, uno stallone si stava abbeverando presso la polla che il ruscello creava vicino ad un boschetto d’aceri. Avevo i polsi fasciati che odoravano di erbe medicinali; indossavo una lunga tunica di un tessuto ruvido ma fresco. Passai le mani tra i capelli bagnati e appoggiai la fronte sulle ginocchia.Trascorsi pochi minuti oppure ore, un nitrito mi riportò alla realtà. Lo stallone, che avevo visto prima, si stava avvicinando irrequieto. Notai, legata alla sella, una spada che alla luce del sole splendeva come ingioiellata. Mi alzai, ma le gambe cedettero sotto il peso del corpo. Per non cadere afferrai le briglie e mi trovai a fissare due profondi occhi marroni, gli occhi del cavallo... del mio cavallo e quella era la mia spada, un’arma comune, con l’unica particolarità di un falco inciso sull’elsa di poco valore. La cotta di maglia era saldamente assicurata alla sella, insieme al piccolo arco da caccia; delle due sacche una era parzialmente aperta, l’altra, invece, sembrava non essere stata toccata. Ma se avevo addosso la tunica cerimoniale, i vestiti li avevo messi ad asciugare vicino al fiume? Mi ricordai allora delle ferite ai polsi. Mi slacciai la tunica e vidi sul seno, sul ventre ed oltre, lievi tagli medicati da un unguento profumato, nonché segni di morsicature e lividi violacei. Un brivido d’odio mi percorse la schiena. Una vampata d’ira mi colpì al volto. Dovevo capire cosa era accaduto!Lì vicino c’era una vecchia stazione di posta dove un tempo si potevano cambiare i cavalli stanchi ad un buon prezzo, oppure fermarsi a far riposare i propri. Erano ormai anni che non ci viveva più nessuno, però solo la scorsa estate ero passata da lì e ricordavo che l’interno era tenuto in ordine dai viandanti che la utilizzavano, come da un tacito consenso. Sfoderai la spada e mi avvicinai, con passo malfermo, all’entrata principale. La stanza, che era stata la sala comune, era completamente distrutta: tavoli divelti, sedie spezzate e in parte carbonizzate. I recipienti, che avrebbero dovuto contenere le spezie e le erbe medicinali, erano a terra ed il loro contenuto sparso tra la polvere. Nella dispensa non c’era presenza di cibo essiccato che i cacciatori della zona pensavano a rifornire, né legna da ardere che probabilmente era stata utilizzata in un grosso falò, i cui segni si scorgevano ancora per terra e sul muro come lacrime nere. Passando dalla porta interna mi avviai verso la stalla, che occupava l’altra metà della costruzione. Un tempo quel luogo era impregnato del sudore dei cavalli, e c’era sempre fieno fresco e un po’ di avena. Un’ondata di vertigini mi assalì appena entrai: l’odore era ancora più pungente. Un uomo, con i pantaloni abbassati e un pugnale conficcato nel ventre, era buttato sul pavimento come un oggetto non più utilizzabile; le mosche gli si appiccicavano là dove c’era qualcosa di umido di cui cibarsi. Poco oltre erano sparsi a terra brandelli di ciò che un tempo erano stati dei vestiti... i miei vestiti! La presa di coscienza della realtà di ciò che era successo mi fece vacillare. Cercai sostegno nella terra, appoggiando le mani al suolo. Vicino vidi un pezzetto di stoffa su cui spiccava sbiadito e sporco l’emblema del mio clan. Lo raccolsi, guardai gli occhi del falco e giurai vendetta. Tornai sui miei passi, presi il coltello che sporgeva dalla cintola del cadavere e con esso fermai il mio stendardo su quel corpo lurido.
- Giuro sulla mia anima che porterò a compimento la mia promessa - sussurrai a denti stretti - vi ucciderò tutti!Uscii. L’aria fresca fu una benedizione.Le tracce erano ancora fresche e andavano tutte in un’unica direzione; ero sicura che quando li avrei incontrati sarei stata in grado di riconoscerli. Arrivai al piccolo villaggio vicino alla collina che segnava il confine con il clan dell’Orso; quattro cavalli erano legati presso l’unica taverna presente, due completamente bianchi portavano le tracce di un lungo viaggio.“I due cavalieri che mi hanno curato le ferite devono essere lì dentro” pensai.Proseguii oltre. Giunsi al bivio presente all’estremità del villaggio dove sette uomini erano fermi in attesa di qualcosa o qualcuno. Il primo che mi vide arrivare attirò l’attenzione degli altri:- Il nostro divertimento non è ancora finito - disse indicandomi.Un tipo mingherlino, con una spessa cicatrice a segnargli una guancia, scese da cavallo e mi si avvicinò. Nel momento in cui cercò di estrarre la spada, la mia gli aveva già squarciato la gola. Il pericolo era che adesso mi attaccassero tutti assieme; dovevo agire d’astuzia.- Certo che così non mi diverto affatto... c’è qualcuno tra voi un po’ più bravo da osare sfidarmi?Nel dire questo scesi da cavallo porgendo ai miei avversari la lama, quasi fosse un invito ad accettare una sfida personale.Uno di loro smontò e con un ghigno sul volto mi si avvicinò.- Io voglio farti divertire un po’, ti interessa la mia spada? - e così dicendo abbassò i pantaloni. Quel gesto riuscì a farmi perdere il controllo. Stupidamente tirai il colpo di taglio che lui si aspettava e che contrastò ferendomi al braccio che non impugnava la spada. Non dovevo essere più così stupida; la ferita cominciava a bruciare per il sudore che andava a sfiorarla. Fintai un attacco al ventre. Nel tentare di pararlo il mio avversario perse l’equilibrio: impacciato nei movimenti dalle braghe calate e dalla sua stessa erezione, si sbilanciò in avanti incontrando la punta della mia spada. Con tutta la forza che mi era possibile infilai più a fondo la lama, fino a sentire i rantoli dei suoi ultimi respiri, poi lasciai la presa e l’uomo cadde a terra sopra una pozza di sangue che si stava velocemente allargando. Con un calcio girai il cadavere e mostrai a tutti quanto ora fosse piccolo e insignificante, quindi infierii con tutto il mio odio.Adesso non sarebbe stato più tanto facile, l’umiliazione della mutilazione avrebbe acceso la rabbia, ma ormai non aveva importanza, sentivo il calore del sangue, che lentamente scivolava dall’elsa lungo il braccio per poi sgocciolare a terra.Tre uomini smontarono da cavallo con la spada sguainata; avevano fatto pochi passi quando due corte frecce si piantarono davanti ai loro piedi.- Mi sembra poco onorevole tutto questo...La voce proveniva da non molto lontano, probabilmente dal tetto di una delle ultime abitazioni presenti nel villaggio, e la riconobbi.- Fatti vedere, se ne hai il coraggio - gli rispose quello più grosso dei tre.Una freccia gli si piantò nella coscia.- Sei tu quello che parla di onore, vieni qua e combatti da uomo - ribadì a denti stretti per il dolore.Una freccia gli trapassò la spalla.Questo punto di stallo non fece che aumentare il mio rancore. A me non importava di sconfiggerli con onore, io volevo solo le loro morti! Con un colpo al ventre squarciai l’uomo già ferito e, senza dar tempo di riprendersi dallo stupore, uccisi anche gli altri due con altrettanti colpi di rabbia.Ne rimanevano solo due, quelli rimasti a cavallo.- Noi siamo gli uomini di Worm, dimmi chi sei tu, affinché possiamo riferirgli il nome di colui che si è intromesso nei suoi affari. - Urlò uno di loro, incurante della mia presenza.- Sono Denny, figlio di Royd. Mio padre sta già pagando il conto in sospeso alla taverna.Sentite queste parole fecero per fuggire, ma due frecce quasi simultanee li colpirono. Montai sul mio cavallo e li raggiunsi; erano accasciati sulle rispettive cavalcature, con entrambi un dardo conficcato nel collo. Certa nella mia pazzia che non fossero ancora morti, li colpii ancora e poi ancora, incurante del ferire gli animali. Li avevo finalmente uccisi tutti!Due uomini con quattro cavalli stavano giungendo al galoppo; il cavaliere più giovane stringeva in pugno una balestra a due corde. Si fermarono a pochi metri da me. Il più vecchio volse uno sguardo costernato al risultato delle mie azioni, mentre l’altro diceva sorridendo:- Il loro capo non ti darà più fastidio.- Cosa? Ne manca ancora uno?- "Devo trovarlo" pensai - Dov’è!- Nella taverna con dieci centimetri di lama piantati nella pancia… avevamo un piccolo conto in sospeso - mi rispose, adirato, l’uomo più vecchio.- No!… Ero io a doverlo uccidere…Non avevo mantenuto la mia promessa di vendetta; avevo fallito e non avrei mai più potuto rimediare. Spronai il cavallo al galoppo verso il buio presente nella mia mente. Ora avrei atteso che il buio circondasse anche il mio corpo.