MONDO SICILIA

LEONARDO VITALE, L'ANTIEROE CHE PER PRIMO DENUNCIO' COSA NOSTRA


Leonardo Vitale, un antieroe che ai suoi tempi denunciò Cosa Nostra, uno dei primi pentiti, forse il primo in una Sicilia omertosa che si nascondeva dietro spiegazioni poco o per nulla convincenti, una Sicilia di boss e padrini, di omicidi e di lupara bianca. A lui è dedicato il nuovo film di Stefano Incerti, un regista che la scuola napoletana ha regalato al cinema italiano, insieme a Martone, Sorrentino, De Lillo, Corsicato, Capuano. E adesso i colori, le vie di Catania,  animeranno  le scene  dell'Uomo di vetro, un  film che della Sicilia ha davvero tutto: siciliana la storia, siciliano il protagonista. L'uomo di vetro, proprio come il libro di Salvatore Parlagreco cui il film si è ispirato, è Leonardo Vitale. Così aveva definito questo boss anomalo, che ad un certo punto della sua vita decise di pentirsi, il procuratore della Repubblica che Incerti vorrebbe affidare all'interpretazione e all'autorevolezza di Francesco Rosi. E nel suo lavoro, il giovane regista napoletano non può non fare riferimento a Martin Scorsese di Mean Streets o di Goodfellas. Fatalmente Incerti si trova a fare i conti con la fascinazione che ai suoi occhi sprigionano la complessità, il grumo, di contraddizioni di un antieroe di cui il suo film cercherà di farne un eroe. In questi giorni il regista è immerso nella lettura e rilettura di atti e documenti, nel confronto serrato tra verbali e carte processualida una parte e copione dall'altra. E' un film sulla libertà della coscienza, sulla forza di andare contro tutti per affermare la propria libertà, anche contro le proprie radici ed affetti. La lotta di un non eroe per sconfiggere la mafia, in parte vittima, in parte colpevole. Un uomo debole, fragile ma interessante per le tante contaddizioni nelle quali ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. Ha rotto il muro dell'omertà che impediva alla magistratura di penetrare il sistema mafioso, facendo luce su un mondo impenetrabile e chiuso, che era ritenuto un fenomeno ottocentesco. Tradito dalla mafia, isolato dagli amici, violentato dal sistema-stato: 12 anni di carcere e manicomio giudiziario, otto elettroshock, psicofarmaci per dimostrare la sua follia. Scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla messa domenicale. Particolare attenzione nel film alle figure chiave della vita di Leonardo: la madre, un ruolo per il quale il regista ha scelto Anna Bonaiuto, una donna attraversata da mille dubbi: per farlo vivere, per salvarlo dalle vendette mafiose; lo zio che ha introdoto il ragazzo nella famiglia mafiosa e che gli ha messo in mano la prima arma, ma anche lo zio che lo vuole salvaguardare dalla vendetta mafiosa. Sempre in bilico tra proteggere il nipote che per lui era come un figlio ed evitare che con le sue esternazioni spontanee metta tutti nei guai. Un ambiente quello in cui Leonardo è cresciuto che-come dice lo stesso regista-"obbliga a una sola alternativa: o preti o gangster" e nel quale maturano tanto la fedeltà quanto la ripugnanza alla morale mafiosa.