MARCA BUDAVARI

Sandali di stucco


Da piccolo la cosa che mi baciava di più era l’asfalto. Complici dei sandali di vernice blu con gli occhielli, che di bello avevano solo l’inconsapevolezza con cui li portavo. Inciampavo. Sempre. E a volte lo faccio ancora. Erano baci insistenti, ardenti, graffianti. Di quelli che lasciano il segno. Difatti, da piccolo imparai presto a familiarizzare con il Cicatrene, sulle ginocchia specialmente, tanto che quella polverina bianca è una delle immagini dell’ infanzia che ricordo più chiaramente. Perfino con nostalgia. Dei baci, se ne ha sempre nostalgia. Quasi sempre.Crescendo, imparai a scoprire quanto mia madre fosse ansiosa e rigida. Giocavo con dei ragazzi più grandi, ed uno dei giochi estivi più in voga era una sorta di “guerra dei bottoni” versione soft, nel cortile del palazzo, “noi” contro i ragazzi del palazzo a fianco. Tutti armati di cerbottane e stucco. Tutti, tranne me, ovviamente. Mia madre infatti aveva paura potessi far del male a qualcuno, o che mi potessi far del male io, ignorando, data la scarsa dimestichezza coi campi di battaglia, che un soldato disarmato è carne da macello. In effetti, non sono mai stato un tipo in carne, né potevo dirmi del tutto disarmato. Avevo una pistola. Ad acqua. Così le “prendevo” sia durante gli scontri che quando andavo a ricaricare il mio cannone che sparava fiori, alla fontanella del garage. Ma si sa, la guerra è bella anche se fa male, e certo se l’avessi saputo avrei potuto figurarmi come un piccolo Patroclo intento a mirare alle retine altrui per cercare di limitare i danni, o quantomeno di farne a mia volta. Con scarsi risultati.Adesso il cortile è vuoto, ci gironzola qualche gatto e degli aghi di pino. Di ragazzi urlanti, cerbottane e stucco, davvero non se ne vedono. Quello stucco che con cinquecento lire ne compravi a etti, che ti rimaneva tenacemente sotto le unghie a furia di farne palline, e ti pizzicava le gambe. Quello stucco che rimaneva la sola traccia degli scontri sui muri, per terra, fra gli alberi, assieme all’eco di voci lontane. Quello stucco che potrei comprare adesso, ma non avrebbe lo stesso odore. E le cinquecento lire. Quelle, non ci sono più.Da piccolo, influenzato dalla lettura de “Il giornalino di Gianburrasca”, provai più volte a tenere un diario. Scrivevo su dei quaderni, con i pennarelli. Ma li abbandonavo sistematicamente dopo poche pagine. Chissà, forse nemmeno allora mi piaceva la mia calligrafia. E sì che allora scrivevo meglio. E sì che a tutto c’è una ragione, fuorché al dolore.Proverò adesso, a tenere un diario. Adesso che sono cresciuto. Adesso, che sono un po’ diverso. Sono uno. Uno che cercava un revolver. Uno che lascerebbe scritto “Scusate lo schizzo”, perché lo troverebbe ironico. Uno strano, con la faccia da bimbo, la voce da uomo, la disillusione del vecchio, le cui labbra si piegano “rassegnate, a sorridere davanti alla terra”. Sono uno. E se passate di qui, di certo è per caso. Benvenuti. Colonna sonora: “Comptine d’une autre ête – l’après midì” , Yann Tiersen