Tempo di carnevale, di scherzi, di pose grottesche e note. Alcuni anni fa, quanti non saprei dire. Facciamo sette, mi sembra un bel numero. Mi servivano alcune maschere, precisamente quelle maschere bianche, da veneziano, che alcuni anni dopo avrei usato prima di pestare un manichino, il solo per cui non avrei dovuto guardarmi le spalle. Un amico decise di accompagnarmi, in quello che è il negozio di giocattoli tradizionale, quasi prototipico, del mio paese.Trovare le maschere non fu difficile, questione di pochi minuti. Sempre troppi per poter aspettare senza far niente. E così nel frattempo il mio amico si era avvicinato ad un grande tavolo, in cui in quel periodo erano esposti vari tipi di scherzi, dalla polvere pruriginosa a quella che fa starnutire, dal sangue finto ad altri oggetti stupidi, stupidissimi, praticamente inestimabili. Tornai con le maschere e mi misi a guardarli anch’io. L’attenzione del mio amico era andata ad un paio di manette. A differenza di molte delle manette che spesso si trovano, queste erano di buona fattura, in metallo, semplici ma resistenti. Assolutamente credibili come manette, in effetti. Tanto che il mio amico pensò bene di provarle, agganciandole ad un polso e lasciandole così, penzoloni, e così lo trovai. Era stupido, in effetti, ma allora immagino sembrasse divertente, almeno nelle intenzioni. Rimanemmo ancora per un po’ a curiosare intorno al tavolo, fino a che pensammo bene di andarcene, così il mio amico mi disse: “Via Piero, dammi le chiavi”. E io: “Che chiavi?”. E lui: “Le chiavi delle manette no? Dammele, devo scappare a prendere mia sorella a scuola”. E io: “Guarda che io non ce l’ho le chiavi delle manette”. E lui: “Come non le hai? Dai, via, dammele che devo andare”. Cercai di spiegargli che non le avevo, che ero andato a prendere le maschere e quando ero tornato l’avevo già trovato in quelle condizioni. Pensava lo prendessi in giro, naturalmente, ma dopo un po’ dovette arrendersi all’evidenza. L’evidenza era che io le chiavi non le avevo prese né le avevo viste, e nella scatola delle manette non c’erano. Cercammo con cura su tutto il tavolo, ma niente da fare. Era evidente che anno dopo anno le manette erano rimaste invendute, e le chiavi erano andate perse. E lui doveva andare. Che fare? Provare a forzarle, magari rompere la catenella e andarsene con le mani in tasca? Impossibile. Erano resistenti.Così ci avviammo alla cassa, senza un’idea precisa. Per primo passai io, pagando le mie maschere, curioso e imbarazzato per quello che sarebbe dovuto succedere. Perché era chiaro che qualcosa sarebbe successo. Il mio amico, giunto il suo turno, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, protese il braccio incriminato dritto davanti a sé, formando un perfetto angolo retto con il corpo, e disse, con le manette penzoloni e una convinzione invidiabile: “Io prendo queste”. Una delle scene più belle dal dopoguerra ad oggi.Spiegare cosa fosse successo fu abbastanza imbarazzante, e ancora di più quando, constata l’assenza delle chiavi, nel negozio dovettero forzare la serratura delle manette con un cacciavite per toglierle. Alla fine, ce la fecero.Uscimmo come chi si meriti di morire domani. Eravamo stati stupidi, e non sarebbe stata l’ultima volta. Ma eravamo stati anche divertenti. Tanto che me ne ricordo ancora.Colonna sonora, "Mio cuggino" Elio e le Storie Tese
Bondage involuto
Tempo di carnevale, di scherzi, di pose grottesche e note. Alcuni anni fa, quanti non saprei dire. Facciamo sette, mi sembra un bel numero. Mi servivano alcune maschere, precisamente quelle maschere bianche, da veneziano, che alcuni anni dopo avrei usato prima di pestare un manichino, il solo per cui non avrei dovuto guardarmi le spalle. Un amico decise di accompagnarmi, in quello che è il negozio di giocattoli tradizionale, quasi prototipico, del mio paese.Trovare le maschere non fu difficile, questione di pochi minuti. Sempre troppi per poter aspettare senza far niente. E così nel frattempo il mio amico si era avvicinato ad un grande tavolo, in cui in quel periodo erano esposti vari tipi di scherzi, dalla polvere pruriginosa a quella che fa starnutire, dal sangue finto ad altri oggetti stupidi, stupidissimi, praticamente inestimabili. Tornai con le maschere e mi misi a guardarli anch’io. L’attenzione del mio amico era andata ad un paio di manette. A differenza di molte delle manette che spesso si trovano, queste erano di buona fattura, in metallo, semplici ma resistenti. Assolutamente credibili come manette, in effetti. Tanto che il mio amico pensò bene di provarle, agganciandole ad un polso e lasciandole così, penzoloni, e così lo trovai. Era stupido, in effetti, ma allora immagino sembrasse divertente, almeno nelle intenzioni. Rimanemmo ancora per un po’ a curiosare intorno al tavolo, fino a che pensammo bene di andarcene, così il mio amico mi disse: “Via Piero, dammi le chiavi”. E io: “Che chiavi?”. E lui: “Le chiavi delle manette no? Dammele, devo scappare a prendere mia sorella a scuola”. E io: “Guarda che io non ce l’ho le chiavi delle manette”. E lui: “Come non le hai? Dai, via, dammele che devo andare”. Cercai di spiegargli che non le avevo, che ero andato a prendere le maschere e quando ero tornato l’avevo già trovato in quelle condizioni. Pensava lo prendessi in giro, naturalmente, ma dopo un po’ dovette arrendersi all’evidenza. L’evidenza era che io le chiavi non le avevo prese né le avevo viste, e nella scatola delle manette non c’erano. Cercammo con cura su tutto il tavolo, ma niente da fare. Era evidente che anno dopo anno le manette erano rimaste invendute, e le chiavi erano andate perse. E lui doveva andare. Che fare? Provare a forzarle, magari rompere la catenella e andarsene con le mani in tasca? Impossibile. Erano resistenti.Così ci avviammo alla cassa, senza un’idea precisa. Per primo passai io, pagando le mie maschere, curioso e imbarazzato per quello che sarebbe dovuto succedere. Perché era chiaro che qualcosa sarebbe successo. Il mio amico, giunto il suo turno, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, protese il braccio incriminato dritto davanti a sé, formando un perfetto angolo retto con il corpo, e disse, con le manette penzoloni e una convinzione invidiabile: “Io prendo queste”. Una delle scene più belle dal dopoguerra ad oggi.Spiegare cosa fosse successo fu abbastanza imbarazzante, e ancora di più quando, constata l’assenza delle chiavi, nel negozio dovettero forzare la serratura delle manette con un cacciavite per toglierle. Alla fine, ce la fecero.Uscimmo come chi si meriti di morire domani. Eravamo stati stupidi, e non sarebbe stata l’ultima volta. Ma eravamo stati anche divertenti. Tanto che me ne ricordo ancora.Colonna sonora, "Mio cuggino" Elio e le Storie Tese