Questo è un post dichiaratamente polemico contro la redazione di Libero, e in particolare contro i criteri unticci e sbavosi con i quali vengono scelti i Blog del Giorno. Non me ne frega un cazzo di essere eletto Blog del Giorno, figuriamoci se potrei accontentarmi di essere protagonista per un giorno soltanto. Ma è una questione di principio. Per chi si trovasse in imbarazzo, sul Devoto Oli c’è la definizione. Certo, immagino sia frustrante leggere tutti i blog di Libero, quindi credo sia normale arrivare annebbiati a dover prendere una decisione. Ma dare visibilità a un blog il cui ultimo intervento racconta di come sia difficile trovare un’estetista Libero per una ceretta in pieno luglio, e che certe spese per fortuna le paga la mamma, mi sembra un tantino avventata, come decisione. Specie perché non si tratta di un banale abbaglio episodico, ma di una politica sistematica che non si capisce bene da quale perversa logica sia sorretta. Che poi, come spesso succede, per essere considerati degni di lettura, su internet e in questo Paese, si debba necessariamente ed esplicitamente parlare di sesso, mi sembra un manicheismo un po’ rozzo, nonché una dimostrazione di sfiducia verso il genere umano tutto. Che condivido, perché evidentemente siamo un popolo di voyeuristi impacciati e neurolabili di plastilina, però almeno io non ci vado a fare la spesa all’Unieuro del buon Tonino. Questione di coerenza, già che avete il Devoto Oli sottomano. L’ottimismo non è il mio sale.Non ho problemi a parlare di sesso, specie di quello altrui, ma ho sempre pensato che chi lo faccia insistentemente ne sia in qualche modo ossessionato per via della mancanza, e ne abbia perciò una visione distorta. Un po’ come quelli che sono ossessionati dalla dimensione del loro punto e virgola. Delle due l’una, o sono messi davvero male, con dimensioni lillipuziane (e che quindi ce l’abbiano grande non come un lillipuziano sic et simpliciter, ma come QUELLO di un lillipuziano, che, a scanso di sorprese…) oppure sono dei latitanti ulissiani della posizione orizzontale. Per chiarire qualora ce ne fosse bisogno, io non sono certo uno di quelli a cui le donne battono alla porta, ma che non insegue nemmeno le donne che battono.Quindi, perché questo è solo il preambolo, lancio la sfida: parliamo di sesso. Naturalmente, a modo mio. Siccome il contenuto che segue, pur non essendo a mio modo di vedere volgare, sarà comunque sessualmente esplicito, avverto eventuali lettori minorenni, o che comunque potrebbero ritenere offensivo quel tipo di contenuti, di non proseguire oltre nella lettura di questo intervento in quanto non adatto a loro. Grazie.Gli si avvicinò con quello sguardo strano, che di strano non aveva proprio niente, per lui. Lo costrinse a sedere, e la lasciò fare. La guardò scivolare sulle sue gambe con la naturalezza che le era propria, quasi fosse davvero la bimba che lui vedeva, e rannicchiarglisi al petto col viso, protetta in un abbraccio. Prese ad accarezzarle lentamente i capelli, che scendevano incerti lungo le spalle, sussurrandole cose che non saprei dire. Le strappò gentile il viso dal petto e lo prese fra le mani, fissandone i lineamenti e gli occhi socchiusi. Con il pollice di una mano prese a scivolare sul sopracciglio con calma, poi lungo la gota fino alle labbra, che sfiorò appena. Iniziò baciandole entrambe gli occhi chiusi, per poi scostarle i capelli dalla spalla che la maglietta non nascondeva al suo sguardo. Quindi,baciò quella pelle che sapeva di viole e sapone, partendo dalla spalla e salendo su, lungo il collo, lentamente, così che il suo respiro la accarezzasse ancor prima delle labbra e la lingua, ma deciso come chi sa che deve ancora incominciare. Tormentandole sempre i capelli e assaggiandole un poco il lobo, prese a ridiscendere in quel noto, dolcissimo tormento, palpandole stavolta i seni con entrambe le mani, come l’assetato che fa sua la fonte. E pur continuando a baciare. Insistendo ad accarezzarla senza alcuna fretta, le baciò le labbra, dapprima quasi con titubanza o dispetto, sfuggendole un poco, poi accarezzandole la lingua con la sua, come se non ci sarebbe stata un’altra volta. Disgiunte infine le labbra, e dopo averle morse delicatamente, riprese a baciarle il collo, sfilandole tutto ciò che ancora separava il respiro dal seno. Pelle contro pelle, incerto appena un po’il sospiro, continuò ad accarezzarle il seno tormentandole i capezzoli coi pollici, che ormai erano tutto meno che sopiti. Così facendo, e con una lentezza che scimmiottava l’eterno, prese a far scorrere la lingua lungo il solco dei seni, come serpe curiosa che si è spinta troppo in là e che è ormai inutile, sconveniente, impossibile fermare. Anelandole sul seno, e scivolando giù con la punta della lingua, continuava a soffocarla di carezze, pizzicandole ogni tanto i capezzoli, e strappandole disappunto, compiacimento, e desiderio. Poi prese a risalire per la stessa via, con una mano che gli accarezzava i capelli e che implorava grazia, e infine, accogliendo la richiesta o forse solo volendo acuire ancor più una tortura a cui mai si sarebbe sottratta, le succhiò con calma i seni, come un bimbo che non abbia altro da fare o da chiedere al mondo, palpandole il seno orfano delle labbra e schiaffeggiando i capezzoli con la lingua, mordendoli appena di tanto in tanto.Chi spinse chi, non è dato sapere. Si ritrovarono sul letto con indosso solo frenesie e sudore, lei si sdraiò supina ben sapendo quel che l’aspettava, e nient’altro aspettando, mentre lui, lasciato infine il seno, le si mise sopra con le mani lungo i fianchi, baciandole la pelle che ancora gli era ignota, almeno per quella mattina. Lungo la pancia e lo stomaco, giocando con l’ombelico appena un po’quando fu il suo turno, sembravano forse baci impazienti, ma in quella stanza così squallida ed ambigua nessuno parve farci davvero alcun caso. Le mise un cuscino sotto la schiena, senza che lei ne ignorasse il perché, tanto che dischiuse appena un po’ le gambe, rispettando il copione. Prese a baciarle l’interno cosce, con calma, ignorando quanto di più ovvio ci potesse essere, ché a volte amare significa far soffrire, stuzzicandola con la lingua per saggiarne i nervi e il respiro. L’unica guida, quest’ultima, a cui credeva di dover dare ascolto.Infine, quando gli parve giunto il momento, accostò il viso a quanto prima aveva sadicamente ignorato, e prese a far scivolare lentamente la lingua sulle grandi labbra,disegnandone il profilo più e più volte, mentre sempre più affiorava quel che per lui era poco meno che nettare. Poi le allargò un poco con le dita, per scivolare ancora più in lei, per essere sempre più serpe che non ha più bisogno di tentare. Iniziò ad agitarla veloce ruotandola un po’, indulgendo infine all’ansare di lei,scivolando là dove sapeva che avrebbe potuto darle più piacere e aiutandosi per questo con le dita,sospinto da quello che non sembrava nemmeno più un respiro. Eppure inquieto.Quasi che da quel fragile sogno, a sorsi divorato da un orrendo orologio da parete, fosse dipesa la vita stessa. Quasi che dentro quelle quattro mura, che erano di tutti e di nessuno, stranieri nell’unica terra che si potesse corrompere, ogni ansia, angoscia e frustrazione se ne stesse confinata fuori dalla porta, in attesa, a far compagnia ad un portiere non troppo curioso, e alla morte. Che quella mattina, sembrava proprio dovesse aspettare.Comunque bello, il blog delle BigBabol Colonna sonora, "Luci a San Siro" Roberto Vecchioni
E adesso sesso
Questo è un post dichiaratamente polemico contro la redazione di Libero, e in particolare contro i criteri unticci e sbavosi con i quali vengono scelti i Blog del Giorno. Non me ne frega un cazzo di essere eletto Blog del Giorno, figuriamoci se potrei accontentarmi di essere protagonista per un giorno soltanto. Ma è una questione di principio. Per chi si trovasse in imbarazzo, sul Devoto Oli c’è la definizione. Certo, immagino sia frustrante leggere tutti i blog di Libero, quindi credo sia normale arrivare annebbiati a dover prendere una decisione. Ma dare visibilità a un blog il cui ultimo intervento racconta di come sia difficile trovare un’estetista Libero per una ceretta in pieno luglio, e che certe spese per fortuna le paga la mamma, mi sembra un tantino avventata, come decisione. Specie perché non si tratta di un banale abbaglio episodico, ma di una politica sistematica che non si capisce bene da quale perversa logica sia sorretta. Che poi, come spesso succede, per essere considerati degni di lettura, su internet e in questo Paese, si debba necessariamente ed esplicitamente parlare di sesso, mi sembra un manicheismo un po’ rozzo, nonché una dimostrazione di sfiducia verso il genere umano tutto. Che condivido, perché evidentemente siamo un popolo di voyeuristi impacciati e neurolabili di plastilina, però almeno io non ci vado a fare la spesa all’Unieuro del buon Tonino. Questione di coerenza, già che avete il Devoto Oli sottomano. L’ottimismo non è il mio sale.Non ho problemi a parlare di sesso, specie di quello altrui, ma ho sempre pensato che chi lo faccia insistentemente ne sia in qualche modo ossessionato per via della mancanza, e ne abbia perciò una visione distorta. Un po’ come quelli che sono ossessionati dalla dimensione del loro punto e virgola. Delle due l’una, o sono messi davvero male, con dimensioni lillipuziane (e che quindi ce l’abbiano grande non come un lillipuziano sic et simpliciter, ma come QUELLO di un lillipuziano, che, a scanso di sorprese…) oppure sono dei latitanti ulissiani della posizione orizzontale. Per chiarire qualora ce ne fosse bisogno, io non sono certo uno di quelli a cui le donne battono alla porta, ma che non insegue nemmeno le donne che battono.Quindi, perché questo è solo il preambolo, lancio la sfida: parliamo di sesso. Naturalmente, a modo mio. Siccome il contenuto che segue, pur non essendo a mio modo di vedere volgare, sarà comunque sessualmente esplicito, avverto eventuali lettori minorenni, o che comunque potrebbero ritenere offensivo quel tipo di contenuti, di non proseguire oltre nella lettura di questo intervento in quanto non adatto a loro. Grazie.Gli si avvicinò con quello sguardo strano, che di strano non aveva proprio niente, per lui. Lo costrinse a sedere, e la lasciò fare. La guardò scivolare sulle sue gambe con la naturalezza che le era propria, quasi fosse davvero la bimba che lui vedeva, e rannicchiarglisi al petto col viso, protetta in un abbraccio. Prese ad accarezzarle lentamente i capelli, che scendevano incerti lungo le spalle, sussurrandole cose che non saprei dire. Le strappò gentile il viso dal petto e lo prese fra le mani, fissandone i lineamenti e gli occhi socchiusi. Con il pollice di una mano prese a scivolare sul sopracciglio con calma, poi lungo la gota fino alle labbra, che sfiorò appena. Iniziò baciandole entrambe gli occhi chiusi, per poi scostarle i capelli dalla spalla che la maglietta non nascondeva al suo sguardo. Quindi,baciò quella pelle che sapeva di viole e sapone, partendo dalla spalla e salendo su, lungo il collo, lentamente, così che il suo respiro la accarezzasse ancor prima delle labbra e la lingua, ma deciso come chi sa che deve ancora incominciare. Tormentandole sempre i capelli e assaggiandole un poco il lobo, prese a ridiscendere in quel noto, dolcissimo tormento, palpandole stavolta i seni con entrambe le mani, come l’assetato che fa sua la fonte. E pur continuando a baciare. Insistendo ad accarezzarla senza alcuna fretta, le baciò le labbra, dapprima quasi con titubanza o dispetto, sfuggendole un poco, poi accarezzandole la lingua con la sua, come se non ci sarebbe stata un’altra volta. Disgiunte infine le labbra, e dopo averle morse delicatamente, riprese a baciarle il collo, sfilandole tutto ciò che ancora separava il respiro dal seno. Pelle contro pelle, incerto appena un po’il sospiro, continuò ad accarezzarle il seno tormentandole i capezzoli coi pollici, che ormai erano tutto meno che sopiti. Così facendo, e con una lentezza che scimmiottava l’eterno, prese a far scorrere la lingua lungo il solco dei seni, come serpe curiosa che si è spinta troppo in là e che è ormai inutile, sconveniente, impossibile fermare. Anelandole sul seno, e scivolando giù con la punta della lingua, continuava a soffocarla di carezze, pizzicandole ogni tanto i capezzoli, e strappandole disappunto, compiacimento, e desiderio. Poi prese a risalire per la stessa via, con una mano che gli accarezzava i capelli e che implorava grazia, e infine, accogliendo la richiesta o forse solo volendo acuire ancor più una tortura a cui mai si sarebbe sottratta, le succhiò con calma i seni, come un bimbo che non abbia altro da fare o da chiedere al mondo, palpandole il seno orfano delle labbra e schiaffeggiando i capezzoli con la lingua, mordendoli appena di tanto in tanto.Chi spinse chi, non è dato sapere. Si ritrovarono sul letto con indosso solo frenesie e sudore, lei si sdraiò supina ben sapendo quel che l’aspettava, e nient’altro aspettando, mentre lui, lasciato infine il seno, le si mise sopra con le mani lungo i fianchi, baciandole la pelle che ancora gli era ignota, almeno per quella mattina. Lungo la pancia e lo stomaco, giocando con l’ombelico appena un po’quando fu il suo turno, sembravano forse baci impazienti, ma in quella stanza così squallida ed ambigua nessuno parve farci davvero alcun caso. Le mise un cuscino sotto la schiena, senza che lei ne ignorasse il perché, tanto che dischiuse appena un po’ le gambe, rispettando il copione. Prese a baciarle l’interno cosce, con calma, ignorando quanto di più ovvio ci potesse essere, ché a volte amare significa far soffrire, stuzzicandola con la lingua per saggiarne i nervi e il respiro. L’unica guida, quest’ultima, a cui credeva di dover dare ascolto.Infine, quando gli parve giunto il momento, accostò il viso a quanto prima aveva sadicamente ignorato, e prese a far scivolare lentamente la lingua sulle grandi labbra,disegnandone il profilo più e più volte, mentre sempre più affiorava quel che per lui era poco meno che nettare. Poi le allargò un poco con le dita, per scivolare ancora più in lei, per essere sempre più serpe che non ha più bisogno di tentare. Iniziò ad agitarla veloce ruotandola un po’, indulgendo infine all’ansare di lei,scivolando là dove sapeva che avrebbe potuto darle più piacere e aiutandosi per questo con le dita,sospinto da quello che non sembrava nemmeno più un respiro. Eppure inquieto.Quasi che da quel fragile sogno, a sorsi divorato da un orrendo orologio da parete, fosse dipesa la vita stessa. Quasi che dentro quelle quattro mura, che erano di tutti e di nessuno, stranieri nell’unica terra che si potesse corrompere, ogni ansia, angoscia e frustrazione se ne stesse confinata fuori dalla porta, in attesa, a far compagnia ad un portiere non troppo curioso, e alla morte. Che quella mattina, sembrava proprio dovesse aspettare.Comunque bello, il blog delle BigBabol Colonna sonora, "Luci a San Siro" Roberto Vecchioni