MARCA BUDAVARI

Il paradosso di Capaneo


"...e me saetti con tutta sua forza: non ne potrebbe aver vendetta allegra"  "La divina commedia" Inferno, canto XIV 59-60La differenza fra un credente ed un ateo è meno manichea di quanto qualcuno non creda. Il credente crede in Dio. L’ateo ci spera. Nessuno sano di mente, infatti, pur essendo ateo trarrebbe tanta soddisfazione dall’aver avuto ragione da barattarla sul letto di morte con la speranza metafisica dell’eterno.Credenti ed atei hanno in fondo lo stesso problema. Una vita intrinsecamente ingiusta ed ameritocratica. Di conseguenza, in quanto esseri umani cercano di ricondurre questa incongruenza palese ad una spiegazione. Ma mentre il credente baratta la propria intelligenza e ragione, il suo stesso contatto critico con la realtà, in nome di una consolazione per cui non deve far altro che accecarsi, l’ateo (che pure non è detto conosca il rasoio di Occam) si rende conto che in fondo la fede non è altro che il luogo in cui trovano umano raddrizzamento le meschinità della vita. In quale altro luogo, se non in quello dell’umana compensazione, gli ultimi sarebbero i primi?La Religione, quindi, si fonda su un naturale bisogno umano. Quello di dare un senso alla propria finitezza ed al proprio dolore. Avviene qui un primo paradosso. La religione, o meglio l’esigenza di una religione, la tensione verso il trascendente, nasce come compensazione consolatoria alla realtà, riconosce quindi nella realtà delle storture, delle profonde incongruenze. Altrimenti, non troverebbe fondamento eziologico, per dirla con chi parla forbito. Tuttavia, ed ecco il paradosso, successivamente il credente non può più guardare con occhi onesti la realtà, perché sarebbe per lui insostenibile lo stridente contrasto fra quello che gli viene detto a proposito di un dio onnipotente mosso da incondizionato Amore verso chiunque, e quanto vede ogni giorno attorno a sé, per non parlare di quello che sbircia distrattamente in televisione o sui giornali. Ed ecco che improvvisamente, sotto quella che potremmo chiamare una esigenza adattiva, quella realtà che ha causato di fatto la nascita della religione viene disconosciuta per salvare la religione stessa. E soprattutto, la compromissoria consolazione che ne deriva.L’ateo è protagonista di un altro curioso paradosso, che si spiega a parere di chi scrive solo alla luce di quanto detto all’inizio. L’ateo bestemmia. E questo è già un primo paradosso. Perché un ateo dovrebbe bestemmiare? Per un credente è peccato farlo, ma quantomeno è coerente, nel senso che nel momento in cui bestemmia il credente offende qualcosa in cui crede. Per l’ateo sembrerebbe non aver senso la bestemmia. Perché dovrebbe offendere qualcuno che non crede esista? Potrebbe dire, ad esempio, “Accidenti a quel porco di Mercurio”. Sarebbe equivalente per lui, in più sarebbe anche socialmente al riparo da critiche di ignoranza e mancanza di sensibilità. Ma l’ateo non lo fa. Perché non ne trarrebbe alcuno sfogo, alcuna soddisfazione. Proprio perché come detto l’ateo, che pure non crede in Dio, più o meno inconsciamente, più o meno inconfessatamente, ci spera. E’ inevitabile. E così la bestemmia qualora non sia abusata come intercalare, ed ecco il secondo paradosso, è in generale testimonianza di fede, pur peccaminosa per chi ci crede. Chi bestemmia dimostra di credere o sperare. E la dimostrazione di questo sta proprio nel fatto che quell’espressione offensiva deve necessariamente essere diretta verso una certa divinità, piuttosto che su una qualsiasi, perché assolva la sua funzione. Che è quella di sfogo, essenzialmente. E quella divinità non può essere che quella in cui si crede o spera, perché ciò avvenga.E così, mentre per il credente la bestemmia è peccato, l’ateo riesce a salvarsi con un presuntuoso sofisma. Se Dio non esiste, la bestemmia non è peccato. Se Dio esiste, qualche offesa in fondo se la merita. Ma c’è da scommettere che anche lui, quando sarà il suo momento, affiderà la propria anima in cui non crede al Dio che ha riconosciuto solo come illusione. E questo, no, non è un paradosso. Perché anche lui è umano, troppo umano. Perché “gli occhi dell’uom cercan morendo il Sole”.Colonna sonora, "Un blasfemo" Fabrizio De André