"Sfila il treno dalla pensilina /come sangue che svuoti la vena..."Laggiù senza farne parola, con alle spalle vicoli vergini, chioschi segreti, muore un'altra domenica di tortelli e pallone, fra l'indifferenza dell'asfalto e del cielo. Le 19:15. E' presto.In due camminano come tanti altri, fra tanti altri, che pure degli altri non gliene importa, con il passo lesto e stizzito di chi va verso il dovere quando si sono sfiorite le ore, con l'acida fretta di chi sa che di lì a poco non andrà a fare nulla di più importante di quanto già fatto, col cuore avizzito di chi non si aspetta di incontrare nessuno, quella sera e non solo, più importante di chi già ha a fianco. E che pure sta per abbandonare.Le 19:27. C'è tempo.Lei racconta di cose stupide e care, di suggestioni tenere e tremende, di quando quel cuore temeva le scoppiasse all'improvviso, solo l'altra notte, e non lo sa perché. Lui ascolta, come chi sa già perché già lo sa, e tuttavia con piacere, per quel gusto che si ha nel mettere una colomba sotto la giacca per scaldarla un poco, e scoprirla più tiepida qualche ora dopo.Le 19:40. Ce la puoi ancora fare.Tornare alla macchina è sempre penoso. Lei prende le strade più lunghe possibili per arrivarci, lui fa finta di non accorgersene e la segue. Ogni tanto si fermano, si annusano e respirano sul viso, novelli Venere e Marte di periferia indifferente e ostile, lui le guarda quegli occhi marroni che ogni tanto si sfumano nel verde, e bacia quelli prima di lei, la stringe infine al petto affondando le braccia nei fianchi e nei capelli sciolti, come a dire che tutto va e andrà bene.Le 19:50. Rischi di far tardi.Sono lì, nel parcheggio, niente multa, è domenica anche per loro. Ancora abbracci contornati da sussurri, ancora baci, sempre pochi, sempre troppo frettolosi anche quando hanno tutto il tempo che vogliono. Ché tutto il tempo che vogliono loro, quello davvero non esiste. Lei entra, e se ne va, ancora una volta. Tornerà presto. Ma sarà sempre troppo tardi.Le 19:56. Spera e corri.Il treno parte alle 20:01. Altri non ce ne sono. Devi prendere proprio quello. Alcune centinaia di metri ti separano dalla stazione, puoi sentirne gli altoparlanti. Troppi per pensare di farcela. Troppo pochi per non sperare di farcela. E allora corri. Corri verso il tuo dovere. Corri perché è sempre troppo tardi. Corri perché prima davvero non la potevi lasciare. Ma non tutti nascono atleti. Dopo poco il respiro ti diventa sbuffo, si sgretola in affanno, con le gambe rese calde e gravi dal sangue e da dei pantaloni troppo pesanti. Sei lì per la strada, che corri da qualche parte, come tanti, fra tanti, senza che niente te ne importi, ansante e sudato per lei, ma stavolta non in un letto, non sfatto e placido sul suo seno. Lo videro crollare di schianto, come da fucilata inchiodato alla schiena, sgraziato mucchio di stracci colorati sbatacchiato in un angolo.Unico innamorato felice col cuore spezzato nel petto.Colonna sonora, "Un malato di cuore" Fabrizio De André
Ansimi
"Sfila il treno dalla pensilina /come sangue che svuoti la vena..."Laggiù senza farne parola, con alle spalle vicoli vergini, chioschi segreti, muore un'altra domenica di tortelli e pallone, fra l'indifferenza dell'asfalto e del cielo. Le 19:15. E' presto.In due camminano come tanti altri, fra tanti altri, che pure degli altri non gliene importa, con il passo lesto e stizzito di chi va verso il dovere quando si sono sfiorite le ore, con l'acida fretta di chi sa che di lì a poco non andrà a fare nulla di più importante di quanto già fatto, col cuore avizzito di chi non si aspetta di incontrare nessuno, quella sera e non solo, più importante di chi già ha a fianco. E che pure sta per abbandonare.Le 19:27. C'è tempo.Lei racconta di cose stupide e care, di suggestioni tenere e tremende, di quando quel cuore temeva le scoppiasse all'improvviso, solo l'altra notte, e non lo sa perché. Lui ascolta, come chi sa già perché già lo sa, e tuttavia con piacere, per quel gusto che si ha nel mettere una colomba sotto la giacca per scaldarla un poco, e scoprirla più tiepida qualche ora dopo.Le 19:40. Ce la puoi ancora fare.Tornare alla macchina è sempre penoso. Lei prende le strade più lunghe possibili per arrivarci, lui fa finta di non accorgersene e la segue. Ogni tanto si fermano, si annusano e respirano sul viso, novelli Venere e Marte di periferia indifferente e ostile, lui le guarda quegli occhi marroni che ogni tanto si sfumano nel verde, e bacia quelli prima di lei, la stringe infine al petto affondando le braccia nei fianchi e nei capelli sciolti, come a dire che tutto va e andrà bene.Le 19:50. Rischi di far tardi.Sono lì, nel parcheggio, niente multa, è domenica anche per loro. Ancora abbracci contornati da sussurri, ancora baci, sempre pochi, sempre troppo frettolosi anche quando hanno tutto il tempo che vogliono. Ché tutto il tempo che vogliono loro, quello davvero non esiste. Lei entra, e se ne va, ancora una volta. Tornerà presto. Ma sarà sempre troppo tardi.Le 19:56. Spera e corri.Il treno parte alle 20:01. Altri non ce ne sono. Devi prendere proprio quello. Alcune centinaia di metri ti separano dalla stazione, puoi sentirne gli altoparlanti. Troppi per pensare di farcela. Troppo pochi per non sperare di farcela. E allora corri. Corri verso il tuo dovere. Corri perché è sempre troppo tardi. Corri perché prima davvero non la potevi lasciare. Ma non tutti nascono atleti. Dopo poco il respiro ti diventa sbuffo, si sgretola in affanno, con le gambe rese calde e gravi dal sangue e da dei pantaloni troppo pesanti. Sei lì per la strada, che corri da qualche parte, come tanti, fra tanti, senza che niente te ne importi, ansante e sudato per lei, ma stavolta non in un letto, non sfatto e placido sul suo seno. Lo videro crollare di schianto, come da fucilata inchiodato alla schiena, sgraziato mucchio di stracci colorati sbatacchiato in un angolo.Unico innamorato felice col cuore spezzato nel petto.Colonna sonora, "Un malato di cuore" Fabrizio De André